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LETTERATURA: “Occhio folle Occhio lucido” di Guido Seborga – Editrice Spoon River

22 dicembre 2012

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

Dopo quarantaquattro anni dalla prima ed unica edizione giunge in libreria, per i tipi dello Spoon River, il diario di Guido Seborga, a com­pletamento di quell’opera di riscoperta e di rivalutazione voluta ferma­mente dalla figlia Laura e da Massimo Novelli, autore della prefazione e, qualche anno fa, di una bella e convincente biografia di Guido Seborga.

Il titolo Occhio folle Occhio lucido, apparentemente ossimorico, allude in realtà a quella lucida sregolatezza, intellettuale e comportamentale, a quel­la volontà di essere fuori degli schemi e di rivendicare un’insopprimibile esigenza di libertà, che fu una costante della sua vita e del suo pensiero.

È un diario in fieri che raccoglie riflessioni ed emozioni di un quinquennio (1964-68) denso di fatti e di fermenti e a livello pubblico e a livello pri­vato. Sono gli anni della guerra nel Vietnam, del risveglio della classe ope­raia da un lungo letargo, del Maggio Francese e della Primavera di Praga. Ma sono anche gli anni in cui Seborga assiste per mesi e mesi alla putre­fazione del volto e all’intossicazione del sangue dell’adorata madre, malata di cancro, e a Parigi, poco dopo, chiude gli occhi del padre anch’egli morto. Ed è allora – siamo nel 1965 – che Guido avverte dentro di sé l’idea della morte, che a poco a poco diventa una presenza continua ed inquie­tante, un’ossessione così angosciante, da fargli desiderare, in un primo tempo, alla maniera del Pascoli, di non essere mai nato (Non esser mai, non essere mai, più nulla ma meno morte che non esser più) o di poter scegliere la sua morte come gesto di suprema libertà. Successivamente si radicalizza in lui l’idea della rivolta che è la spia della forza dell’uomo, un uomo che non serve nessuno e che rifiuta persino d’integrarsi con se stesso. Quella rivolta che sola può distruggere la bestia che è in noi e che ci affligge.

Sempre in questo periodo matura la sua rivoluzione linguistica, l’uso, cioè, di un linguaggio diverso, non più verbale ma visivo. La visita alla Valle delle Meraviglie e la riscoperta delle incisioni rupestri, che già lo avevano lasciato stupefatto da ragazzo, lo riportano al mondo africano-mediterra­neo dei suoi nonni e lo inducono ad abbandonare la parola, in cui aveva fermamente creduto chi come lui aveva conosciuto la disperazione del silenzio al tempo della dittatura fascista e della guerra, e a sostituirla con i segni ideografici a cui si dedicherà fino al termine della sua vita.

Non mancano in questo diario, disordinato e frammentario, come sono del resto tutti i diari, riferimenti al mondo artistico e letterario del suo tempo e se i giudizi sui pittori che aveva conosciuto o frequentato sono sempre puntuali ed acuti meno calibrati e talvolta opinabili risultano quelli sugli scrittori come Pavese, Calvino e Camus. Più che i singoli artisti a Seborga, però, interessa l’atmosfera culturale che si respira in quegli anni: le ten­denze, le scuole, i movimenti, le mostre, i dibattiti. Tutto viene descritto da lui con pochi tratti e spesso con una rabbiosa insofferenza nei confronti dei letterati di mestiere o dei rivoluzionari del sabato sera. Rimangono, co­munque, indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore gli odori e i colori delle Halles di Parigi, le ampie arcate dei ponti sulla Senna e i clochard che vivono lungo il fiume difendendo una libertà troppo romantica e mol­to triste; oppure il barocco romano acceso da una luce dorata e spazzolato, sul far della sera, dal ponentino, in una città in cui le piazze e le strade sono luoghi d’incontro e di dibattito. Il richiamo del mare per Guido, però, è troppo forte ed egli sente sempre il bisogno di tornare in Riviera, alla sua amata Bordighera, dove un codazzo di giovani studenti pende dalle sue labbra e lo segue affascinato dal suo carisma e dalla sua facondia, e dove ha la possibilità di ritrovare l’armonia con la natura o sdraiato al sole o attraverso lunghe estenuanti nuotate. Brevi soggiorni prima di dare sfogo di nuovo al suo indomabile nomadismo.

Del resto Guido è lacerato da conflitti angoscianti e da forti e insanabili contraddizioni: antico e moderno; passione e ideologia; isolamento e so­cialità; natura e cultura. Rimangono fermi e incrollabili, tuttavia, l’amore per l’utopia che, in una società imperfetta come la nostra, crea pur sempre una tensione di qualità e una concezione dinamica della realtà che si crea e si rinnova continuamente nell’esercizio della libertà.

Molte delle sue opinioni sono oggi superate e non potrebbe essere diversa­mente essendo maturate cinquant’anni fa, ma rimane intatto il sapore dell’anarchia che si respira nelle sue pagine e la voglia di indignarsi, tanto più necessaria oggi che la nostra indifferenza e la nostra prona sottomis­sione rendono possibile e legittimano addirittura ogni arbitrio e prepotenza da parte di chi gestisce il potere o meglio dei poteri occulti che vi sono dietro.

Prima di concludere mi sembra doveroso menzionare la postfazione di Claudio Panella, nipote di Guido Seborga, che ripercorre con affetto e devozione i passi più significativi del diario e che ha avuto il merito non indifferente di rendere pubblici i versi scritti per lui come un viatico indi­spensabile e che suonano come una sorta di testamento spirituale.


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1 commento

  1. Comment by nemo — 27 dicembre 2012 @ 19:45

    Lettura attenta, approfondita del libro ‘più personale’ di Guido Seborga. Un ‘diario’ che ‘restituisce’ con ‘freschezza’  ( e non senza ‘rimpianto’ ) lo scrittore di quella ‘stagione’ politica e culturale, così formativa per gli (allora giovani) impegnati amici di Seborga. 

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart