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LETTERATURA: Pina Ballario: “Le case del diavolo”, 1938

6 Giugno 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo, scritto a Gerusalemme tra il 1936 e il 1938, ha un bell’incipit: “In Palestina le notti sono calde e brevi. Dopo l’indugio del crepuscolo, il cielo abbassa il suo coperchio sulla terra e la inchioda nella paralisi del sonno.”.

“Case del diavolo” è un miserabile villaggio-cantiere a Giaffa, in Palestina, dove i lavoratori sono sfruttati da gente cinica, interessata solo al guadagno. Tra gli operai c’è Paolo Miccolis, alto, un bel giovane (“Bello di corpo per la sua forza e bello di viso per i suoi lineamenti, e i suoi grandi occhi temerari”), che vorrebbe ribellarsi, ma ha paura di perdere il posto; tuttavia, poiché “non aveva sangue di pollo nelle vene”, un giorno non seppe trattenersi e denunciò al suo superiore, Gianni Quindici – un imbroglione – che non gli era stata consegnata la paga giusta. Gli amici riusciranno a farlo desistere dalla protesta. Con Quindici verrà alle mani più tardi, a causa di una donna, una prostituta, Anna, “povera venditrice d’amore per i poveri”. Dopo quella lite con Quindici, Paolo (chiamato anche Pal) sarà licenziato. Il paesaggio è spiccatamente contraddistinto dalla promiscuità della popolazione (ebrei ed arabi) e dalle rispettive usanze: “Arabi ed ebrei nell’abbraccio del mare mescolavano le razze.”; “L’autocorriera passò scampanellando e scomparve dentro le prime case di Tel Aviv. Paolo scantonò verso la spiaggia per un vicolo tra gli orti e fu raggiunto da un tale cavalcioni su di un asino, con i piedi striscianti nella polvere.”. Viene in mente Enrico Pea. E anche Fausta Cialente, di un anno più grande della Ballario, che ambientò, come lo scrittore lucchese, alcuni suoi romanzi in Egitto.

Rimasto senza lavoro, Paolo si reca a Tel Aviv per trovarne. I quartieri per i quali gira sono squallidi, abitati da gente povera: “Miseria di umanità sudicia e in cenci sui ballatoi e sui pianerottoli, donne scarmigliate alle pompe ad attingere acqua, a lavare i paioli e le pentole, bimbi guazzanti nella risciacquatura cercando il mangiabile ancora tra i rifiuti, vecchi al sole come cose abbandonate lì dalla corrente.”. Come già si nota da queste prime citazioni, la Ballario è una ottima descrittrice di paesaggi e di situazioni. Lo fa con uno stile asciutto, ma colmo di colore. Poco dopo troviamo la descrizione del sabato ebraico: “Dalle porte spalancate delle sinagoghe uscivano torrenti di luce: fiaccole e candelabri alle finestre e sui tetti dei luoghi sacri. Vecchi in caffettano di seta con gli scialli sulle braccia e i libri di preghiera, si avviavano alle funzioni religiose seguiti dalle loro donne obese, le caviglie gonfie di nefrite.”. Da ammirare quest’altra descrizione, efficace e di poche parole: “L’accusato, un essere squallido, affogato in una giacca che gli scivolava dalle spalle e gli si ammucchiava sui polsi, si difendeva lacrimando, un tremito nervoso nei muscoli del volto.”.

Difficile a Paolo trovare lavoro in quella palude di miseria. E poi non è ebreo (né arabo, dirà) e gli ebrei hanno la precedenza.

Nella sua vita s’intrufola una giovane sbarazzina, Lil; Paolo se ne innamora, ma povero com’è non se la sente di dichiararle il suo amore. In sovrappiù è una benestante e a Giaffa tutti la conoscono. Lo invita ad andare a trovarla, ma Paolo è intimorito dalle differenze sociali che corrono tra i due. La trama si amplia. Scoppia una rissa nella capanna dove si divertono i lavoratori, Paolo scappa e si allontana da casa per sfuggire alla polizia. Ci saranno altre disavventure, tutte avvolte da un ambiente di miseria e di depravazione: “Entrò a caso in una bettolaccia dell’avamporto, piena di puzzo d’unto e di gente sudicia. Tavole senza tovaglie e clientela che grattava nei piatti con i cucchiai di stagno, raccogliendo fin l’ultima briciola di cibo e ruttava tra una cucchiaiata e l’altra.”. Un romanzo che ricorda certi capitoli de “I miserabili” (1862) di Victor Hugo. Non vi è luce sui personaggi. Sul paesaggio, quando ci si volta verso le colline e il mare, sì (“La ricchezza della Palestina è la luce.”), ma per il resto vi è un’oscurità densa di colpe e di vizi provocati dalla povertà più nera: “La povertà ha colpa di molte cose; adulteri furti delitti. Almeno si amassero tra di loro i poveri, ma anche tra di loro si divorano.”.

Come Renzo ne “I promessi sposi” (1840 – 1842) di Alessandro Manzoni, anche Paolo viene accusato di una colpa non proprio sua (questa volta un delitto); così con l’aiuto di un amico, Spa, riesce ad imbarcarsi per sfuggire alle ricerche della polizia. La Ballario lascia, sparpagliati qua e là, i segmenti di molte letture, che riesce ad assorbire ed amalgamare in uno stile che resta impressionato da esse. Sono significative in questo romanzo le sottolineature riguardo alle rivolte della popolazione araba contro lo strapotere ebraico. In linea con i tempi. Un esponente del movimento filo arabo è un immigrato italiano, Ugo Vita, il quale “sovvenzionava e aiutava gli arabi per conto di un istituto americano, lo stesso che stendeva la sua protezione sulla Siria a danno della Francia. Nemico dunque dell’Inghilterra e degli ebrei, abbatteva le mene dell’alta finanza, mascherate dal gioco politico.”. Un altro, Genni, un vecchio, si adopera invece a favore degli ebrei, ma è subissato dalla personalità dell’italiano. Ci saranno altri momenti di uguale valenza, come nel capitolo XV: “Sudici ebrei piovevano giù dalle cimiciaie dei ghetti e baciavano la terra di Sion, come la terra promessa.”, “Più comunisti dei sionisti si muore!”.

L’autrice ha l’abilità di costruire frasi che si traducono in sapienza popolare. Qualche esempio: “Non è il marito che si prende la donna. È la moglie che si impadronisce dell’uomo.”, “Chi non conosce la terra, non può diventare contadino.”, “La famiglia, Pal, è la ricchezza dei poveri.”, “Chi ha denari li perde: chi non ne ha è come se li avesse perduti.”, “I rivoltosi sono sempre i poveri.”, “In ogni dramma il responsabile ci vuole ed è sempre un povero diavolo.”, “Quando i poveri si stringono in lega, i potenti tremano.”, “Le rivoluzioni nascono da niente.”, “Il dolore di una madre non è mai il suo dolore: soffre per tutti gli altri, la mamma.”, “Bisognava pur credere all’esistenza del paradiso, per sopportare senza bestemmie quello strazio.” (di fronte alle sofferenze di un amico di Paolo).

È un romanzo di miseria e di miserabili, dentro un’ambientazione che poco o nulla offre alla speranza. Ogni suo anelito è soffocato dalla spietatezza del vivere. Assalonne Asch, banchiere e impresario ebreo, è il padrone di tutto (“l’uomo più potente della Palestina.”); vita e morte di ciascuno sono nelle sue mani. Pensa solo al denaro e calpesta negli altri ogni segno di umanità. Paolo e i suoi amici non sanno come affrancarsi, come liberarsene, pieni di odio e ansiosi di rivolta. La figura di Asch comincia a crescere e ad imporsi, fronteggiata da quella di Paolo. Si comincia a prefigurare un duello tra i due protagonisti (“l’uno e l’altro capirono di avere di fronte un avversario formidabile.”). C’è un altro personaggio che sta crescendo e al momento non ha preso ancora il posto che gli spetta sulla scena. È Sergio Kaminski, “Un esponente del sionismo, un capo del partito del lavoro, una specie di eroe nazionale.”. Sarà soprattutto lui che ci consentirà di seguire le vicende politiche della Palestina e delle scaramucce tra arabi ed ebrei.

Quante suggestioni ci riportano, con le dovute differenze, a Cronin, Lawrence, Pasternak (anche se bisogna attendere il 1957 per il suo capolavoro, “Il dottor Zivago”)! Come nel personaggio un po’ sciocco della domestica negra, Baum, troviamo echi della letteratura americana. Si formano complicate angolazioni tra alcuni personaggi. Assalonne Asch desidera far sposare la figlia Joyce al ricco avvocato Haddad, Joyce ama invece Kaminski, il quale, pure lui, mira a sposarla. Paolo, impegnato con Elena da cui ha avuto un figlio, è attratto da Lil, per la quale “Paolo era il Dio”. Di Lil è innamorato anche il filo arabo Ugo Vita, e di Elena è invaghito il compassionevole Spa, proprietario di una imbarcazione scalcinata, il “Mathareth”. Su questi intrecci, il romanzo fa emergere alcune spuntature da feuilleton, mentre continuano ad essere di spessore e coinvolgenti le descrizioni di paesaggi ed ambienti, per le quali l’autrice si dimostra molto dotata (si pensi alla sommossa descritta nel capitolo XXII).

Nella seconda parte, la scrittura prende a correre, forse anche troppo, e la lettura si fa vertiginosa e le scene si riempiono di movimenti accelerati, come se l’autrice si lasciasse coinvolgere da frenesia e trepidazione. In tale intreccio di sentimenti entrano e vi si mescolano, onnipresenti, le diatribe politiche tra arabi e ebrei con pagine di vera storia a cui i protagonisti, volenti (come il sionista Kaminski o il filo arabo Vita) o nolenti (come l’affarista Asch), soggiacciono.

Infine, con la scomparsa di uno dei protagonisti, come in un gioco a scacchi, la storia verrà sciogliendosi e semplificandosi a poco a poco, scivolando anche verso una specie di notte dell’Innominato di manzoniana memoria, che colpirà il “povero uomo immensamente ricco” Assalonne: “Non bisogna uccidere, non bisogna offendere la vita. Egli l’aveva offesa anche nei suoi figli. Aveva profanato la casa, trascurato la famiglia, piegato il mondo ai suoi capricci, l’umanità ai suoi imbrogli e mai aveva indugiato a pensare, di fronte alla sofferenza degli altri, che, al di sopra di tutto, vigila e attende la giustizia di Dio.”.

 

 


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Bart