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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Francesca Caminoli: “Dialogo dei ragazzi morti” (e “Viaggio in requiem”)

7 dicembre 2018

Vogliamo stravolgere l’ordine del cielo e della terra”
di Bartolomeo Di Monaco

Come è accaduto per altri scrittori inseriti in questa raccolta, la Caminoli non è lucchese, essendo nata a Lecco nel 1948, ma a Lucca vive da quarant’anni e possiamo dire, anche per lei, che è ormai lucchese, avendo respirato l’aria contagiosa e vocata all’arte di questa città: “forse anch’io ho trovato il mio posto.”. In una sua e-mail, mi ha scritto: “… sono nata a Lecco, vissuta a Milano dove facevo la giornalista fino a 34 anni, poi venuta a vivere a Lucca, per molti anni in campagna, poi in città, ora di nuovo in campagna. Ormai ho vissuto più anni a Lucca che a Milano.”.

Nella sua vita ha fatto tante cose. È giornalista professionista e ha lavorato a Milano in quotidiani e periodici fino al 1982, anno in cui si è trasferita a Lucca. Qui ha fatto diversi lavori: traduzioni, uffici stampa, testi per depliant di aziende e, sporadicamente, ancora qualche articolo per i giornali.

Negli ultimi anni ha ripreso in modo diverso la professione, facendo un giornale in Nicaragua con i ragazzi di strada del progetto Los Quinchos, con cui collabora.

Ha pubblicato con Jaca Book: “Il giorno di Bajram” (1999), “La neve di Ahmed” (2003), “Viaggio in requiem” (2010), “La guerra di Boubacar” (2011), “C’erano anche i cani” (2013), “Perché non mi dai un bacio? Una donna accanto ai bambini di strada” (2016), “Dialogo dei ragazzi morti” (2018).

Ci occuperemo di questo suo ultimo romanzo, ma non sarà trascurato il romanzo di otto anni prima, “Viaggio in requiem”, poiché le due opere sono indissolubilmente legate, ed insieme tracciano un cammino di dolore e di speranza che toccherà i temi della vita e della morte.

L’autrice ha vissuto la tragedia del figlio Guido, morto suicida a 26 anni in una terra lontana da lei, Otranto, in Puglia, nel 2004. Da allora convive con il mistero della vita e della morte. Cerca le risposte alle sue domande. Vorrebbe ricevere un po’ di luce, che rischiarasse il nero velo che è calato nella sua anima. Nelle sue azioni quotidiane, nei suoi viaggi, nel suo offrirsi in dono agli altri bisognosi di aiuto, cerca di raccogliere quella luce; e più ancora la cerca nei suoi brevi e intensi romanzi, trasformando la scrittura in un dialogo di speranza con il proprio figlio, che vuole ancora tenacemente tenere accanto sé; non lasciarlo più solo. “Dialogo dei ragazzi morti” porta l’indicazione di un coautore, ed è proprio il figlio: Guido Veronesi. Sette suoi racconti ritrovati faranno da passe-partout alle riflessioni della madre: un colloquio cercato, anelato, che vuole colmare tutti gli spazi vuoti, anche i più piccoli, del passato; così che l’abbraccio con lui diventi una unione spirituale indissolubile, al confine con la fisicità.

Ma iniziamo a dire qualcosa del romanzo che lo ha preceduto e che è propedeutico al cammino del dolore e della speranza che ci stiamo preparando a compiere.

“Viaggio in requiem” è un diario che l’autrice ha tenuto allorché si è messa in viaggio, alla guida della propria auto, per raggiungere Otranto, il luogo dove ha avuto termine la vita del figlio.

Il diario comincia il 3 marzo 2005 e in quel giorno scrive: “Si è suicidato il 12 settembre dell’anno scorso, sei mesi fa. Si è buttato dai bastioni del castello di Otranto. All’ora del tramonto. Nel blu. Aveva il mare davanti, aveva il cielo davanti. Guido amava le cose belle.”.

Otranto e il castello. Mi sono subito ricordato dell’amico Florio Santini, che abitava da quelle parti, nelle scuderie dell’antico maniero dei De Viti De Marco. Un giorno venne a trovarmi, mi fece un’improvvisata, e mi parlò di quei luoghi. Entusiasta, pieno di energia, si era fermato lì, dopo aver viaggiato mezzo mondo, poiché stregato da tanta bellezza. Sentiva forte la nostalgia di Lucca, ma il legame con quella terra era qualcosa di superiore e di indicibile. Aveva scelto un soprannome, L’Asino Arpista, in omaggio a una figura che lui avvertiva in sintonia col suo carattere, disegnata nel grande mosaico che si trova nella cattedrale della città. A Lucca tornò nel 2006 per venirvi a morire il 23 dicembre 2007.

Mi piace pensare che Guido non abbia scelto a caso quel luogo e mi piace anche immaginare che i due si siano conosciuti, illuminati da quella luce. Guido ha voluto immergervisi per “andare a stare in altri mondi, da lì mandare a noi il bene.”.

Ci affacciamo ad una scrittura che nella sua compostezza e lucidità accarezza i sentimenti propri del dolore: il ricordo, gli affetti, gli sguardi, le parole, i segni palpabili e quelli intuibili, perfino quelli che restano dentro di noi.

L’autrice sta generando un’altra volta la vita del figlio. Si avverte la gestazione di una nuova maternità, la quale possa questa volta offrire al figlio uno di quegli amori che si dicono impossibili, ma che possono essere percepiti, afferrati, fermati, e fatti propri da un dono grande e profondo come l’eternità: “Ti vedo sdraiato sulla falce di luna come fosse un’amaca. Sei sdraiato e sorridi. Mi sorridi.”. Ho un quadro simile del pittore lucchese Pierluigi Puccini. Alzo gli occhi e lo guardo. In quella figura umana, anch’essa sdraiata, riesco a vedere anch’io Guido.

Le parole dell’autrice hanno nel ritmo una magia di evocazione e di suggestione. Il presente che il diario evoca giorno per giorno ci è improvvisamente lontano, e ha lasciato il posto a luoghi e sentimenti senza tempo. La scrittura è una mano che si allunga nello spazio eterno, cerca, non trova, si intristisce, finalmente esulta quando il figlio appare; allora il dolore si attenua fino a scomparire del tutto nell’abbraccio reciproco. Il diario è un tentativo di dare all’immortalità la concretezza dell’umano, così che se ne possa toccare ogni fibra e ogni significanza: “Ma a volte è così difficile, Guido, a volte è impossibile e mi si strappa il cuore.”. E: “Voglio essere bella quando arrivo da te.”; “In quel silenzio ho cominciato a sentirti.”. Guido è sempre presente nel viaggio, la madre dialoga con lui ininterrottamente, anche nel silenzio. E se il silenzio è nella natura, lei percepisce addirittura la fisicità del figlio: “Guido, ti confesso che mentre scendevo dai Sibillini sulla strada vecchia di Forca Canapine – lì proprio non ho incontrato neanche una macchina, solo tre cavalli e due puledri in mezzo alla strada stretta e tutta rotta dal gelo invernale – ho pensato guarda quanti pastori maremmani. Poi ho realizzato e riso. Mi sei venuto in mente tu quando, in gara con Sara, mi picchiavate con le nocche in testa per qualche mio strafalcione ‘toc, toc, c’è nessuno qui dentro?’”. Al figlio offre anche brani della sua infanzia: “Le boasse sarebbero le cacche delle vacche. Mi è venuto in mente quando con i miei fratelli, da bambini, in altre montagne, ci tiravamo quelle secche.”.

Il lettore avverte che non c’è rapporto fra lui è l’autrice; l’autrice lo ignora; è tutta per il figlio: “sei tu che hai voluto che intraprendessi questo viaggio, che mi chiami. Che cosa mi vuoi dire?”. È soltanto la scrittura che ha la capacità di inserire il lettore nel viaggio, tracciando un solco su cui possa camminare.

Quando affiora il mistero che sta sempre racchiuso in ogni morte (“la parola mistero non deve scomparire dal nostro vocabolario.”), si rabbrividisce. La morte reca sempre con sé la falce, la tiene in spalla durante il suo cammino e quando giunge alla meta, la cala e staffila con l’esattezza e la velocità di chi è onnipotente. Ci si domanda che cosa la spinga ad agire. L’offerta di un altro mondo? Un’altra vita che ci chiama? La consunzione definitiva del nostro essere? Il nulla morbido e opulento?

Qualche volta, la morte è generosa e si annuncia. Lo fa forse con le anime più sensibili, ma la disperazione che lascia attorno a sé resta incommensurabile: “Da dove venivano, Guido, il tuo insostenibile dolore, la tua insostenibile sofferenza? Quante volte me lo sono chiesta senza riuscire a darmi una risposta.”. È l’urlo di Munch che si annida in ciascuno di noi e si fa partecipe e si congiunge a chi ci ha lasciato. Un urlo che si nutre insieme di disperazione, di consapevolezza, di incomprensione, di rabbia, di audacia e di speranza. Una miscela che può disintegrare un’anima: “Ho visto la tua sofferenza, l’ho sentita dentro di me e a volte, in quell’anno, ho pensato che capivo che non volessi vivere così e ogni volta cercavo di bloccare questo pensiero, di censurarlo, perché conoscevo la tua inesplicabile capacità di leggere i veri pensieri degli altri, i miei. (…) Mi avevi chiesto più volte l’autorizzazione al suicidio. A volte me lo chiedevi anche con voce da bambino ‘mamma, ti prego’. Non te l’ho mai data e tu sapevi che non te la potevo dare.”.

L’autrice non si fa trovare impreparata al confronto e la sua reazione diventa un inno alla vita. Quell’ “adesso ti lascio andare”, che troveremo più avanti, non è, infatti, un addio, non è un gesto remissivo e di sconfitta, giacché la morte si può vincere richiamando in tutti i modi possibili chi è morto alla vita: “l’unica cosa che posso fare adesso è vivere anche per te.”. Se ciascuno di noi continuasse a farlo per gli altri, ci fa capire l’autrice, ossia prolungasse la catena della vita inglobando in sé quella degli altri, vita e resurrezione si congiungerebbero nell’eternità: “Mi sono fermata, sicura di vederti. E ti ho visto: correvi tra un covone e l’altro. (…) Avevi una maglietta a righe, i capelli lisci e sembravi un bambino felice. Il mio bambino felice che dipingeva sempre.”. La pittura aiutava Guido a vivere (di quadri, ne aveva dipinti “più di mille, tu che dicevi di non aver combinato niente.”. La bella copertina del libro riproduce un suo quadro, e ne potrete vedere altri, ammirando la sua bravura, qui), ma poi “hai smesso di essere felice.”.

Il pensiero di una vita che non finisce mai è punto centrale nella ricerca della Caminoli e tutti i possibili spazi dell’universo, quelli conosciuti e quelli ancora avvolti nel mistero si congiungono in una sfera che ha nella potenza dello spirito le sue dimensioni senza confini. È un mondo in cui la corporeità, laddove esiste, come sulla Terra, è solo un passaggio, un guscio di crisalide, una partenza come ce ne devono essere tante nell’universo. E lassù è il punto di arrivo, dove tutti ci si trova e ci si riconosce. Tante catene che hanno chi sa quante partenze, ma un solo anello finale che le raccoglie e le tiene sospese nell’eternità.

I luoghi che l’autrice incontra nel viaggio, pur nella loro bellezza concreta, acquisiscono luce e trasparenza spirituale. È l’autrice che li trasforma, in virtù di questo speciale cammino di ricerca. Non è solo il perdono per la sua insufficienza di madre, che va cercando, bensì una nuova gestazione che faccia dei rapporti umani l’occasione di una resurrezione e di una rinascita. Vuole trovare ciò che tenacemente crede che esista: una esistenza buona e diversa da quella conosciuta in cui, ahimè, “il nostro destino è scritto dalla nostra nascita, che non abbiamo alcun controllo sulla nostra vita, che viviamo il tempo che ci è dato di vivere e che ha una scadenza diversa per ognuno di noi.”.

Il 12 settembre è il primo anniversario della morte di Guido. L’autrice è a Otranto. Finalmente è arrivata. Ha voluto esserci prima dell’ora della morte, e il perché dà il profondo senso spirituale di questo diario. La leggerezza della scrittura si confà al desiderio e alla speranza: “Sono qui, a Otranto, già da un paio d’ore. Volevo arrivare per l’ora della tua morte ma sono arrivata prima. E ora, che sono qui sotto i bastioni, a farmi un bagno davanti al porto, in acque bianche e trasparenti, ho capito perché. Volevo passare qui, con te, tutte le ore prima della tua morte, le ore che hai girato per la città, sulle mura, nei vicoli, con, forse, dentro, l’inizio di quella spinta che poi ti ha fatto prendere il volo. Eri solo allora. Adesso ci sono io qui con te. Per prenderti per mano, adesso che me lo permetti. Arriveremo insieme lassù e poi ci saluteremo e tu mi lascerai. E io ti lascerò andare, perché questa volta avrò potuto salutarti.”. Non ci sono, dunque, confini nel creato, ci sono solo strade che si incontrano e si dividono, e possono incontrarsi di nuovo per dare all’unità della creazione il valore di un sentimento unico e universale. Un cammino doloroso ed insieme catartico e rivelatore.  Il 12 settembre 2004 il diario si frammenta nelle ore dell’attesa, tese alla scoperta e all’armonizzazione. Tutto, nella sua apparente calma, è febbrile: “ho davvero la sensazione di sentire a volte come se fossi te.”. Lascio al lettore gustare in privato la bellezza del sogno che l’autrice ricorda di aver fatto subito dopo il suicidio di Guido, in cui il figlio, sdraiato sul letto di morte, entra e si unisce al corpo della madre: “Non io che ti davo la vita, ma tu che mi davi la tua morte e la tua vita insieme.”. E più avanti la visione del cimitero barbarico a Matera: “Tu eri lì, sopra di me e io non lo sapevo.”.

L’incontro avviene, ha la durata di un attimo: “mi sorridi, vieni da me e mi abbracci.”. Poi, di colpo, “Non ci sei più, te ne sei andato.”; “Adesso so che non sei più lì.”. Ma non è affatto un distacco. Il viaggio continuerà e sarà per il ritorno a casa, e Guido è ancora con lei a tenerle compagnia: “Nel viaggio ti trovo, trovo i tuoi segni. Sei con me.”. Questo è anche un viaggio della Fede, in cui gioca un ruolo importante proprio la ricerca di Guido, che ormai è lontano dalle pesantezze della vita terrena e aleggia tra le pagine come un angelo guida. Non per nulla, il fiore che Guido preferiva è il girasole, sempre rivolto alla luce e all’infinito: “Sono ritornata dai girasoli, da te.”; “ogni figlio è anche mio figlio, ogni figlio sei tu.”. Quella luce avvolge e unisce, ora, sentimenti e cose: “devo tenere insieme la vita e la morte.”.

Il diario che abbiamo percorso insieme è propedeutico a ”Dialogo dei ragazzi morti”, scritto otto anni dopo. Ce ne faciliterà la lettura, ma soprattutto ci permetterà di entrare nella profondità di quel mistero che riesce a darci insieme dolore e speranza, disperazione e gioia.

L’esergo di questo libro conferma la ricerca che ha dato significato al “Viaggio in requiem” e appartiene a “Fuga verso l’alto” (1933) della scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach (1908 – 1942), inquieta e ribelle, che perse la vita in seguito ad un incidente mentre  andava in bicicletta: “Lassù, pensava Francis, lassù è la fine del mondo, lassù c’è il passaggio, lassù regnano la lotta e il silenzio, là può andare chiunque si sia smarrito e non abbia trovato una guida.”.

È ancora la neve a dare l’abbrivio alla storia. Essa assume così il senso di una metafora legata alla purezza, alla trasparenza, al candore, alla capacità di amalgamare il tutto in una metamorfosi rigenerante. Siamo in un mondo differente dal nostro. Stagioni, cose, uomini e animali non sono più gli stessi che abbiamo conosciuti. Pensano e agiscono diversamente. Siamo nell’Altrove, dentro l’anello che tiene legate e unite le molte catene che sono partite dai tanti punti dell’universo e che qui si congiungono secondo nuove e sconosciute regole. L’ispirazione viene all’autrice dalla scoperta di sette racconti del figlio (li troverete scritti in corsivo), e così immagina di creare sette personaggi, sei maschi e una femmina (di nome Sette), che furono amici, nella “fabbrica delle lattine”, di Guido e ai quali assegna nomi numerici che vanno da Uno a Sette, appunto. Sono ragazzi dei centri sociali, morti prematuramente.

Nell’Altrove continuano ad essere scontenti e irrequieti: “mi sembra un posto molto noioso, giorni tutti uguali.”; cercano qualcosa di diverso, che li appaghi: “Proviamo a farla qui la nostra rivoluzione.”.

L’autrice ambisce a disegnare, non solo per il figlio, un mondo nuovo, qui in Terra, dove le tristezze e le malinconie del passato non abbiano più ragione di essere. Il viaggio a Otranto è stato l’incontro e l’abbraccio con Guido; ora è la madre-artista che vuole creare qualcosa di bello e supremo per lui e gli altri. Una madre che si dona. Guido è Cinque. Gli amici vogliono ascoltare uno alla volta i suoi sette racconti (vengono in mente le divisioni in giornate della novellistica soprattutto toscana, Boccaccio e Sacchetti specialmente). La madre li accompagna con la sua sensibilità e il suo desiderio. Ci troviamo di fronte, così, ad uno spartito musicale dove il figlio ispira l’opera e la madre vi mette ordine, assegnandole una funzione e uno scopo.

I racconti di Guido-Cinque hanno ambienti e protagonisti al limite del terrestre; sembrano vivere su di un confine lontano e sconosciuto (una “subgalassia fobica”, si legge nel primo) e le ombre che vi si muovono hanno la trasparenza di un tramonto. Ad ogni lettura fanno seguito i commenti degli amici, alla ricerca di una interpretazione, sempre difficile. L’autrice offre a Cinque, in questo modo, ciò che non ha avuto quando era vivo: la volontà e la possibilità di esprimere se stesso e il suo mondo. E lui ne approfitta con entusiasmo, con penetrazione, con disinvoltura; non ha inibizioni e la sua verità è contagiosa.

La madre resta in ascolto, lo segue. Si sforza di conoscerlo, fa di tutto per riuscirci; le parole del figlio traversano la sua anima, come il sangue che lascia in ogni cellula il suo segno. I suoi racconti sono le vene e le arterie del figlio entrate in lei.

Comincia, l’autrice, a capire. Alcune delle affermazioni che ascolta le fanno comprendere che le morti di Guido e di altri suicidi come lui altro non sono state che sacrifici per il bene dell’umanità: come dei “parafulmini (…) permettiamo agli altri di continuare a vivere.”; “Permettiamo che tutto il dolore, tutto il male si scarichi su di noi. Consapevoli o meno, salvaguardiamo gli altri.”. Le seguenti parole hanno la certezza di un assioma: “Noi ci siamo assunti la responsabilità della sofferenza e della morte, chi è rimasto deve assumersi la responsabilità della gioia e della vita. Ci sono percorsi indecifrabili, noi li abbiamo seguiti. E lo abbiamo fatto per tutti.”.

Sono parole di Guido. Si sta delineando un personaggio diverso rispetto a quello che abbiamo conosciuto in “Viaggio in requiem”. Là pareva uno sconfitto, qui è trionfante e ha i caratteri di un eroe. Come il Giulio Cesare che emerge dal celebre discorso di Antonio.

Il confronto tra i sette, e poi con gli altri che si uniranno, nasconde il volto dell’autrice; dietro ogni parola c’è il suo spartito. Grazie ad esso il colloquio resta sempre diretto tra figlio e madre; ora, però, è il figlio che insegna alla madre. La madre gliene fa dono. È lui che ha avuto il coraggio di attraversare la morte, ed è giusto che vanti il premio ricevuto, la conoscenza, insieme con la sicurezza e la spavalderia che gli sono mancate sulla Terra.

L’Altrove è un luogo speciale che la fantasia dell’autrice crea al modo delle fiabe, vi mette colori e leggerezza e vi imprime una verità multicolore e multidimensionale: “a volte quello che sembra vero non lo è e quello che lo è non lo sembra.” Pare di essere entrati nel mondo di Lewis Carroll: “I sette ragazzi cadono nel vuoto che si è spalancato ai loro piedi. Volano tutti insieme in uno spazio ovattato, senza luce, senza rumori, non sentono nulla”. L’opera di Carroll sarà esplicitamente richiamata molto più avanti: “come quando Alice segue il coniglio nella tana e finisce nel paese delle meraviglie.”. Oppure nel mondo de “L’uccellino azzurro”, l’opera teatrale di Maurice Maeterlinck (1908) da cui George Cukor trasse il bel film “Il giardino della felicità” (The Blue Bird) del 1976, con Elizabeth Taylor: “magari troviamo la farfalla blu che ci può dare buoni consigli su cosa fare, dove andare.”.

La scrittura ha un’intonazione gioiosa, tutta diversa da quella che abbiamo conosciuto nel diario. Qui l’incontro con Guido non solo c’è stato, ma sortisce i suoi effetti rigenerativi. I sette personaggi sanno cavarsela, Guido-Cinque in testa a tutti. L’Altrove è diviso in molti settori e, se si ha volontà e fortuna, scoprendo segreti passaggi, si possono visitare e trovare nuovi interessi.

Ciò dà all’autrice la possibilità di muoversi a piacimento, ogni volta che è sollecitata dal racconto di Guido, e di affrontare tematiche, anche morali e religiose, legate all’oggi: “Vuoi dire che la vita dovrebbe essere vissuta degnamente in terra, perché così si deve vivere, non perché se ne avrà un premio o un castigo?”.

Erano tematiche care a Guido e offre a lui, ma anche a se stessa, l’opportunità di affrontarle senza paure e reticenze.

Il legame tra l’Altrove e il nostro mondo esiste ed è fluido; si tratta di arrivare ad una uniforme modulazione del sentire e del comprendere, “a far nascere una fonte di luce così potente da accecare uomini e dei e farci vedere solo con gli occhi dell’amore e della compassione, della coscienza e della conoscenza”. Non è facile.

Occorre prima trasferire dall’Altrove sulla Terra tutto il bene che vi è contenuto. Uno dei personaggi si domanda a cosa mai servirà, a questo punto, l’Altrove se tutto il bene lo si trasferirà sulla Terra. Gli viene risposto che nell’Altrove resterebbe la libertà, una libertà assoluta che non fa distinzioni tra il bene e il male, e vi potranno abitare buoni e cattivi, santi e assassini. E poco dopo, il progetto diviene più esplicito: “Noi che siamo qui possiamo essere i cattivi, dobbiamo essere i cattivi, per permettere agli altri di essere beati in terra. Questo forse è l’esperimento che dobbiamo tentare.”.

A Guido la madre assegna questa funzione di riscatto dell’umanità, pur di preparare e favorire l’eternità del figlio.

Non è un’impresa semplice. Ricercare e analizzare le parcelle di impurità che hanno deteriorato la specie umana e studiare il modo di cancellarle per tornare alle origini è un’operazione immensa. Guido ed altri come lui, con la loro morte suicida, hanno già fatto una scelta in questa direzione, e vogliono caparbiamente portarla avanti. Hanno opportunità e dotazioni di cui non disponevano quando erano in vita; lo sanno e vogliono utilizzarle al più presto per il benessere di tutti noi. La loro morte si sta rivelando qualcosa di dolorosamente elevato, più ancora del sacrificio richiesto da Dio ad Abramo: “Facciamo tutto il male qui, così magari laggiù la smettono.”. E Guido (Cinque): “Vogliamo mischiare tutti i settori, poi scateniamo guerre, carestie, rivoluzioni. Questo deve essere il mondo dove tutto il male può succedere, perché non porta nessuna conseguenza. Forse così giù diventerà il mondo del bene.”. Aggiunge Tre: “Siccome noi siamo morti, possiamo farci tutto il male possibile che tanto non cambia niente, è tutto finito, come se fossimo in un film, moriamo e ci rialziamo.”. Più avanti Guido sarà più preciso: “Qui possiamo fare tutte le cose più brutte, perché tanto qui non succede niente, così giù non le fanno più, perché sanno che le possono fare quando arrivano qui.”. Lo spiegherà ad un bambino. Nel girovagare da un settore all’altro troveranno, infatti, anche quello destinato ai bambini morti. E ogni volta, i nuovi trapassati si uniranno ai sette, e si formerà una folla destinata ad ingrossarsi a dismisura: “una fila infinita di uomini, donne, bambini”.

Anche l’autrice li segue, come se con la sua scrittura avesse costruito un gigantesco e potente cannocchiale rivolto al cielo, e non li perde un solo istante.

È un cielo non solo animato da astri e pianeti, dunque, ma anche dai trapassati di ogni razza e età, ai quali si sono aggiunte tante donne, con l’esultanza di tutti, poiché le donne sono “più abituate a proteggere.”. Ed è proprio una donna che dà alla compagnia il significato profondo della felicità: “Avevamo tutto quello che ci serviva per vivere.”. Racconta che sulla Terra abitava in un villaggio dove ci si accontentava del poco: “Il mio villaggio, per esempio, era un paradiso, ci volevamo tutti bene, per mangiare bastava la natura.”. Dunque, si può essere felici. C’è un modello, e perciò c’è speranza. Le incursioni sulla Terra (Firenze, India, Nicaragua, i luoghi della guerra, che somigliano tutti a bolge dantesche) sono la linfa per raccogliere propositi ed energie; la povertà e la sofferenza che vi incontrano rafforzano la volontà. L’Altrove deve trasformarsi a beneficio della Terra: assorbirne tutto il male al fine di purificarla. Asportare il veleno come si fa dalla ferita provocata dal morso di una serpe.

I racconti di Guido sono come sospesi tra cielo e terra; i personaggi hanno la delicatezza dei sogni, sono aerei e leggeri; quasi impalpabili: simili a un lieve respiro della mente: “Il vento si alzò, il silenzioso sibilo dell’aria si mescolò a quello dei due amici, che portarono il loro sguardo lontano, a correre via insieme alla polvere.”; “E voliamo via lontano, sopra l’azzurra atmosfera, a cercare i denti della nonna, per masticare polvere di stelle.”; “lungo il vento mi imbattei in una bufera fischiante che era mia sorella. L’uomo di latta mi portò uno smeraldo che trasformò in polvere. Mia sorella fischiando se lo portò via.”; “Camminando per la via verso il sole, si scorreva su di un corridoio luminoso contornato da gigantesche macchie scure, che ricordavano come la luce più accecante sia quella che contiene in sé l’ombra più indecifrabile e tentatrice.”; “Sara aveva gli occhi verdi, grandi tanto da poter contenere intere carovane di gente, la stessa gente che passò in quei luoghi nei secoli e portava con sé viaggi e avventure.”.

Quando incontrano i bambini, la scrittura della Caminoli si arricchisce di tenerezza; la conversazione dei sette con loro è più sua che dei personaggi. Si avverte la magia del ventriloquo. C’è una frase spia, che non si può non condividere e che è di attualità. Questa, pronunciata da una vecchia indiana: “Non mandate in confusione i bambini, noi possiamo permetterci il lusso del dubbio, loro no, dobbiamo dargli certezze, sicurezze, almeno qui.”. Poco dopo un bambino dirà: “Io volevo molto bene al mio nonno (…) lui non capiva come mai il mondo, invece di migliorare, peggiorasse. (…) secondo lui la cultura non faceva gli uomini migliori.”.

Con le credenze religiose, la Caminoli si permette bonariamente di scherzare: “noi ce l’abbiamo un po’ su con tutti gli dei, non vedi che anche i tuoi se ne vanno a braccetto con il nostro e con gli altri per tutti i settori, ci fanno ciao ciao con la mano, ma con noi non si mischiano mai?”.

È un lavoro di esplorazione e di ricerca che richiede uno sforzo immane. L’autrice tocca molti punti per farcelo capire. Guido si dà da fare, ma potrà mai riuscire? In uno dei suoi racconti, il quinto, aveva scritto: “…le libere generazioni future, (che) saranno severamente e definitivamente punite per la loro assurda ricerca di purezza che è geneticamente contro la loro natura.”. Il sacrificio della sua vita sarà valso a raggiungere il fine? L’autrice continua a crederci e con il suo cannocchiale segue i racconti del figlio e cerca di dare loro un senso, di estrarre dalle parole la vocazione di Guido al bene. Nel sesto racconto, il più emozionante, Guido scrive: “Io ero tutti coloro che non c’erano, e questa era la mia sofferenza. Camminare per la città spesso non era facile per me, tutti coloro che non c’erano si presentavano in apparenze altrui e io evadevo dai miei amici. Questa era la mia pazzia.”.

È difficile cambiare il mondo. Non lo si può fare senza partecipazione e impegno. Guido-Cinque se ne fa una ragione: “ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Da quassù non possiamo fare molto per loro. Devono essere loro a cambiare.”. Tuttavia i sette e gli altri non si fermano e molti di loro decidono di scendere sulla Terra, “scivolano silenziosi. Si guardano attorno con circospezione, attenti a ogni rumore. Camminano spediti, sembra che sappiano dove andare.” Si fermano nei luoghi dell’emarginazione: “Mettono i loro zaini per terra, estraggono delle bombolette spray.”. Al mattino chi passa di lì trova sui muri il disegno di un arcobaleno e sorride. Un buon segno.

Il lungo viaggio di ricerca e di speranza, il lungo percorso attraverso il dolore e in direzione della felicità si conclude qui. Al lettore resta l’immagine di una folla immane di trapassati i quali, spronati da Guido, si adoperano per dare al mondo una esistenza migliore. Una utopia? Niente affatto, ci fa capire l’autrice.


Letto 174 volte.


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Bart