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LETTERATURA: Paura

11 gennaio 2008

di Gian Gabriele Benedetti
[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Debbo dire che non sono di norma pauroso. Il buio e la solitudine mi possono dare un senso di ansia, di apprensione, di incertezza, ma non far paura; la forza della natura scatenata mi può sconvolgere, impressionare, agitare, ma non far paura; la morte stessa non mi spaventa più di tanto.

Ritengo che la paura sia ben altro. È sicuramente qualcosa di terribile e di atroce ad un tempo, è una totale distruzione dell’anima ed una completa obnubilazione della mente. Il coraggioso non ha paura di fronte ad un pericolo certo, ma, se in talune circostanze si trova faccia a faccia con l’imprevedibile, col misterioso, con l’inspiegabile, con l’oscuro, con l’ignoto, allora può essere vinto dallo spaventevole orrore.
È quanto ho vissuto io alcuni anni fa e posso sinceramente affermare che in tale occasione ho provato la vera e propria paura. Ed il ricordo vive tuttora in me, provocandomi brividi di raccapriccio.
Quel giorno mi ero recato in cerca di funghi e mi ero inoltrato in un bosco che si elevava lungo un colle assai distante dal paese.
L’autunno sciorinava le sue vesti sfarzose ed un profumo possente di musco umido esalava piacevole ad inebriare il respiro. Un venticello quasi impercettibile faceva avvertire un ticchettio di foglie che si staccavano solerti dai rami. Non si percepiva altro rumore intorno: gli uccelli erano fuggiti o si erano nascosti ai primi colpi di fucile dei cacciatori. Il cielo, che mi appariva ad intarsi tra le grosse chiome dei castagni, era ricoperto di nuvoloni grigi che si muovevano lentamente, lasciando filtrare, di tanto in tanto, solo per poco, un sole stupito, teso a bagnare, con un soffio di luce d’avorio, la natura ormai stanca.
Per ore mi avventurai nel bosco, bevendone a piene sorsate l’aria pura e odorosa. Inghiottivo il benessere che trasmetteva quella terra alle soglie del sonno ed assaporavo la benefica sensazione della quiete e della pace che tingono l’animo di felicità.
Il tempo se ne andava rapidamente ed il sole non prese più a far capolino fra la nuvolaglia scomposta. Soltanto ad occidente, alla sommità dei monti, una striscia di cielo fiammeggiava simile ad un braciere acceso e dava un colore quasi indefinibile all’aria, tanto che pareva di vivere in un mondo di sogno.
Bisognava muovere i passi verso casa, per non essere sorpresi dal buio. Così mi misi a camminare più in fretta possibile. Il calpestio veloce sulla sterpaglia e sulle prime foglie secche cadute rimbalzava all’intorno, risultando ora l’unico rumore avvertibile.
Impiegai più tempo del previsto a venir fuori dal bosco: forse gli anni cominciavano a pesare anche sulle mie gambe. Giunsi ad intendere il brontolare monotono del torrente, che segnava la fine della boscaglia e l’inizio della campagna aperta, quando la notte pigramente stendeva le sue giovani ombre sulla terra. Sapevo che in breve l’oscurità sarebbe divenuta fitta, impenetrabile, senza speranza che qualche lume avrebbe violato la coltre spessa delle nubi. Era, pertanto, urgente raggiungere il corso d’acqua, già grosso per le piogge insistenti di stagione, prima che le tenebre impedissero di rinvenire un punto dove poter attraversare, evitando dei rischi.
Affrettai ancor di più il passo. Con lo sguardo puntato in avanti, pur nell’imbrunire dell’aria, scorgevo la fitta vegetazione che seguiva, pressoché compatta, il cammino tribolato della corrente. Le strette anse, intanto, andavano man mano rivestendosi di una nebbiolina che fluttuava bassa, insinuandosi fra le piante ed i cespugli.
Fu quando giunsi in prossimità del torrente che mi trovai quasi all’improvviso sommerso come in un drappo di cotone, che, all’ultimo tenue palpito del giorno, risultava bianchissimo, ma impenetrabile all’occhio. Mi fermai per orientarmi, avvertendo ancor più la necessità di sbrigarmi ad oltrepassare l’ostacolo che mi stava dinanzi. L’acqua scorreva chiassosa fra i sassi e quel sordo borbogliamento e la bruma nella quale mi trovavo sepolto mi davano una strana inquietudine, un’agitazione nervosa raramente esperite fino allora. Avvertivo per la prima volta sensibilmente la solitudine, perduto in un mondo irreale, vano.

Mi sorpresi alquanto nel trovarmi a vivere ed a soffrire un momento di indecisione e di incertezza ed a provare certe sensazioni, tuttavia capivo di non sentirmi per davvero sufficientemente tranquillo, quasi come se una parte di me, una parte sconosciuta e turbata, si fosse separata e stesse pian piano, inesorabilmente prevalendo sull’altra che cercava di resistere.
Mentre ero dibattuto in questa specie di sdoppiamento del mio “io” (quello coraggioso, ben noto, e quello timoroso, per me piuttosto nuovo), un colpo secco risuonò tra i cespugli, allo stesso modo di due grossi sassi che si urtano violentemente. Sobbalzai e mi voltai allarmato in quella direzione. Ma niente apparve allo sguardo preoccupato. Tesi vieppiù l’orecchio: solo l’acqua faceva sentire il suo solito brontolio. Decisi allora di allontanarmi immediatamente da quella imbarazzante situazione.
E qui avvenne l’insolito, il non previsto, l’occulto: sebbene raccogliessi tutta la mia volontà, tutte le mie forze, le gambe erano molli ed inerti e non volevano sapere di muoversi. A quel punto ebbi netta l’impressione che qualcosa di malefico e di spaventoso incombesse su di me, soggiogandomi. Sentendomi impotente, presi a gridare, quasi per riacquistare una certa consapevolezza: “Chi è là! Chi è là!”. Il suono della mia voce si perse nell’ovatta e subito si spense, e mi parve ridicolo, penoso. Non udii nulla in risposta, fuorché il rotolare dell’onda rapida.
Un orribile malessere prese gradualmente ad invadere tutto il mio corpo: ero stranamente in attesa di qualcosa di terrificante, di inafferrabile. Volevo fuggire e non potevo: ero pressoché annientato nel fisico e nello spirito, ero vinto da un influsso oscuro ed inarrestabile.
La notte, ora calata profonda, offuscava sempre più la mente. Nella testa frullavano vorticose e si accavallavano le fantasticherie più insolite, mai conosciute.
Nel tempo che vivevo questo assillante e torturante smarrimento, senza trovar la via di raccapezzarmi, prese a propagarsi, al di sopra del rumore dell’acqua, uno scricchiolio violento e sinistro, simile a bossolo che brucia rapidamente. Trasalii in attesa dell’imponderabile, reso più insensato dalla paura che si ingigantiva. L’occhio, smarrito ed ansioso, non scorgeva più in là di un palmo dal naso.
D’improvviso, così come era iniziato, lo scricchiolio cessò ed al suo posto si diffuse, lugubre, penetrante, sconvolgente, un respirare affannoso e lamentoso, come di persona in grave patimento. Quel respiro aveva qualcosa di non umano e di terrifico, e si avvicinava maledettamente, senza peraltro materializzarsi. E quando io, oppresso, bloccato, impotente, lo percepii su di me, sentii attraversare tutto il mio corpo, irrigidito, da un flusso di aria gelidissima, che mi agghiacciò dalla testa ai piedi. Fui dominato e schiacciato da un senso di distruzione completa. Le tempie erano serrate come in una morsa ed il cuore batteva così forte che si sentiva in gola e mi soffocava. Mi vidi perduto e stavo per venir meno.
Con uno sforzo immane cercai di mantenere un briciolo di coscienza e presi a dibattermi disperatamente per sfuggire a quell’incubo ossessivo. Tentavo di gridare, ma dalla mia bocca non usciva che un rantolare indistinto di terrore.
Non so quanto rimasi in quello stato di tremendo annullamento, ma non appena fui in grado di riacquistare una parvenza di controllo, mi precipitai verso il torrente, con le gambe pur tremanti, senza pensarci due volte. E quantunque non distinguessi dove posavo i miei passi in fuga precipitosa, lo attraversai, cadendo malamente più volte ed uscendone completamente intorsato.
Continuai a correre per la campagna, con la sensazione viva di essere inseguito da quella “cosa” arcana ed invisibile, fattasi solo respiro angosciante. Non mi fermai finché non giunsi stremato nei pressi di una casa colonica, da una finestra della quale filtrava la luce rassicurante di una tranquilla vita familiare.
Mi sedetti per terra, con le tempie avvampate che pulsavano violentemente, quasi a scoppiarmi, e le gambe che non mi reggevano più. Ci volle un bel po’ per riprendere minimamente le forze e soprattutto per mettere un pizzico di ordine fra le idee aggrovigliate.
Lontano lontano ululava un cane. Guardai in alto: tra due nuvoloni separatisi leggermente era apparsa una fetta di luna che col suo lume pallido e bianco man mano contribuì a riportarmi la ragione che era stata per sfuggirmi.
Quel giorno compresi cosa significasse veramente la paura.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart