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LETTERATURA: Marino Magliani: “prima che te lo dicano altri”, 2018

7 ottobre 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Ho conosciuto l’autore. Anni fa venne a Lucca e andai a prenderlo alla stazione. Una bella persona, alta, robusta, dallo sguardo sorridente. Una persona buona. Lo si capisce subito, appena comincia a parlare, con un tono che sollecita l’amicizia e la confidenza. Credo che sia anche un altruista. Quando scende in Italia dalla sua patria adottiva, l’Olanda, mi manda sempre i suoi saluti, attraverso un comune amico, Fabio Strafforello.

Questo suo ultimo lavoro potrebbe essere, almeno in parte, la storia della sua vita, anche se ha un canovaccio che ha già attraversato la letteratura: la ricerca del proprio padre e delle proprie radici.

Leo Vialetti (“era senza padre”; “non l’aveva avuto.”) è un sensale nel ramo degli olivicoltori: “comprava per un mulino di Dolcedo”. Dolcedo è il paese ligure in cui l’autore è nato, e dove ritorna continuamente, non riuscendo a dimenticarlo. Leo ha nel 2024 (siamo nel futuro, dunque) sui cinquantacinque anni, forse sessanta. Quando il lavoro scarseggia si adatta a tutto. Ma il libro ha un brevissimo capitolo di avvio sotto la data “Giugno 1974”. Cinquant’anni prima. Sotto quella data avremo altri capitoli. Serviranno a disegnarci uno spicchio di vita di quel tempo. Non lo dovremo dimenticare, poiché ci troveremo ad affrontare cambiamenti di ogni sorta portati dentro l’uomo e nel paesaggio: “la trasformazione della valle era iniziata proprio ai tempi di villa Porti, quell’estate, esattamente cinquant’anni prima.”. L’occhio dell’autore guarderà a queste trasformazioni con una certa malinconia e l’immagine di come era la valle tanto amata sarà la ragione di una severa analisi dei mutamenti avvenuti nel tempo.

Vuole comprare villa Porti che sta andando in malora, un tempo appartenuta a Raul Cesar Omar Porti, nato in Argentina. Per fare ciò ha bisogno di racimolare altri soldi, e mette in vendita la Crosa, un terreno su cui sorge un vecchio fabbricato agricolo, e vi si potrà anche edificare.

Siamo alle prime pagine e già ci prende l’interesse per la scrittura, che ha un andamento a serpentina con tratti secchi come un torrente prosciugato. Come “un magro ulivo di costiera.”. È uno stile che l’autore ha maturato negli anni e se l’è costruito a poco a poco tenendo a mente essenzialità e efficacia. Il lettore vi si introduce e si orienta facilmente e, subito dopo le prime pagine, il suo passo diventa via via più sicuro: “Perché se la madre chiama dalle terrazze della Crosa – un lungo Leo a due tonalità che scende sul fondovalle come un lenzuolo – deve andare giù per la mulattiera, a rotta di collo, passare il ponte di pietra, e poi su, ogni gradone una falcata, stando attento a non perdere le scarpe, cosa che gli succede regolarmente quando si mette a correre.”. Anche con taluni autori del passato, il lettore ha avuto la stessa esperienza, ad esempio Silvio D’Arzo, Stefano D’Arrigo, Antonio Pizzuto, dei quali si sente il respiro. Lo stile asciutto non si nega però ai colori e ai sortilegi di una penna sensibile, come avviene qui, quando Leo immagina di abbattere una poiana: “Scrollate le ali – il piumaggio sul petto più chiaro – la poiana sarebbe precipitata in diagonale, spostandosi per aria, come indecisa su dove cadere. E al fracasso di fronda sarebbe seguita una pioggia di pallini sulle frasche.”.

L’autore è distaccato dal racconto, ha la freddezza di chi la realtà la misura con l’immagine che nasce dallo sguardo. Ogni reazione del lettore deve svelarsi non tanto dalle parole che si tramutano in frasi, ma dalle immagini che si imprimono nella mente: “Appena liberata la muta, nell’ora scarsa in cui la valle si scioglie nell’alba, fallirono una bestia che superava il quintale. Poi non successe più nulla e a mezzogiorno mangiarono pane e formaggio nel casolare accanto alle macchine, seduti sul fieno vecchio, in mezzo ai cani. Leo aveva portato il bottiglione.”; “Faceva strada Ostica, era lui all’alba che se l’era fallito.”; “Ostrica fece ridere gli occhi e la sciarpa attorno alla faccia si mosse entrandogli in bocca.”.

È un romanzo che ha la sua forza nella scrittura. Certi dialoghi sono saporosi e il lettore ne gusterà il dialetto (piacevole il “Licche lacche” al posto di Così così). Ho letto altri libri di Magliani, ma credo che questo sia di un livello superiore, ed elevato. Non è tanto la storia che attrae ma il modo di narrarla. Si avverte che l’autore è giunto al traguardo della sua accanita ricerca di una voce propria, del tutto singolare. Il lettore è partecipe, e percorre l’acciottolato della sua scrittura, attento a non mettere i piedi in fallo, poiché l’autore lo sfida a non distrarsi; lo tiene accalappiato.

Gli anni 1974 e 2024 diventano due modelli di società messi a confronto. Così come sono messi a confronto il Leo bambino e il Leo adulto. Il filo che unisce i due spezzoni (ciascuno con un tempo narrativo diverso) è un cavo su cui corre una corrente alternata; essa emette un fruscio che altro non è che il passaggio della nostra esistenza fatta di illusioni, di speranze, di fallimenti, di inutili attese.

Nel 2024, quando ha deciso di vendere la Crosa per acquistare villa Porti, trascorre del tempo in compagnia di Christel, una rappresentante della multinazionale olandese che intende acquistare la Crosa ed altri terreni confinanti per farci una speculazione edilizia. La ragazza è un personaggio dalla delicatezza sottile, trasparente. Accanto a Leo pare un’ombra chiara, un soffio d’aria. Un vecchio del paese, Anselmo di Giò, le svelerà un segreto sulla paternità di Leo: “Oh, la mania dell’Argentina l’ha sempre avuta e mi ci giocherei la pensione che prima o poi laggiù ci va…”. In Argentina è andato a vivere Raoul Porti. Il proprietario della villa che Leo vuole acquistare all’asta è infatti suo padre.

L’acquista: “Quando si alzò fu per sedersi sull’ardesia della finestra. L’esercizio delle cose guardate dal padre, attraverso lo scheletro dei limoni di Edoardo, il confinante, in un buio dove sfilava qualche luce di macchina.”. Padre e figlio, con l’acquisto della villa, stanno per ritrovarsi.

Nella scrittura asciutta e dura di Magliani è impastata una sensibilità leggera, appena percepibile, tutta modesta e umile, ma dolcemente pervasiva; emerge come un vapore d’acqua nella sera: “Dalle parti del pozzo raccolse una scaglia e la lasciò cadere nel buio per ascoltare il tonfo sordo delle voci.”.

Anche quando annota i mutamenti, la malinconia è leggera e soffusa: “Se in vallata, e nella sua vita, non era cambiato nulla, la riviera, al contrario, era irriconoscibile. Leo passava davanti a vetrate mobili, piene di moto gigantesche e jeep che sembravano camion, e a ristoranti galleggianti dalle parti del porto, osservava le ronde in divisa, la baraccopoli lungo la vecchia ferrovia.”.

Anche Leo è un personaggio duro: “Non sapeva pregare, non l’aveva mai fatto, la vita non gli aveva mai chiesto d’essere ringraziata. Si pregava per paura e lui non aveva mai avuto neanche quella.”. Comprata la villa, si mette a ripulirla dalle rovine e dalle erbacce; per lui essa rappresenta la sua giovinezza, quando trascorreva delle ore con Raul. Ma ora è vinto da un altro desiderio: andare in Argentina per sapere della sua vita, se è ancora vivo o è morto. Un pensiero che lo assilla sempre di più: “andare laggiù sì, di trovarsi di fronte al destino di suo padre, che era il suo di figlio.”.

Le descrizioni della natura hanno anch’esse un’asciuttezza tutta ligure, che ricorda Francesco Biamonti: “In fondo alla terrazza, un vitigno di americana dalle radici dure a morire, radici adatte agli abbandoni. Non l’aveva piantato suo padre, doveva essere lì da molto prima ancora. Lo liberò da sterpaglie in cancrena.”; “Le giornate s’erano fatte più corte, il sole s’inchiodava tra il Passo dell’Arietta e Pistuna. A breve, consumata l’erosione delle sporgenze, scogliere e vigne esposte, seguiva la sera. E a quell’ora, mentre provvedeva alla provvista di legna in campagna o innaffiava i cuori di bue dietro la casa, lo prendeva alla gola qualcosa, la voglia di andare via. La nostalgia di un altro futuro.”.

Dunque, non è soltanto la ricerca del padre il tema di questo romanzo, ma il sentimento che anima ogni crescita per giungere alla finitudine di sé. L’aspirazione al proprio destino e alla conquista di ciò che saremo. Il padre diventa così il tronco per l’innesto di una volontà e di un traguardo nuovi.

Eccoci in aereo verso l’Argentina, sorvolando “la pozzanghera”, come il padre chiamava l’oceano. Si apre, così, la seconda parte del romanzo. Ci viene in mente che nella prima, con l’acquisto della villa Porti, Leo ha posto solide basi alla sua ricerca e al suo viaggio.

Da chi ha saputo che Raul Porti era suo padre? (lui crede che sia ancora vivo, nonostante si mormori che sia stato torturato e ucciso negli anni ’70 quando in Argentina c’era la dittatura). Dalla madre (che le volte che appare è definita con un semplice “lei”). Perché glielo aveva detto? “Prima che te lo dicano gli altri”, gli aveva risposto. Di questa madre sappiamo quasi niente. Solo poche righe ci fanno intuire la vicenda amorosa: Raul “quanti anni aveva quando lui era nato? Diciotto, diciannove… E lei ventiquattro.”. È un romanzo tutto al maschile: Leo e il padre; un lungo filo che si tende per unire l’uno all’altro.

Capisce che è dall’Argentina che viene la sua malinconia. Da questo Paese sconosciuto dove è nato suo padre, una malinconia “che durava da quasi cinquant’anni, ma di cui solo ora riusciva a conoscere la geografia.”.

La ricerca del padre si annuncia subito difficile e complessa. Al tempo della dittatura di Jorge Rafael Videla molte persone erano scomparse (i desaparecidos) e Raul non aveva lasciato traccia di sé. Leo si muove tra persone ambigue avide di denaro, faccendieri, in una Buenos Aires affollata e disordinata. È una ricerca che riesce ad appassionare il lettore, come fosse il percorso conoscitivo di un giallo. Raul Porti sarà ancora vivo?

Un certo Hugo Puig, che era stato il suo autista, gli dice che non crede che Raul sia morto. Nessuno ne aveva parlato in questo senso. Ma un altro, Guzmán Florentino, gli dirà il contrario: “Se Raul Porti fosse sopravvissuto, lui l’avrebbe saputo.”.

La scrittura ha cambiato verso e ritmo. Ora ha quello del giallo, ed è veloce, essenziale. La prima e la seconda parte hanno partiture differenti, godibili entrambi. La prima parte eccelle per la qualità letteraria di alto livello, difficilmente imitabile. La seconda si arricchisce di un intercalare spagnolo che dà colore al racconto. Quando, attraverso il cameriere di un bar, Gustavo, che conosce l’italiano, fa alcune telefonate, quasi tutti si rifiutano di proseguire la conversazione non appena viene fatto il nome di Raul o pronunciata la parola desaparecido. Si respira in questa seconda parte il clima di paura che aveva dominato la dittatura di Videla: “Anche i diplomatici italiani – e certi preti – avevano protetto i torturatori e impedito ai cittadini italiani di chiedere rifugio in ambasciata.”. Sono trascorsi tanti anni (siamo ora alla fine del 2024) e le cicatrici non sono state ancora rimarginate. L’autore ci fa capire quanto le violenze di una dittatura riescano a scendere  e permanere nelle profondità di un’anima.

Non è facile arrivare a definire la propria personalità. Cercare il padre è cercare se stessi per continuare un cammino, ma “gli capitava di chiedersi: lo riconosceresti se ti passasse davanti?”. Sono gli smarrimenti, le confusioni di cui è piena l’esistenza.

Leo è deciso a percorrere la sua strada. Un certo Lubinsky, un torturatore al tempo della dittatura, lo pesta a morte. Lui prepara la sua vendetta e la manda ad esecuzione in modo crudele, e l’uomo muore.

Quando finalmente trova il padre (“aveva avuto bisogno di un padre”), sarà in un modo imprevedibile, una sorpresa, e guardandolo: “Pensò che solo in quel momento poteva vedere per la prima volta cosa aveva preso da suo padre. Forse la malinconia.”.

Nella parte finale, nei colloqui che i due avranno, l’autore approfitta per denunciare le mutazioni e gli abusi avvenuti nel suo paese, Dolcedo, non solo, ma anche nella sua provincia di Imperia e in tutta la Liguria. Poi alterna la dura realtà che sta attraversando, coi dolci ricordi del suo paese, che condivide con il padre. È da questo momento che i due personaggi del romanzo si congiungono tra loro, ma anche con l’autore, e diventano una sola persona.

Quasi al termine, incontriamo questa incantevole descrizione: “Il sole, enorme e rosso, si abbassò fin quasi sull’orizzonte. A quel punto la luce vibrava, tesa da elastici che la spostavano, indecisi su chi doveva vincere e da che punto farla tremare ancora un po’. Non era come certe sere a Rocca dell’Altare o alle Schiarite, ma in qualcosa che forse dipendeva solo dagli occhi di Leo si assomigliava tutto. Poi quel residuo di silenzio finale si preparava una buca e si sotterrava, il peso del cielo schiacciava il tempo dietro il mondo e restava la mano di quel padre sul collo.”. È una trasfigurazione, una congiunzione con il ciclo universale.

Tornerà a Dolcedo, ma Raul gli ha fatto promettere che non si scriveranno più. Dovranno solo “Indovinarci e inventarci.”.

 


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