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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Martino De Vita: “L’uomo del congresso”, Edizioni ETS, 2003

25 gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Nato a Lucca nel 1949. È scrittore e pubblicista. Iscritto all’Associazione culturale “Cesare Viviani” nel 2003, dal 2015 ne è diventato presidente.
Nel 1985 ha pubblicato il suo primo romanzo: Metasia (per una casa editrice on line)
Poi nel 1989 esce il romanzo “Il Bimbo Nero” (ETS, Pisa), che fu presentato a Firenze da Daniela Marcheschi, docente universitaria e critico letterario di fama non solo nazionale, accolto dalla critica italiana con notevole interesse.

Seguono: “L’Uomo del Congresso” (ETS –Pisa 2003; “Una Coscienza Inesistenze” (Kimerik (Patti, Me – 2012), Premio speciale della giuria al Contro premio “Carver” 2014; “Andrea De Vita: Un liberale –l’impegno civile” nel ventennale della morte di suo padre (Tra le righe libri 2016); “Giulia La Rossa” (Tra Le Righe Libri 2017).

Molti sono i suoi inediti (diari, pièce teatrali, scritti giovanili, racconti e poesie.).

Ha in mente di pubblicare: “Il Machete dei Mai-Mai” (romanzo sulla guerra dimenticata in Congo), e “Lettera da Racalmuto”, romanzo sull’attuale realtà siciliana.

Prima di addentrarci nel romanzo di cui ci occuperemo, vorrei spendere qualche parola sull’ultimo libro del 2017, “Giulia la Rossa”.

È un titolo che farebbe pensare ad una donna fatale, invece si tratta di una “Giulia Alfa Romeo 1300 degli anni 70”, posseduta da uno zingaro, un rom di nome Zàdr, acrobata in un circo: “Era un animo focoso, ma in fondo generoso con tutti quelli che dimostravano minimo di sensibilità verso il popolo nomade”.

Il libro ha un suo preciso centro, ed è la vita di una comunità zingaresca in cui sembrano quietarsi i mali e le cattiverie di una società confusa e disordinata quale la nostra. Fuori ci sono le contraddizioni, le debolezze, le violenze, le guerre; all’interno solidarietà, comprensione e calda ospitalità.

L’amore che nascerà tra personaggi appartenenti ai due mondi farà da cerniera per preparare l’avvento di una società migliore. Dirà lo zingaro Zàdr ai suoi presentando Marietto, uno dei protagonisti “bianchi” del romanzo: “lo conosco buon cagge, si chiama Marietto… lui non essere come tutti gli altri, lui essere zingaro come noi…”.

Una storia insolita, che però ha un precedente autorevole in Carlo Sgorlon che nel suo bellissimo “Il Caldèras” (1988) rende tutta la suggestione e la magia di quel mondo.

E per il circo, che in “Giulia la rossa” ha gran parte e l’autore vi riflette passione e competenza, il riferimento obbligato è a Federico Fellini (per tutti: “I clovns” 1971): “La ballerina sul cavallo eccitava la platea. Era facile immaginare quanto una bella ragazza in tutù su un cavallo bianco potesse essere desiderabile. (…) Il cavallo entrava in scena, e generalmente, privo di sella, eseguiva da solo giri velocissimi. La ragazza appariva subito dopo, saltava sul destriero ed iniziava ad eseguire danze, a galoppare a testa in giù, a nascondersi sotto la pancia del quadrupede e a riapparire poi per saltare in mezzo a cerchi di fuoco.”.

Questo romanzo meritava la citazione.

Ma ora veniamo al libro oggetto della nostra lettura: “L’uomo del congresso”.

Un tenda tirata, dietro la quale c’è il tutto sognato, da centellinare e scoprire a poco a poco, rappresentato da una ragazza nuda che poi si sdoppia in una gemella, è un po’ la sintesi di un’ispirazione a più facce, da cui sprigiona una molteplicità di visioni.

L’uomo, un professore di Estetica (l’uomo del congresso del titolo), ne è il motore, tutto agisce tramite il voltaggio della sua molteplicità.

La sua solitudine nasce da questa specie di onnipotenza tuttavia vulnerabile: “Il professore invoca la noia che viene a svegliarlo ogni mattina. Non parla d’amore, non suppone ancora che, dalla finestra di fronte, la ragazza nuda sia nuda.”.

Il tema si sviluppa organicamente attraverso piccoli quadri di vita che, apparentemente reali, si immergono nell’anima e si rarefanno. Nell’operazione si denudano di una corporeità estranea ed escono fuori dallo spazio e dal tempo.

Solitudine e nudità diventano, così, i transfert per una ricerca che va oltre lo stesso uomo per immergersi nell’universale.

De Vita (che fuma il sigaro come il suo protagonista senza nome) attinge alla visionarietà per interpretare l’esistenza: “Le forme bizzarre intorno a lui lo proiettavano nel mondo di oggetti inanimati, di altre forme astratte, di sensazioni forti, di luci d’insegna intermittenti.”; “Il Professore fa ancora tanti sogni. I punti che fissa si perdono in altri sogni, la sovrapposizione è come frantumata”.

Le mamme, i bambini che giocano, i pesci rossi, le panchine, il parco, la stessa ragazza e la sua gemella sono particelle, atomi che ancora non riescono ad aggregarsi: “Le sinuose gambe di quella donna sono distese ma non appartengono a nessuno. Le mamme, nel frattempo, lo invitano fra loro affinché possa togliere il dito di bocca a quel bambino.

Il professore non riesce ad addormentarsi. Si alza dal letto e legge la relazione e pensa che l’Estetica si sarebbe potuta rivolgere, volendo, alla Metafisica.”.

Sono presenti suggestioni tratte da opere come “Professor Unrat” di Heinrich Mann e “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock, ma De Vita le bypassa con l’ampio spettro di una decodificazione tutta psicologica, nella quale eros e trauma esistenziale si amalgamo in una specie di forza dissacratoria, dell’impossibile come dell’irraggiungibile: “Le baby-sitter non mettevano più calze ma certe gambe erano pur sempre da ammirare. Esistevano anche gambe tozze, lunghe e troppo magre.

Poi c’era da osservare il corpo, i fianchi, il seno, l’andatura, il volo dei passerotti e delle passerotte, le nonne che sferruzzavano, i bambini che giocavano a palla, i cani che le inseguivano…”

L’uomo, che riesce a concludere la relazione per il prossimo Congresso, sa che è della sola forma che ha potuto raggiungere la conoscenza; il contenuto, la sostanza dell’esistenza, sono ben lontani, invece, dall’essere acquisiti. Anzi, la insicurezza dell’uomo è estrema: “Il Professore è in preda a uno dei suoi viaggi, le mamme spalancano le gambe, la ragazza fa vedere i seni, le immagini si sdoppiano, alcune sono oscene, esce dal torpore, le ultime mamme, bambinaie, minigonne di ogni età si allontanano, comincia a crearsi un’atmosfera da giardino pubblico di sera, rimane lì ancora un po’, non si ricorda, non si rende conto.”.

Ma è proprio questa insicurezza a dargli l’eccitante e misterioso gusto per la vita.

Una storia ben costruita, originale nella sua struttura affidata ad una cronologia che ci guida per poco più di un anno e mezzo lungo un paesaggio che, ristretto a poche scene, appare come il corridoio segreto attraverso il quale si discendono nell’oscurità i gradini dell’anima.

 


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  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Martino De Vita: “L'uomo del … — 25 aprile 2010 @ 10:14

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
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