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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Flavia Piccinni: “Quel fiume è la notte”

29 luglio 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Se ci fosse una classifica dei narratori italiani che girano in lungo e in largo il nostro Paese, sono sicuro che Flavia Piccinni occuperebbe uno dei primi posti, se non addirittura il primo. Giovane e piena di energia e di curiosità non si fa mancare nulla. Arriva dappertutto. Non bastandole i libri che scrive, collabora con molti giornali, sia cartacei che on line. Su Il Tirreno cura una rubrica domenicale, Vite dei Lucchesi, in cui ha parlato perfino di me! Ma sarebbe lungo farne un elenco. Le sue interviste sono memorabili. L’ultimo libro che ha scritto, una denuncia sul mondo delle baby-miss, “Bellissime”, Fandango, 2017, si è aggiudicato il Premio “Benedetto Croce” 2018 per il giornalismo letterario, battendo nomi importanti tra cui Paolo Mieli ed Ezio Mauro. Ma già nel 2005, quando aveva appena 19 anni, vinceva il Premio Campiello giovani con “Non c’è tutto nei romanzi”. Di lei mi occupai quando uscì con Fazi il suo primo romanzo: “Adesso tienimi”, del 2007, inserendola tra gli scrittori Lucchesi, dato che a Lucca ha passato gli anni della sua adolescenza (basta amarla una volta sola, la mia città, e si diventa Lucchesi per sempre) e, poiché i genitori gestiscono una farmacia appena fuori le splendide Mura uniche al mondo, ancora vi capita quando desidera riposarsi dal suo frenetico e simpatico girovagare (ogni giorno si potrebbe fare un gioco per indovinare dove sia). Ha scritto da qualche parte che è in cerca di una dimora dove poter godere bellezza e serenità, e spero che la trovi in Lucchesia che offre storia, bellezze paesaggistiche (la Garfagnana), il mare (la meravigliosa Versilia) e la montagna (le stupende Apuane).

Dopo “Adesso tienimi” ha pubblicato: “Lo sbaglio”, Rizzoli, 2011 e “Quel fiume è la notte”, Fandango 2016.

Percorreremo insieme quest’ultimo romanzo.

Siamo in India, a Delhi (“Passeggiare per Delhi è dimenticare chi sei.”), sulle rive del Gange; la protagonista, che viene da Napoli, Lea, pensa: “Sono passati undici mesi, ma non potrei essere da nessun’altra parte che qui. Immersa nell’acqua livida del Gange mentre le pire si alzano nel cielo, e bruciano ininterrottamente i corpi dei nostri morti.”.

Questo inizio – e già prima l’epigrafe tratta da una raccolta di reportage dall’India del 1961 di Alberto Moravia, “Un’idea dell’India”, la quale recita: “Voglio dire che dovresti sentire l’India come si sente, al buio, la presenza di qualcuno che non si vede, che tace, eppure c’è.” – ci avvertono che stiamo entrando in un mondo dove il prodigioso e lo spirituale si fonderanno e imprimeranno sull’anima del lettore una suggestione quasi primordiale generata da una raffinata sensibilità.

Si nota sin dalle prime pagine che Moravia è presente non solo nell’epigrafe, ma con l’esempio fascinoso del suo stile adoperato nei reportage, trasmessi un po’ da tutto il mondo, come inviato speciale del “Corriere della Sera”. Vi ritroviamo la stessa sua attenzione ai particolari non solo paesaggistici, ma anche dell’anima.

Una medesima sensibilità, lo stesso sguardo partecipativo e penetrante, accompagnano la nostra autrice: “La verità è che l’India è il posto giusto per smarrirsi. Ci sono tante cose dentro cui ci si può perdere: strade, bassifondi, vicoli, chiese, templi, statue di Ganesha, feste, matrimoni, ragazzini che sorridono e intanto mostrano la mano con la lebbra per chiedere l’elemosina al semaforo, donne che vendono sari di seta rosa e viola accanto a discariche a cielo aperto, bambini che frugano nella spazzatura e leccano quel poco cioccolato rimasto attaccato alla confezione di una barretta, ragazze con il viso coperto da cui si intravedono occhi intriganti, uomini che ti fermano e ti domandano: sei indiana?”.

Naturalmente, questo di cui ci occupiamo è un romanzo, e dunque è qualcosa di ben diverso da un reportage, e ha bisogno di una storia. La protagonista è pronta a raccontarcela. La madre, Adriana, è meridionale e insegna in un liceo classico: “Mia madre non piange mai, ha i capelli scuri che ha tinto di nero dieci anni fa, d’estate indossa camicioni di lino e d’inverno golf di lana e pantaloni palazzo. Parla pochissimo, non ha amiche”. Il padre è morto nel 1997. Il suo viaggio è alla ricerca di una liberazione, di una propria identità: “Tre giorni fa sono partita da Roma come una vittima del libero arbitrio.”. A riguardo dei rapporti con la madre, dice “Ci ho messo quasi vent’anni per capire che le sue colpe, e le sue disgrazie, non devono per forza appartenere anche a me. È finita l’epoca in cui le scelte e le miserie dei padri devono ricadere sui figli.”.

Flavia Piccinni è nata per scrivere. Ancora una volta troviamo nella sua calligrafia una vocazione naturale: i periodi sono sciolti e leggeri, le parole si susseguono mai vuote, bensì significanti. Pensieri ed immagini assumono una evidenza visiva. Tutto si arricchisce di un tono di amicizia e di compartecipazione. La protagonista, infatti, non è mai sola, in realtà, ma ogni suo gesto è offerto al lettore come un richiamo naturale alla vita: “Non lo sanno che, presa come sono dalla voglia di uccidere me stessa, non sarei capace di fare del male a nessuno.”; “Fuori c’è la possibilità di dire: ho sbagliato, non so perché l’ho fatto, ma ho bisogno di sentire che passerà. Voi che sopravvivete a tutta questa miseria ogni giorno, insegnatemi come si fa, insegnatemi come si può convivere con il dolore.”. Prevale spesso il suo sguardo acuto e pervicace sulla realtà, accompagnato da una curiosità di vivere che ci contagia (“voglio che sia la curiosità, e non il mondo, a dettare i tempi della mia vita.”). La sorella Clio, poco prima della partenza avrebbe dovuto dirle: “Torna soltanto quando avrai imparato come si fa a dimenticare.”. Ma non glielo dice; però noi sappiamo che questo, della liberazione e della ricerca di risposte alle sue domande, è lo scopo del suo viaggio. È stata in ospedale, “alla fine di maggio”, per abortire. Il fidanzato, Cesare, l’ha abbandonata non condividendo la sua scelta (“io non ti amerò più, hai ucciso nostro figlio e io non ti amerò mai più.”; “mi ha lasciato per colpa mia, non per un’altra.”. Fra l’altro l’ha anche ammonita: “un viaggio non può cicatrizzare la colpa, nemmeno un viaggio indiano.”).

Ogni volta che il luogo cambia, come quando Lea si trasferisce da Delhi a Jodhpur, ci pare di incontrare, ancora una volta, Moravia con il suo attento sguardo su ciò che lo circonda: “Il rumore del tuctuc è quello di una marmitta scassata. Alla guida c’è un dodicenne con gli occhi rossi che fa lo slalom fra mucche, bambini, donne, altri tuctuc e immancabili merde. Sembra di stare in un video gioco e così anche le varie sterzate per evitare un camion o l’ennesima jeep contromano diventano, perfino se si rischia la vita, soltanto un divertimento.”; “I suoni dell’India non assomigliano a niente di quello che esiste in Italia (…) I rumori appartengono a questa terra, sono come le erbacce e l’incenso; giungono dall’anima di questo Paese, e vanno in direzione del cielo, nel vento.”.

L’aborto volontario (impostole dalla madre), ed anche una depressione, hanno lasciato dentro Lea una ferita profonda, che non riesce a sanare. È cambiata la sua vita, si sente un’assassina, ma ciò che è importante, nonostante il senso di colpa che la opprime (“ho solo tanto dolore.”), è che resiste in lei il germe della speranza e il desiderio del riscatto, anche se in modo fragile e conflittuale. Il desiderio della vita è sempre superiore a quello della morte: “questa è la terza depressione della mia vita, ma adesso io sono pronta a non finirci dentro. Dal mio passato ho imparato qualcosa: anche se credi di morire, alla fine non muori mai.”.

La miseria (troveremo descritta nel cap. XI una famiglia che “è l’idea stessa della povertà”, quella di Juga “che ha trentadue anni e sembra un vecchio”), il disordine, il frastuono, appaiono come gli strumenti grazie ai quali lo stordimento dovrà trasformarsi in consapevolezza e in una presa di coscienza: “Un vecchio si sta spogliando davanti a una fontanella, quando ha tolto anche le mutande, si tuffa sotto il getto fioco e inizia a strofinarsi il corpo, ridacchia, fa dei versetti: assomiglia ai passerotti in primavera, quando sta arrivando il momento di abbandonare il nido e l’aria inizia ad assumere un tepore gentile.”; “Anche al paese di mia nonna, quando lei era ragazza, le porte si tenevano aperte e le finestre sulla strada restavano spalancate: era un invito alla condivisione, allo stare insieme, a non chiudersi nell’isolamento domestico; chissà se è così anche qui, dove tutto sembra una festa appena iniziata o sul punto di finire per sempre.”.

L’India non fa miracoli; la protagonista annota le debolezze e le furbizie che anche lì, come in tutto il mondo, si annidano tra gli uomini pronti all’imbroglio e al sotterfugio. La necessità di sopravvivere, lo sforzo di ribellarsi ad un destino vocato alla morte, si realizzano in un modo disgustoso ma sono legittimati. La protagonista ne è turbata, ma utilizza la propria ironia per andare oltre. Il cammino della rinascita è disseminato di ostacoli, di brutture, di repulsioni, che agiscono come un pantano che insidia il cammino, e quasi ci trascina nel nulla, in un annientamento assoluto.

Il romanzo, che pare il resoconto di una vacanza (ma “Non si va in India per una vacanza.”) resa necessaria da una sofferenza (il rimorso per l’aborto praticato è tenace ed ossessivo. Ricordando un ragazzo indiano che ha visto giorni prima, riflette: “Sono due occhi simili a quelli che forse avresti avuto tu”), è in realtà un viaggio dantesco attraverso l’inferno. Quando incontra un’amica di passaggio, Zelda, una fotografa (poi continueranno a viaggiare insieme), riflette: “Vorrei chiederle dove sta la spiritualità, se mi ci può portare, e poi dove posso trovare qualcuno capace di ascoltare il battito del mio cuore e togliere quel colpo che ogni tanto suona a vuoto, nell’aria, ed è aritmico e doloroso.”. Gli occhi di quel ragazzo sono sonda e bisturi, un nuovo intervento non più chirurgico ma spirituale: “Sono due occhi che mi inchiodano alla colpa, mi tormentano. Li vedo ovunque. Sono al mattino dentro lo specchio e mi fissano, ci sono anche la sera, quando ritorno a casa. Loro sono sempre lì. Mi domandano che persona sono se ho ammazzato un bambino, che donna potrò un giorno diventare se ho ammazzato un neonato, che madre potrò mai essere se, la scorsa primavera, ho scelto di uccidere il mio primo figlio.”; “Adesso il mio bambino è nella terra, scomparso.”. Si tratta di un fardello pesante e l’autrice ci costringe a domandarci se sia mai possibile liberarcene. Non si può andare contro le leggi e i ritmi della natura; chi lo fa ne paga un prezzo disperato. Si può, è vero, riuscire a sopravvivere, ma il più delle volte si viene trascinati a fondo e la nostra anima da immortale si fa caduca e mutevole; e quelle volte che riusciamo a salvarla, le lasciamo una cicatrice che rimarrà per sempre. Il suo analista Franchi, quando aveva diciassette anni, e aveva tentato il suicidio, le aveva detto che sin da piccoli occorre imparare a volersi bene. E se non ci si riesce, come si fa a rimediare?, gli aveva domandato. E l’analista: “Non si rimedia. Si rimane per tutta la vita con una ferita che negli anni diventa una cicatrice, e allora non ci si può inzuppare più dentro la speranza o la rinascita. Ci si arrende al fatto che andrà così, per sempre.”.

È così che il viaggio in India alternerà baluginii di speranza ai forti colori del dolore e della ineluttabilità. La speranza è un sentimento tra i più forti e resistenti; quando la secchezza spaventosa della miseria materiale e spirituale pare sopraffarci, il baluginio di una luce improvvisa può alimentarla di nuovo e renderla superba: “Intorno a noi non c’è che sabbia, sabbia finissima e bollente; a sei ore da qui stab Jaisalmer con le sue mura millenarie messe a difendere catapecchie adibite a hotel, vacche sacre e bazar per turisti che vendono turbanti, cappellini da baseball e cartoline sbiadite. Quando l’ho vista da lontano mi è parsa un miraggio: era come se l’oro delle montagne fosse evaporato, e appoggiandosi sulle nuvole avesse costruito una cittadella di tufo; invece era lui, il forte della meravigliosa Jaisalmer, che stava sopra il Trikuta. Fino ad allora non avevo visto niente di simile e chissà come doveva apparire questo miscuglio di case e di sogno cento, duecento anni fa, a chi arrivava in groppa a un cammello dal nulla.”.

Questa descrizione vale il libro e conferma una non comune sensibilità dell’autrice riversata dentro una scrittura all’altezza di compiere un tale miracolo. Ci dà la speranza, infatti, che la protagonista possa vincere la sua battaglia, nonostante le difficoltà. Dirà Jasi, un uomo del deserto (“Ha ventotto anni ma ne dimostra dieci di più”): “Il deserto ci dà tutto ciò di cui abbiamo bisogno”. La protagonista lascia Jasi per andare a dormire: “Non sono neppure le dieci quando ci salutiamo. Vado verso la duna che ho scelto per riposare. È alta, ci arrivo a fatica, quando scollino mi lascio andare sulla sabbia, ci plano su, sprofondo al suo interno. Mi distendo sull’arena tiepida, e sopra di me scopro un immenso cielo di stelle e la luna, tonda e bianchissima, che non mi è mai sembrata tanto generosa, grande, vicina.”. Leggeremo, poi: “C’era qualcosa di primordiale, poco fa, nel fuoco.”; “Adesso, siamo gli ultimi uomini del mondo. Adesso, non ha senso la vita che scorre altrove perché continua ad andare, e continuerà a farlo, anche senza di me.”.

A mano a mano che il viaggio procede, sempre di più si avverte che esso sta producendo un mutamento in Lea: “Mi sembra di essere in India da un tempo indefinibile, è come se non fossi mai venuta o fossi qui da sempre.”.

Si può già dire che Lea è diversa sicuramente da come è arrivata. In peggio o in meglio lo vedremo più avanti, poiché è il principale interrogativo posto dal romanzo. Ci si può riscattare da una colpa? E da una tale colpa? E come?: “Ero convinta che dopo, quando sarei uscita dall’ospedale, tutto sarebbe stato uguale a prima. Non avevo capito che tutto sarebbe cambiato.”.

Il mutamento che l’ha colpita è di quelli che tendono a pietrificarsi (“congelano la vita”), a ridurre, con il rischio di annientarle, sensibilità e percezioni, a ingrigire l’orizzonte, a oscurare il proprio cammino. Si barcolla, si fatica a reggersi in piedi, ci si vorrebbe fermare: “Piangevo perché mio figlio non lo volevo ammazzare, perché ammazzare un feto è ammazzare una parte di te anche quando ti convinci che così non sia.”. Il tema dell’aborto è diventato ormai centrale con dimensioni sempre più gigantesche, come se il fantasma di un bambino mai nato si sovrapponesse alla donna imprigionandola in una densa massa di ombre. Viene in mente “lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci, del 1975 (in realtà scritto nel 1967, dopo un aborto spontaneo subito dalla scrittrice, che ne aveva avuto un altro nel 1958).

(Devo confessare che il tema ha affascinato anche me, ispirandomi una delle mie leggende: “L’angelo dei bambini non nati”).

Quando arriva presso un piccolo tempio, davanti a sé sta “una calca di ragazzi e ragazze sorridenti”; allora penserà di essere arrivata nel posto giusto: “Quello per cui sono venuta qui, in questa terra, a cercare una me che deve essere scappata alle vite e alle epoche, nel ricordo di un fiume lungo, grigio e amaranto, fra le sponde del tempo.”.

Vediamolo questo fiume, che dà il titolo all’opera: “Quel fiume è la notte, tutta la notte. Arriva quando meno me lo aspetto, per trascinarmi via, altrove: è il fiume in cui ti ho perso, bambino mio, in cui ti ho perso non per colpa, ma per scelta.”.

Cos’è questo fiume che scorre “fra le sponde del tempo.”? L’immagine ha la forza di una esondazione che non ha ritorno, di uno scorrere di acque che nella placidità raggiunta dopo la piena nascondono tutto ciò che dell’uomo si è mescolato con la grandezza dell’universo, misurando la propria fragilità, gridata con l’ultimo respiro rimasto nella gola, prima di tacere per sempre. La memoria e la illusione si fanno dolore e vocazione al silenzio e alla morte: “Avresti avuto i capelli biondi e ricci, gli occhi azzurri come certe giornate d’estate, all’alba, quando il vento ha portato altrove le nuvole e i pensieri, e il cielo è vuoto e anche il mare è vuoto e calmo.”.

Il titolo ci dice anche che il fiume, quel fiume, quella disperazione, è la notte. La notte è una cancellazione di una parte importante di noi? È uno smarrimento? Una vertigine? Un non tornare più ad essere se stessi?: “vorrei tornare a casa con immagini nitide di ogni volto e di ogni sensazione.”; “Intanto penso a te, figlio mio, che hai portato la morte dentro di me.”.

L’India liberatoria che sta cercando non riesce a trovarla: “immaginavo l’India l’esatto opposto di quello che mi trovo davanti: credevo di scoprire sterminate montagne e silenzio, un posto dove riflettere lontano da quel groviglio di aspettative e desideri e realtà dentro cui tutti ci muoviamo ogni giorno.”. I percorsi del riscatto spirituale non sono semplici, anzi ci infliggono ulteriori prove da superare, in qualche caso ancora più difficili di quelle da cui si spera di uscire. Chi cerca la liberazione e il riscatto, trova sempre la pena. “L’india ti stanca?” le domanderà l’amica Zelda. “Sì. Mi stanca la sua povertà, il fatto che non ha veli e ti guarda mentre sta male, senza vergogna.”.

Siamo nella parte settentrionale dell’India, ad Agra, ed ecco apparire il Taj Mahal (lo avevamo già incontrato da lontano: “un palazzo che si erge a pelo sull’acqua, ed è un insieme di archi, torri e cupole.”). È una delle sette meraviglie del mondo, espressione forte di un gesto d’amore. Fu fatto costruire nel 1632 (i lavori finirono nel 1654) dall’imperatore moghul Shah Jahan a ricordo della moglie preferita Arjumand Banu Begum, più conosciuta con il nome di Mumtaz Mahal, che in lingua persiana significa “la luce del palazzo”, morta nel dare alla luce il quattordicesimo figlio dell’imperatore. È nato, dunque, da un gesto che è tutto il contrario di quello compiuto da lei nei confronti del figlio mai nato: “Adesso, invece, piango per colpa mia perché ti ho lasciato andare, perché non sono stata in grado di lottare.”.

È di fronte a questo mausoleo dell’amore che le ritornano alla memoria le parole di Cesare: “’Lea, amore, non facciamoci questo’, aveva aggiunto, mentre sulle guance caracollavano delle lacrime piccole, da bambino, che arrivavano a rigare le gote e il mento, e cadevano come una cascata sulla camicia chiara.”. Cesare e il Taj Mahal si somigliano, dunque, anzi sono la stessa cosa: una eguale espressione d’amore. Qualche volta Lea è tentata di telefonargli dall’India, ma poi desiste, ricordando le parole che Cesare le aveva detto una volta che le aveva risposto: “io per te sono morto, e ai morti non si telefona.”.

La paura. Lea spesso ha paura, un sentimento che nasce improvviso. Non è la normale paura che una donna ha quando viaggia da sola. È la paura di uno smarrimento totale, di una insicurezza che viene dal profondo e che si incolla alla  coscienza, come l’edera al tronco di un albero, ne succhia la linfa e ne infiacchisce le resistenze. È la paura generata dalla mancanza di un atto d’amore e fa parte del cammino di liberazione intrapreso dalla protagonista. È diventata una paura inscindibile, una specie di semaforo rosso che si è bloccato e che diventerà verde solo nel momento in cui il riscatto e il perdono appariranno all’orizzonte, disponibili a riconoscere nella protagonista il sacrificio reso e l’espiazione compiuta.

La malinconia. Rari sono i momenti di gioia. Lea non ride quasi mai. I suoi occhi si immergono più nella miseria degli uomini che nella bellezza della natura. La stessa scrittura ne è impregnata. Le parole sembrano segnate da una sottile linea che potrebbe anche cancellarle. Il loro significato è più vicino alla scontentezza e alla delusione che alla speranza. Vi è un’adesione perfetta tra Lea e la scrittura, al punto che si ha l’impressione che non sia quest’ultima a creare Lea ma sia Lea ad imporsi su di essa. Una fascinazione da cui il lettore è preso e suggestionato: “Guardo queste pareti bianche, morenti, che restano come cadaveri a ricordare che un anno anche qui, in questa periferia del mondo, la bellezza era giunta, aveva toccato gli animi, e aveva imparato a non lasciare altra traccia.”.

Anche l’India e Lea si somigliano e si incorporano. I tumulti, le contraddizioni, le ipocondriache sensazioni che si susseguono nell’anima di Lea, sono le stesse che aleggiano sull’India, la quale è dunque solo un’anima di Lea più grande, che la contiene e la nutrisce. Gli uomini e le donne che abbiamo incontrato, tutti in cerca della vita, i paesaggi, i numerosi templi e le divinità rappresentate in gigantesche sculture, i colori sgargianti delle vesti, gli odori diversi (“sono il primo e più tremendo ricordo dell’India”), numerosi e penetranti, che salgono dai corpi (“odora di pollo.”), dagli animali, dalle malattie, dalle pire che bruciano i morti (“Chissà se l’anima, guardando il corpo che si consuma, prova dolore.”), dai ritrovi, dai mezzi di trasporto, dai ristoranti, dalle strade (“c’è un rivolo d’acqua – o piuttosto di piscio –“) sono i frammenti dell’anima di Lea che aspirano ad una ricomposizione (“una civiltà che invidiamo pur non riuscendo a comprenderla.”) che la faccia tornare ad essere ciò che desidera: “mi sono convinta che voglio continuare a essere quello che fino a oggi sono stata: una camminatrice leggera sulla terra, soltanto una figlia.”. Ma leggeremo più avanti, quando si trova sulle rive del Gange, a Benares, “una città che è un tugurio a cielo aperto.”, e ricorda il figlio non nato: “Mi piacerebbe pensare che ti ho liberato dal circolo penoso della vita, condannando me al tuo posto e in eterno alla reincarnazione.”. Sarà quest’ultima riflessione a prevalere. Una bambina “allunga a me e a Zelda una ciotolina di petali con al centro una candela.”; “Va lasciata andare esprimendo un desiderio.” le dice l’amica. “Con le mani a coppa mi avvicino al Gange pensando a te. Lascio andare il mio cestino nell’acqua e lo seguo, mentre avanza nella nebbia e nel fiume. Ormai so che non tornerò più indietro. Tutto intorno a me è buio. Solo la lucina della candela, insieme ad altre decine di fiammelle, avanza nell’oscurità.”. Ricordiamoci che è il fiume del quale aveva detto: “è il fiume in cui ti ho perso, bambino mio, in cui ti ho perso non per colpa, ma per scelta.”.

Poco prima avevamo letto un pensiero tremendo: “Avrò forse altri bambini e tutti saranno la mancanza di te.”. Lea non vuole che succeda questo, rifiuta quella pena e si spinge avanti nelle acque del fiume, quel fiume che è la notte: “Avanzo. Ogni onda è un tuo abbraccio. Ogni odore, in questo spaventoso buio che mi circonda, un frammento del mio amore per te. So che non ci rivedremo mai più. Ma è una sensazione di innamoramento. La prima vera emozione della mia vita.”. La colpa si è trasformata nel grande amore e l’amore diviene eterno nell’abbraccio con la morte.

Con l’autrice abbiamo, dunque, compiuto un cammino della pena e del dolore. Ci viene consegnato l’interrogativo se Lea abbia vinto la sua battaglia o se la sua scelta sia stata una resa contro forze più grandi di lei. Ma sta il fatto che il racconto è entrato dentro di noi come fa il fiume da cui prende vita un grande lago, e quel lago è la nostra anima.

 

 


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Bart