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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Gianni Quilici: “Non è che l’inizio”

1 marzo 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Gianni Quilici, nato nella campagna lucchese, si occupa di cinema e fotografia, di letteratura e spettacolo (parole e musica).
Ha pubblicato il libro di foto “Lucca che vive”, ha curato la pubblicazione dei “50 anni” del Circolo del Cinema di Lucca ed il libro di poesie “Sei tamburo che rulla” di Letizia Pantani. Ha realizzato gli spettacoli “Il Viaggio come avventura dei sensi” e “Tanto gentile e tanto onesta pare” (questo assieme all’attore Eros Pagni) e uno spettacolo su Pasolini.
Ha diretto la rivista cinematografica “La Linea dell’Occhio”, divenuta oggi “www.lalineadellocchio.it”, dirige il blog “Libere Recensioni” ed ha promosso il giornale on line “Gettare il mio corpo nella lotta” (2004-2012), da un verso di Pasolini. Ci fa sapere anche che adora Buster Keaton e l’estate, la bici e il gelato.

Il romanzo di cui ci occuperemo, “Non è che l’inizio”, è del 2015. Il titolo non è altro che “lo slogan più famoso del Maggio francese ‘Ce/n’est/qu’un début”.

Ci accorgiamo subito che sarà una storia di intense vibrazioni. Le prime che avvertiamo, restano nell’aria al pari di quelle emesse da un tasto di pianoforte, poi da un altro e così via. Suoni unici, il cui effetto, però, si prolunga fino a spegnersi sommessamente ed annullarsi nel momento in cui comincia l’altra vibrazione, lenta ad esaurirsi anch’essa per confluire nella successiva. Si sta costruendo qualcosa di speciale, dunque, una catena che non è solo musica di sentimento e di poesia, ma anche d’immagini che si formano lungo l’arco della stessa vibrazione.

Il protagonista, che narra in prima persona, ci sta consegnando, suddivisa in dieci giornate (i dieci tasti di un pianoforte personale, o le dieci giornate del “Decameron” di Giovanni Boccaccio) la sua vita, anche la più riservata, intima. Ad ogni tasto che preme è lui che s’invola e colma di sé, del suo spirito, immagini e suoni.

La scrittura è una partitura. Si potrebbe pensare, vista la consuetudine dell’autore con il cinema, anche a una sceneggiatura, ma sarebbe sbagliato. La differenza sta nella poesia che ogni vibrazione irradia attorno a sé. È una storia privata, interiore, come privata e interiore è sempre la poesia: “Una sera, in un angolo del pianerottolo al buio, le mordo la gola, le infilo le mani sotto la gonna; lei smania facendo frullare la massa di capelli selvaggi…”; “Dall’alto la città mi inebria. Guardo tetti che si sovrappongono, campanili di marmo e di mattoncino, la Torre Guinigi snella e alberata e mi sento così vasto e leggero come se fossi aria, che si spande padrona dello spazio.”.

Non ci sono parole inutili o vuote in questa scrittura. L’uomo che ne esce fuori è rastremato, ne vediamo lo scheletro ma anche la formazione del pensiero, le scariche elettriche che lo sollecitano al movimento e alla riflessione: “La notte è dolce. Due ragazze ridono come matte solitarie in via Fillungo. In Piazza S. Michele non c’è nessuno. Mi siedo sui gradini della statua del Burlamacchi, tiro fuori un foglietto e mi sdraio. La luna troneggia piena sbucando da Palazzo Pretorio. Mi lascio corteggiare.”. Il protagonista è un uomo impegnato in politica e nel sociale; le sue idee maturano in una realtà refrattaria, che desidera forzare. Scaccia l’inedia e la rassegnazione. La donna vi assume il ruolo di un riferimento appagatore per avviare un nuovo inizio: “Così decido: farò il vuoto mentale.”; “Mi rimescola i sensi quando percepisco la possibilità di inventarmi.”. Gli incontri con le donne hanno quasi sempre una carica erotica che l’autore sa esprimere con efficacia e controllo assoluto; si veda, come esempio, l’incontro con la donna separata, nella seconda delle dieci giornate. Ma ne avremo altre, e l’insieme di esse contribuirà a dare del protagonista l’immagine di una ossessiva e mai appagata inquietudine.

Spegnimenti e ricariche, accondiscenza e ribellione, voglia sessuale improvvisa e spasmodica si alternano dando vitalità ad un personaggio in cerca di una identità che non riesce a trovare: è nel bientinese, in una zona frequentata da prostitute: “Passo via con lo sguardo. Me lo cerco sopra i pantaloni. Lo abbranco. È un desiderio fresco, quasi esaltato.”; “Corro in bici pigiando sui pedali così accanitamente che i denti mi spuntano fuori e scricchiolano come la ruota di un carro sulla pietra, il cielo è blu notte e piango.”. Anche la notte e il buio sono elementi svelatori e formativi. Come la paura per un futuro che non si conosce: “Ho paura del mio futuro.”. La bicicletta con cui va in giro ad osservare è simile a un sensore, come la lingua tattile di un basilisco o di un camaleonte: “Così, pedalando in scioltezza, vedo come se fosse la prima volta i Fossi.”; “pigio sui pedali, sento che la città è grande, più grande di quanto possa immaginare e che il mondo per me è immenso e che io non voglio, non devo pormi più limiti…”.

Si ha la visione di una lotta titanica: da una parte una società cristallizzata (si veda la sterile e caotica supplenza nella scuola), dall’altra un desiderio quasi satanico di ribellione, di rivolta che si aggrappa ad ogni occasione, l’aggredisce, come per sfoderarla e scarnificarne il contenuto, unghiarla e graffiarla fino a farla sanguinare. In certi momenti la scrittura si fa accelerata come un batticuore; il protagonista sembra rimanere soffocato dalla propria furia; la stessa donna verso la quale ogni tanto trova rifugio e acquietamento, si fa muro di fronte al suo desiderio di libertà: “Mi vedo inginocchiato sul pavimento, un foglio di carta per terra, un pennarello blu in mano, che scrivo… Sarà l’inizio della svolta, il mio dover essere, attaccherò un manifesto grande sulla parete dello studio come propellente per farci, ogni giorno, i conti.”. È la stessa rabbia rivoluzionaria che attanagliò tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento i francesi Lautréamont, Radiguet, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire ed una serie di epigoni che, rifiutando il mondo, lo facevano soffrire per distruggerlo.

L’analisi di Quilici, seppure formalmente racconti una storia di disadattamento, nel suo profondo sta indagando per una rivincita che annienti l’avversario e da questa sua morte si rimodelli il tutto, sia in senso materiale che spirituale. L’atmosfera è impregnata volontariamente di una caligine che ne smorza la lucentezza; i personaggi sono in simbiosi con essa: insicuri, enigmatici, disorientati, paurosi.

Nel libro manca l’amore; vi si incontrano continue sfuriate di sentimenti di ogni genere, compresi quelli erotici, ma dell’amore non vi è nemmeno l’ombra. Forse, ogni tanto, un po’ di trattenuta nostalgia: “Sulla macchina penso che avrei voluto accarezzarle i capelli, poi prenderli e tirarli, mentre le mordevo il collo sogghignando.”. La poesia, ad esempio, si avverte nell’aria, ma l’amore no, è assente; non vi avrebbe potuto trovare, infatti, la sua collocazione e il suo senso. Vincono l’impegno, dinamico,  forte e nello stesso tempo delusivo, e la rabbia.

Non sono molti, oggi, gli scrittori che sanno farlo con l’equilibrio di una consapevolezza pervicace ma al contempo irredimibile. Nel fuoco che sempre più si ravviva e si espande noi troviamo l’embrione di una rinascita, la fisionomia di un nuovo che non riesce a prendere forma ed alimenta il disordine e lo scuotimento della fiamma. Una donna (ancora la donna), Eloisa, ne diventa la raffigurazione più embrionale e significativa: “L’immagine di Eloisa mi morde ossessivamente.”. Come pure la scuola, la quale assume la forma magmatica di una ebollizione continuamente alimentata e destinata a non finire, così come lo è la nostra indomabile, effervescente e incontrollabile realtà. Le riunioni nella sede del Pci (assisteremo anche allo smarrimento provato tra i militanti in occasione della svolta occhettiana della Bolognina, nel 1989)  rappresentano un anelito che la paura frena e fossilizza. Tutto si muove, tutto fermenta, tutto appare come l’inizio di una nuova creazione, ma qualcosa manca: la mano, o l’idea, creatrice e salvifica. L’uomo è impotente di fronte ad una realtà che lo sovrasta, che è più forte e le cui ragioni di esistere sono sconosciute e dunque insidiose e aggressive. È una nuova lotta tra David e Golia, in cui a vincere questa volta sarà Golia.

L’autore dovrebbe soffrire per la disastrosa situazione che ci para davanti, e qui sta la sua bravura coadiuvata da una indiscutibile lucidità: egli non soffre, poiché si sforza di credere nella sua ricerca e nella sua sperimentazione, e dunque decide di cospargere di una raffinata e leggera ironia il disordine intellettuale e quello materiale che si spartiscono la realtà. Egli propone, e resta ad osservare. Conosce le reazioni e le risposte. Non insiste più di tanto, le ha già introiettate  e sorride nel constatare che la sua previsione era esatta fin nei minimi particolari. Allora, la sua è una resa? No, è una consegna, come la letteratura maledetta ci consegnò in quel tempo la sua rivolta e la sua disperazione senza alcuna pretesa ma soddisfatta del messaggio lanciato alla posterità: “Scendo le scale del Pci devitalizzato. (…) Cammino a testa bassa. Le mie proposte sono da qualcuno guardate con interesse, ma, più spesso, respinte con fastidio, perfino con astio. Colpa mia. Non riesco a trasmettere sicurezza e concretezza. (…) Dovrei trasformarli. Ma come faccio se anch’io non mi trasformo?”.

Sono scariche elettriche quelle che ci accolgono lungo lo scorrere delle dieci giornate; hanno le sembianze di un diario che raccolga sfoghi, sensazioni e propositi; in realtà sono vibrazioni dell’anima, irregolari e distinte dal battito del cuore. Esse trovano nel nucleo centrale dello spirito una sorgente inarrestabile e dal flusso potente, il quale si insinua, come un nuovo sangue, in ogni particella del corpo imprimendole più di una direzione, così che il protagonista, mentre avverte tutta la ricchezza e vastità del proprio essere, ne resta smarrito e prigioniero.

È un romanzo che si divide equamente tra eccitazioni (“Ci ho addosso una forza che mi porta via…”; “Arriverò nella classe ad occhi chiusi correndo e lascerò che le parole escano fuori liberamente, diventerò per loro non solo quelle parole, ma questa energia giovane e frenetica, che si allargherà, conquisterà…”), le quali oltrepassano perfino, talvolta, il confine della sovversione, e delusioni ed immobilità per un futuro preannunciato, ma ormai furiosamente reso impossibile. Tutto ciò produce un grido, un urlo, più di disperazione che di rassegnazione, contagioso e lacerato, alla Munch. Non è un caso che, tra le tante diapositive che deve selezionare per una manifestazione del Pci, scelga questa: “Solo un’immagine funziona davvero: una studentessa che urla, il pugno alzato, il volto interamente preso insieme ad altri studenti, nel cuore di una manifestazione studentesca. Funziona: c’è un sentimento forte, un soggetto in evidenza, una realtà sociale, la piazza come contesto.”. È l’urlo ora a dominare, diventato un simbolo, un’icona, una rappresentazione universale della condizione umana. La piazza, la scuola (qui il riferimento all’esperienza della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani è evidente), ogni spazio diventano una esercitazione alla vita, una novella sperimentazione che, guidando ciascuno alla scoperta di sé, lo forgia per un rapporto innovativo con il prossimo: “Vorrei portarli laddove si crea, circuendoli in un rapporto stretto e diretto di domande-risposte, dove l’individualità diventa anche apporto collettivo, sentimento collettivo, in cui l’uno si sente parte di un insieme.”. È la ricerca ansiosa e fideistica di un percorso nuovo, un tentativo di cambiamento per resistere e ancora sperare. Nel libro, come non c’è amore, nemmeno ci sono silenzi. Pur in quello che immaginiamo possa essere il silenzio assoluto, noi percepiamo il nostro respiro, ossia il nostro essere e il nostro vivere, quello passato, quello di oggi, e perfino quello che è già dentro di noi in gestazione per il nostro futuro.

È una storia di forte e accelerato movimento. Le dieci giornate sono l’espressione di una eternità in divenire, che non potrà mai arrivare a sintesi e comprensione, né potrà mai né implodere né esplodere, ma semplicemente estendersi, invadere e dominare ogni volta sempre di più. E il suo rendersi incomprensibile altro non è che una astuta strategia di lotta per continuare a vincere. Un amico “filosofo” gli dirà: “per il nostro pianeta, per noi genere animale non c’è più speranza.”. Lui stesso rifletterà: “Mi sento senza alcuna estensione e spessore come se fossi soltanto questo grumo di dolore statico e ripetitivo, che mi inchioda ad un sentimento del nulla, di uno zero, che tuttavia esiste.”; “Mi sento investito di futuro e oscillo tra la cieca esaltazione dell’esserci e una paura poco decifrabile.”.

Quando arriviamo in fondo al libro, nemmeno ci se ne accorge. La scrittura è filata via liscia, i dialoghi sono di un sincronismo raro.

 


Letto 159 volte.


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