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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Mario Giannini: “L’ultima guerra”

27 febbraio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Mario Giannini è nato a Lucca l’8 maggio 1934. Dal ’50 al ’53 si trasferì, con tutta la famiglia, prima in Argentina e poi in Uruguay; in quest’ultima località ha frequentato il 1° anno di medicina. Ha poi completato gli studi in questa materia presso l’Università degli studi di Modena. Subito dopo la laurea si trasferì in Germania, dove ha sposato una insegnante elementare di Aachen dalla quale ha avuto tre figli: Stefano (’62), Margherita (’63) e Marco (’67). Conseguita in quella nazione la specializzazione in ortopedia, rientrò in Italia nel ’69. E’ specializzato anche in Medicina legale ed assicurazioni ed in Fisiokinesiterapia. Dal 1985 al 1992 è stato di nuovo in Germania, come Medico di Fiducia del Consolato Generale d’Italia, e come primario di una clinica ortopedica privata nella cittadina termale di Bad Soden, presso Francoforte. Rientrato definitivamente in Italia nel maggio ’92, dove, dopo un breve periodo di vita politica, nonostante l’età svolge ancora la libera professione e si dedica alla scrittura.

Queste alcune sue opere: “Santa Gemma in casa nostra”, che amplia un libro di suo padre Mariano, 1990; con Giuseppe Francesconi: “O tempora o mores. Antiche Cronache di Lontana Criminalità. Anni Domini 1838-1842 in Val di Lima e Piana Lucchese”; “Poesie”, 1994; “Le burle del sor Federico”, 1994; “San Cassiano di Controni”, 2005; “L’ultima guerra”, 2010; “Le gite del sor Federico”, 2015; “Buenos Aires –Montevideo in sette giorni Marzo 1953”, 2017.

A guardarlo, alto e asciutto, con i suoi molti anni sulle spalle, ricorda la figura dello scrittore Domenico Giuliotti (1877 – 1956), l’autore de “L’ora di Barabba”, del 1920. Giannini è, come lui, un cattolico fervente, ma meno polemico e rissoso. La sua è una fede risoluta ma tranquilla. Discende dalla famiglia Giannini, da quel Matteo Giannini, suo nonno, che ebbe in casa come domestica (ma fu trattata come una figlia, la “dodicesima”) santa Gemma Galgani. I Giannini possedevano una famosa cereria in Via della Rosa ed erano molto religiosi. Un caso simile si era verificato nel XIII secolo quando la nobile famiglia dei Fatinelli ebbe in casa come domestica la santa più antica di Lucca, citata da Dante, santa Zita.

La passione di scrivere lo ha sempre accompagnato e la scrittura gli è servita per tramandare ricordi che fossero anche messaggi rivolti soprattutto ai giovani, affinché se ne giovassero. Anche oggi l’autore è molto attivo in tante attività al servizio del prossimo.

Il libro di cui ci occuperemo è “L’ultima guerra”. Troveremo scritto: “una guerra inutile e dannosa e dai più non voluta.”.

L’autore prima di addentrarsi nel tema ci offre una premessa che è un ottimo riassunto degli elementi essenziali che caratterizzarono la presenza italiana nella Seconda guerra mondiale, e un preciso atto di accusa contro il Re, Mussolini e Badoglio, ai quali imputa fellonia e inganni.

Sul Re Vittorio Emanuele III ci fa sapere: “Nel frattempo il nostro Re, che ormai prevedeva la triste fine dell’Italia, prudentemente, tra il 3 Agosto ed il 3 Settembre, aveva spedito a Ginevra 41 vagoni sigillati pieni di mobili, quadri, tappeti, arazzi, lampadari, vasellame e argenteria.” (da notare il sarcastico “prudentemente”).

Del Duce ricorda la frase con la quale giustificò l’entrata in guerra contro la Francia già stremata e prossima alla resa: “Mi occorrono alcune migliaia di morti per potermi sedere al tavolo della pace quale cobelligerante.”, che l’autore commenta con “agghiacciante, vergognosa e blasfema!”.

Del terzo protagonista, il maresciallo Pietro Badoglio, mette in risalto la malafede. Quando l’Italia già aveva stipulato, il 3 settembre 1943, la resa con Eisenhower a Cassibile, in Sicilia, egli “ebbe la spudoratezza” di presentarsi al generale Von Rintenen, “mettendosi una mano sul cuore” e dicendo: “Da vecchio soldato non verrò mai meno alla parola data.”.

Con questi tre efficaci ritratti, Giannini si è presentato in modo netto ed efficace ai suoi lettori, i quali già ne possono apprezzare le virtù di fermezza e di onestà intellettuale. Il quadro generale che ne scaturisce è inquietante. Da una parte c’è l’Italia della repubblica di Salò con il suo esercito, guidato dal generale Rodolfo Graziani, che combatte a fianco dei tedeschi, dall’altra c’è l’Italia del Re e del maresciallo Badoglio che combatte a fianco degli Alleati.

Giannini prende a narrare la sua esperienza. Lo fa a partire dall’autunno del 1940, ossia dopo pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, avvenuta il 10 giugno. L’autore ha sei anni, un’infanzia tutta da costruire e da vivere, in quell’ambiente di odio e di dolore. Troveremo scritto a riguardo del clima che si respirava in casa sua: “Noi tutti in famiglia, ispirati da nostro padre, eravamo antifascisti, ma lui, che a Trieste era stato insieme a Gronchi tra i fondatori del Partito Popolare, era un antifascista ‘sfegatato’ e spesso, pur essendo di natura straordinariamente bonaria, usava esprimersi in maniera violenta contro il Duce: ‘Quel testacchione! Ma cadrà, cadrà! Voglio sentire il colpo che farà quando cadrà!’”.

La scrittura assume il ritmo lento e riflessivo del ricordo: “Io nel 1943 frequentavo la quarta classe elementare a Monte San Quirico, nella scuola detta ‘al Casone’, che distava circa due chilometri, sulla via per Camaiore al Nr. 822, e dove mi recavo tutte le mattine con la mia biciclettina.”; “A scuola, ad esempio, venivamo esortati a raccogliere quei batuffoli di lana che in campagna rimanevano sui fili spinati al passaggio delle pecore; la lana raccolta poteva servire per fare calzini per i nostri soldati in Russia!”.

Ci rendiamo subito conto che il libro ci offrirà particolari forse inediti, non riscontrati in altre narrazioni di guerra e sarà dunque fonte di arricchimento: “Allora si videro circolare biciclette con cerchioni in legno, ed i più ingegnosi tagliarono su misura tratti di grossi tubi di gomma, che servivano per irrigare, li riempirono di sabbia, e li applicarono sui cerchioni fissandoli con un grosso filo di ferro che passava dentro il tubo stesso.”. Anche per le auto, vista la scarsità di benzina, ci furono novità: “recavano sul retro un enorme serbatoio cilindrico, alto oltre un metro, nel quale… bruciava legna verde per fornire l’alimentazione a gas carbonico!”.

Giannini dà una sua definizione del movimento dei partigiani che sorse all’indomani dell’8 settembre 1943: “se anche esistevano bande direttamente sovvenzionate o addirittura agli ordini di un determinato partito, i loro componenti non lottavano unicamente con l’intento di far vincere quel partito, come si vuol far credere oggi, ma lo facevano piuttosto per eliminare il fascismo dall’Italia, spinti da un comune e forte desiderio di libertà e di giustizia, e per reazione ad un regime dittatoriale durato venti anni e non più compatibile con i tempi in cui vivevano.”. È esplicito il riferimento ad alcune posizioni storiografiche che attribuiscono alle formazioni comuniste presenti in numero maggioritario nella Resistenza la volontà di consegnare l’Italia all’URSS. Ne approfitta per ricordare la figura di Manrico Ducceschi (a cui dedicherà alla fine del libro un intero  appassionato capitolo), noto capo partigiano con il soprannome di “Pippo”, nelle file del quale militava anche suo fratello Matteino, “più anziano di me di dieci anni”, di cui riporterà una testimonianza diretta (lo farà anche con la zia Elena): vi era stata una violenta sparatoria tra i partigiani di Pippo e i tedeschi: “Io ed Eros scendemmo con molta cautela, alle Fabbriche: davanti alla cartiera trovammo un tedesco morto stecchito. Era un giovane come noi, strappato alla sua casa. Era biondo e bello e ci fece molta impressione.”. Di “Pippo” si occupa largamente Carlo Gabrielli Rosi nei suoi due volumi intitolati: “Ricordi di guerra e di pace” (2006).  Nel 2018, a cura di Andrea Giannasi, è uscito un accurato resoconto delle attività dell’XI Zona: “L’XI Zona Patrioti ‘Pippo’. Le relazioni dei comandi”.

Giannini ci fa conoscere anche i messaggi in codice con cui Radio Londra annunciava i lanci alla XI Zona comandata da “Pippo”: “‘Le castagne sono crude’ (cioè il lancio è stato rimandato ed è ancora prematuro) e ‘La chiesina è piccola’ (cioè preparatevi per ricevere il prossimo lancio).”.

Nel ricordare la violenza della guerra l’autore si augura che l’Italia “se volesse tornare ad essere un ‘faro’ di civiltà nel mondo, dovrebbe disarmare il proprio esercito, ed impegnare i militari esclusivamente in azioni di pubblica utilità, come in caso di terremoti, grandi catastrofi naturali, prevenzione e spegnimento d’incendi, sorveglianza nei quartieri (altro che ronde private…!) ecc.”. Viene in mente la battaglia in questa direzione combattuta, inascoltato, da Carlo Cassola.

La Fede nel Vangelo sorregge il convincimento dell’autore, il quale, dopo averci ricordato che la guerra dilaga in tutto il mondo, ci ricorda le parole di Gesù: “ama il prossimo tuo come stesso”.

A mano a mano che si procede nella lettura si evidenzia sempre di più la netta contrapposizione della guerra alle parole di pace suggerite dalla Fede in Dio. Nella semplicità della sua scrittura, Giannini non manca mai di metterla in evidenza, facendoci capire che, se si è deciso a ricordare una parte importante e formativa della sua vita, lo ha fatto per dare una testimonianza di Fede.  In lui non vi sono tracce di presunzione e di orgoglio, ma di servizio: “sotto la parola guerra tutto è permesso, tutto è giustificato, anche le stragi più clamorose”. E vi si ribella portandovi l’indignazione di chi ha trovato nel Vangelo cristiano l’indicazione di un percorso di pace e si accorge che il mondo la respinge.

La scrittura si fa carico di trasferire al lettore l’intensità e l’attualità di un tale messaggio e l’autore vi si spende senza risparmio, alternando alla narrazione degli accadimenti, il suo commento forte e limpido.

Il libro è, così, una testimonianza congiunta della mente e del cuore, i quali non possono restare divisi sul tema della guerra, che l’autore considera come la peggiore piaga dell’umanità, seminatrice di odio. Ecco, dunque, che gli occhi del ragazzo di allora si sono spalancati ad una rivisitazione dell’adulto che ha potuto con il trascorrere degli anni constatarne il contagio.

L’importanza di questa “cronistoria”, come la definisce Giannini, sta proprio nella memoria fanciulla che nell’adulto si è trasformata in riflessione e impegno. Gli avvenimenti vissuti in quegli anni giovanili hanno prodotto in lui una forza e una valenza escatologiche che si sono andate evolvendo con il continuo raffronto con la realtà fino a diventare consapevolezza.

Nella condanna non risparmia nemmeno la guerra partigiana, colpevole anch’essa di vendette e di delitti efferati, puntualizzando tuttavia: “Per quanto riguarda l’Undicesima Zona, dove io sono vissuto, posso solo confermare che qui non vi furono gravi rappresaglie tedesche, e che anzi i Partigiani, in seguito, ebbero anche il gran merito di contribuire ad arrestare il pericoloso ritorno di truppe tedesche, impedendo così a Lucca ed una gran parte della sua provincia (Mediavalle, le Pizzorne e la Val di Lima), essendo situate nei pressi immediati della famosa Linea Gotica, che fossero sconvolte, forse anche per anni, da tremende azioni di guerra, cosa che avvenne invece in Garfagnana”.

Di Pippo, che quella XI Zona comandava, viene riferito un episodio che pochi riportano: dopo la sparatoria che Matteino, il fratello dell’autore, ha ricordato più sopra, non ci fu la rappresaglia tedesca e il merito fu del comandante Pippo,  “il quale, rivelando una ammirevole sensibilità e una grande umanità, venne a patti con il Comando Tedesco, promettendo una completa ritirata dei suoi uomini in cambio di nessun danno alla popolazione, e infatti così avvenne.”. La tregua, come leggeremo, durò solo qualche ora, poiché il giorno dopo riprese il cannoneggiamento tedesco; non ci fu, dunque, la temuta e spietata rappresaglia, ma la guerra continuò il suo corso con tutti i propri orrori.

La famiglia Giannini è costretta a vari spostamenti, per i pericoli derivanti dal fatto che uno di loro, Matteino, è partigiano. In tali occasioni, l’autore non manca di posare gli occhi sul bel paesaggio che ogni volta gli si para davanti, e ammira le selve di castagni che incontra nel suo peregrinare. È stupito e rapito da tanta bellezza e la compara con la forza distruttrice della guerra, la quale ha spesso a fronte, come termine di paragone, la spontanea meraviglia della natura. La guerra, dunque, è frutto dell’uomo e della sua cattiveria, mentre la natura e l’universo sono stati generati dalla bellezza. Il male e il bene sono sempre a contatto, e il male cerca di corromperlo incessantemente.

Sono costretti a restare chiusi in casa poiché non si deve sapere della loro presenza, dato che qualcuno potrebbe fare la spia: “Rimanemmo quindi rinchiusi in casa, nascondendoci per circa un mese. Potevamo permetterci di uscire solo di notte, per fare qualche passo nel prato.”. Quando sono costretti ad andarsene cercano di nascondere le proprie cose considerate di maggior valore materiale e affettivo: “avevamo raccolto, in una stanza sotterranea adibita a legnaia, tutti gli oggetti di maggior valore quali quadri, libri, alcuni mobili antichi ecc., murandone poi la porta di accesso; inoltre avevamo nascosto l’intera parete di questo locale costruendovi davanti un’enorme catasta di legna.”.

Come già fatto in precedenza, l’autore si avvale anche di diari redatti da parenti. Qui ritornano alcuni spezzoni questa volta della zia Elena: “venne la notizia che a Montefegatesi, per via di una spia, i tedeschi avevano circondato il paese, avevano portato via circa 100 uomini, appiccato un partigiano in piazza al terrazzo, davanti alla madre, e due fucilati; ne ammazzarono diversi in Fegana, e gli altri li portarono ai Bagni, in seguito poi li rimandarono, ma 10 li uccisero, fra questi vi era il povero Pietro Pacini Lena, marito della figlia del Dottor Buonanno, e un uomo di San Cassiano.”. La presenza di Pippo, il capo partigiano, è costante e rasserenatrice; quando non è in combattimento è tra i civili a consigliare e a vigilare. Sempre dal diario di Elena si apprende che “Pippo aveva detto che nelle capanne, non era più prudenza starci”. E così faranno. Partigiani e civili, tutti lo rispettano e vi si affidano.

Il giorno dopo la strage di Stazzema, avvenuta il 12 agosto 1944, la famiglia Giannini è di nuovo in marcia in cerca di un nuovo riparo: “Era una capanna di circa venti metri quadri, costruita in legno, con tetto ricoperto a paglia, con un piano sottostante, che fungeva da stalla, mentre al piano superiore vi era il fienile, in cui ci dovemmo adattare alla meglio, dormendo sul fieno, io con mia madre, mia sorella e la zia Elena con una sua cugina molto anziana.”. Il padre e Matteino, “quando questi non era di guardia con i Partigiani”, trovano rifugio “in un casottino  poco distante”. Siamo sempre sui monti. Lì sono sparsi piccoli paesi di poche case o capanne abitate soprattutto da pastori. In uno di questi luoghi, chiamato “La Castellina”, trascorre un periodo di serenità e ce ne lascia il segno quando racconta della vita del paese di Serini che, per la sua posizione centrale, vedeva radunarsi nella sua piazza gli abitanti degli altri villaggi: “Serini era unanimemente riconosciuta come ‘la capitale’ del nostro piccolo mondo, sia per il numero di sfollati che essa accoglieva, sia perché geograficamente situata in una posizione centrale rispetto agli altri gruppi di capanne vicine, il che ne faceva luogo di incontri.”. Gli sfollati provengono da ogni parte d’Italia e l’immaginazione del lettore corre ai dialetti, alle fisionomie, agli scambi di notizie, ai baratti, alle compravendite che vi si rappresentavano. Un mondo in miniatura, una piccola comunità che cercava di reagire alla guerra, appollaiata in solitudine su di una piccola altura, pervasa dalla speranza che presto gli Alleati la liberassero dalla dittatura (più avanti sapremo che l’esercito americano era composto di “truppe polacche, nipponiche, indiane e in particolare brasiliane”): “Oltre a disporre di un forno pubblico, ogni tanto vi veniva macellata anche qualche vitella, con distribuzione gratuita della carne, e questa era un’occasione per piccoli festeggiamenti che contribuivano ad alleviare in parte quei tristi giorni di guerra.”.

La natura non manca mai di dare il suo conforto all’autore, guidato da un padre che egli ammira e che sa educarlo: “Giunti finalmente sulla vetta del Mosca, lo spettacolo che si offrì ai nostri occhi ci ricompensò ampiamente della faticosa salita: mentre le ultime stelle più brillanti scomparivano e il cielo gradualmente impallidiva, laggiù ad oriente apparve una splendida sinfonia di colori che presto cangiarono dal turchino più cupo ad un verde smeraldo e poi ad un rosa che divenne quasi un rosso fuoco, e le vette dei monti vicini venivano illuminate da una luce rosata che piano piano invase anche le valli più profonde.”. È una nuova alba, è l’eterno sole che ritorna. La guerra diventa piccina piccina, quasi la si dimentica, quasi la si cancella. È il miracolo della bellezza universale, nella quale sempre si può ritrovare la nostra anima. Sempre la ristora e la rigenera.

Ci accorgiamo che le impronte lasciate dal Giannini sopra la tragedia della guerra, trovano ogni tanto delle stazioni dispensatrici di luce, così come succede con le marginette presso cui sosta la via Crucis di sofferenza e di morte. Lo sguardo rivolto alla natura vi appare come una invocazione ed una preghiera.

La zia Elena, in un nuovo stralcio del suo diario (che termina l’8 novembre 1944), ci parla ancora di Pippo: “ci avevano detto che i Partigiani ci avrebbero avvisati, ma non difeso; bisognava nasconderci nelle grotte, cioè non volevano attaccare combattimento, per non fare poi bruciare i paesi e infatti dietro precisi ordini di Pippo si portarono molto bene.”.

Pensando a Pippo e all’altro capo partigiano Leandro Puccetti, del Gruppo Valanga, che operarono in Lucchesia, viene da fare il raffronto con il comportamento diverso tenuto dai partigiani romani con l’attentato di via Rasella, in pieno centro della città, che causò la rappresaglia tedesca e l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Apprendono lassù anche dell’esecuzione di don Aldo Mei ucciso dai tedeschi la notte del 4 agosto 1944, colpito da ventotto proiettili, per aver nascosto un ebreo. Era parroco di Fiano e aveva trentadue anni.

Sono gli ultimi conati di un esercito, quello tedesco, che sta per essere definitivamente sconfitto. Resisterà nell’Alta Garfagnana dove si trincererà dietro l’ultimo baluardo costituito dalla Linea Gotica Due, conosciuta anche come Linea Verde, “coadiuvato anche da Divisioni della Repubblica di Salò”.

Da fervente cattolico non può non citare l’impegno dei sacerdoti nell’assistenza ai più deboli: “durante la Resistenza molti sacerdoti, fedeli alla loro missione e spinti da un nobile ed eccelso altruismo, non esitarono a sacrificare la propria vita.”. E ancora: “Risulta che in Italia, in quel periodo, centocinquantotto furono i preti uccisi dai tedeschi, centootto uccisi dai Partigiani, trentatre dai nazi-fascisti e quindici da altri, per un totale di 314, che oggi dobbiamo venerare come veri e propri martiri dell’era moderna.”. Cita anche quelli che chiama “I quattro moschettieri”: don Arturo Paoli, don Renzo Tambellini, don Guido Staderini, don Sirio Niccolai. Una dedica speciale sarà riservata all’eccidio della Certosa di Farneta e ai martiri don Aldo Mei e don Giuseppe Bigongiari.

Il libro è ricco di vicende, testimonianze e documenti poco conosciuti o ignoti addirittura, che l’autore è riuscito direttamente e provvidenzialmente a vivere o a procurarsi (si veda quello sulla battaglia di Sommocolonia, che ebbe riflessi in tutta la Garfagnana: “gli americani, per fermare l’avanzata dei temuti tedeschi, con più di mille bombardamenti aerei e continui cannoneggiamenti causarono la completa distruzione di tutto il territorio compreso tra Fornaci di Barga e Aulla.”), dettagli che contribuiscono a dare agli accadimenti della Seconda guerra mondiale in Lucchesia una fisionomia complessivamente meno disposta all’odio, e assai più alla speranza: “si chiude il mio racconto basato sul ricordo di fatti realmente accaduti, lontano da ogni risentimento politico, e rivolto in particolare ai giovani, per illustrare loro i disastri, i lutti e le rovine che comporta sempre ogni guerra, con l’augurio che questa atrocità possa essere in futuro completamente abbandonata non solo in Europa ma in tutto il resto del Mondo.”.

Sono intense le pagine finali dedicate più estesamente al ricordo di Manrico Ducceschi (Pippo), che fu ospite con i suoi uomini nella casa di famiglia a San Cassiano, sopra Bagni di Lucca,  e storica è la foto che li ritrae (di uomini arrivò ad averne 675, come attesta una lettera di ringraziamento del Comando americano, firmata dal Luogotenente Rossetti e riportata a pag. 113). A proposito di questo soggiorno, annota che la casa era “la più grande del paese, con oltre venti stanze più le cantine, dapprima fu abitata per qualche giorno da Pippo con i suoi uomini e quindi venne requisita ed occupata dal Comando americano con un distaccamento di soldati mori.”. Ricorda pure che alla fine del conflitto il Battaglione di Pippo “fu smobilitato all’Abetone con l’onore delle armi in data 8 Giugno 1945.”. A Bagni di Lucca una lapide ne tramanda le gesta. Ancora ci si domanda, e anch’io mi domando insieme con il Giannini, del perché un tale Comandante partigiano non abbia mai avuto il meritato riconoscimento dalla sua Patria. Solo gli Alleati glielo tributarono: “gli americani lo hanno ricordato con la massima onorificenza attribuibile ad uno straniero, la ‘Bronze Star Medal’, con motu proprio del loro Presidente”. Leggendo il suo “Manifesto di Mutigliano” forse ho scoperto una frase che, affermando la rigorosa autonomia del suo Battaglione dai partiti politici, marcava di questi ultimi la insufficienza morale. Scrive infatti che la sua ostilità  deve essere intesa “non contro i princìpi, ma contro gli uomini nella loro insufficienza morale e politica che attualmente formano la massa di questi partiti.”. Quanti anni sono passati da allora? È cambiato qualcosa? Il Manifesto così proseguiva: “Ricordatevi che tutti noi, dal primo all’ultimo, siamo ammalati ancora come lo è e lo sarà per molto tempo tutto il nostro disgraziato popolo, e cioè di male fascista che si chiama: prepotenza, disonestà, ambizione, gerarchismo, strafottenza.”.

Fu trovato impiccato nella sua casa di Lucca il 24 agosto 1948. Nonostante l’archiviazione per suicidio, si sospetta ancora oggi una mano omicida che volle tappargli la bocca: “Pippo stava per recarsi a Roma, per denunciare gravi fatti a carico di alcuni reparti della Resistenza.”. Giannini, pur in presenza di dubbi, poiché non firmata, riporta una parte del contenuto di una lettera attribuita a Palmiro Togliatti e conservata “negli archivi americani”. Vi si trova scritto: “È necessario stroncare qualsiasi tentativo da parte della Banda ‘Pippo’ che sia contrario ai nostri interessi. È opportuno prendere adeguate misure perché la nostra propaganda s’infiltri nelle file degli uomini di Pippo e ne disgreghi l’organizzazione. Riterrò gli esecutori provinciali del Partito direttamente responsabili dei miei desideri e dei miei ordini.”. Va da sé che sono convinto, come lo è anche l’autore (“sono decisamente propenso per la tesi dell’omicidio”), che il grande Pippo, assai scomodo, sia stato vigliaccamente eliminato, e lo Stato italiano, aggiungo, non riconoscendone i meriti, ne sia indirettamente complice. Nessun Presidente della Repubblica ha avuto finora il coraggio di prendere in mano il fascicolo che lo riguarda e riconoscergli con una medaglia d’oro il suo valore.

Tornato finalmente il Giannini, ancora ragazzo, con la famiglia nella casa di Monte San Quirico, la trova saccheggiata “da cari connazionali.”. Riprende la scuola e per andare a frequentarla in città “dovevamo attraversare il fiume Serchio, salendo su di un grosso barcone che faceva la spola tra le due sponde, in quanto il ponte era ancora parzialmente distrutto.”. Siamo agli inizi della ricostruzione e del boom economico, ma la spirale d’odio generata dalla guerra ancora stenta ad allontanarsi dal nostro Paese.

Una testimonianza sincera che fa riflettere.

 


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Bart