Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Gino Cesaretti: “Lucido e buio”

24 maggio 2016

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le altre sue letture scorrere qui

Nel mio volume sugli scrittori lucchesi inserii già Gino Cesaretti scrivendo del suo romanzo “I pipistrelli”, edito da Einaudi. Per ogni autore, salvo qualche eccezione, scrissi di un romanzo solo, visto anche il mio modo tutto particolare di fare critica. Perché, dunque, mi interesso di nuovo a questo narratore della mia terra? Il libro vanta già la prefazione della bravissima Daniela Marcheschi, mia conterranea, e ciò basterebbe ad onorarlo presso i lettori. Ma il fatto che quest’opera, finita di stampare per i tipi dell’editore bergamasco Bolis Edizioni nel novembre 2015, abbia visto il suo autore, che vi lavorò sin dagli anni Sessanta, scomparire appena qualche settimana dopo, ossia il 13 dicembre 2015 (era nato a Lucca il 21 marzo 1917), mi ha spinto a rendergli il mio saluto nel modo che so fare meglio. L’autore fece appena in tempo a ricevere la prima copia del libro il 5 dicembre 2015, consegnatagli direttamente dal figlio Paolo, al quale si deve il meticoloso lavoro filologico nella  costituzione di ciò che potrebbe definirsi l’edizione critica del testo, avendo lavorato sulle diverse versioni che il padre aveva aperte sulla scrivania nel 2006 allo scopo di pervenire all’edizione finale, ma fu interrotto da un doloroso episodio cardiaco.

Il libro è diviso in tre parti. Procediamo, perciò, con ordine.

Chi vive oggi a Lucca e conosce il paesaggio che compare fuori di Porta Elisa rimane soggiogato da quello descritto nelle prime pagine: un paesaggio agreste, in cui si svolgeva una vita contadina della quale i coniugi Lorenzo e Virginia Vannucchi, gestori di una bottega-trattoria (in verità era Virginia a mandare avanti il tutto mentre Lorenzo il giorno lavorava in officina), erano ad un tempo protagonisti e spettatori. Come guardare Lucca su cartoline che hanno fermato il tempo e ci rivelano, come accade con le scoperte archeologiche, il substrato di una civiltà che è giunta all’oggi grazie alla forza delle sue fondamenta. Cesaretti è preciso e minuzioso, come lo è l’archeologo che col pennello ripulisce e mette a nudo ciò che era scomparso.

La scrittura è esatta e pietrosa insieme, refrattaria ai fronzoli. Vi si descrive una famiglia i cui sentimenti nascondono qualcosa di trattenuto e che avvertiamo pericoloso ove dovesse passare il segno. Lorenzo è geloso di Virginia, sempre corteggiata dai clienti, il figlio è spesso punito dal padre che lo considera uno sfaticato, come è considerato scansafatiche il suo amico Fulvio, amante della pittura. Addirittura si scopre che Filippo è un ritardato mentale (dal “cervello sbrindellato”), mentre Lorenzo è così fiero di se stesso che si è rivolto ad uno specialista di araldica che, dopo lunghe e costose ricerche, gli rivela che la sua “pianta affondava le radici nella stirpe di Augusto.”. Accade cioè un po’ come si legge nel grande romanzo di Thomas Hardy: “Tess dei d’Urbeville”. Virginia, invece, coltiva un’altra illusione, ossia “che suo figlio poteva colmare certe lacune con un’adeguata istruzione.”, visto il suo interesse per i libri e la lettura. A metterle in testa questa idea è il professor Adamolo, che in questo modo, pieno di debiti com’è, riesce ad ottenere prestiti da Virginia, e anche a non pagarli. Finisce così di consigliarle un’ insegnante privata, Adele Lappona, che ha, ancora nella culla, un bambino deforme, nato da una relazione finita male. Quando Adele entra in casa, ci accorgiamo che la famiglia di Lorenzo e Virginia si trasforma in un concentrato di rapporti tutti sollecitati e inaspriti da invidia, sospetti, ammirazione, riservatezza, emulazione ed altro ancora che ne fa un vespaio pronto a sfogarsi in un qualche guazzabuglio di sentimenti. Cesaretti ha disegnato un minuzioso affresco ricco di coloriture d’ogni specie, da quelle più accese a quelle meno esposte, ossia più in ombra e reticenti. A proposito di Lorenzo e Virginia scrive: “Sebbene marito e moglie sembrassero male assortiti, in realtà erano di taglia affine e non a caso dormivano nello stesso letto da tanti anni.”. Non viene mai meno, comunque, l’atmosfera di quegli inizi del secolo, che si respira ad ogni descrizione e ad ogni movimento.

È Adele che spiegherà il significato di Lucido e buio, che dà il titolo al libro: lucido è ciò che è apparente e caldo, il buio ciò che non appare, ma se anche il buio è provvisto di calore, pur esso diventa lucido. E prosegue: “Ogni forma esistente definisce, attraverso il contributo del tutto occasionale degli ingredienti sparsi a piene mani nelle miniere della natura, profilo e consistenza della propria struttura e secondo regole di attrazione e di repulsione proprie delle cariche elettriche.”. Così Cesaretti cala in Adele le proprie conoscenze scientifiche, grazie alle quali occupò per anni posti di rilievo presso Mondadori occupandosi di materie scientifiche e tecniche. Dagli altri componenti della famiglia è considerata un’intrusa (addirittura le due serve Annina e Lena arrivano a percuoterla), ed anche Virginia, che pur l’ha scelta come insegnante di Filippo, comincia a nutrire nei suoi confronti un certo astio, visto che Adele si mantiene sulle sue e non le dà molta confidenza. Filippo si avvede di tutto questo e il suo debole cervello, anziché schiarirsi, si confonde sempre di più. Le stesse lezioni di Adele sul lucido, sul buio e sul calore, in specie sulle scariche elettriche, producono in lui dei turbamenti: “le turbolenze disarmoniche alterano lo stato stabile e di apparente normalità della mia testa infiammandola con la visione di un mondo nel quale sono immerso sino al collo e nel quale purtroppo continuo a muovermi; un mondo non conciliabile con quello che avverto solo in alcune circostanze e in modo appena percettibile come i battiti del polso di un neonato.”. Ci si domanda che cosa Cesaretti intenda sperimentare in Filippo, la cui mente non parrebbe adatta a ricevere insegnamenti così specifici, e nei confronti del quale Annina e Lena lo ritengono più adatto a lavare e sciacquare i piatti in cucina. Sono forse le ambizioni della madre Virginia a scatenarsi in qualche modo, come scariche elettriche, sulla mente del figlio? Ora Filippo: “Affrontava e discuteva con la domestica istruita da pari a pari argomenti ardui.”. E ciò si ripeterà, come vedremo, nei riguardi di altri personaggi.

Quando Adele se ne va in un’altra città, il malessere di Filippo si riflette sulla madre, che riprende a preoccuparsi di lui. È diventata pelle e ossa a causa delle bizzarrie del figlio. E anche dopo che se ne è andato in un’altra città il medico di manicomio Digiovanni, che lo ha avuto in cura per qualche tempo, ci accorgiamo che la mente di Filippo è qualcosa di speciale, oggetto di esaltazioni, paure, insicurezze, convincimenti che si intersecano come scariche elettriche. Il cervello di Filippo si trasforma così in una delle analisi più insistenti su cui l’autore opera, come se si servisse di uno spettro di laboratorio. Paesaggi, personaggi diventano degli ectoplasmi la cui composizione e scomposizione dipendono dalle luci e  dalle ombre della mente di Filippo. Ci domandiamo perché; e la risposta dobbiamo ricercarla in alcune pagine prima, quando si legge: “Perché Mussolini si è imposto e ora governa? Perché le cariche elettriche hanno attivato le deboli cariche di eguale natura presenti in noi nel tentativo, riuscito, di ravvivare scambi sino allora impensabili. Non c’è dubbio. Gli italiani attendevano questa antenna che trasmette energia e ravviva la sopita certezza di essere non solo i legittimi figli dell’antico impero romano, ma di tutta la nobile e irripetibile civiltà accumulata nel trascorrere dei secoli.”. E questa può essere una lettura adeguata?, ossia: gli italiani erano nella loro maggioranza nella condizione di Filippo? Erano in attesa, cioè, di un’antenna che convogliasse su di sé le scariche elettriche che  invadevano il loro cervello? Credo di sì. Il quadro era tragico, indubbiamente, e fu altrettanto tragica la dittatura che ne seguì.

Con la messa a fuoco del personaggio di Quinto Poccianti, giornalista e scrittore che ha la presunzione di sapere tutto del mondo (“difficile e insidioso mondo controllato dai letterati.”) ed in specie dell’Italia, il fascismo di quegli anni viene disegnato, altresì, attraverso la disanima degli artisti lucchesi e non lucchesi suoi contemporanei. Ce n’è un po’ per tutti. Si salva in particolare Giacomo Puccini, che ha saputo ricordare con le sue opere “la dolcezza, il dolore, la dignità e i vizi dei suoi concittadini.”. Severo con Quasimodo, lo è di più con Pea, e vale la pena riportare l’icastico brano che dà conto, non solo del carattere di Quinto Poccianti, ma anche della variabilità della scrittura di Cesaretti che, quando vuole, può raggiungere livelli di sferzante intensità: “Quando scendeva nella vicina città, talvolta intravedeva l’artista seduto a un tavolo del caffè, un tempo caro a Giovanni Pascoli. Di regola egli vi entrava alle dieci del mattino e si levava al tramonto. Così, almeno raccontava a Gregorio. Lo scrittore dalla barba lunga e con il quaderno in mano vi mangiava pure una scodella di minestra a mezzogiorno dimenticando di togliersi il cappellino di cencio dalla testa. Un Pea immaginario: dopo insolite esperienze di lavoro, lo scrittore di Seravezza aveva infine trovato un posto fisso per sbarcare il lunario.

Attirava con la sua presenza la gente davanti alla vetrina per indurla a entrare. La consumazione della bibita consentiva agli occasionali clienti l’esame ravvicinato di esemplare tanto raro come nei baracconi delle fiere accade con i babbuini e con altri animali poco noti delle foreste.”.

Gregorio Del Bianco è un giovane ex seminarista che Quinto prende sotto la sua protezione, riconoscendogli una buona cultura e una inclinazione allo studio degne di essere apprezzate: “Lo considero per la comune cultura umanistica mio fratello di latte.”. Gregorio vaticina la fine del matrimonio, come di tante altre consuetudini e certezze care alla società, ma Quinto, quando Gregorio viene chiamato a lavorare in una casa editrice romana, gli raccomanda di levarsi di testa certe ubbie e di farsi più malleabile.

La teoria dei lucidi ma soprattutto dei bui i quali ultimi assumono parvenza solo con il calore consente a Cesaretti di intrecciare tra loro, come se fossero scariche elettriche, personaggi che ogni volta che appaiono sulla scena lo fanno da protagonisti pervicaci non disposti a fare un passo indietro, bensì a mantenersi sul proscenio, cacciativi poi da un’altra sorgente di calore, la sola capace di farli cedere. Si potrebbe anche dire che all’emergere dentro il cono di luce di un personaggio corrisponda la calata nel buio degli altri. Questo gioco di luci e di ombre capita soprattutto ai giovani: Filippo, Fulvio, Gregorio, Fiaschi, Egle, Giacinto. I padri e le madri, gli zii e le zie, i più anziani, sono coloro che li spingono sul proscenio. Un filo rosso sembra, ad ogni modo, attraversarli e imbastirli insieme: il desiderio di un’avventura nuova, rispetto al tran tran della vita, annidata in forme eterogenee e variabili nel loro cervello irrequieto. Di Giacinto si legge nella seconda parte: “Giacinto era ogni volta da scoprire. E quando si ammetteva di averne definito la fisionomia, riemergeva sotto altro aspetto. Sembrava che dovesse aprirsi e si apriva quando si poteva supporre che sarebbe rimasto arroccato.”. Di Gregorio leggeremo: “Nella mia testa è un continuo scoppio di pensieri, essi solcano il firmamento, brillano pari a comete prima di perdersi nello spazio. Che può interessarmi di ciò che mi circonda e m’imprigiona?.”. Cesaretti si fa psicologo e psichiatra di una gioventù che si trova a crescere in un campo, qual è quello del fascismo, in cui l’ordine che vi si vuole inserire è scombinato rispetto alle loro eclettiche volontà. Il romanzo risulta così espressione di un percorso pieno di spigolature, asperità e umori.

Ad un personaggio femminile, Adele (che, lo si ricorda, sarà anche insegnante di Filippo), che da una relazione con un tedesco sposato, ha avuto un figlio deforme, e che sconta un passato “ricco soprattutto di delusioni, di amare rinunce e di dure realtà.”, l’autore affida la descrizione di Lucca e dei suoi abitanti: “Non dimentico che io stessa soggiaccio alle regole della mia città; che rassomiglia a una grossa cipolla, ogni suo abitante tale a uno dei sottilissimi veli che si addossano l’uno all’altro e formano il grosso e impenetrabile bulbo. È difficile separare i veli, bisogna ficcarci le unghie e strapparli, con la lacerazione dei tessuti si leva purtroppo l’acre odore che fa lacrimare.”. Che è descrizione originale, e nello stesso tempo efficace e vera. Il flusso della narrazione ci porta poi a Roma, dove a poco a poco confluiscono, anche a fasi alterne, i nostri protagonisti. Dirà Quinto: “Che Roma sia diventata una colonia dei miei concittadini?”. Per chi ha ambizioni e slanci è a Roma che ha modo di mettersi in evidenza. È lì che s’aggrovigliano raccomandazioni, scambi di favore, rivalse, ascese e cadute. Cesaretti ce lo ricorda, facendo della città eterna una capitale da basso impero, aperta e adatta a chi sa pervenire a compromessi con la propria dignità, il proprio orgoglio e i propri convincimenti. Ne è colpita anche l’immagine della famiglia, dove non mancano intrighi, tradimenti, in cui le amanti o gli amanti non sono tenuti segreti, e corrono sulla bocca di tutti. L’aria è corrotta dappertutto; però, non solo a Roma, ma ovunque, anche a Lucca, se ne risente. Sono queste, sugli amori, i tradimenti, lo sgretolarsi dei legami tra persone che si sono prima unite e poi divise, le pagine in cui a più alto livello si esprime la scrittura dell’autore, dipingendo con efficacia intricati incastri tra il boccaccesco e il tragico. Ma anche altrove (si pensi al volo di addestramento di Filippo con il comandante Florio) Cesaretti mostra una malleabilità e una padronanza di scrittura la quale, pronta ad ogni circostanza, riesce così a produrre echi e suoni differenti. Si legga questa descrizione: “Un vento fastidioso, caldo, nero come la torba filava sulla piazza sottostante e di tanto in tanto precipitava nei buchi aperti come voragini dalla massa d’aria che rifluiva infiammata verso l’alto. Le fiancate dei palazzi circostanti premevano a ridosso dello slargo che dalla finestra apriva a fughe di scalinate e di alberi, l’ombra da quella parte era densa come nel fondo di una gola di montagna, una tempesta di polvere spazzava la piazza, lo scirocco rinforzava e nubi avanzavano.”. Si legga anche la lunga descrizione del baccanale all’inizio del capitolo 14, nel quale s’inserisce pure un ordito di corruzione intrecciantesi, e continuamente rinnovantesi, tra ministeri, singoli gerarchi e imprenditori. O la descrizione dell’aereo SM79, detto ‘il gobbo’ nel capitolo 15.

Se abbiamo respirato l’atmosfera che il fascismo ha impresso alla società (il personaggio di Fiaschi è come un ago che va a ricucire dappertutto tale atmosfera, come del resto l’imprenditore Zeffiro Malavasi), Cesaretti ci ricorda anche che tutto questo accade mentre è in corso una guerra che ci vede perdenti e malamente guidati. Del resto alcuni dei nostri protagonisti li ritroviamo insieme mentre frequentano corsi di addestramento per diventare piloti militari. Nel salotto romano della nobildonna Evelina Alba, zia di Giacinto, della guerra si parla animatamente talché essa va consolidandosi da sottofondo a palpabile protagonista: “tutti attendevano la rovina finale come fenomeno sismico quotidiano di crescente intensità”. Fino ad avanzare sul proscenio mostrandoci come su una mappa lo schieramento di aerei, di navi da guerra e di navi mercantili da una parte e dall’altra, vicini allo scontro. Che avviene tra il mare di Sardegna e il mare di Sicilia. Filippo è alla guida di un SM84, tuttavia la sua testa è quella di sempre, schiava di fantasticherie. Ma la guerra gli sta di fronte: “Volava ormai sopra le nubi e il sole lo avvolgeva. Da una parte, a destra, in alto nel cielo, centinaia di aerei alleati battevano le loro ali tutti insieme tanto erano stretti l’uno all’altro, pari a immensa lingua di serpente, altri aerei lanciati dalle navi alleati accorrevano, battevano le ali e il suono metallico rimbombava sotto la volta celeste.”.

Anche la morte di Fulvio, richiamato alle armi, che avviene per un incidente d’auto, è il prodotto avvilente e tragico della guerra. La terza parte ci accoglie con descrizioni, ancora una volta, suggestive di una Lucca a cui ritornano alcuni protagonisti, tra i quali Filippo per una breve licenza. In realtà, ci avvediamo presto che la morte di Fulvio diventa il preludio di una morte più generale che si allunga tetra e cinica e si fa sentire come il crescente spegnersi di un respiro. Vuoi per l’instabilità mentale di Filippo, l’inquietudine di Flora, la tragicità di Egle, il messianismo di Gregorio, la solitudine di Adele, l’intristito orgoglio di Virginia, la presenza dei rumori della guerra (“Bombardamenti a tappeto degli alleati avevano infierito in quell’agosto sulle principali città”), il romanzo si permea di una cenere sotto la quale la fiamma si va estinguendo per lasciare il posto ad un pessimismo senza alternative. Della trasformazione, fino quasi a somigliare a Filippo, di Giacinto, la zia Evelina dirà a Adele: “Ho intravisto in lui non come l’altra forma di ciò che è lucido, ma il buio privo di tutto quello che per sua natura è intimamente radicato nelle cose lucide. Il buio fonte di buio, come se Giacinto si fosse imbarcato su una buia nave e il vascello, recisi gli ormeggi, fosse scomparso nella notte.”. Sono pagine intense, come pure sono pagine di grande bellezza narrativa quelle che vedono Filippo vagare tra le tombe nel cimitero monumentale di Lucca.

L’autore ci dice, però, che qualcosa si sta muovendo: parecchi giovani si rifugiano sulle montagne, intenzionati a “far piazza pulita di tanti manigoldi.”. Sono i primi segnali che daranno vita alla Resistenza. I tedeschi, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, hanno preso a catturare i soldati italiani e nei cittadini comincia a serpeggiare il dubbio che un nuovo periodo si sarebbe aperto di sofferenza e di lutti. Non solo lo scontro tra italiani e tedeschi, ma anche lo scontro tra italiani rimasti fedeli al fascismo e le nuove formazioni partigiane: “era probabile che presto si sarebbe sparato tra italiani e italiani”. L’armistizio ha gettato il Paese nel caos: “Le corriere erano affollate fino all’inverosimile. Famiglie intere cariche di valigie, di fagotti, di pacchi accatastati sui tetti di queste vetture o delle auto, dalla città sfollavano nei paesi della campagna dove non passava la linea ferroviaria.”.

In questo romanzo la tragicità della guerra resta sempre in simbiosi con i suoi protagonisti. Più essa è cruenta più i personaggi principali la patiscono nel loro intimo, fino ad esserne sconvolti e travolti. I sentimenti sono annullati, se non addirittura annientati. Si veda cosa accade tra Lorenzo e Virginia: una consunzione con poca speranza di guarigione, mentre i bombardieri alleati passano nel cielo sopra la loro casa. Il fascismo, le sue esaltazioni, i suoi errori hanno prodotto distruzioni materiali e spirituali: cenere. Ci vorranno anni per ritornare alla normalità.


Letto 529 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart