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LETTERATURA: Ricordo del poeta e commediografo lucchese Cesare Viviani

17 febbraio 2019

a cura di Bartolomeo Di Monaco

(Cesare Viviani nacque a Lucca, a Monte San Quirico, il 4 febbraio 1937 e morì all’Ospedale di Fucecchio il 2 febbraio 1993) 

1 – CESARE VIVIANI: UN GRANDE ARTISTA BUONO E GENEROSO

Conobbi Cesare Viviani qualche anno fa, allorché mio figlio Stefano recitava una piccola particina nella sua divertente commedia in vernacolo “Piassa pulita”. Dietro la chiesa di Monte San Quirico, in una grande stanza dove era stato allestito un palco rudimentale, si tenevano le prove. Cesare lasciava fare ai suoi attori de “La Vernacola” e soprattutto al regista; se ne restava quasi sempre in silenzio e pareva godere nel contemplare trasformati in carne ed ossa i suoi personaggi. Ma quando qualcuno sbagliava la pronuncia del suo vernacolo, non ci passava sopra, non perdonava, e coi suoi modi sempre garbati, misurati, usciva dall’ombra e suggeriva l’esatta dizione. Solo quando la scena veniva di nuovo eseguita correttamente, si vedeva che alla fine lui era contento. Il mio rapporto di affetto e di incondizionata stima nacque più tardi quando, pubblicato il mio primo libro “Mattia e Eleonora”, ricevetti una sua telefonata. Gli era piaciuto e desiderava farne una recensione. Me la lesse qualche giorno dopo, e avevo le lacrime agli occhi mentre lo ascoltavo. Il Viviani aveva incontrato la mia anima nel libro, non credevo fosse possibile una cosa simile, e nella sua recensione continuava a parlare con lei. Chiunque può leggerla su “La Nazione” del 9 aprile 1992, ed ammirarne l’eleganza, la fine penetrazione e il garbo lucchese, che non gli mancò mai. In tutto quello che scriveva, Viviani aveva il garbo, che gli era connaturale; anche quando toccava argomenti pesanti della quotidianità, egli sapeva farlo con grazia, e sapeva smuovere il sorriso. Quanti cosiddetti vernacolisti dovrebbero prendere lezione dai suoi scritti! Ma le qualità che in Cesare mi colpivano di più erano la bontà e la generosità. Era un uomo buono, e sapeva donarsi agli altri. Virtù rare nel mondo dell’arte. Di questo e di quell’altro artista lucchese si trova sempre qualcuno che ne dice male, ma provate a chiedere alla gente di Lucca di Cesare Viviani. Non ne troverete uno che non ne dica tutto il bene possibile. Insieme con le sue opere, lascia questa grande, preziosa, eredità spirituale.

Nell’agosto 1992 era stato malissimo. In villeggiatura a Benabbio, per la prima volta si sentiva soffocare. Quando andai a trovarlo a settembre, gli dispiacque di non aver visto pubblicata la sua recensione al mio secondo libro “Fantasie lucchesi”.  “Guarda – mi disse – Leggila. Ecco che cosa penso del tuo nuovo libro. Ti piace?” E aveva negli occhi la gioia pura di chi sa di poter rendere felice con un suo gesto una persona. Mi ha regalato quella sua recensione, me l’ha firmata sotto i miei sguardi pieni di ammirazione per quella generosità che non aveva confini. La conservo tra le mie carte gelosamente. Quando gli confidai che avevo in mente di fondare un periodico per aiutare tutti gli appassionati lucchesi di racconti e poesie, mi incoraggiò: “Se te la senti, io non ti farò mancare il mio sostegno, e avrai per ogni numero un mio racconto e una mia poesia”. Gli proposi che lui ed io dovevamo divertirci anche un po’ col giornale. Come? Inventando delle storie che avrebbero, in modo ovviamente giocoso, fatto un po’ di confusione nella storia di Lucca. “Cesare, dovremo scrivere delle storie fantastiche su Lucca, e la gente dovrà credere più a noi che agli storici!”. Ricordo la sua bella risata. Gli piaceva l’idea. E così, mentre io scrivevo “Le mura di Lucca” e “La coda di paglia”, lui compose quel divertente racconto dal titolo “La vera storia della seta a Lucca”, pubblicato sul numero di gennaio 1993 di “Racconti e Poesie”. Mi confidò sul letto d’ospedale che aveva già il soggetto per il numero di maggio. Vi posso assicurare che era un soggetto meraviglioso, brillavano i suoi occhi quando me lo sussurrò.

È stato sempre schivo, timoroso d’invadere la scena, silenzioso, questo gigante dell’anima. Lucca non è mai stata generosa con i suoi artisti. Renderà questa volta onore alla “lucchesità” di Cesare Viviani? Viviani resterà nel cuore di tutti. Ci sono già le sue opere a testimoniarne la grandezza e il suo sconfinato amore per la città: gli stornelli, le befanate, “Ir troppo stroppia”, l’esilarante commedia che resta forse il suo capolavoro, e le innumerevoli poesie, tra le quali mi piace ricordare “La buccina di limone ner ponce” e “La mi’ Freddana”. Arrivederci, Cesare.

Bartolomeo Di Monaco

Montuolo, 2 febbraio 1993

 

2 – PRESENTAZIONE del libro di Cesare Viviani: “Paesi della mi’ tera”

A noi de “La Vernacola” piace ricordare il nostro Cesare Viviani nel momento in cui, al termine della rappresentazione al teatro del Giglio di una sua commedia, saliva sul palco e si offriva, sorridente, agli applausi del pubblico. Se n’era stato per tutto il tempo nascosto da qualche parte a misurare gli umori dei suoi lucchesi, ed ogni fragorosa risata che sentiva levarsi l’aiutava a sciogliere la sua emozione. Allorché saliva sul palco, e scrosciavano gli applausi, tutti per lui, era felice come un bambino.

Cesare si era messo a scrivere commedie in vernacolo dopo aver pubblicato due libri di poesie: “Robba della mi’ tera” e “L’inferno – robba dell’artro mondo”. Il teatro l’aveva nel sangue sin da ragazzo, e fu naturale questo sbocco, che doveva dare sfogo a quella parte della sua natura incline ad indagare situazioni e caratteri della sua gente. Tutte le sue sei commedie hanno riportato un grande successo e sono state rappresentate nei più importanti paesi della lucchesia, ed alcune di esse anche in altre città della Toscana e persino fuori della nostra regione, a dimostrazione che ancora una volta la sua grande sensibilità di artista aveva fatto centro. Non c’è lucchese che non riconosca nelle commedie di Cesare Viviani i segni della propria razza.

Ma la sua prima e notissima commedia: “Ir troppo stroppia” ha anche una precisa ed importante valenza storica; essa, infatti, è la prima commedia scritta in vernacolo lucchese. Mai nessun altro lo aveva fatto. C’erano state, è vero, rappresentazioni di macchiette, sketch di varia natura, ma nessuno aveva ancora scritto una vera commedia. Si doveva attendere Cesare Viviani e quel 26 gennaio 1985 – data della prima al teatro del Giglio de “Ir troppo stroppia” – perché il panorama culturale lucchese si arricchisse di questa nuova conquista.

Cesare era persona schiva, piuttosto silenziosa, lontana dal clamore, mai parlava di sé e quando il discorso cadeva su di lui, cercava di sviarlo su altri, e spesso faceva il nome di Custer de’ Nobili, che lui ammirava, perché il suo interlocutore trasferisse le sue attenzioni su quest’altro nostro grande autore. Però non poteva non sapere che stava facendo cose che nessun altro lucchese prima di lui era riuscito a compiere. Anche nella poesia, come si dirà. La sua ricerca puntigliosa dei termini vernacolari e della loro esatta grafia – per cui oggi è da tutti i vernacolisti lucchesi considerato un maestro – fa dei suoi testi veri e propri manuali da consultare. Noi de La Vernacola lo sappiamo bene quanto fosse scrupoloso ed esigente. Oh, se lo sappiamo! Durante le prove, che si tenevano soprattutto nella sala adiacente alla chiesa parrocchiale di Monte San Quirico, bastava che si sbagliasse un suono, un’inflessione, una inezia, insomma, della quale nessuno si sarebbe accorto, e lui, che se n’era stato in disparte, come se non ci fosse ad ascoltarci, eccolo che sbucava dall’ombra e da mite, qual era il suo carattere, diventava severo, e ci faceva provare e riprovare senza alcuna indulgenza, fino a che quella parola non era stata pronunciata come voleva lui.

“L’inferno” è un’altra delle sue opere che ha valenza storica. Sopraffatto dal successo strepitoso della raccolta di poesie: “Robba della mi’ tera”, che contiene in effetti composizioni di eccellente qualità come: “La buccina del limone ner ponce” e “La mi’ Freddana”, solo per fare qualche esempio, “L’inferno” è passato in sordina all’attenzione sia del pubblico che dei critici, e non si è capito del tutto il grande lavoro qui compiuto dal nostro Cesare Viviani che, ripercorrendo il viaggio del sommo poeta, ha composto, in rigorose terzine dantesche, XXXIV canti nei quali scorre buona parte del mondo lucchese, a volte con esiti di straordinaria comicità. Nessun altro aveva compiuto un’impresa simile. Come pure nessun altro ha fatto ciò che è contenuto in questa raccolta postuma. Ci teneva tanto Cesare Viviani all’uscita di questo libro, peccato che non sia qui a festeggiarlo con noi. Vi passa in rassegna numerosi paesi della lucchesia. Ad ognuno è dedicata una composizione. Chi lo aveva fatto prima di lui? E anche qui come in “Robba della mi’ tera” e ne “L’Inferno” sono presenti l’ironia e il garbo che hanno sempre contraddistinto la sua penna. Anche quando su La Nazione scriveva quei pezzi meravigliosi che firmava con lo pseudonimo di Cesarin’ der Viviani. O negli stornelli, o nelle befanate. Una di queste poesie è dedicata a Mastiano, il paese che è stato, insieme con Monte San Quirico, nel suo cuore per tutta la vita. Qui è ambientata quella sua prima storica commedia “Ir troppo stroppia”. Qui abitavano Agenore, Sunta e Tonio.

Per noi de La Vernacola l’uscita di questo libro ci riporta a quei giorni già lontani, nel nostro teatro del Giglio, e vediamo Cesarin’ salire ancora una volta su quel palco, e noi siamo lì, tutti presenti, attori e pubblico, e ci leviamo in piedi, e gli tributiamo l’applauso più fragoroso, a questo grande, mitissimo lucchese.

LA VERNACOLA
compagnia teatrale lucchese fondata
da Cesare Viviani il 10.4.1984

3 – Bartolomeo Di Monaco: “Mattia e Eleonora: una storia lucchese”

di Cesare Viviani

Mi è arrivato, graditissimo omaggio dell’autore, un libro profumato ancora di… tipografia. Un libro da pochi giorni in commercio per merito della casa editrice Maria Pacini. Fazzi. Vorrei parlarne, anche se l’autore ha una ”penna” che sa farsi strada da sola. Il libro “Mattia e Eleonora: una storia lucchese” di Bartolomeo Di Monaco non solo coinvolge la nostra città, la nostra campagna e personaggi reali o immaginari di Lucca, ma ci propone una filosofia di vita che oggi si va perdendo e che è necessario recuperare. L’autore propone una storia autobiografica cesellata dalla fantasia, con quei sogni e con quelle immagini che sono farmaci salutari per il nostro essere. Di Monaco, con infinita, struggente poesia gusta e ci fa gustare quelle piccole cose che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi e che molte volte dimentichiamo di farne oggetto della nostra osservazione. Ed è difficile metter su una storia così senza cadere nella retorica. Di Monaco, a mio avviso c’è riuscito. E c’è riuscito bene. Il profumo dei pini a primavera, l’avvicendarsi delle stagioni, un cappotto caldo sotto una nevicata, un pomeriggio trascorso in un trattenimento paesano, un pettirosso che aspetta un po’ di becchime fuori dalla finestra di cucina, sono tutte cose che ci vengono descritte come normali, senza enfasi, senza sdolcinature, ma vengono inserite nel “quotidiano” con tutta la loro potenza di trasmettere tranquillità interiore.

Mattia e Eleonora vivono queste eccezionali esperienze a Lucca, in una città che vista con i loro occhi fa veramente sognare. E il sogno si ingigantisce: c’è anche un tuffo nell’Ozzeri, c’è una barca misteriosa che sprofonda in quelle acque per arrivare nel sottosuolo dove una Lucca settecentesca si nasconde e vive ancora avvolta nel fascino e nei fasti di allora. C’è una vita a due, un menage familiare, che trova ogni giorno la carica necessaria per sopravvivere ad un mondo ostile: un mondo da tralasciare. C’è la volontà di vivere in un mondo fatto di tante piccole cose meravigliose: un mondo da sorseggiare, da centellinare come si fa con il buon vino. È un libro che, stranamente, esce ora per Pasqua, anche se l’ultimo sogno pone questo libro sul ramo più alto di un albero di Natale. Un gran bel dono per i figli e per i nipotini di Eleonora e di Mattia. Ma c’è nelle ultime pagine una frase che raccoglie interamente il senso del libro. Di Monaco scrive che Mattia capisce come e quanto la sua anima abbia bisogno di semplicità.

Una cosa che fa pensare e fa meditare. Questa semplicità che può riempire l’anima non rappresenta solo una necessità del personaggio o dell’autore E’ un patrimonio comune che Mattia e Eleonora in questa storia lucchese propongono a tutti noi, così distratti da un mondo che vorrebbe impedirci perfino di sognare nel giardino sotto un pino odoroso di resine aromatiche.

4 – Bartolomeo Di Monaco: Fantasie lucchesi

di Cesare Viviani

I racconti di queste FANTASIE LUCCHESI che ci vengono proposti da un autore fertilissimo come Bartolomeo Di Monaco, in un’elegante edizione di Maria Pacini Fazzi, hanno il potere magico di trasformare il lettore, indipendentemente dall’età, in un bambino che si mette ad ascoltare le favole della nonna. Un libro che sembra fatto apposta per essere letto nel canto del fuoco. Un racconto per sera magari. Due sono i pregi fondamentali: la semplicità e la fantasia. Una fantasia che si ispira e si sbizzarisce nelle campagne e per le vie di Lucca. Una semplicità che nasce da Lucca e che non vediamo come si potrebbe sviluppare senza l’apporto e il fascino di questa nostra città. Parte sempre l’autore da un soggetto che a tutti è familiare e poi va avanti su un canovaccio che lascia spazio a creazioni di irrealtà affascinanti. La parte fantastica del racconto arriva quando meno te lo aspetti, ma sempre avverti che Lucca rimane integra con i suoi monumenti e con le sue campagne, come intatto si mantiene l’amore dell’autore verso questa città. Può apparire scontato il fatto che ognuno di noi vorrebbe ritornare bambino. Vorremmo tornare bambini senza le “novelle della nonna”. Ma se queste novelle fanno parte di racconti fantastici e affascinanti scritti in un linguaggio piacevolissimo a leggersi, allora ben venga il nuovo libro di Di Monaco! Una serie di dieci racconti che, una volta letti, viene la voglia di tornare da capo e rimeditare le pagine di apertura, dove l’autore ci fa riflettere sugli effetti benefici della fantasia “quella più sublime, quella che ignora la ragione” e c’è un invito prezioso ad abbandonarci a lei “alle sue pazzie, ai suoi incantesimi, ai suoi bagliori, ai suoi capricci, alle sue magie”. L’altro pregio del libro è la semplicità. Una virtù da riscoprire in questo mondo e in questa vita che noi stessi ci complichiamo e ci rendiamo invivibile con assurdi ed egoistici ermetismi che sono il perfetto contrario della comunicazione. In “Fantasie lucchesi” si entra in un mondo che sentiamo tutto nostro, vissuto da noi tutti in prima persona. Nel Serchio con i suoi argini ammantati di neve, nella bontà d’animo di Costantino o di Nicodemo, nella vita degli animali, nella Piazza San Michele, in Pelleria come a Campocatino, ci troviamo sempre a Lucca con noi stessi al centro della storia. E la fantasia ci trasporta, insieme all’autore, in galassie che non ci sono affatto ignote.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart