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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Alfredo Michelotti: “Alla ricerca della mia gioventù”

22 gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

L’autore emigrò da giovane in Olanda e fu costretto a prendere parte con l’esercito italiano alla Campagna di Russia della Seconda guerra mondiale. La raccolta, composta da racconti che, per la loro continuità di contenuto, potrebbero essere considerati capitoli di un romanzo, rievoca quegli anni, ma non solo. Iniziato a leggerla, sono rimasto affascinato dalla scrittura, che ha messo a nudo, in uno stile asciutto, senza lasciarsi andare a inutili e sterili sentimentalismi, gli anni della sua gioventù, trascorsi in guerra e impegnati poi, prima di poter ricongiungersi ai suoi rimasti in Olanda, nella dura lotta della sopravvivenza. È il ritratto di un uomo che non si è mai arreso e ha saputo far fronte ai rovesci del destino. La ritirata di Russia, coi saltuari rifugi nelle isbe, le nevicate abbondanti, le temperature costantemente di 30, 40 gradi sotto zero, la ricerca di trasporti di fortuna in mezzo a colonne di uomini appiedati e sofferenti, i ricoveri negli ospedali militari, gli scontri con i terribili soldati siberiani, che poco alla volta liberavano le città russe conquistate dai tedeschi e dagli italiani, fanno ripercorrere come in un diario ancora fresco degli avvenimenti, una esperienza reale. Questa è la descrizione di un’isba: “solo piano terra, poche finestre e copertura in paglia. I muri sono bianchi in calce e sterco di bestiame, dopo la porta il ripostiglio con tutto quanto è necessario ai lavori dei campicelli e dove anche si tiene la mucca o la pecora con l’immancabile cane. Poi la seconda porta da cui si accede alla grande cucina-soggiorno. Qui, a poca altezza da terra, c’è una specie di forno dove d’inverno è sempre acceso un fuoco a legna di gambi secchi di girasoli di cui in Ucraina si fa una vastissima coltivazione. L’intera parete della stanza ove si trova il forno è doppia e quindi tutta ben riscaldata.”.

Questa è la descrizione delle condizioni in cui si trovava la Divisione Cosseria: “Migliaia di uomini fantasma che in silenzio guardavano solo avanti perché dietro il vento gelido si portava via in pochi attimi i lamenti e l’anima di troppi compagni ormai privi di speranza e di forze.
Nell’immenso lenzuolo bianco della steppa una scura colonna senza fine avanzava lenta e dolorosa liberandosi man mano di tutto quello che pesava. Ai lati della pista c’era di tutto: fucili, giberne, zaini ed anche gavette. Importava soltanto riuscire ad andare avanti: laggiù ci aspettava il treno. Ci si appoggiava ed aiutava ogni qual volta un compagno dava segni di cedere.”; “Con il freddo aumentavano la stanchezza e la fame e nella notte, che non è mai notte totale a questa latitudine tanto che, anche senza lanterna, si può vedere nella distesa bianca abbastanza lontano, continuammo a marciare. Chi aveva una coperta, come me, si copriva testa e spalle.”. Le pagine dedicate alla guerra in Russia sono molte e tutte intense e ricche di particolari legati alla personale esperienza, e dunque costituiscono anche un importante documento storico: “Impiegammo un’oretta per arrivare alla periferia di Debalzewo dove ci fecero scendere di fronte ad una casa in muratura ad un piano. Ci saranno stati sì e no venti metri tra il camion fermo e la casa, ma a metà strada cademmo tutti e tre sulla neve come sacchi di patate, troppo sfiniti dalle ore di marcia in quel freddo tagliente come un rasoio.
Per nostra fortuna gli abitanti, che avevano sentito fermare l’automezzo e visto ciò che era accaduto, si precipitarono fuori salvandoci la vita. Quella notte il termometro segnava 47 sotto zero ed anche per Debalzewo era una temperatura da ricordare negli annali.”. Fu una guerra in cui i civili, soprattutto famiglie contadine (in questo caso ucraine), si mostrarono generosi con i soldati italiani in difficoltà, pur essendo essi degli invasori.

In una frazione del comune di Bagni di Lucca, Palleggio, che è il suo paese natale, egli ha trascorso il periodo precedente la guerra, arrangiandosi, la sua famiglia, per “sbarcare il lunario”, a commerciare di tutto, dal sale che si procura a Livorno, all’olio che va a prendere in Puglia, alle famose statuine di gesso prodotte dalle fabbriche della Val di Lima. Con la mamma gira l’Italia per venderle: “Restammo nel sud sedici mesi passando da Bari a Foggia e a Barletta. Se non fosse stato per la salute della mamma, a cui non confaceva quel clima, probabilmente ci saremmo stabiliti lì. Infatti non avevamo concorrenza, la gente, che era brava e affabile, comprava le nostre statuine e i guadagni erano buoni.”. “A Barletta, nella chiesa della Sacra Famiglia, feci la prima comunione.”.

Come del resto farà in Olanda, giuntovi quattordicenne, quando si caricava sulle spalle il pacco largo due metri fatto di teli scuri, dentro il quale i venditori “ponevano le figurine e vecchi giornali appallottolati tra una e l’altra a mo’ di cuscino perché non si rompessero.’’.

Del suo periodo trascorso in Olanda nell’imminenza della guerra ricorda “un padre carmelitano molto semplice e gioviale, appartenente alla nostra parrocchia. Parlava l’italiano meglio di noi, si fece in quattro per rendersi utile e per noi, che stavamo attraversando un momento difficile, la sua venuta fu quanto di meglio poteva capitarci.”. Scoprirà poi “che era un emerito professore, teneva cattedra all’università di Nijmegen, aveva avuto molte onorificenze ed era anche molto conosciuto all’estero. Il suo nome rimarrà immortale, lo si trova già sulle enciclopedie: TITUS BRANDSMA, nato nel 1881 da una numerosa famiglia del nord Olanda. Morì in un campo di concentramento nazista il 26 luglio 1942 a Dachau. Fu portato via dal pulpito e deportato perché incitava la popolazione a non credere alla propaganda fascista degli NSB olandesi.”.

Assiste alla guerra partigiana sulla Linea Gotica che “Parte dall’Adriatico, nelle vicinanze di Pesaro, e attraversando punti strategici dell’Appenino Pistoiese da una valle all’altra scende fin sotto Borgo a Mozzano per risalire poi nella Valle del Serchio sino all’alta Garfagnana. Traversa quindi le Alpi Apuane e scende verso Carrara. Lunghezza oltre 300 chilometri.”, e riferisce di atrocità compiute sia dai tedeschi che dai partigiani, alle quali ha assistito in quel periodo turbolento e difficile. Rifugiatosi tra gli sfollati, che cercano scampo dai rastrellamenti, così ricorda quei giorni: “Gli anziani signori Pini di Palleggio li ho veduti in località Palmi coricati in un letto di ferro, all’ombra dei grandi alberi, con la serva attorno. Con il tempo asciutto si cucina all’aperto: un paletto fisso contro il ciglio per sostenere la pentola, alcune pietre sotto per sostenere la brace, ed il fuoco è fatto come all’età della pietra.”.

In quella zona operava il famoso comandante “Pippo”, morto a Lucca, apparentemente suicida, il 24 agosto 1948. Così lo ricorda, in questa lunga citazione che è doveroso riportare: “Lassù in alto, sotto il crinale dell’Alpe delle Tre Potenze, all’estremo limite della Lucchesia e del Pistoiese, ci sono alcune capanne di pastori di San Cassiano di Controne. Ci sono sempre state da molte generazioni. Questa è la Rafanella. Ci si arriva attraverso una zona molto impervia per cui chi si trova là è al sicuro da sorprese.
Manrico Duceschi, nome di battaglia PIPPO, ne ha preso possesso con i suoi e con il tacito consenso dei pastori che lo aiutano anche con l’approvvigionamento.
Per il momento non devono essere in molti, almeno a giudicare dallo scarso numero di volontari che lo raggiungono dai paesi di questa valle. Probabilmente ce ne saranno arrivati anche altri da fuori zona. I pattugliamenti dei tedeschi aumentano, ma, all’infuori di piccole scaramucce, ancora non c’è stato granché.
Poi, verso la metà di marzo, per un ardito colpo di mano ben riuscito, il prestigio e la notorietà di Pippo è aumentata.
Con una ventina dei suoi migliori uomini si è recato alla Macchia Antonini, in quel di Piteglio, e, nel buio della notte, ha sorpreso con quel piccolo manipolo, che è riuscito però a dare l’impressione di essere più numeroso, una compagnia di circa duecento uomini con ufficiali italiani e tedeschi che stavano giusto preparandosi ad effettuare un rastrellamento di partigiani. Riuscì a disarmarli (era proprio di armi che avevano bisogno), non fece prigionieri e si dice pure che li rimandasse liberi. A parte le armi il bottino non fu un granché, ma in compenso guadagnò in prestigio anche di fronte agli alleati che, pochi giorni dopo, effettuarono alla Rafanella un primo lancio di rifornimenti.
Ora si dice che ogni giorno arrivano gruppi di nuovi volontari e questo lo conferma anche il mio informatore notturno.
Pippo ha dato vita a diversi distaccamenti che ora spesso rompono l’isolamento passando per i paesi tra la paura ed il rammarico della popolazione che teme rappresaglie dai tedeschi che sembrano sempre bene informati.
Questi hanno messo degli avvisi nelle piazze dei paesi che intimano alla popolazione di non tenere alcun contatto coi partigiani e di non fornire loro alcun aiuto se non vorranno incorrere in pene severissime.
Ed ogni giorno vi sono solo notizie tristi di guerra.
A Bagni di Lucca, nella nota Villa Cardinali, vengono internati tutti gli ebrei rastrellati nella nostra provincia ed altrove, in attesa di venir deportati in Germania e finire nei campi di sterminio.”.

Troveremo nel libro molti resoconti della guerra partigiana, anche di alcuni misfatti compiuti dagli stessi partigiani. Di “Pippo” saranno narrate gesta che ne mettono in risalto il coraggio e il valore di comandante. Ancora oggi resta inspiegabile come il governo italiano non gli abbia mai concesso la medaglia d’oro. Una grave mancanza. Un affronto alla giustizia. Una colpa.

C’è spazio anche per una storia d’amore tra l’autore e Isabella, che diverrà sua sposa. Il padre di lei, che aveva in Belgio una fabbrica di statuine, aveva mandato la famiglia al suo paese in Italia per metterla al riparo dalla guerra. Isabella abitava in una casa dei Giannini, la famiglia, proprietaria di una famosa cereria di quegli anni, rimasta nella memoria dei Lucchesi poiché presso di loro faceva servizio Gemma Galgani, la Santa: “Mia madre ricordava di quando già sulla strada dell’Astracaccio i Giannini arrivavano in carrozza da Lucca per le vacanze estive.
La gente usciva dalle case, non per loro, ma per vedere una delle serve che si chiamava Gemma, e che era molto nota alla gente di montagna per i suoi presunti miracoli.”.

Aggiungiamo che Gemma era conosciuta non solo in montagna ma nella città di Lucca, dove, con indosso la sua veste nera, la si vedeva pregare seduta al suo posto, a destra non appena si entri nella chiesina della Rosa.

Con questo libro, l’autore ci consegna un’esperienza di guerra e di amore da non dimenticare. Troviamo scritto nella conclusione della quarta pagina di copertina: “Anni da nascondere? Da dimenticare? No, mi hanno sempre detto in famiglia, lo stesso alcuni cari amici e conoscenti, non devi portarteli via con te, devi scriverli.
Presto detto e dopo quasi 50 anni è nato questo libro, mi sono alleggerito con un respiro di sollievo.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart