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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Mario Salvatori: “Via della Marina, 30”

11 gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Mario Salvatori, versiliese, è arrivato alla scrittura per passione. I suoi studi, dopo una breve parentesi in seminario in Palestina, sono limitati ai tre anni della Scuola di Avviamento Professionale e a poco più di un anno di Istituto Tecnico. Poi la guerra, l’esperienza partigiana e, finita la guerra, l’inserimento nel mondo del lavoro dapprima come marmista alle dipendenze di varie Ditte e poi in proprio nel suo laboratorio di artigianato.

Ha iniziato a scrivere poesie e racconti partecipando con successo a varie edizioni di premi letterari locali anche a carattere dialettale.

Ventuno dei suoi racconti sono stati pubblicati nel 1998 nel volume “La finestra sul fiume”. “Via della Marina, 30” è il suo primo romanzo, uscito nel 2006, quando era vicino agli ottant’anni.

Si parla di Zita Boldrini (soprannominata “la Signora”), sposata Sarti, e della sua famiglia. L’ambientazione è la Versilia, terra aspra di marinai e di cavatori, di artigiani e di anarchia. Zita, “figlia unica e amata” alla quale i  genitori lasceranno la casa in cui vive, in Via della Marina, 30, è “alta e felina, capelli neri raccolti a crocchia sulla testa come una creola e il vezzo, che le è rimasto, di portare sulle spalle uno scialle dai colori vivaci, con i peneri che fluttuavano sulla sua schiena e sulle braccia.”. Ha quattro figli: Iole, la più grande, di cui diremo più avanti; Aurelio (si guadagna la vita vendendo lampadine le cui scatole carica sul portapacchi della bicicletta. Poi farà il messo comunale), sposato con Fiammetta e già con un figlio, Brunello; Ersilia, “zitella ormai senza speranza”, “piccoletta e tozza, squadrata di forme come un baule, un culo in terra insomma”;  Elio, che camminava dondolandosi come il padre, “il bell’Adelmo”, e come lui, alla stessa maniera, muoveva le mani “quando gesticolava” e aveva gli occhi che “parevano di fuoco”. Inquieto, “un giorno d’estate Elio svanì come uno spirito.”. Forse partito alla ricerca del padre, anche lui fuggito di casa e sperduto chi sa dove. O forse era stato attratto “a far vita con lei” da una bella ragazza svedese, che “aveva i capelli biondissimi, la pelle chiara rosata.”. Iole, la primogenita, “nata quando ancora non erano sposati, nella vergogna e nel dileggio del paese.” (il padre, nei cui occhi “si rifletteva il mare”, si era fatto vivo solo dopo che era nata, quasi per rimorso, e “Si sposarono alla chetichella”), era andata in sposa a un brasiliano, Carlos, che l’aveva conosciuta mentre serviva in una trattoria: “Iole era una di quelle ragazze che se le vedi non le dimentichi. Aveva i capelli mossi, neri, che le scendevano sulle spalle, la figura snella come Zita da giovane. Gli occhi erano come quelli di suo padre quando incantavano le donne.”.

Già si avverte la scrittura tipica di quei luoghi (troveremo più avanti, in maniera assai esplicita: “C’è più poca gente in quel posto, che lo ricorda”, e poi frequenti parole vernacolari: “stralocchiando”, “chiorbe”, “apposava”, “criccano”, eccetera), che ha contraddistinto scrittori come Enrico Pea, Lorenzo Viani, Silvio Micheli, Sirio Giannini e, in modo un po’ diverso, poiché più ornato di poesia, Mario Tobino.

E già appaiono le ruvidezze della vita. Chi nasce in Versilia, ne fa conoscenza sin da bambino e da esse viene forgiato. Poche o nulle le melensaggini che non appartengono a questa razza. Disperazioni e tragedie sono affrontate senza mai rassegnazione ma in modo pugnace, vigoroso, come ben si vede nei celebri dipinti di Lorenzo Viani, che anche l’autore ricorderà: “Due, tre donne, vanno lentamente sulla sabbia. Non possono attendere oltre! Troppa è l’ansia finora trattenuta… Un loro uomo (un figlio? Un marito…?) all’alba, col tempo buono ha preso il mare. Nulla faceva presagire che questo potesse a breve tempo guastarsi. Attendono di vederlo tornare, di vedere spuntare la sua barca in pericolo sbalzata, come un fuscello, sulla cresta spumeggiante dei cavalloni.”.

Zita manda avanti la famiglia da sola. Qualcuno ha visto il marito “nell’America del Sud”, “male in arnese”: “Era lui, Adelmo Sarti, non c’è dubbio. Non ce n’è uno uguale!”. Ma Zita gli risponde che per lei è come se fosse morto, e anche se bussasse alla sua porta, non lo farebbe più entrare: “Ma la porta che chiusi quella sera, per lui resterà sempre chiusa.”.

La famiglia è centrale nella sua vita. La sua casa ne è il baricentro, vi si muove un microcosmo in cui il buono che è nell’umanità riesce a domare l’inquietudine e lo scoraggiamento. Zita è gelosa e felice di ciò che ha costruito, e l’autore pare esaltare e accompagnare questa sua condizione: “Come il solito, Zita leggeva sul libretto delle preghiere e sgranava il rosario dai pippoli neri, con il crocefisso che si apriva come una scatoletta e dentro vi era una piccola reliquia, un ossicino di qualche santo. Quand’ella si metteva a dormire, questo bel rosario era attaccato al chiodo che reggeva il quadro della Madonna di Montenero di cui era devota, a capo del suo letto.”. Zita custodisce nel grembiule due scatolette di tartaruga con il coperchio finemente disegnato in cui tiene in una “il suo tabacco da naso finissimo d’odore di violetta” e nell’altra la “polvere nasalina, di mentolo e di sostanze contro le infreddature che provocavano sonori starnuti.”.

La notte nella casa, provenienti dalla soffitta o dagli armadi, si odono dei rumori e si dice che un fantasma la abiti, “un’anima in pena, la quale vagava tra i vivi alla ricerca di un dovere non compiuto, di una promessa non mantenuta, di un perdono o chissà di che altro”. Ma, pur avendo cercato minuziosamente, mai si è trovato qualcosa; tuttavia Zita, che lì ha vissuto da sempre, ne ha certezza: “Ma non c’era dubbio alcuno che le cose sentite non erano fantasie, né movimento dei legni o scricchiolii o altri rumori normali di una casa ingigantiti dal profondo silenzio della notte.”.

Quella che è cominciata è un giornata fredda e nevosa. Tutto il paesaggio è imbiancato  e perfino gli adulti si sono messi a fare a pallate prima di recarsi al lavoro. In quella prima giornata invernale il lettore ha già appreso tutte le cose che qui sono state scritte. Ci è stata data la sensazione di un isolamento in forza del quale si è messa in risalto l’intimità della casa e della famiglia. Quando nella giornata successiva si avverte il frastuono della piccola città di periferia, quest’ultimo appare, così, come distaccato dalle pareti domestiche, come se non vi fosse tra loro alcun legame: In Via Marina “Vi era gran traffico, lungo quella via, di barrocci e di carri, di biciclette, di carriole, di viandanti in giù e in su ed anche di pesanti carrette a quattro ruote, che passavano nella via trainate da molte coppie di bovi. Transitavano raramente delle automobili.”.

Il mio consuocero, Renato Gragnani, era un pittore discreto e un valente scultore. La sua passione, essendo viareggino, era quella di scolpire figure di una Viareggio che non c’è più: il prete che con il chierichetto va ad assistere un moribondo, un monsignore che dorme sulla sua poltrona, un carro di buoi, un cavallo con la carrozzella e il fiaccheraio, un pescatore che si avvia al mare con sulle spalle la piccola attrezzatura,  un uomo che beve alla fontana, e così via. L’insieme che ne risulta è la rappresentazione di una civiltà scomparsa, ingoiata dalla furia del tempo.

Allo stesso modo Salvatori dipinge l’alta Versilia dei cavatori e degli artisti del marmo. Vi è sempre stato gran movimento in quelle zone per via della presenza della pregiata pietra bianca delle Apuane, tanto ricercata e amata da Michelangelo, che si spingeva fin lassù, sul Monte Altissimo (“Si sa che egli dovette assai tribolare, ché lui stesso si mescolò insieme con i cavatori del posto.”), per ammirarla e sceglierla come materia prima dei suoi capolavori: “Via della Marina è tuttora la sola strada che unisce, senza troppo torcere, il mare e la montagna.”. Vi passava anche un trenino con dei vagoncini su cui salivano i viaggiatori, “Ma più spesso trasportava i marmi cavati dai fianchi aspri e biancheggianti dei monti, in forma di blocchi o già segati in lastre nelle segherie, insieme con altri già lavorati e finiti, in fino al mare. Erano caricati su dei navicelli, ormeggiati ai fianchi di un lungo pontile di legno, costruito apposta nel mare, vicino ad un vecchio fortino.”. È il Forte dei Marmi di quegli anni.

Come succede ai narratori di questa terra, la loro scrittura sa di mare. Così è per Salvatori, che ricorda molto, soprattutto, Sirio Giannini, “La Valle bianca”, 1958. Il mestiere di artigiano con un proprio laboratorio dei marmi esercitato per tutta la vita, l’aria respirata a pieni polmoni e con la gioia di vivere nel cuore, si sono trasfusi nella sua capacità di osservazione, di assorbimento e di resa artistica attraverso una rappresentazione vivificante.

Salvatori non ha fretta di passare all’azione, indugia nel creare le atmosfere del tempo affinché ogni gesto dei suoi personaggi sia collocato nella giusta dimensione temporale e spaziale. Così può succedere che da un’azione all’altra ci passino davanti annotazioni e ricostruzioni del passato, che hanno la forza di imprimere al personaggio di turno vivezza e suggestione.

Aurelio quando ha un momento libero e l’ispirazione adatta scrive poesiole: “L’aria chiara e forte del mare negli occhi, il salso nella brezza addosso, quasi lo stordivano. Laggiù nel mare le barche che si allontanavano gli fermavano il pensiero. Con la mente seguiva le vele.”.

La casa resta centrale: famiglia e casa si identificano; mura e persone si amalgamano. L’esterno (rumori, frastuoni, l’imperversare della natura e degli uomini) sembra infrangersi davanti ai “solidi muri della casa.”. Non è, tuttavia, un isolamento assoluto, ma certamente la casa e la famiglia sono un rifugio e una difesa. Un valore che oggi si è usurato e in qualche caso perduto.

Arriva il fascismo. Anche Aurelio (“trentatré anni suonati”), che lavora in Comune, è costretto a prendere la tessera e a partecipare alle adunate del sabato. Brunello è un ragazzo e diventa Balilla. Per le strade lui e i coetanei sfilano intonando le canzoni del regime. L’Italia sta cambiando. Dirà alla nonna: “Ora siamo noi maestri di vita e di civiltà! Il duce ha fatto degli italiani proprio il primo popolo del mondo!”. Zita invece è arrabbiata. Somiglia al padre Anchise, che “si diceva fosse un laico nato sputato e anarcoide.”.

Per la prima volta ciò che accade fuori fa la sua irruenza dentro la casa e dentro la famiglia. Zita è in allarme, lo è sin dal principio quando Mussolini cominciò a costruire il suo regime, ma ora, dopo la guerra d’Africa e la nascita dell’Impero, tutto sembra incattivirsi e precipitare. Ha “cinquantotto anni suonati!”, e sa bene cosa potrà succedere, andando avanti di questo passo. C’è la guerra civile spagnola, e ci sono tante nazioni contro l’Italia. Si respira aria di un nuovo conflitto mondiale. Zita dice a Brunello: “Insieme con quel suo compare coi baffetti, i capelli scompartiti da una parte e lo sguardo da paranoico. Hai sentito parlare di Guernica?”. Il mondo è entrato nella casa di Zita e sta minacciando l’unità della famiglia. Zita avverte il pericolo. Per una strana combinazione, per la prima volta in vita sua Aurelio torna a casa ubriaco e un gatto che hanno accolto in casa, giunto davanti alla macchia umida che è da sempre impressa sulla parete posta al principio delle scale, miagola e arruffa il pelo come se vi avvertisse nascosta una presenza anomala. Presagi inquietanti. Questa macchia tornerà spesso nel romanzo ad evocare paure e misteri.

Salvatori sta ricordando e ci crea atmosfere di attesa e di timore. Il fascismo, pare dirci, è come quel fantasma: insinua la sua presenza in modo astuto e morboso, immette una strana paura che si proietta sul futuro piuttosto che sul presente. E il futuro è Brunello, che raccoglie il testimone e si avventura nel mondo. Ma ne riparleremo. Iole e il marito Carlos arrivano dal Brasile per fare visita a casa Boldrini, dopo tanti anni. Apprendiamo che Iole ha avuto due gravidanze interrotte e che non potrà più avere figli. È tornata portando con sé Inez, una giovane mulatta “di straordinaria bellezza, di volto e di forme.”. Vuol far conoscere anche a lei la sua terra. L’autore ne approfitta per presentarla pure al lettore: “Si spingevano per la strada della montagna fin sotto alle cave di marmo. La strada passava, a tratti, a fianco dei ravaneti, i detriti residui dalla escavazione della montagna violentata, che sono gettati giù dal monte scosceso e discendono a volte rotolando fino al fiume. La loro visione si fonde mirabilmente con tutto il paesaggio che si presenta ai visitatori; è parte integrante dei panorami di quei posti.”. Da un’altura scorgono Forte dei Marmi: “Là in fondo, fra le basse case e il fortino, scopriva, a tratti, un po’ della piazzetta del Forte e i ricordi della sua fanciullezza tornavano al lento passeggiare di gente ben vestita, al riparo dal sole sotto ombrellini variopinti o ampi cappelli dai nastri che scendevano, con i capelli, giù dalle spalle. Gli odori che le donne avevano addosso si spargevano nell’aria, con il frusciare delle vesti.”. Troveremo ancora descrizioni di paesaggi e di abitudini nascoste nella memoria di Iole e di altri, nelle quali l’autore trasferisce sensibilità e amore per la sua terra. Sono i momenti in cui il fascismo – siamo negli anni prossimi alla Seconda guerra mondiale – è tenuto lontano da una forte ostinazione a conservare la dolcezza e l’armonia della vita: “In un angolo della piazza, quasi era parte di questa, una donnetta porgeva acqua fresca, odorosa di anice, in cambio di una monetina. La attingeva con un mestolo, da un suo carrettino a bella posta attrezzato.”; “Sul mare, era uno scintillio iridescente.

Delle ondate spumeggianti si frangevano dolcemente sulla riva. Lo sciacquìo di quelle lunghe onde, il loro mormorar continuo, dolce, nel mare quieto di quei giorni estivi, accarezzava la mente ed entrava nei pensieri.

Non sempre la voce del mare è murmure come lo era allora, appena mosso da ventarelli di maestrale. Con quei venti lievi la sua voce è un dolce sciabordìo, un lento e morbido fluttuare delle onde sulla riva. Ma diventa urlo, muggito, strepito quando il turbine del vento lo tormenta.”.

Carlos decide di comprare una vecchia fattoria, “veramente assai malmessa”, da ristrutturare. È la terra dove ha conosciuto Iole e ha intenzione di trasferirvisi quando saranno anziani. È un fattoria su cui la gente mormora che vi sia una maledizione. Un contadino vi si era impiccato, dopo che il figlio era stato trovato affogato in una fossa d’acqua in cui era caduto giocando. Poi altre disgrazie erano seguite, tali che la gente non capiva perché Zita non avesse impedito l’acquisto. Ma Zita non dava ascolto alle chiacchiere e non era superstiziosa.

Intanto l’amicizia tra Brunello e Poldo, compagni di scuola, si rassoda. Crescono spinti dalla curiosità di conoscere e di fare, specialmente Poldo, che sprona Brunello a seguirlo. Si muovono andando in giro in bicicletta.

È il tempo in cui la natura prende il sopravvento e si lascia scoprire. Brunello sta uscendo dalla sua casa, sta formandosi in lui una personalità che sarà tutta sua, con la quale dovrà convivere e fare i conti. Zita è ancora lì, vigile, accorta, prudente e severa, quando occorra, ma in Brunello la vita sta prendendo il suo volo. Le serate trascorse nella sala grande (“il parlamento”) dove tutta la famiglia si riuniva e si raccontava non sono più il centro della vita del ragazzo.

Quando in paese arriva il padre missionario Benedetto, che lì è nato ed ora viene dalla Palestina per delle predicazioni, come allora si usava, incontriamo pagine che ci rammentano che anche l’autore fu in quella terra dove compì per un certo tempo i suoi studi in seminario. Sono pagine in cui si esprime una religiosità partecipata dall’esperienza e forte. Il parroco di allora, don Vincenzo, aveva parlato con suo padre, Beppe, e gli aveva detto: “La vita in seminario è vita di studio, di preghiera, dunque d’insegnamento anche per la vita di fuori. Se non dovesse crescere in lui la vocazione al sacerdozio, da sé, allora, non dubitate, quel giorno deciderà!”. Padre Benedetto la vocazione ce l’aveva e vi rimase. Salvatori  sembra imprimere in queste pagine la nostalgia dei suoi ricordi e manifestarvi le ansie e le confidenze della sua fede. Le parole che riporta, tratte direttamente dal vangelo di San Luca, ne fanno entrare lo spirito nel romanzo, che ci avvolge di una sacra intimità. Vi è silenzio, ora, intorno a padre Benedetto e al lettore: accanto al frate stanno i ragazzi ad ascoltarlo: “Sarebbe stato felice se qualcuno di questi si fosse sentito invogliato a ripetere il viaggio da lui compiuto dai monti verdeggianti lassù, alle montagne brulle della Giudea. Sulle quali, in certi luoghi, serpeggiano ancora i sentieri antichi per i quali il Cristo andava da un posto all’altro. Ovunque guardi, appaiono agli occhi gli stessi orizzonti che Lui vide.”. Primo, un cugino di Poldo, l’amico di Brunello, accetterà di entrare in seminario, proprio quello situato in Palestina. Dirà il frate al padre del ragazzo: “Non so quando avverrà, ma certamente passerà un frate, in Italia per qualche incarico, a prendere con sé vostro figlio. Lo accompagnerà nel lungo viaggio  fino ad Emmaus, nel suo rientro in Palestina. Lo andrò a trovare anch’io, appena avrò notizia del suo arrivo al Seminario.”.

Siamo arrivati al gennaio del 1939. Il nazismo si è mosso, ha annesso l’Austria e invaso (“si sta pappando” scrive l’autore) la Cecoslovacchia.

Primo parte per il seminario in Palestina: “Può darsi che per lui sia bene essere lontano.”.

La correlazione tra la macchia umida sulla parete che nasconderebbe un fantasma, e che genera inquietudine e paura, e la guerra che si avvicina si fa sempre più manifesta, come se sulla famiglia di Zita si trasferisse una recettività e una sensibilità rivelatrici. Anche le rievocazioni sempre più accentuate, attraverso specialmente la figura del seminarista Primo, hanno una relazione di contrasto con le azioni di guerra che stanno minacciando l’Europa. La pace e la fratellanza, predicate da Gesù, sono offerte alla riflessione del lettore per marcare in profondità la differenza tra le due scelte di vita. Un solco profondo le divide: da una parte il male che segna dolore e perdizione, dall’altra il bene proiettato verso la felicità.

Primo scrive una lettera ai suoi. Anch’essa lascia trasparire il male che sta avanzando: i primi movimenti di guerra, le prime conseguenze delle leggi razziali. Da tutta Europa gli ebrei che riescono a mettersi in salvo giungono in Palestina, dove la presenza di soldati inglesi (“essendo la Gran Bretagna designata dalla Società delle Nazioni, quale potenza mandataria sopra la Palestina.”) ne tutela l’incolumità contro le rimostranze degli arabi, che hanno cominciato una guerriglia per arrestarne l’ingresso: “Sento dire che sbarcano continuamente degli ebrei sulla costa di mare di Giaffa e Tel Aviv, scacciati da certi territori dell’Europa invasi e occupati dalla Germania, nostra amica e alleata. Contro questi sbarchi gli arabi protestano e si armano. C’è in atto una guerriglia, qualche scoppio avviene nei villaggi e nelle città. Allora gli inglesi bastonano un po’ qua, un po’ là.”.

Brunello, al contrario della madre Zita (riguardo al Patto d’Acciaio stipulato tra Hitler e Mussolini dirà: “Glielo darei volentieri nella testa l’acciaio, con delle martellate, a quei due matti…! Lui e il suo compare coi baffetti, i capelli scompartiti e gli occhi da paranoico!”) e anche dell’amico Poldo, si è infatuato del fascismo. Alle adunate va volentieri. Anche il padre Aurelio “Non si toglie mai il distintivo dall’occhiello.”. Zita è perfino contenta della sanzioni comminate all’Italia, dopo la guerra d’Abissinia, di cui la Gran Bretagna è stata un’accanita promotrice.

“Quell’anno, si era nel ’39, erano avvenuti tanti fatti assai importanti da dover far sorgere dei dubbi anche negli animi degli italiani ‘forgiati’ secondo i ‘comandamenti’ fascisti”: ma c’è esaltazione e con essa c’è ottundimento e il fascismo va avanti con un grande consenso popolare: “l’atto di fede di ogni italiano era ‘Credere, Obbedire, Combattere’. Proprio con la lettera maiuscola!”. Il suo cammino sembra inarrestabile. L’Italia è diventata un Impero ed ora ha conquistato anche l’Albania: “Doveva essere quella, l’invasione dell’Albania, da parte dell’Italia una modesta prova della preparazione alla guerra, nonché della capacità dei nostri comandi e della tanto decantata efficienza militare del nostro esercito. Di riuscire infine ad emulare i grandi successi dell’armata tedesca.”. Ma la guerra in Albania aveva svelato le nostre carenze: “Era chiaro che gli uomini e le armi, mostrati in forma di parata per la visita di Hitler, nel maggio del ’38, non erano stati altro che una montatura, una teatrale messinscena.”.

Il 1 settembre del 1939 la Germania aggredisce la Polonia, “alleata della Francia e dell’Inghilterra”. Le avvisaglie di un nuova guerra mondiale si fanno sempre più forti e infatti due giorni dopo, il 3 settembre, arriva alla Germania la dichiarazione di guerra sia della Francia che della Gran Bretagna.

L’autore ci ha accompagnato in questo cammino con una gradualità che è riuscita a mostrarci l’espandersi lento di una infezione che colpisce l’Europa. È la macchia di umidità che abbiamo trovato nella casa di Zita, il cui segreto, quando sarà svelato, è di efferatezza e di morte. Il germe della violenza e della guerra è sempre presente nella natura dell’uomo, mai si cancella.

I treni ora trasportano soldati e cavalli, pezzi di artiglieria: “I ragazzi andavano sui poggi della ferrovia, delle strade, e aspettavano con curiosità che passassero i soldati.”.

Non è trascorso nemmeno un anno dall’aggressione della Polonia che anche l’Italia entra in guerra a fianco della Germania: è il 10 giugno 1940. La gente è radunata nelle piazze per ascoltare la dichiarazione di guerra pronunciata nello storico discorso di Mussolini. Così commenta Zita: “Con questa follia inizierà la nostra rovina, la nostra vergogna… (…) E armeggiò nell’aria la sua mazza con il manico d’avorio.”.

La guerra di cui si avvertivano i presagi è ora entrata violentemente nel romanzo. Ci vengono descritti gli scontri tra i soldati italiani e quelli francesi, quest’ultimi ormai vicini alla resa ai tedeschi che avverrà di lì a pochi giorni, il 22 giugno. Il fidanzato della Tata (la domestica di casa), Giorgio, è una delle prime vittime. Avrebbero dovuto sposarsi di lì a poco.

All’Italia, al fine di emulare la forte Germania, non basta il fronte francese, così presto caduto, e dichiara guerra alla Grecia, ma mostra subito i suoi limiti e la sua impreparazione. Dovranno intervenire i tedeschi: “Nel maggio del ’41 la Grecia crollò definitivamente. L’intera penisola greca venne occupata dalle truppe dell’Asse.”.

La Storia ci ha consegnato questi accadimenti che l’autore rievoca, ma nel romanzo il ricordarli ha la valenza di un raffronto necessario con la vita di una famiglia che, in forza della guerra, vede lentamente tramutarsi il suo destino. La guerra, come già si è scritto, è il virus che genera l’infezione dappertutto, in una nazione, in una città, in una famiglia. La lente che l’autore adopera è stata posata per scelta sulla famiglia di Zita Boldrini, che vive nella casa di Via della Marina, 30 che – abbiamo scoperto – fu costruita sul vecchio mulino andato a fuoco, e su cui aleggia la inquietante leggenda del fantasma.

Siamo alla fine del 1942, e nella zona arrivano tanti sfollati da La Spezia, Pisa, Livorno soprattutto, in cerca di rifugio sulle colline circostanti. È il preludio all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, uno dei più cruenti tra quelli che funestarono il nostro Paese, che si consumerà la mattina del 12 agosto del 1944, con circa 560 morti.

L’Italia è destinata “a divenire campo di battaglia”, che dopo l’8 settembre 1943 vedrà rafforzarsi la Resistenza per la liberazione dal nazifascismo.

Ci si stava ormai convincendo che la guerra sarebbe stata vinta dagli Alleati: “Da tempo ognuno aveva cessato di credere che la guerra avrebbe avuto un esito rapido e vittorioso. Agli occhi era anche apparsa, avendo potuto fare dei confronti, la mediocre qualità degli armamenti, specialmente quello delle nostre truppe di terra.”.

Salvatori è un testimone di questa guerra, fu anch’egli partigiano; ne traccia il profilo di violenza e di morte: “Gruppi di uomini andavano per le vie con in mano mazze, picconi, martelli per abbattere statue e distruggere effigi scultoree del duce, ogni struttura innalzata a somiglianza di fascio o che ricordasse l’impero, e perfino che inneggiasse all’italiano legionario e colonizzatore.”; “Rastrellati dai Tedeschi gli uomini (alcuni penzolavano impiccati dai pali, molti cadevano sotto il piombo delle armi, e chi finiva deportato in Germania e forse non sarebbe più ritornato). Senza ragione apparente, senz’altro scopo che quello di spargere il terrore, intimorire la gente.”.

Anche la famiglia di Zita, infine, è costretta a rifugiarsi sui monti. Grazie ad Aurelio, che conosceva un po’ tutti, “trovò due stanzette in cui raccogliersi e trovare scampo.”.

La guerra è riuscita  a snidarli dalla casa di Via della Marina, 30 nella quale Zita si era insediata come una regina, “la Signora”: “Avevano lasciato il cuore, nella loro casa in Via della Marina!”.

Succede che in quella casa si insedia “un importante Comando tedesco.”. Subito ci torna in mente la storia del fantasma. Ecco due forme di terrore e di paura che s’incontrano. Il Maggiore dei tedeschi, infatti, racconta a Zita (la quale si è recata a vedere, con la nuora Fiammetta, in che condizioni si trovi la sua casa) che lui e i suoi uomini hanno udito la voce del fantasma, “a volte lamentevole e straziante, cavernosa, la quale saliva dalla cantina e su per le scale.”. E aggiunge che, addirittura, il fantasma lo hanno visto con i loro occhi: “Apparve un uomo. Forse è meglio dire qualcosa che somigliava ad un uomo. La carne della sua persona era rinsecchita e disfatta, cadeva a brandelli e le ossa biancheggiavano. Quelle delle mani erano aperte come artigli e protese per ghermire. Sull’orrenda faccia, due occhi profondi aperti ma vuoti, senza sguardo. Il suo corpo bianchiccio aveva una trasparenza di larva e diffondeva una luce azzurrina che si rifletteva nei muri. Uno strano odore si sentiva nella casa: di guasto, di muffa, di corrotto come venuto su dallo scantinato.”. In giardino, prendendo la via del ritorno, anche le due donne vedono qualcosa di brutto ed assistono ad accadimenti strani. Casa Boldrini, pensa Zita, alla fine della guerra dovrà essere benedetta.

Il male vi si è annidato, e la guerra lo ha fatto esplodere e manifestare.

Brunello se n’è accorto, ha capito, e all’amico Menelicche che si è fatto partigiano confida: “Non posso dirti quando, ma avverrà che avrai anche me vicino, in mezzo ai tuoi compagni.”. Invece Poldo, a sorpresa, ha preso un’altra strada, glielo rivela l’amico: si è arruolato nelle Brigate Nere.

Brunello ha ora diciassette anni e fa la sua scelta, salirà sui monti coi partigiani. Zita, gli ha preparato, insieme con Fiammetta, lo zainetto da mettersi in spalla. Fiammetta non lesina raccomandazioni nell’abbracciarlo. Zita lo sbaciucchia e gli sussurra all’orecchio: “mio bell’eroe”.


Letto 220 volte.


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Bart