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LETTERATURA: Sandra Petrignani: “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg”

3 ottobre 2018

Il tempo della Ginzburg fu anche il tempo della grande letteratura
di Bartolomeo Di Monaco

Conoscevo Natalia Ginzburg  grazie ai suoi romanzi, ma fu il mio conterraneo Vincenzo Pardini, uno dei migliori, se non il migliore insieme con Giulio Mozzi, autori italiani di racconti, ad attrarre su di lei la mia attenzione, allorquando mi scrisse di averla incontrata e che gli era rimasto impresso il suo sguardo dagli occhi penetranti, che mettevano in soggezione (li ritroveremo varie volte questi occhi penetranti: “Di notevole aveva lo sguardo, era uno sguardo forte”, dirà Massimo Ottolenghi). Pardini si era presentato alla celebre scrittrice, mandato da Cesare Garboli, che lo avevo apprezzato e riponeva in lui grandi speranze, e non sbagliava. Il suo “Il falco d’oro”, pubblicato da Mondadori nel 1983,  fu un debutto nazionale di valore straordinario. Esordiva in letteratura una scrittura terragna, come ebbe a dire Garboli, aspra e suggestiva ad un tempo, originale e inimitabile. Così è rimasta oggi, a distanza di anni.

Quando ho saputo che una scrittrice, Sandra Petrignani, aveva dedicato un libro a Natalia (voleva che si accentasse la i: Natalìa) Ginzburg, ripercorrendone la vita, e al libro aveva dato quel titolo accattivante, “La corsara”, mi sono detto che il destino mi offriva l’occasione di conoscerla meglio, forse anche di penetrarla nel suo intimo, e far mie le vibrazioni della sua complessa personalità artistica, così come lei aveva cercato, riuscendoci, a penetrare l’anima di uno scrittore giovane e sconosciuto quale era Vincenzo Pardini.

Sandra Petrignani ha già al suo attivo, oltre a tre radiogrammi, varie opere a partire dal 1984. Una lunga esperienza, dunque (è nata a Piacenza, “per caso”, dice lei, il 9 luglio 1952), che le ha consentito di cimentarsi in molti campi della letteratura, dalle interviste, ai reportage di viaggio, alle commedie, alle poesie,  ai racconti.  Queste alcune sue opere:  “Le signore della scrittura”, 1984; “Come cadono i fulmini”, 1991; “Vecchi racconti”, 1994; “Ultima India. Libro di viaggio”, 1996;  “Come fratello e sorella”, 1998; “La scrittrice abita qui”, 2003; “Care presenze”, 2004; “Dolorose considerazioni del cuore”, 2009; “Marguerite” (biografia della scrittrice Marguerite Duras), 2014.

“La corsara”, il romanzo biografico di cui ci occuperemo è stato finalista al Premio Strega” edizione 2018 e ha vinto il Premio Giuseppe Dessì”, 2018.

Scopriamolo insieme, non prima di aver detto che Natalia Levi Ginzburg fu sposata con Leone Ginzburg, docente di letteratura russa all’Università di Torino, tra i fondatori della Casa editrice Einaudi, antifascista, incarcerato a Regina Coeli a Roma, torturato e ridotto in fin di vita. Morirà in carcere il 5 febbraio 1944.

“Era una donna austera e triste, che raramente sorrideva. Si vestiva in stile monacale, di scuro, scarpe basse maschili. Portava i capelli corti, senza messa in piega, quasi se li tagliasse da sé fregandosene del risultato. Non un filo di trucco, niente rimmel, cipria, rossetto, nulla. Una suora laica.”.

È il ritratto che ci accoglie in apertura del romanzo; una specie di logo che dobbiamo tenere impresso nella mente, così da dare alle parole il colore e il sapore della sua austera personalità. Troveremo più avanti: “Aveva una voce molto bella, che non invecchiava, una voce seria con dentro una musica che si accendeva e si spegneva subito e che mi risuona ancora nelle orecchie.”. Gli anni in cui l’autrice del mitico “Lessico famigliare” (Premio Strega nel 1963) era impegnata nel mondo della cultura furono quelli forse più vibratili e ricchi di umore che il secolo XX ci abbia lasciati in eredità. Vi si muovevano narratori come Pasolini, Moravia, Pavese, Calvino, Vittorini, Bassani, Antonicelli, Bevilacqua, Sciascia, Silone, Berto, Pratolini, Quasimodo, con il quale, da vedova, avrà una tormentata relazione: per citarne solo alcuni; e la critica vantava firme come Bo, Fortini, Montale, Pampaloni, Debenedetti, Croce, Siciliano, Marabini, Garboli. Tutti nomi, questi, che non si fermavano solo ai loro romanzi e ai loro saggi, ma animavano il dibatto in Italia in ogni occasione in cui si parlasse di cultura e in modo specifico di letteratura. La Ginzburg vi giocava un ruolo di riferimento e di guida. La cultura la nutriva, ed era anche l’aria che respirava. Dopo la morte di Leone Ginzburg, aveva sposato Gabriele Baldini, uno studioso puntuale e meticoloso della letteratura inglese, della quale praticamente conosceva tutto e quel tutto lo irradiava a noi giovani appassionati con articoli sulla terza pagina del Corriere della Sera, ammirevoli per qualità di stile, sempre chiaro e semplice. Gabriele, non dimentichiamolo, era figlio di Antonio Baldini, scrittore e saggista, che pubblicò nel 1924 quello stupendo racconto “Michelaccio” che mantiene ancora oggi la freschezza di una narrazione gustosa e libera.

Non credo che in Italia ci sia mai stata una donna, come la Ginzburg, che riuscisse ad impersonare tutta la grandezza e la varietà del mondo creativo che la circondava e al quale forniva la ragione di vivere. La sua autorevolezza discendeva da questa speciale ed unica posizione. Grandi scrittrici, come la Morante (“Era molto bella, attraentissima per gli uomini; lei s’innamorava sempre di uomini imprendibili.”; “Penso che Elsa Morante è il più grande scrittore contemporaneo. Non soltanto in Italia, nel mondo.) e la Ortese (“è uno dei migliori scrittori che ci sono”), insuperabili per la qualità e profondità dei loro romanzi, non potevano vantare un assoluto come lei.

Non v’è dubbio che la Petrignani ha avuto coraggio ad affrontare un’artista di questo calibro e di tale unicità. Un’artista che in quanto così permeata di letteratura non poteva non possedere la complessità di chi tutto ha respirato e tutto ha trasformato in arte.

Probabilmente l’autrice era una delle poche narratrici che avrebbe potuto scrivere una biografia su di lei (la Ginzburg sulle biografie: “ma non è mica semplice scrivere una biografia”; “Sono importanti le biografie, ma bisogna accendere le luci e saperle spegnere al momento giusto”). La conobbe fin dai suoi esordi ed ebbe una bocciatura da questa donna severa, che la fece perfino piangere. Ma non si interruppero mai i contatti, che dimostrarono che, pur nella sua asciutta severità, la Ginzburg aveva intuito le qualità della Petrignani. Quando il Corriere della Sera pubblicò un suo racconto, lei le scrisse “parole molto affettuose” con “una calligrafia grande e sghemba”. Troveremo più avanti: “La grafia è grande, infantile e infiocchettata di ghirigori nelle maiuscole.”. L’editore Giulio Einaudi, “uomo dalla freddezza leggendaria”, aveva scritto che Natalia “Possiede antenne misteriose che captano gran parte dei sentimenti profondi della gente.”.

Come si affronta la biografia di un artista? Che cosa si è messa in testa di fare la Petrignani? Scrivere una biografia parrebbe essere una cosa semplice, un’impresa anche di poco conto e di poco impegno. Magari la ricerca di documenti e di testimonianze potrebbero richiedere un po’ di tempo e di pazienza, ma alla fine si arriva a spuntarla. E tutto finisce lì; si ordina il materiale e ci si mette a scrivere. Ma non è questo che vuole l’autrice. Il suo obiettivo è scoprire l’artista, la narratrice, la donna impegnata, attraverso i suoi libri e i suoi amici più cari. È una ricerca dell’anima, i cui risultati non sono scontati come in una biografia di prima maniera. Si possono incontrare sorprese, ma soprattutto segreti e silenzi.

Sono contento che sia stata messa in risalto l’amicizia profonda che legava tra loro il viareggino Cesare Garboli e Natalia Ginzburg. Alto, robusto, sempre indossando il suo cappello a falde larghe, dai lineamenti fascinosi, Garboli era un personaggio imprevedibile; chi lo andava cercando per sollecitargli uno scritto promesso, doveva ammattire per scoprire dove si era andato a nascondere (capitava spesso a Manlio Cancogni quando era direttore de “La fiera letteraria”). Poi Cesare ci scherzava sopra. Ma non era suo costume offrire la sua amicizia a chiunque. Riuscire a conquistarsi l’amicizia di Garboli era impresa ardua e costituiva un privilegio. La loro, dunque, deve essere stata straordinaria, feconda, illuminante. Annota l’autrice: “Lei farà della verità il suo stile di vita e di letteratura. Resterà per sempre dalla parte dei bambini, degli innocenti e dei giusti.” Troveremo più avanti: “Natalia non sa – non vuole – scrivere se non di ciò che le sta veramente a cuore.”. È molto probabile che queste sue invidiabili qualità siano state il punto di contatto con la esigente sensibilità di Garboli. Ancora: “lei conservò sempre un tratto infantile, lo conservò nel carattere e nel modo di esprimersi, nella scrittura e nella calligrafia.”. Questa donna, all’apparenza burbera “mai stata socievole”, solo “con i fratelli chiacchierava volentieri ed era allegra.”, continuò per tutta la vita ad ascoltare “il fanciullino” che abitava in lei.

Paola Levi, donna bellissima (sposò Adriano Olivetti, da cui si separò), era la sorella di Natalia. Attraverso Paola incontriamo un altro scrittore, di Viareggio come Cesare Garboli, ossia Mario Tobino, che fu il suo compagno fino alla morte che avvenne nel 1984. Per Tobino fu il grande amore della sua vita e la sua musa ispiratrice. Le sue lettere indirizzate alla donna si trovano oggi presso la Fondazione Mario Tobino.

E un altro illustre viareggino fu amico di Natalia, lo scrittore Silvio Micheli, l’autore di “Pane duro”, vincitore del Premio Viareggio nel 1946.

Petrignani ci introduce nella vita e nelle atmosfere che circolano intorno a Natalia come chi si appresti, al modo dei pittori, a creare prima i contorni, i tendaggi, i colori, i personaggi, le compresenze, per poi offrirci la protagonista centrale del dipinto, immaginata per questo tramite, e attesa. La sorella Paola, Pavese, Giulio Einaudi, Calvino, Garboli, Leone Ginzburg, Adriano Olivetti (il futuro marito di Paola) sono i volti che noi intravediamo appoggiati affettuosamente sulle spalle della donna che presto farà la sua comparsa con il proprio magnetismo e la propria fascinazione. L’autrice sembra, in questa nostra attesa, voluta e sapientemente preparata, desiderare di metterci in mano il suo pennello per continuare il quadro, ricostruendo i passaggi esistenziali della sua protagonista attraverso l’indagine dei sentimenti e per il tramite di brani delle sue opere, offrendoceli affinché noi possiamo fare altrettanto. Diventa, così, la lettura di questo libro, una sfida, una chiamata in causa, una richiesta di partecipazione ad un’impresa che diventerà tanto più bella e suggestiva quanto più sarà condivisa.

L’autrice s’impegna a dare a Natalia Ginzburg non la semplice materialità di una esistenza corporale, bensì la veste colorata e fantasmagorica di un’anima molteplice, tutta da godere e da interpretare nelle sue numerose sfaccettature. Intuiamo, ossia, che la Natalia che uscirà da questo libro è un Natalia nascosta, poco conosciuta e poco immaginata. C’è un ritratto di Felice Casorati, “Bambina”, del 1912, che, secondo la Petrignani, può dare l’idea di come poteva essere anche Natalia a quella età (Natalia è nata quattro anni dopo il ritratto, nel 1916). Guardandolo: “Si coglie in lei il futuro della donna e il passato della bambina. È una figura marginale e di passaggio, sospesa in un tempo di dimenticanza e di apatia. Non si sente guardata e non guarda, se non, all’interno di sé, oscuri, preoccupati pensieri.”.

A scuola prende brutti voti, salvo che in italiano. È un segno del suo destino? Nella famiglia Levi accade di tutto, ogni giorno un marasma (era una “tribù”, la definirà Garboli). Il padre Giuseppe, un insigne studioso, è irascibile e anche legato alle tradizioni, guai a chi sgarra, Paola è una ragazza irrequieta, i fratelli sono tanto diversi da lei, che vive quasi isolata (“in casa si sente «in esilio»”; “non era tipo da ridere tanto.”). Quando fanno visita alla famiglia, Natalia non gradisce, è irritata e scorbutica, non dà confidenze. Tutto questo entrerà nel suo capolavoro, “Lessico famigliare”. La sua naturale inclinazione verso la bella scrittura e l’ambiente familiare, così ricco di diversità e di umori, sembrano un dono speciale che il fato ha voluto assegnarle. La sua forza di narratrice ha le proprie radici nella formazione giovanile e nella crescita circondata da quella speciale famiglia. La famiglia sarà, infatti, al centro delle sue opere maggiori.

Ma alla Petrignani non basta. E dunque la circonda degli umori e delle atmosfere che si formano fuori dalla sua quotidianità, dal suo “esilio”. I personaggi che nel dipinto immaginario abbiamo abbozzato, non solo poggiano il viso sulla sua spalla con la delicatezza degli ammiratori e degli amanti, ma le replicano auree e sentimenti che si muovono fuori dalla sua stanza e dalla sua casa. L’autobiografia della Ginzburg è la storia di una vicenda letteraria collettiva (“arde, anche lei, di passione letteraria”) che si sta costruendo in quella parte del XX secolo e che lascerà una indelebile traccia di sé. A facilitarla, è la frequentazione, grazie alle conoscenze dei suoi, di personaggi eccellenti che sin dai primi passi faranno parlare di sé per le loro qualità artistiche e, alcuni, per il loro impegno politico contro il fascismo, da Carlo Levi, il quale si legò sentimentalmente per breve tempo alla sorella Paola, a Calvino, a Pavese, a Einaudi (di cui conosceremo anche la spilorceria), a Soldati, a Vittorini, a Garboli, allo stesso Leone, che diverrà suo marito e la cui figura sarà fecondo seme in questo libro – per citarne solo alcuni. Tutti intravidero in lei la potenziale grande narratrice e l’aiutarono nei primi passi pubblicando su riviste, come Solaria, i primi racconti, che le infusero fiducia in se stessa e soddisfazione.

Una caratteristica di questo libro sono anche le sue periodiche soste nelle quali ci viene offerto un supplemento di conoscenza. Ogni personaggio che tocca la vita di Natalia lascia le sue impronte, i suoi segni distintivi, e la Petrignani ne approfitta per descrivercene, con esemplarità di scrittura, il profilo umano e spirituale. Non sono mai delle comparse, ci fa capire l’autrice, bensì delle diramazioni di cui si è servita Natalia per dare alla sua scontrosità e alla sua riservatezza il calore e la tenerezza che non riusciva a comunicare.

Del resto, quella che segue è una delle considerazioni dell’autrice, molto rilevante, da condividere: “i romanzi sono come i sogni, tutti i personaggi che vi compaiono rappresentano il narratore, schegge di un’unica personalità che le contiene tutte, una personalità in grado –  attraverso le proprie vicissitudini – di riconoscere e capire quelle degli altri.”.

Possiamo dire, perciò, che tutti questi comprimari non sono altro che l’espressione manifesta di una Ginzburg riservata e segreta.

Come segreto fu il suo primo romanzo, “La strada che va in città”, uscito da Einaudi nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte (Alessandra è il suo secondo nome – ha anche quello di Margherita – e Tornimparte è una località abruzzese sulla strada per Pizzoli – in quest’ultimo piccolo paese la Ginzburg era andata a vivere nel 1940 con i figli Carlo e Andrea per stare accanto a Leone, inviato lì al confino, e vi scriverà il romanzo, “che non supera le cento pagine” -. Dalla stazione ferroviaria di Tornimparte “si spedivano i bauli.”). Lo pseudonimo (conosciuto solo dalla ristretta cerchia degli amici) fu necessario “per eludere le restrizioni fasciste che impedivano agli ebrei di pubblicare articoli e libri.”.

Mano a mano che si procede nella lettura, si fanno più frequenti le citazioni di brani della Ginzburg tratti dai suoi racconti e dai suoi romanzi, e ciò produce un grande effetto di osmosi tra noi e la protagonista. Ci accorgiamo, così, che l’occhio di Natalia è speciale e, nello stesso momento in cui osserva la realtà, la interpreta con una liaison immediata tra essa e lo spirito, che appartiene soltanto ai grandi artisti.

Questo mosaico spirituale, che ha al centro l’immagine della protagonista, che viene costruito tessera dopo tessera e che coinvolge il lettore in un clima di attesa, è frutto del grande amore, così evidente, della autrice per la sua Ginzburg, della quale sovente si ferma a commentare le opere. Se non ci fossero stati questo speciale amore e questa totale dedizione, noi ci saremmo trovati a leggere una delle tante biografie agiografiche, piatte e sterili, mentre questa è suggeritrice e stimolatrice profonda dell’anima. I brani offerti non sono scelti a caso; sono quelli che entrano in contatto con la nostra sensibilità e la nostra riservatezza, con i nostri segreti più intimi. È più di una biografia, ed è più di un romanzo, dunque. Poiché dentro vi è racchiusa e custodita, come in un’urna, la sacralità di un’anima.

Quando l’autrice va in giro a raccogliere, al modo di un’inviata speciale, luoghi e testimonianze, allo spalancarsi di ogni porta si ha la sensazione di trovarsi di fronte, ad aprirci, una particella di Natalia, una memoria di sé che direttamente ci racconta con la voce di un medium. C’è tanta ricchezza, in questa narrazione dell’autrice, che si esprime con una tonalità leggera e soffusa, confidente e gioiosa, che si avverte piacevolmente.

Sappiamo che la Ginzburg trasse ispirazione soprattutto dalla vita, e in particolare dalla propria esperienza umana; la fantasia non ha gran parte nella sua opera (“Lei non era fatta per inventare”). Tuttavia crede all’intervento del caso: “so ormai che le cose più belle, più importanti, più grandi della vita, avvengono per puro caso e nei momenti che noi siamo più ciechi e più sordi, più sprovveduti e distratti. Il caso ci tocca la spalla e ci porta nell’unico luogo dov’era indispensabile andare.”. È una considerazione importante. Natalia è disposta ad accettare gli eventi. Da ciò le ragioni di una forza interiore che può essere apparsa ad alcuni mascolina (a Oriana Fallaci, in una rivista del 1963, aveva detto: “Una donna deve scrivere come una donna, però con le qualità d’un uomo”; dirà di lei Cesare Garboli: “una di quelle donne tagliate in un solo blocco”), ma aveva solide radici in un rapporto perfino mistico con la vita. Ci sono scrittori, come Carlo Sgorlon, che si muovono sfiorando, e talvolta penetrando, una realtà che sta oltre i confini della nostra. Ci domandiamo che cosa avrebbe scoperto questa acuta narratrice se avesse tentato di prendere a braccetto il caso e avviarsi sul sentiero delle improbabilità e delle ombre.

Nel 1943 ha con sé i tre figli ancora piccoli: Carlo di quattro anni, Andrea di tre anni e Alessandra di sette mesi e si trova in mezzo al ciclone della guerra e delle leggi razziali, deve fuggire, deve nascondersi. È un periodo tormentato; il marito è inseguito dalle camicie nere per il suo antifascismo di cui è animatore e protagonista autorevole. Quando arriva il 25 luglio 1943, con la caduta di Mussolini, Natalia spera che tutto sia finito, invece iniziano le persecuzioni nazifasciste, ancora più cruente. Non ha pace, gira da un posto all’altro: “Ci nascondiamo nei conventi e nei boschi, nei granai e nei vicoli, nelle stive delle navi e nelle cantine. Impariamo a chiedere aiuto al primo che passa: non sappiamo se sia un amico o un nemico, se vorrà soccorrerci o tradirci: ma non abbiamo scelta, e per un attimo gli affidiamo la nostra vita. Anche impariamo a dare aiuto al primo che passa. (…) Dormiamo coi nostri figli nelle stazioni, sulle gradinate delle chiese, negli alberghi dei poveri: siamo poveri, pensiamo senza nessuna fierezza: scompare in noi a poco a poco ogni traccia di orgoglio infantile. Abbiamo della vera fame e del vero freddo. Non sentiamo più paura. La paura è penetrata in noi, è una cosa sola con la nostra stanchezza: è lo sguardo inaridito, immemore che gettiamo alle cose.”. Non troveremo nei libri che ci narrano la guerra e le persecuzioni brani così pervasivi, dove la fuga e il dolore hanno l’asprezza di un conflitto intimo che ha valenza universale. E nello stesso tempo è esaltata, come necessaria e ispiratrice, la fiducia verso il prossimo e l’ignoto: il portato, ossia, dell’idea utopistica di una umanità altruista e solidale.

L’esistenza della Ginzburg, dunque, non è stata solo quella più conosciuta della donna intellettuale, severa e autoritaria, giudice temuto di una importante casa editrice (nella quale era entrata dopo la morte del marito), bensì anche quella di una donna di travagli e di paure, di smarrimenti (ha desiderato spesso la morte, e tentò perfino il suicidio) e di riconquiste.

Una di queste ultime è stata il ripudio della menzogna: “Non mentire e non tollerare che ci mentano gli altri.”.

Natalia impara a dotarsi di una corazza per nascondere la propria fragilità (“insicurezze e inquietudini”). A leggere il capitolo intitolato “La tenevamo sotto braccio io e Pavese” si scopre una donna piena di angosce e di trepidazioni, tutto il contrario di ciò che vorrebbe essere, e così comprendiamo che la sua esistenza è una lezione di vita. Leone le ha lasciato prima di morire una lettera d’addio in cui, oltre ad altre cose, le fa capire che deve risposarsi, non restare sola. Forse aveva scoperto in lei questa fragilità e desiderava evitarle la solitudine. Ma Natalia ha sempre davanti a sé il marito che ha visto sul letto di morte, sfigurato dalle torture subite, e non riesce a staccarsi da lui. Saranno mesi difficili e non basteranno a sostenerla l’affetto e le premure degli amici, tra cui Cesare Pavese.

Ci troviamo di fronte ad una biografia che non teme di inoltrarsi nelle lacerazioni più intime, di cercare negli scritti della protagonista i segni di una sofferenza che non l’ha mai abbandonata, sin dall’infanzia, e che si è andata accrescendo con gli anni della maturità. Si può dire, allora, che le sventure della sua vita hanno soltanto inasprito una vocazione al dolore e al silenzio. Le opere della Ginzburg sono continuamente un’analisi dei suoi improvvisi smarrimenti, dei suoi tremebondi passi verso la vita, mai amata fino in fondo. Scrive l’autrice: “Si stava cercando, donna e scrittrice da reinventare, ed era ancora depressa e infelice.”.

Il suo vissuto è tutto dentro la letteratura (scriverà anche per il teatro e la sua commedia “Ti ho sposato per allegria” avrà un grande successo; la Petrignani ci guiderà anche su questo cammino); i rapporti con gli esseri umani sono squisitamente legati all’arte, e alla scrittura in particolare. Avranno spazi di rilievo, con accurate narrazioni, i due mariti Leone Ginzburg e Gabriele Baldini, come pure (grande sarà il suo spazio) Cesare Garboli (“per tutta la vita non fece che guidarla e proteggerla.”) e Cesare Pavese (segno, forse, verso quest’ultimo, d’un amore letterario comune: “Cesarito le manca enormemente. Da quando se n’è andato, lei si sente allo sbando.”). La Petrignani ce ne dà conto con dovizia di particolari, svelandoci un lavoro di ricerca puntigliosa, che l’ha portata in giro per l’Italia e anche fuori. Scrupolosa e mai sazia, ci ha donato il suo tempo per offrirci della Ginzburg un ritratto il più completo possibile, al centro del quale sta un’anima non semplice, anzi complessa in modo del tutto speciale, mai soddisfatta, mai completamente autonoma, sempre alla ricerca di un sostegno e di un incoraggiamento. Quando la esigente ipercritica e più anziana (di quattro anni) Elsa Morante (che non ha ancora pubblicato il suo primo romanzo, ma era già nota per i suoi numerosi racconti e per le storie per bambini) le scrive che le è piaciuto moltissimo il suo romanzo “È stato così”, le risponde: “La tua lettera mi ha fatto un piacere straordinario e ti ringrazio di avermi scritto. E anche sono molto contenta che tu mi abbia dato del tu. (…) Ti voglio molto bene per come mi hai scritto. Grazie.”. È palpabile questo bisogno di affetto, questo desiderio di non rinchiudersi nella solitudine, la cui forza e la cui attrazione la spaventano. Leggerà il manoscritto del primo romanzo della Morante, “Menzogna e sortilegio” inviato a Einaudi, dove Natalia già lavora, e confesserà: “mi è sembrato un libro meraviglioso che io mai sarei riuscita a scrivere. Io l’ho ammirata molto, e sentivo anche dell’invidia, perché lei usa la terza persona, e a me questo è sempre stato impossibile. Io voglio il distacco però non riesco a scrivere che in prima persona.”. E ancora: “Elsa Morante quando scrive riesce a raggiungere l’altezza delle montagne […] Non mi è mai riuscito di salire sulle montagne e vedere tutto dall’alto, non mi è mai riuscito. Invece era questo cui aspiravo: ma non mi è mai riuscito.”. Che è il segno della sua schiettezza e anche del suo candore. Le preconizzerà la vittoria, con quel romanzo, del Premio Viareggio nel 1948 (“grazie alla mobilitazione di Natalia.”). Avranno in comune l’amicizia e la stima di Cesare Garboli. Natalia lo incontrò per la prima volta a Roma, al Caffè Greco, sempre nel 1948, quando il futuro critico letterario aveva diciannove anni: “un uomo giovane e bellissimo, alto e sottile, dall’ondulata capigliatura bruna”. A presentarglielo è la sorella Paola, che convive con Mario Tobino, di cui Garboli è amico. Garboli, di dodici anni più giovane, ma già talentuoso (è l’allievo preferito di Natalino Sapegno) “sarà colui che, prendendola letteralmente per mano, la porterà a capire e far esplodere la voce della narratrice tra memoria, storia, autobiografia e leggerezza ironica.”.

Passano due anni e Natalia, il primo aprile 1950, sposa Gabriele Baldini, un anglista già stimato, e apparentemente istrionico ed eccentrico (“un’esplosione continua di cambiamenti continui (…) un turbine”) che, tuttavia, “nascondeva sapientemente una profonda attitudine malinconica e autodistruttiva”. È un matrimonio contrastato dalla madre di lui, a cui non va a genio che il figlio sposi un’ebrea, in più vedova e con tre figli (Carlo ha ora 11 anni; Andrea 10 e Alessandra 7). Natalia si convertirà al cattolicesimo per accontentare Gabriele, ma anche “per motivazioni profonde, rimuginate a lungo e vissute nel segreto per tutta la vita, come qualcosa di intimo e prezioso.”. Ebrea prima e cattolica dopo (ma si sentirà ebrea e cattolica a un tempo), la protagonista ebbe un rapporto con la Fede molto tormentato: “In modo caotico, tormentato e discontinuo, crede in Dio” confesserà in terza persona in “Autodizionario degli scrittori italiani”, nel 1990,  un anno prima di morire. E ancora: Dio “è la cosa più importante che ci sia: e lo strano è che è la cosa più importante che ci sia anche se non esiste e se non c’è”.

Non bisogna dimenticare che dal matrimonio con Baldini nacquero due figli, Susanna nel 1954 e Antonio nel 1959, entrambi con gravi difetti (Antonio morirà dopo un anno di vita), che furono il cruccio di entrambi e soprattutto di Gabriele, il quale, gran bevitore, “Non ne attribuiva, però, la responsabilità al suo tasso alcolico, come ci si aspetterebbe. Pensava piuttosto a qualcosa di genetico che allora la scienza non era in grado d’individuare.”. Però  la scrittrice avverte che la presenza del concetto di Dio è importante, soprattutto per i bambini e raccomanda che ad essi non venga negata l’idea di Dio: “Penso che uno che non crede in Dio, non ha però il diritto di dire al suo bambino: ‘Dio non esiste’ […] Sono parole di un’estrema angoscia per un bambino […] Un mondo in cui non c’è Dio, e in cui la morte è un punto in un cimitero dove si scende a dormire per sempre, è esattamente il contrario di tutto quello che un bambino ama e vuole.”.

La Ginzburg che un anno prima in “Il mio mestiere” aveva scritto: “La sofferenza rende la fantasia debole e pigra”, dopo la nascita di Susanna, “Natalia spegne la voce.” fa notare l’autrice. Poi, piano piano, riprenderà, invece, a scrivere e “Sagittario” “costituisce forse il cammino necessario alla Ginzburg per arrivare a conseguire una voce narrativa più personale e davvero nuova”. Inserito nella raccolta di tre suoi racconti dal titolo “Valentino” vincerà, in ex aequo con “Il barone rampante” di Italo Calvino, il Premio Viareggio del 1957. Dirà più avanti l’autrice: “L’intento di Natalia Ginzburg non è mai stato di scrutare dentro l’anima dei suoi personaggi; lei desidera solo rappresentarli, metterli in scena. E poi, che se la cavino da soli.”.

Ora si rende necessario far notare che c’è un altro personaggio nel libro molto importante, e che appare ogni tanto in punta di piedi: è Oriana Fallaci. La sua intervista, così intelligente e di ampio spettro, a Natalia Ginzburg (si può trovare nel suo “Gli antipatici”, del 1963, oppure la si può leggere qui) è uno dei riferimenti continui (specialmente nella prima parte) di questa biografia straordinaria. È dall’intervista che traiamo interessanti notizie, di cui l’autrice fa tesoro.

Vi leggiamo, fra l’altro, questa confessione della Fallaci: “Io non sono timida quando intervisto la gente. L’abitudine ad avvicinare le persone più disparate ha cancellato in me ogni complesso o imbarazzo. Chiunque siano e per quanto importanti esse siano non riesco mai a dimenticare che alzandosi dal letto entrano nel bagno a lavarsi la faccia, come me, e qualche volta piangono, come me. Ma forse, più che timidezza, era paura d’essere in qualche modo delusa. Visti da vicino gli scrittori fanno spesso il medesimo effetto degli attori: deludono. Sono spesso vanitosi, incapaci di umiltà, e meno intelligenti di quanto siano o appaiano quando scrivono libri.”. E quando chiude l’intervista, che avvenne a Roma nel luglio del 1963, si congeda così: “Grazie, signora Ginzburg. Mi perdoni, signora Ginzburg.”. Un timore reverenziale che ha sempre avuto nei confronti di questa scrittrice potente e austera, di tredici anni più anziana di lei (Pavese aveva scritto: “si entusiasma difficilmente”; “è schietta e primitiva” e le aveva affibbiato l’epiteto di ‘bue muschiato’). Due caratteri diversi, forse, quelli di Oriana e Natalia, ma protagoniste imperative di un’Italia che non ne ha avute più di eguali.

La Petrignani cerca tutto di lei, perfino i segni invisibili rimasti sui suoi amici più cari. Uno di questi è Cesare Pavese. L’autrice va a visitare la camera dove, a quarantadue anni, si suicidò (“di suicidio parlava in continuazione.”) nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1950; è la n. 46 dell’Hotel Roma, “a Torino, accanto alla Stazione Porta nuova”, e non le basta; va anche a far visita alla casa della sorella Maria, dove Cesare viveva e ha lasciato il suo diario con il titolo pronto, “Il mestiere di vivere” e “già purgato e destinato per sua volontà alla pubblicazione.” (uscirà per Einaudi nel 1952). Si trova in via Lamarmora 35, a pochi passi dall’hotel: “È una strada quieta via Lamarmora, coi suoi villini del primo Novecento, i caffè foderati di legno, poche bottegucce rimaste ferme nel tempo.”. Si avverte sensibilmente che la ricerca dell’autrice non è fatta soltanto di contatti umani e materiali, ma ogni suo movimento è teso ai colori, ai profumi, ai paesaggi in cui si muovono i suoi personaggi. E tutto va a confluire nella protagonista, come traiettorie che la penetrano alimentandone e accrescendone la personalità. Leggere questa biografia è anche partecipazione e visione, e totale coinvolgimento.

Diventa a poco a poco una specie di Summa della vita per la ricchezza, profondità e varietà di riferimenti che l’autrice trae dagli scritti, dalle testimonianze e  dalle esperienze dei suoi personaggi, anche quelli minori. Leggere questo libro, ricco anche di riflessioni e approfondimenti della stessa autrice, è arricchirsi, appropriarsi di una conoscenza nuova, già pronta a convivere con la nostra.

Non mancano riferimenti alla Storia di quegli anni, attraverso il lavoro della casa editrice torinese, che dopo la morte di Pavese, che ne assicurava l’autonomia, subì pressioni da parte del Pci di Togliatti, che “tentava di orientare le scelte editoriali.”, approfittando delle simpatie manifestate da Giulio Einaudi (“uomo col cuore a sinistra, ma con lo spirito libero”). Già nel 1945 Pavese ne temeva la “comunistizzazione”. Le cose cambiarono, però, dopo i tristi fatti d’Ungheria del 1956. Di Pavese si ricorda anche il suo rifiuto di pubblicare i testi che parlavano della guerra e dei campi di concentramento, poiché aveva la scrivania invasa da manoscritti su questo tema, e sosteneva che i lettori volevano solo dimenticare. Rifiuterà anche “Se questo è un uomo” di Primo Levi (lo farà, qualche anno dopo, pure Vittorini). Alla morte di Pavese, che aveva occupato con autorevolezza il posto di Leone Ginzburg, la casa editrice Einaudi ebbe uno sbandamento: “Ci sentimmo un branco di topini ciechi. Anche Einaudi fu colpito dallo sgomento e dal panico”.

La casa editrice Einaudi è un altro dei comprimari in questo libro e non è un personaggio ma uno scenario entro cui tutti gli altri si muovono, compreso lo stesso “Padrone”, lo stesso “Principe”: Giulio: “Senza Luigi Einaudi, senza Gobetti, senza Leone Ginzburg, l’Einaudi probabilmente non sarebbe neppure nata. Ma senza Giulio non sarebbe esistita e divenuta quello che diventò”. Se fossimo a teatro, sarebbe il fondale della recitazione: “Cercavamo la cultura, cercavamo l’utopia, cercavamo la vita, cercavamo per cercare”. Luigi Einaudi, il padre di Giulio, fu insigne economista e Presidente della Repubblica.

Con il passare degli anni, nella Ginzburg prende forma lo scontento per il presente e la nostalgia verso il passato. È un percorso che quasi tutti dobbiamo fare. Sono pochi coloro che si salvano. Il presente le appare come una discesa verso il degrado, lo smarrimento e la confusione. Il movimento di protesta del ’68, dapprima visto con entusiasmo, lo trova presto deludente. Non ama le avanguardie, né il Gruppo ’63, e neppure il femminismo, parendole incomprensibile questa rivolta. Poi farà una mezza marcia indietro e dirà: “Non amo il femminismo. Condivido però tutto quello che chiedono i movimenti femminili.”. Del cinema scrive: “Il cinematografo per me non vuol dire cultura, io là non imparo nulla, quasi sempre mi dimentico subito tutto.”. Ma scriverà anche: “Dopo lo scrivere, il cinema è la cosa al mondo che mi incuriosisce e mi interessa di più.”. Addirittura sarà critico cinematografico su “Il Mondo”, insieme con Cesare Garboli, e poi anche sul “Corriere della Sera”. Però, “il suo sguardo non è mai da ‘critico cinematografico’, ossia interno alla storia del cinema, bensì da scrittrice attenta al dialogo diretto o indiretto fra immagini e società, fra immagini e fatti di cronaca.”. A “un commediografo molto più giovane di lei, Stefano Cesaretti, che le aveva presentato Garboli”, espresse un pensiero a me molto caro: “I veri romanzi moderni sono i film.”.

Arrivati a questo punto, si ha l’impressione che la narratrice “corsara” stia tirando il freno alla sua corsa, difficile e irta di contrasti, e che non le piaccia più il mondo in cui vive e desideri estraniarsi da esso, tornare nel suo rifugio segreto, dove, lontana da occhi indiscreti, possa ascoltare, senza intrusioni e rumori, la sua anima: “una società che le appare sempre più plumbea e alla deriva, amorale e disordinata, egoista e ingiusta, e dove si è perso completamente il senso, la misura delle cose.”. La comparsa delle Brigate Rosse e l’assassinio di Aldo Moro, avvenuto il 9 maggio 1978, accelereranno questo processo: “Allora Natalia si ritira ai margini.”.

Il ritratto della Ginzburg è alle ultime pennellate, il suo ciclo sta per compiersi. Abbiamo imparato a conoscere i timbri della sua voce, che fu forte, ma nella quale si nascondevano i semi di una malinconica debolezza. La vita non fu prodiga con lei, la segnò di delusioni e tristezze che diventarono cicatrici sempre dolorose. Ci siamo accorti che i momenti di felicità erano un premio ed una ricompensa alla sua sopportazione, al suo stoicismo, alla sua resistenza, alla sua ferrea determinazione di dire la verità anche quando a dirla era un rischio e ci si metteva contro l’establishment.

L’autrice ci sta lasciando la memoria di una personalità complessa, apparentemente forte all’esterno, ma intrisa, dentro, di pietà e di commozione; ruvida, ma anche riflessiva, diffidente, ma pronta a donarsi, “Una che soccorre”.

La Ginzburg rimprovera a Moravia di voler apparire severo e altezzoso nei suoi scritti, mentre a conoscerlo è di una dolcezza indescrivibile: “la grande distanza fra l’uomo, mite, simpatico, timido e accogliente e l’immagine brusca e scontrosa che dava di sé.”. Ma non si è mai accorta di assomigliargli, di essere un Moravia, pure lei, la stessa immagine in un unico specchio.

La protagonista invecchia, la sua nostalgia per il passato si accentua, e si fa più dolce, mentre il presente l’addolora sempre di più. Ce la immaginiamo, questa parte della sua vita, attraverso le parole di “”Vita immaginaria”, con le quali ci lascia in eredità una riflessione vibrante e tenera sulla vecchiaia: “Quando cerchiamo di ricordare da vecchi come era la felicità, ricordiamo che era un tempo di fantasie calme. Era un tempo in cui avevamo con gli altri rapporti naturali e limpidi. Era un tempo in cui non ci chiedevamo mai se eravamo o saremmo riusciti a essere dei protagonisti.”.

Nel 1983 viene eletta come indipendente nella lista del Pci, e fa la sua esperienza politica con la convinzione che “la politica è l’unico mezzo per fare davvero qualcosa per gli altri.”. L’avvocato Giovanna Cau, con cui era in rapporti, avanza anche l’ipotesi che “aveva accettato di presentarsi alle elezioni solo per lasciare a Susanna una pensione.”. Quando prende la parola in Aula “non vola una mosca.” I suoi interventi sono il più delle volte molto brevi, ma incisivi. Il 15 novembre di quell’anno interviene sulla pace e dice: “L’idea che la pace debba essere armata e difesa con le armi è una idea totalmente falsa: la pace vera non può che essere disarmata, la pace vera ha in odio le armi”. Poco meno di un mese dopo, il 17 dicembre “chiede una sovvenzione dello Stato per Elsa Morante, che il 6 aprile aveva tentato il suicidio compromettendo ulteriormente la salute malferma. Si era scoperta affetta da idrocefalia ed era disperata.”.

Ci si domanda: Perché si dedicò alla politica? Non credeva più nella pervasività della letteratura? Era rimasta delusa dall’efficacia formativa dei suoi romanzi e dei suoi scritti? (annota l’autrice: “la grande letteratura è morta, restano sbrindelletti e fantoccetti, specchi rotti, testimonianze personali, la grazia naturale di uno stile spontaneo.”). La politica la soddisfece o la deluse? (“spesso, purtroppo, mi sono sentita davvero inutile”). Sono risposte che si portò nella tomba? Forse una, di carattere generale e persuasiva, la possiamo trovare nascosta in questa frase di un’intervista lasciata alla giornalista Silvia Del Pozzo: “Questo mondo non mi piace. Generosità, coraggio, desiderio di essere, non di apparire, sono grandi virtù ormai scomparse. Ovunque. Ci son rimaste purtroppo solo quelle piccole.”.

Della sua tristezza ci ha lasciato memoria il politico e intellettuale, suo amico sin dall’infanzia, Vittorio Foà: “Natalia è triste, nei suoi libri è triste. Nella sua persona, nei rapporti con gli amici è triste. […] Non nasce dalle vicende della vita: è dentro di lei.”. E la Petrignani chiosa: “Il segreto della sua tristezza, che affonda nell’infanzia, nessuno riuscirà mai a carpirglielo.”.

Ecco una delle magie di questo libro. Nato per disvelare e interrogarsi sui segreti della Ginzburg, offrendo di lei un ritratto dalle mille irradiazioni, e dalle numerose stimmate, al fine di raggiungere e di mettere allo scoperto quella parte della sua anima più segreta, esso ci rende la dolorosa ma anche affascinante testimonianza che l’essere umano sfugge a qualunque tentativo di una sua definizione. Come Dio.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart