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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Fabio Genovesi: “Il mare dove non si tocca”

22 ottobre 2017

di Bartolomeo Di Monaco

Non si fa in tempo ad aggiornare un’antologia (“Scrittori Lucchesi”, Tra le righe libri, 2016) che subito spunta un altro narratore della mia terra che si è fatto largo tra le grandi case editrici e per questo merita curiosità e attenzione. È il caso di Fabio Genovesi, nato a Forte dei Marmi nel 1974, vincitore del Premio Strega Giovani nel 2015 con  “Chi manda le onde”, uscito sempre con Mondadori. Con Mondadori ha altre pubblicazioni come: “Versilia rock city”, 2012 (uscito con Transeuropa nel 2008), “Esche vive”, 2011  e  una raccolta di saggi: “Tutti primi sul traguardo del mio cuore”, 2013.

“Il mare dove non si tocca” esce nel 2017.

La famiglia Mancini, a cui appartiene il protagonista Fabio (che racconta in prima persona), vive a Forte dei Marmi, la bella località a pochi chilometri da Lucca, ed è perseguitata da una maledizione che riguarda i maschi, i quali, se arrivano non sposati a quarant’anni, diventano pazzi.

La scrittura di Genovesi ha presa giovanile e si affida ad una sintassi divenuta ormai disinvolta e impudica nella nostra narrativa degli ultimi tempi: “Anche quando da grande diventavo il capitano di una nave, che era il sogno numero uno della mia classifica.”; “Fino a un sabato caldissimo che i corridori scalavano la strada tutta curve dello Stelvio”; “mi era presa paura che la mamma rimaneva addormentata”; “aveva la bocca a metà fra un sorriso e se ti viene da piangere.”. Furba e accattivante, strizza l’occhio al lettore. L’intento è quello di coinvolgerlo e di divertirlo: “Non l’avevo mica capita per bene questa storia dei maschi che diventano pazzi, però diventare pazzi non era una bella cosa, e fra i maschi della mia famiglia c’erano tante persone che gli volevo bene. Cavolo, c’ero pure io!”.

L’iperbole e l’esagerazione manifesta sono degli ingredienti necessari al suo modo di narrare. Si veda la figura del padre di Fabio, Giorgio, il quale somiglia a Little Tony, la mamma Rita gli fa credere che sia proprio lui, e questo genitore è tanto mai preso dal suo lavoro di idraulico che a nessun’altra cosa pensa se non a quello. Ma ancora di più: “il babbo non aveva un mestiere, il babbo aveva una missione, e questa missione era aggiustare tutto quello che non funzionava.”. Devono andare a una cena e la mamma, che conosce le fissazioni del marito, gli raccomanda di non portarsi dietro gli attrezzi da lavoro: “Lui l’ha guardata, ha guardato me, poi ha alzato i suoi occhi verdi al cielo che cominciava lì subito dopo la porta di casa, ha aperto il giacchetto e ha tirato fuori una busta di plastica con dentro cacciaviti, chiavi inglesi, stoppa, pinza, tenaglie. L’ha posata sul tavolo di cucina, la mamma ha brontolato qualcosa e poi ha fatto per uscire, ma lui si è messo una mano nella tasca dietro dei jeans e ha tirato fuori anche due pile, del filo elettrico, una scatoletta piena di viti diverse.”. Troveremo più avanti una corsa fatta con l’Ape, “così veloce che per schiacciare i gatti non serviva nemmeno che attraversassero la strada, li potevamo risucchiare dai giardini con lo spostamento d’aria.”.

Anche di timbro canzonatorio e sfrontato è fatta questa scrittura: “il sagrestano una mano la poteva dare, ma giusto una, ché l’altra l’aveva persa da ragazzo quando lavorava nelle cave di marmo.”. Oppure è fatta di sentimento mischiato alla volontà di non cedere alla commozione: il padre si trova ricoverato in ospedale da quattro mesi, è intubato e non ha ripreso conoscenza dopo una brutta caduta: “E allora non importa se le sedie scricchiolavano e le finestre si chiudevano male, se scoppiavano tutti i tubi dell’ospedale e facevano nascere fiumi che scorrevano fra montagne di roba rotta: il babbo non poteva farci nulla, perché la cosa più rotta di tutte era lui.”.

La modalità espressiva di questo autore è talmente forte che ne sono impregnati alla stessa maniera pressoché tutti i personaggi. Ad esempio, Giorgio parla poco, ma quando gli viene l’eloquio, sembra di sentir parlare lo stesso narratore: ”Era una via di sassi e strinta e storta in mezzo agli olivi, e anche qui di bimbi ce n’erano tanti, però di soldi no e il gelato non lo poteva prendere nessuno.”.

Tutta la numerosa famiglia di Fabio, composta da innumerevoli nonni (in realtà zii, come poi verranno chiamati: fratelli dei veri nonni materni Arolando e Giuseppina, e nessuno sposato) ha il marchio di una espressività omogenea atta a comporre quello che nel romanzo è un vero e proprio villaggio speciale, il Villaggio Mancini, dove la pazzia, o comunque l’estrosità la fanno da padrone. Basti pensare che ad alcuni di loro manca qualche dita della mano: “Dieci dita sono troppe! Dieci sono quelle di partenza, poi con tutti i lavori, con tutte le fatiche e gli incidenti, come minimo una o due partono. Ma è normale, sono dieci per quello, perché si sa già che qualcuna la perdi.”.

È inevitabile che questo ragazzo, Fabio, che ora ha sei anni, quando va per la prima volta a scuola e incontra i suoi compagni, abituati alla normalità e ai giochi moderni, si trovi come sulla luna, in un mondo di alieni.

Fatica ad abituarsi e ad entrare in sintonia. A casa, poi, gli zii non fanno altro che parlar male della scuola, dicendo che a scuola non si impara niente, e soprattutto la scuola non ha niente a che fare con la vita vera.

Dai sei anni si procede in avanti (si arriverà fino ai tredici anni ) e ci vengono narrate le varie esperienze della crescita. Ad ognuna di esse il ricamo che ce le rappresenta è cucito con il filo del buon umore e della ineluttabilità. Ciò che ci accade, va preso per quel che è, senza che l’eventuale suo segno drammatico incida più di tanto su di noi. Accade e passa.

Nonostante sia cosparsa di accidenti, questa è una storia di ottimismo, di un ottimismo che scavalca, finanche ad esaltarla, la fatalità. Quando il babbo lo porta a pescare (“a me il mare dove non si tocca mi faceva parecchia paura.”), vede i pescherecci che tirano su le reti a strascico piene di pesci e teme che non gliene restino punti, ma il babbo lo tranquillizza: “Tanto, Fabio, il pesce tuo non te lo prende nessuno.”. Troveremo ancora: “le idee nuove e belle escono sempre dalla testa delle persone strane. È da lì che vengono le grandi invenzioni, e pure le grandi storie.”; “aspetti sempre che qualcuno ti aiuti a imparare qualcosa, e invece impari così tanto quando sei tu che ti metti ad aiutare qualcun altro.”; “cosa ci aspetta là davanti, non lo so e non lo sa nessuno, però sappiamo quel che abbiamo dietro, quello che abbiamo fatto giorno dopo giorno, che poi è la grande storia di come siamo arrivati fino qui.”. Quella prodotta dall’immersione nella vita brutale, priva di orpelli, è una maturazione profonda che fa subito presa nel ragazzo.

Le capacità affabulatorie di Genovesi richiamano alla mente un altro autore di quelle parti, al confine tra Toscana e Liguria, Maurizio Maggiani, nato a Molicciara in quel di Castelnuovo Magra nel 1951.

Alla storia principale ogni tanto si inseriscono storie minori ma efficaci nella tecnica narrativa. La Signora Ricordina, un’anziana donna ricoverata alla Casa di riposo, può essere l’esempio di  come l’autore vi si approccia: “Le uniche emozioni che ti rimangono sono le storie, quanto mi piacciono quelle belle storie romantiche.”, dice a Fabio, che subito promette di leggere una storia “a queste signore indiavolate”.

Chi conosce la Versilia sa quanta verità si nasconde nella frase seguente, ancora più vera se applicata ad un tempo più lontano: “nella mia famiglia, come in tutto il paese, funzionava così: se eri una donna ti appassionavi alla parrocchia e andavi fissa in chiesa, gli uomini invece non ci mettevano piede mai e diventavano tutti comunistissimi.”. Alcune note che richiamano abitudini e usanze del passato sono offerte così, in sintesi: un bozzetto da gustare.

Fa capolino anche una Versilia irriverente e un po’ anarchica: “E tutta questa roba si mescolava nei miei giorni e nel mio cervello, dove la chiesa e il comunismo erano una cosa sola.”; “Lenin e la Madonna erano una coppia innamorata”. Un po’ come in Guareschi.

Ogni età si snoda (questa è la struttura del romanzo) con gustosi quadri e segmenti, ed è scoperta e crescita, affrontate con gli occhi di una pruriginosa innocenza.

Lo scherzo, l’ironia e il gioco non sono però sempre fine a se stessi. Qualche frecciatina alla società moderna, tutta tesa all’ipocrisia e al guadagno, viene scoccata quando meno te l’aspetti: stanno costruendo il presepio: “Ed era davvero insopportabile che la squadra edile di Vittoria Apuana fosse così scarsa, in un quartiere che straripava di muratori elettricisti manovali e giardinieri: gente che praticamente costruiva e curava presepi stupendi tutto l’anno, solo che invece di Gesù Bambino ci mettevano a dormire i ricchi villeggianti.”. Nella seguente, Fabio fa il raccattapalle al Country Club America, dove è stato spinto dalla mamma per fare una bella carriera di tennista: “lo facevo per lei, che ogni pomeriggio era un passo più in là nella scalata della società. Però era una salita ripida e polverosa, e più conoscevo la società e più avrei voluto starne lontano, perché se era brutta già qua figuriamoci lassù in cima, dove arrivavano solo quelli che nello sporco e nello schifo ci si muovevano benissimo.”.

Si deve dire che una finalità sempre più manifesta di questa scrittura effervescente è proprio quella fustigatrice, dissacratoria e anche un po’ filosofeggiante e moralistica, espressa in sordina, però, senza che la si voglia mettere in primo piano: una specie di improvvisa scarica che penetra il lettore, il quale ne rimane colpito senza tuttavia voler rinunciare al suo divertimento: “gli uomini si pentivano di aver costruito le centrali nucleari ma ormai era tardi e avevano solo il tempo di morire.”; “Passi i giorni a ragionare, fai progetti e misuri ogni passo con attenzione, ma tanto poi la vita ti arriva addosso a valanga e ti sbatte dove le pare, in fondo al tuo destino incasinato.”. Il quartiere Caranna affida la costruzione del presepio a dei ragazzi down; ne viene fuori una realizzazione confusa e pasticciata. Il parroco Don Graziano così si giustifica dinanzi al Vescovo e alla giuria chiamata a giudicare, e palesemente scontenti: “Avevamo pensato di intervenire, di aggiustare qualche estrosità, volevamo togliere il ciclista e Toro seduto, volevamo lasciare in volo sulla capanna solo l’angelo e togliere lo pterodattilo. Ma poi ci siamo detti che no, non era giusto. Questo è il loro presepio, e già nella vita non possono fare mai quel che vogliono, almeno qua dovevano essere liberi fino in fondo.”; “gli indiani avevano capito tutto della vita, ed è per questo che li abbiamo ammazzati.”; “se ai Giochi della Gioventù ci fosse stata una gara di preghiera, i Super Devoti avrebbero vinto di sicuro la medaglia d’oro.” (i Super Devoti sono tre ragazzini che colgono ogni occasione per mettersi insieme e pregare, e li si crede intercessori di miracoli); “è solo questione di tempo, di crescere e imparare come si salta addosso alle prede, come si mordono al collo e si tengono a terra finché non smettono di tremare. Perché insomma, forse è così che funziona, la vita corre da qualche parte e per starle dietro non puoi farti troppi scrupoli, devi stringere i denti e andare diritto, senza preoccuparti se nella corsa schiacci qualcosa.”.

Nel corso della lettura si respira ogni tanto una intelligenza alla Forrest Gump, lo straordinario personaggio del film omonimo di Robert Zemeckis, del 1994, interpretato dal bravissimo Tom Hanks (tratto dal romanzo di Winston Groom del 1986): Fabio parla del carnevale, che odia al pari della ragazzina Martina vestita da coccinella (della quale poi si innamorerà): “E io uguale, tantissimo uguale. Ma ogni anno la mamma mi ci portava lo stesso, perché diceva che ero piccolo e ci dovevo andare, sennò poi da grande le rinfacciavo che me lo aveva fatto perdere.”; “Fortuna che io, di intelligenza, ne avevo davvero poca.”; “Solo che forse Dio sa fare tante cose ma guidare no, perché una notte James Dean aveva fatto un incidente e c’era rimasto secco.”. Sull’auto di James Dean c’era scritto: “DIO È IL MIO CO-PILOTA”. Anche la storia del commercio dei lombrichi richiama la simbologia dei gamberi presente nel film (“mi montava dentro l’angoscia di essere diventato ricco.”; “l’allevamento dei lombrichi mi stava portando una grande ricchezza e di questo passo rischiavo di ritrovarmi miliardario”).

Che questa scrittura e la narrazione orale abbiano la stessa origine ce lo dice indirettamente lo stesso autore allorché Fabio, sollecitato a farlo dalla nonna Giuseppina, che ha il televisore rotto e vuole lo stesso ascoltare una storia, racconta di come il nonno (barbiere) e la nonna (commessa in un negozio) si erano conosciuti e fidanzati. È talmente bravo che i suoi ascoltatori gli raccontano anche le loro storie, cosicché lui possa rimescolarle e renderle affascinanti: “Storie stupende che mi si rovesciavano addosso a cascata, si attorcigliavano fra loro e si mescolavano diventando altre storie ancora, ogni sera più ricche e più giganti”.

L’autore è dunque anche un cantastorie.

La scoperta del mondo dei libri ne ricalca gli echi. Al mercato tutte le bancarelle hanno dei clienti che rovistano e acquistano. Ce n’è invece una a cui non si accosta nessuno: è la bancarella dei libri. Di lato, seduta su di una sedia a sdraio e mangiando lupini, sta la venditrice (la “Signora dei Lupini”, il suo nome è Stella, e poi sarà chiamata Signora Stella). Vede Fabio, che ora ha dieci anni, e lo invita ad avvicinarsi e a sfogliare qualche libro. Sarà quello, per il ragazzo, il giorno che cambierà la sua vita (“Il primo passo verso la mia nuova vita.”). Ancora un film interpretato da Tom Hanks viene in mente: “Big”, del regista Penny Marshall, del 1988, allorché il ragazzo scopre la macchina del mago Zoltar in grado di realizzare i propri sogni.

È una lettura che più si va avanti più intriga e quel tono allegro e canzonatorio, non privo però di sentimento, ci contagia. Pensate all’inno alla povertà, con parole sparse un po’ dappertutto nel romanzo. Il protagonista non si lamenta mai di essere povero, e associa alla povertà il bene, mentre il male è legato alla ricchezza. Fa anche l’esempio di Gesù: “Gesù Bambino è nato in una capanna messa male come la roulotte dello zio Arno, anzi peggio, perché non era nemmeno sua, eppure dopo quasi duemila anni ancora se lo ricordano tutti e gli vogliamo un sacco di bene. E non penso che sarebbe andata così, se Gesù fosse nato in una villa con la piscina, e al posto del bue e dell’asinello avesse avuto un pony.”; “insomma, la mattina del pony e della piscina avevo invidiato quel bimbo ricco ma solo per un attimo, poi avevo capito che no, la sua era una disgrazia, e quello fortunato ero io.”.

Pensate al ritorno dalla guerra del nonno paterno Dino e del suo incontro con la nonna Mariuccia che se lo vede comparire alle spalle mentre è china nel campo e lega i pomodori. Lì per lì non lo riconosce, “perché è partito ragazzo e tornato vecchio”, ma appena parla e la saluta, subito gli salta al collo avendolo riconosciuto.

Fabio ne narra la storia e nel farlo ha presente questa bellissima convinzione: “poi però l’ho capito  che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più bella è più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre.”. Non è ciò che succede con l’arte?

Di queste espressioni, che sembrano nascere da sé ma sono frutto di una profonda maturazione interiore, il romanzo è ricco. E sono esse che danno quel peso specifico che ci induce a considerare che dietro il divertimento l’autore nasconde uno scopo più importante: quello di farci riflettere e di aiutarci a conoscere: “È per avere ragione che cominciano le guerre, poi a forza di bombe e cannoni te lo scordi e sono solo medaglie sul petto e morti sottoterra.”.

Andando avanti, sempre più siamo confermati che il divertimento è solo un mezzo e una piacevole e rassicurante finzione: “stavo per compiere undici anni, che non saranno tantissimi ma per un bambino sì, siccome dopo arriva l’adolescenza e diventi un ragazzo, quando un bambino non può invecchiare più di così.”; “imparare le cose della vita è come svuotare il mare con un bicchiere: prima di cominciare ti sembra un’impresa difficile, ma se ti fai coraggio e ci provi, allora capisci che è proprio impossibile.”.

In Genovesi lo strabordio delle parole appare simile a uno strano contorcimento al termine del quale si delineano concetti e immagini.

Il piacere di disegnare personaggi e di compiacersene è un’altra componente della sua scrittura. L’esempio più significativo può venire dal ritratto del maestro di tennis Gualtiero, che somiglia come una goccia d’acqua al famoso cantante Julio Iglesias, e fa il cascamorto con le mamme dei ragazzi a cui dà lezione. Per sottolineare la sua somiglianza con il cantante, gli piace spagnoleggiare: “Amigo, le gambe no funsionano? A te no serve occhiali, a te serve sedia a rotèle!” (…) e questo è mui estrano, con una mamma così in forma.”. Ma anche quello del catechista Giovanni, disegnato con due tratti di matita, non è male. Eredita dalla mamma una gelateria che ha una numerosa clientela e che cosa si inventa? Di fare il gelato senza zucchero e così “ho visto bimbi piccoli assaggiarlo e mettersi a piangere.”, racconta Fabio. In quattro e quattr’otto la gelateria dovrà chiudere i battenti: “Nessuna bocca voleva avvicinarsi al suo gelato, e lui non voleva tornare indietro.”.

La puntigliosità con cui ci viene narrato il crescere di Fabio, quasi anno per anno (il suo “treno della vita”), ha questo vantaggio, che deriva anche dalla funambolica affabulazione propria dell’autore (“Chissà se anche a me era successo così, a guardarmi da fuori, perché invece da dentro mi sentivo sempre uguale, nel finestrino appannato vedevo la stessa faccia scema e piena di riccioli che avevo dal primo giorno che mi ricordavo di me.”): farci rivivere la nostra età; non solo quella dei contemporanei di Fabio, ma anche dei più anziani, come me ad esempio, i quali, sia pure con modalità diverse, ritrovano gli stessi sapori e le stesse meraviglie provate dal protagonista.

La lunga malattia del babbo che entra in coma e si risveglierà dopo oltre due anni può essere considerato, insieme con la crescita del ragazzo, la lettura dei libri che fa al suo capezzale e la maledizione che colpisce i Mancini che a quarant’anni non sono sposati, uno dei fili conduttori della storia. L’attraversa come una lunga spilla acuminata che non ci fa dimenticare che insieme con la nostra vita viaggiano stretti l’uno all’altro il dolore e la speranza.

E la scrittura, e il raccontare, e questa capacità superlativa dell’autore di creare immagini? Sono gli strumenti per dare alla vita la magia della favola e dell’avventura: “Ogni tanto le cose meravigliose si stufano di stare lì sedute a invecchiare nel mondo della fantasia, allora una scatta in piedi, prende un giorno a caso della tua vita e ci si tuffa dentro.”; “ci sono cose che arrivano per farti ridere e altre per farti piangere, e altre ancora che sono così giganti da travolgere tutto, e tu voli via con loro e ridi e piangi insieme, e sventoli le mani a caso nell’aria piena di fulmini e tuoni, tuoni e fulmini, in braccio a una tempesta che si chiama felicità.”.


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Bart