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TEATRO: LETTERATURA: Maria Antonietta Pinna: “Mister Yod non può morire” e “Fiori ciechi” – La Carmelina Edizioni

19 gennaio 2013

di Mario Lozzi

Lo Yod è la prima lettera del nome di Yahveh, il tetragramma sacro della Bibbia ebraica, assolutamente inesprimibile a voce dagli esseri umani. Solo il gran Sacerdote poteva, una volta all’anno pronunciarlo nel segreto del Santo dei Santi, dietro le pesanti, fitte cortine che separavano il Mistero dal resto dell’umanità. Il popolo degli ebrei, ogni volta che, leggendo la Bibbia, si imbatteva nel nome di Yahveh, pronunciava Adonai che significa il Signore.
Un dio oscuro, quindi, dotato di una potenza illimitata e tremenda. Il dio infinito e sconosciuto nella sua essenza. Noto solo per alcune azioni tutt’altro che dolci, come la folgorazione dell’uomo che osò toccare in situazione di impurità una stanga dell’arca che conteneva le tavole della legge. Un dio che ordina l’herem, cioè la strage indiscriminata e totale dei popoli sconfitti; che benedice Phineas mentre trafigge l’ebreo perché aveva osato unirsi in amore con una donna di un popolo straniero. Un dio ideato dal popolo autodefinitosi eletto, scatenato alla conquista della terra promessa , senza compromessi, che avrebbe per secoli gettato il terrore con la sua ombra, come quando, all’origine della formazione del popolo, si era insinuato nelle case degli egiziani per ucciderne i figli primogeniti.
L’assurdo creato da Maria Antonietta sembrerebbe a prima vista incredibile. Yod, il creatore, lo spietato legislatore, il Padrone assoluto, viene a rendersi conto di che cosa abbia fatto lungo la storia delle generazioni volute da lui. Così, all’improvviso, l’autrice ne infrange il formidabile potere e lo rende spettatore, spesso impotente del risultato della sua azione, assolutamente definita eterna.
Si trova invischiato nelle situazioni di una famiglia normale, anzi non troppo normale. Beghe infinite e sciocchezze che gli corrodono la sicurezza di aver fatto bene quando aveva ideato la prima famiglia del mondo. A questo punto risulta chiaro l’intento dell’autrice, che mette in bocca a Yod :”Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene! Poi quando le cose vanno male è sempre colpa mia, sempre, anche quando non c’entro niente perché, detto papale papale, ho la forte tendenza a farmi i fatti miei. Com’è che si dice? Fatti i fatti tuoi che campi cent’anni! Che idiozia| Altro che cent’anni! Qui si parla di secoli e millenni e bilioni e bilioni di bilioni di anni! Ho perso il conto! A tutto c’è un limite! Ho deciso di farla finita! “
Maria Antonietta ha chiaramente svelato la sua intenzione: distruggere l’apparenza storica di un dio non creatore, ma creato dalle insopprimibili angosce umane. Ma questa divinità potrebbe morire se tutta, proprio tutta l’umanità se lo cancellasse di dosso. Impossibile: Yod non può morire. Perché con la sua immagine morirebbero tutti i poteri degli inventori di morale, nel suo nome, tutti i deboli che pretendono da lui una soluzione che non vogliono trovare col loro impegno, tutti gli egoisti, padroni della ricchezza che pretendono sia difesa dalle leggi di Lui, Yod, Altissimo, Irraggiungibile, Imperscrutabile, Giudice e Guida.

Yod non può morire, è l’Ouroboros, secondo il mito greco, il serpente che si morde la coda, colui che appunto, mordendosi la coda, tiene unito, fra le sue spire, il mondo terreste, acquatico, aereo che, altrimenti precipiterebbe nel vuoto infinito che circonda l’esistenza fisica. Yod è la magia che fa rapprendere l’illusione dell’eternità.
Dunque è costretto a sondare i segreti dell’alchimia, delle formule creatrici, degli scongiuri apotropaici che possono allontanare le paure dalla mente dell’umanità che le crea senza sosta. E chi meglio di Paracelso, il mago per eccellenza potrà rivelare a Yod l’intrinseco suo essere magico, in modo che, dopo averlo compreso, possa tranquillamente morire? Paracelso, tuttavia è troppo invischiato nei suoi esperimenti: “Solve et coagula”! L’esistere è sempre e solamente un ciclo, non c’è perché e non c’è modo di uscirne. Chiede parti di Yod per creare esperimenti. Ma Yod gli scompare davanti. Illusione, dice Maria Antonietta, illusione delle fedi gnostiche e degli abracadabra. Yod e la magia ci vivono dentro e scompaiono quando si cerca di estrarne la vera essenza. Tuttavia è quasi impossibile farlo, perciò Yod che vuole morire è assolutamente costretto ad esistere.
Ma, oltre alla magia c’è un’altra forza, formidabile, che regge l’esistenza di Yod. È la fede che si realizza nella religione, la quale è rappresentata dai suoi ministri. Le alte cariche ecclesiastiche non si degnerebbero di ascoltare Yod, ad essi basta reclamizzare la venerazione verso di lui per poi servirsene opportunamente. Per questo Maria Antonietta fa incontrare Yod con un infimo rappresentante del culto: don Abbondio, forse il più umano fra le figure ieratiche del mondo della preghiera. Don Abbondio però non può dare una soluzione esistenziale, ha troppe paure, soprattutto quella della morte: “secondo te io vado a scomodare madama morte perché ti è venuto il capriccio di fare la sua conoscenza?…. Io sono un povero prete e tu quella te la devi scordare, capito? Va bene l’amore, ma non si può amare la morte, è contro la logica!”.
Non c’è dunque verso di far morire la figura di Yod, poiché è proprio la paura della morte che la fa vivere fra la gente. Poiché, come dice l’apparizione di un uomo qualunque, c’è gente che si ostina a vedere un elefante in un topolino e viceversa. Yod allora ripete l’esperimento di Giona che è gettato in mare perché non vuole obbedire ad un comando di Yahveh. Una balena lo ingoia e poi lo espelle dopo tre giorni sulla spiaggia dove il profeta non voleva andare. L’esistenza è inesorabile. Una volta che uno c’è, non può fare a meno di essere. Così Yod. Ha percorso diverse tracce di vita cercando di scomparire. Non può farlo perché come entità non è mai esistito, ma è plasmato dalla credenza degli uomini e non potrà svanire finché uno solo di essi lo crederà vivo.
Questo ritengo sia il pensiero guida di Maria Antonietta, lungo lo svolgersi del dramma. Scritto più che con parole, con rasoi affilati che penetrano nella pelle dello spettatore ed hanno la capacità di sconvolgerlo. L’opera può avere qualche sentore di stili moderni, ma è assolutamente originale. Una scultura scabra che ti invita ad abbracciarla e ti segna in modo indelebile con le stigmate di una razionalità implacabile. Dramma duro e bello, da seguire con attenzione per non essere spiazzati dagli improvvisi cambiamenti di scene, temi, forme lessicali sperimentali, variazioni di intensità semantica. Un piccolo capolavoro espressivo.

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Maria Antonietta Pinna:
“Mister Yod non può morire”
La Carmelina Edizioni

Yod percorre un viaggio in tre atti tra passato, presente e futuro, nell’eterno ciclo della vita. Si annoia mortalmente, cerca la morte per poi scoprire di voler vivere ancora. Cerca se stesso: nel cuore arido
e stretto dei parenti; nell’antro circolare di Paracelso, tra pozioni e metafore di colorati filtri; nel ventre caldo di un leviatano, favoloso simbolo prenatale, oggi crudelmente maltrattato.
La massa ovoidale della balena è stata paragonata a due archi di cerchio che si congiungono come il cielo e la terra .
Un’antica leggenda degli inuit racconta della dea del mare Sedna, bella fanciulla che respinse tutti i pretendenti propostile dal padre e sposò un uccello. Il padre indignato, uccise lo sposo e buttò la figlia nell’oceano. Sedna si aggrappò con tutte le sue forze all’umiak . Per costringerla a lasciare la presa le vennero mozzate le falangi. Dalle dita tagliate nacquero le varie creature marine, tra cui la balena. Dentro il suo mitico, caotico ventre, in una sorta di regressus ad uterum che assume valore universale, tra il male originario degli uomini ed i loro eterni, ciclici errori, Yod, disperatamente aggrappato con le dita all’umiak della coscienza umana, cerca la luce dell’altro suo se per esserci ancora nel mondo.

Link per l’acquisto http://www.ibs.it/code/9788896437384/pinna-m–antonietta/mister-yod-non.html

Maria Antonietta Pinna, nata a Sassari il 28 giugno 1972, laureata in materie letterarie (110/110 e lode), specializzata in criminologia clinica e psicopatologia forense, esperta di libri antichi e moderni.

Pubblicazioni:
Dalle galee al bagno al carcere, 2010, Armando Siciliano Editore
Io vedo! (racconto tratto dal libro L’occhio clinico) è stato pubblicato dalla rivista siciliana Notabilis, nonché da vari blog letterari e siti web.
Il morto, ovvero tutta colpa del polistirolo, pubblicato nell’antologia Quinto colore.
Fiori ciechi, settembre 2012, Annulli Editori, Mister Yod non può morire, ottobre 2012, La Carmelina Edizioni.

Di prossima pubblicazione:
Lo strazio, poesie noir, Marco Saya Edizioni, Milano.

Collaborazioni:
Collabora con il blog e web-magazine “Sul Romanzo” in qualità di pubblicista e con il blog di Bartolomeo Di Monaco. Curatrice della collana di filosofia esoterica per Albero Niro editore.

Il sito personale: http://www.marylibri.it


Fiori Ciechi
Maria Antonietta Pinna
Annulli Editori, 2012
pp.137
€ 9,00

di Ida Verrei

Due racconti lunghi, un viaggio allucinato nell’impossibile, “Fiori Ciechi” di M. A. Pinna, è una singolare avventura letteraria.

Il primo racconto, che dà il titolo al libro, non è un romanzo, pur se ne possiede la struttura e ne conserva alcuni elementi; non è una fiaba, non si conclude con “…e vissero felici e contenti…” Ma della fiaba ha la suggestione e il mistero: immaginario e reale si fondono come nella dimensione onirica e possiedono lo stesso valore; niente appare arbitrario, ma necessario e fatale; tutto esiste, perché la trasfigurazione fantastica, legata al paradosso, rende verosimile l’illogico.

In un tempo non-tempo, in uno spazio non-spazio, parallelo e avvinto alla realtà, si consuma un dramma-rappresentazione, proiezione fantasmatica del mondo contemporaneo.

“Nonno Petalo, racconta”.(pag.11)
“… Sì. Dimmi dei garofani bianchi, come sono nati?”

“Tanto tempo fa, agli albori della nostra civiltà, esistevano soltanto garofani rossi (o almeno così sembra), e i fiori-Dei circolavano liberamente per le strade di Florandia…” (pag. 13)

Inizia così questo inconsueto viaggio nel surreale, tutto sembra lieve, delicato, un mondo fatto di petali colorati, delle lacrime di Skotos (la notte) che danno origine a garofani neri, e di quelle di Rais (il sole) che generano garofani gialli; un mondo senza padroni, “dove ci si accontenta di poco. Del vento, del sole, di poca terra, di un flebile raggio di luna…” Ma Florandia non è questo universo idilliaco, è una Repubblica di fiori ciechi, aridi, incapaci di vedere il lato poetico della vita… perché per loro la vita è la canzone stonata di un solista… (pag. 25)

Man mano che si procede nella vicenda, ci s’imbatte in inquietanti analogie con la società attuale: lotte per il potere, il prevalere d’interessi individuali, della forza e della sopraffazione. Ma a leggere con attenzione, non sono questi i temi principali del racconto. Guerra, prepotenza, odio razziale, elaborati dalla fantasia dell’autrice, calati in un fantastico paradossale, rimandano ad angosce esistenziali che da sempre tormentano l’uomo: la ricerca dell’identità; la conservazione della memoria, perché

“chi è senza memoria non ha futuro. E un oggetto in sé non è niente…”(pag.72)

il terrore del tempo che passa:

“… qui si cattura l’ombra, così si elude in qualche modo la sorveglianza che il tempo esercita su di noi… L’immagine è nostra, non invecchierà mai… Si esorcizza la morte…” (pag.71)

la ricerca dell’Idea, che non è soltanto riconducibile allo struggimento dello scrittore che scava dentro e fuori di sé, ma è soprattutto ricerca del senso della vita, bisogno di indagare il destino, il suo acre sapore escatologico… E l’espediente narrativo a cui ricorre l’autrice, è l’irrompere di un improvviso io narrante, Tibbs e Tibbs, l’artista e la sua ombra, un “doppio” inconsueto, dove la dualità non riguarda la distinzione tra bene e male, ma tra possibile e impossibile, un mezzo per abbattere i limiti della corporeità.

Inizia così un viaggio allucinato del protagonista all’interno del proprio cervello, un percorso nell’assurdo per raggiungere il luogo della creatività, alla scoperta di quell’Idea che non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva… L’idea ride… sul cadavere di chi avrebbe voluto ammazzarla… va… e si perde nel mondo. (pag.99)

Anche nel secondo racconto, Probobacter, forse meno fantasioso del primo, ma altrettanto al di fuori di ogni logica convenzionale, ci addentriamo in un mondo delirante: immagine amplificata di ciò che l’ottusità dell’uomo può causare. Anche qui due piani di narrazione: il mondo soffocato dai rifiuti urbani, in un parossismo di allucinazioni iperboliche, e la ricerca scientifica per la soluzione del problema, sperimentazione esasperata che condurrà alla distruzione dell’uomo stesso, con la creazione di un batterio killer che finirà col divorare uomo e rifiuti.

Visioni d’incubo, il sogno, la malattia, e ancora un “doppio”, ma questa volta è il riflesso nello specchio e il suo significato allusivo:

“…mi guardo e vedo un tizio che non conosco, un corpo estraneo…” “Chi sei?” “Io sono tu, e tu?” “Anch’io…” (pag.133)

Anche qui, al messaggio palese del tema ecologico, si affianca quello più profondo dell’angoscia di morte; del silenzio; dell’incomunicabilità, la paura di perdere “occhi e bocca”, “…un silenzio affilato di lama che uccide senza rumore”. (132)

In entrambi i racconti, Maria Antonietta Pinna è molto abile nella tecnica dello straniamento:

“Pistillo, fiore cieco e arido si è comprato uno Stradivari senza neanche saperlo suonare; (pag.76) oppure: l’Idea, sì, l’ha vista, è passata di qua. Le è sembrata… come dire… Un po’ incinta; (pag.75) o ancora: Questa povera mosca moribonda… Probabilmente pensa che siamo repellenti. In una parola le facciamo schifo… “ (pag.134)

L’autrice gioca con la fantasia, con le parole, con le immagini; sovrappone i livelli semantici; contrappone primi piani e punti di vista; usa dialoghi a più voci. Il tutto dà origine a un insieme singolare, insolito, che confonde il lettore, lo costringe a leggere e a rileggere, a fermarsi e a riflettere, a decifrare messaggi e simbolismi e, attraverso uno stile veloce, immediato, ma armonioso e musicale, restituisce il gusto della lettura.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart