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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Marisa Cecchetti: “Il fossato”

20 gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Marisa Cecchetti è nata a San Giuliano Terme (PI) e vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato come critico letterario alla rivista “Stilos”, a “Erba d’Arno”, alla cronaca locale de “La Nazione”, alla pagina culturale de “il Corriere d’Arezzo” ed alla rivista “Atelier”. Ora scrive per alcuni siti web.
Tra le sue pubblicazioni in prosa: “E cominciò a sognare a colori”, 1998; “La bici al cancello”, 2002; “Maschile femminile plurale”, 2012; “Il fossato”, 2014; “Un calice di rosso”, 2017 (Marisa Cecchetti, Sara Landucci, Massimo Cecchetti, con testo inglese a fronte. A cura di Marisa Cecchetti).
Per la poesia: “Il vuoto e le forme”, 2000; “È filo di seta”, 2003; “Straniero tu che non m’accogli l’anima”, 2004; “Schizzi d’eterno”, 2006; “Cantieri”, 2007; “Tibidabo”, 2007; “Nonostante la rosa”, 2009; “Come di solo andata”, 2013, postfazione di Stefania Nardini; “Il tavolo antico”, 2016.
Inoltre: “Barolong Seboni. Nell’aria inquieta del Kalahari”, traduzione e prefazione di Marisa Cecchetti.
E’ stata inserita nella raccolta   “100 thousands poets for change”, 2013, ed in varie antologie.

Ci occuperemo del romanzo “Il fossato”.

Siamo in campagna ed entriamo all’interno di una famiglia di contadini. Anche le donne lavorano i campi e la sera rientrano per preparare la cena, mentre gli uomini puliscono la stalla e gli attrezzi da lavoro, governano le bestie: “Invece la Rosa stava in casa”. Era addetta alle faccende e a badare al pollaio. Intorno a sé ha suo figlio, Livio, “un omone alto e corpulento, dagli occhi rotondi e grandi pronti allo stupore come quelli di un bambino, dai gesti parsimoniosi e lenti, silenzioso e paziente come un bue.”. La gente chiacchiera: “La cognata non se lo tiene in casa, mormorava la gente. Se chiudono gli occhi i vecchi, lui finisce in mezzo a una strada.”. Livio è uno scapolone e Rosa deve badare anche a lui.

L’autrice usa una scrittura moderna che fa a meno, in alcune circostanze, della punteggiatura tradizionale, come quando deve riportare il discorso diretto, allo stesso modo di un’altra scrittrice contenuta in questa raccolta, Marilena Ponis ne “La cognata forestiera”, del 1972. Livio confida alla madre che intende sposarsi: lei “Non trovò subito la voce, mentre si strofinava gli occhi con le mani annerite ma poi disse così?, all’improvviso? E lui rispose sì e lei gli chiese quando e lui le disse subito, appena il tempo di comprare il letto e un armadio e preparare le carte.”. Però aggiunge che la donna, Eva, ha un figlio di cinque anni. “Il Capoccia” è il marito della Rosa; hanno un altro figlio, Renato che ha sposato la Wanda, e hanno avuto due gemelle ancora bambine, Primetta e Derna. C’è chi è contrario a prendere in casa quel bambino, che si chiama Luciano. Accanto alla loro casa colonica, in località “Alla Vigna”, ce n’è un’altra dove vive Teresa, anch’essa una bambina. Suo padre è Vittorio e sua madre Giulia. Martina è sua zia e ha un carattere irrequieto. Su quel bambino di cinque anni che sarebbe entrato nella famiglia della Rosa mormorano a veglia.

Si celebrano le nozze di Livio ed ecco che vedono Luciano, “gli occhi verdi su un faccino tondo punteggiato di lentiggini fitte.”.

L’autrice ci ha condotto a questo incontro attraverso l’intersecazione di più fili che hanno, alla fine, come su una ragnatela, disegnato il punto centrale: la conoscenza tra Luciano e Teresa.

La madre di Luciano è una bella donna, “rotondeggiante dentro gonne che le fasciavano i fianchi, con il seno gagliardo e una incurvatura profonda a segnare il punto vita, lo sguardo acceso sul viso dai lineamenti forti, zigomi alti, labbra piene, capelli arricciati con cura.”. Tutta diversa dalla cognata Wanda “dalle lunghe gonne informi con cui aveva preso a nascondere ogni rimanente traccia di femminilità subito dopo il parto delle gemelle”, la quale “la guardò come se venisse da un altro pianeta.”.

L’autrice, come fa l’occhio di bue a teatro, si sposta ora sulla famiglia di Rosa ora sulla famiglia di Teresa, con passaggi frequenti e rapidi, asciutti come la sua scrittura. Gli stessi capitoli, quasi sempre, hanno due finestre, la prima aperta su di una famiglia, la seconda sull’altra. Sembra avvertirci che quanto ci è mostrato di ogni scena illuminata è destinato a comporsi in una sola unità di sentimenti e di vita, e dunque le scene sono come lampi che dobbiamo allenarci a comporre. Un esercizio che unisce l’immagine alla riflessione e all’attesa: “E Vittorio a dire babbo ma quando mi ascolterai e mi tratterai da grande, e allora la nonna interviene con la voce rotta e dice che ha bisogno di granturco per le galline sennò non fanno le uova e Vittorio che alza la voce e dice le uova?, e chi le vede mai le uova dei tuoi polli? Guarda tua nuora che non ce la fa più a stare in piedi e tu le uova le tieni serrate, a chi li dai i soldi della vendita, eh?”. Questo accade nella famiglia di Teresa, la quale ha avuto un fratellino, Michele, malato sin dalla nascita, e si trattiene spesso con lui a giocare: ”Era un rapporto strano il loro, con lui non poteva scambiare granché, il suo era un monologo ininterrotto, però gli raccontava dei campi e dell’aia in tutte le stagioni, dei vitellini e delle mucche, gli raccontava dei primi peschi fioriti, della mietitrice e della trebbia che sollevava nuvole di pula sull’aia, dei lunghi campi di barbabietole che non finivano mai, del ritorno a casa sul carro tirato dai buoi, gli raccontava della Primetta e della Derna che le facevano i dispetti, e lui non si staccava dal suo viso e dalla sua voce.”. Ogni tanto viene a trovarla Luciano.

Luciano (dai “capelli rossi”) è un figlio dell’amore. Eva in tempo di guerra si era invaghita di uno sfollato, ci aveva fatto l’amore più volte, nascosti in un fossato,  da cui forse il titolo. Però, finita la guerra, lui era scomparso e lei si era messa a cercarlo, inutilmente: “lo cercò per i campi e nel fossato, lo cercò per ogni strada di città, tra i visi neri e quelli bianchi, ma non lo trovò più. I contadini scoprirono il suo segreto dall’arrotondarsi progressivo dei suoi fianchi e invidiarono chi ne era stato responsabile, ma le donne di paese gongolavano perché finalmente qualcuno le aveva spezzato le ali.”. La Rosa e la Wanda (suocera e cognata), mentre sfaccendano in casa, non fanno altro che sparlare di lei, e se ne accorge, confidandosi con Livio, il marito, il quale le consiglia di non rispondere alle provocazioni e di far finta di nulla. La mandano a lavorare nei campi: “Le mani belle si graffiarono, il viso si bruciò di sole.”.

Pur di età così differente, Eva e Teresa un po’ si somigliano nella comune ricerca che fanno di una propria libertà.

L’autrice usa la scrittura come il giocatore distilla le carte. Ce ne mostra i segni un po’ alla volta, ci tiene sulle spine e ci costringe ad approfondire le nostre sensazioni e le nostre aspettative. I personaggi si appropriano lentamente della loro personalità. Sembrano dapprima delle macchie sulla tavolozza del pittore, che solo piano piano diventano forme.

Guadagnare libertà e indipendenza in famiglia non è facile per Eva. La diffidenza verso di lei permane. Deve tenere testa a tutto quel rancore e a quella invidia. Reagisce andando a lavorare in città, facendo servizio nella casa di signori e guadagnando del denaro che la Rosa non si rifiuta di accettare, finché il Capoccia non glielo proibisce: “Il Capoccia urlò alla Rosa di non prendere una lira da Eva, avrebbe fatto piuttosto la fame”. Tra Eva e il Capoccia ormai è guerra. Eva non si lascia intimorire e va avanti per la sua strada.

In questo scontro è racchiusa una consuetudine antica che Eva sta sgretolando: quella dell’anziano capofamiglia che ha diritto di vita e di morte e tutto deve svolgersi secondo le sue indicazioni.

È anche una storia di ribellione e di emancipazione. E infatti “La Rosa continuò a riscuotere i soldi di Eva.”.

Quando Eva rimane incinta ci si domanda, non solo in casa ma anche nel vicinato, di chi possa essere quel figlio, e si maligna sulla donna che si continua a considerare di facili costumi, visto come aveva avuto il primo figlio, Luciano.

Teresa ha uno zio di nome Carlo, fratello del padre Vittorio e di Martina, la quale, andata a lavorare “come giornaliera”, guadagna tremila lire al mese, e vuole farsi il corredo da sposa, ma in casa le trattengono tutto il salario e non le resta in mano nulla. Continua perciò ad essere arrabbiata e tiene d’occhio il fratello, che è uno scansafatiche: “dormiva fino a tardi, lavorava quando voleva e quanto decideva lui, andava al circolo tutte le sere e aveva sempre la sigaretta accesa. Teneva anche le orecchie ben aperte e non le sfuggirono voci circolanti sulle uova che cominciavano a sparire dai covi e anche qualche gallina nel pollaio.”. Ricordate la commedia di Eduardo De Filippo, “Natale in casa Cupiello”, del 1931? Lo zio Carlo ricorda Nennillo, il figlio di Luca Cupiello e la Nonna, che lo difende (“lui è malato”), somiglia a Concetta, la moglie di Luca.

Eva partorisce il secondo figlio, Marco, che è tutto sputato suo padre Livio e con ciò si prende la sua rivincita contro i malignatori. Anche con il Capoccia che una sera, mentre lei allatta il piccolo, tenta di stuprarla e lei lo respinge graffiandogli il viso, e il giorno dopo tutti, compresa la moglie Rosa, s’immaginano che cosa sia successo.

È l’occasione perché l’autrice ci proponga una riflessione (ne avremo altre, segnate in corsivo) sulle condizioni del mondo, sulla malattia, sulla violenza, sullo sfruttamento, sulla natura dell’uomo, e così via. Amaramente si domanda: “Da quando abbiamo capito che l’uomo non è buono per natura? Lo abbiamo sempre saputo ma non lo abbiamo ammesso mai.”.

Sono chiose che andranno a punteggiare la storia del romanzo, alcune intrise di malinconica poesia. Scopriremo presto che dietro queste riflessioni si nasconde sempre un’identità femminile che sapremo identificare gradualmente in uno dei personaggi principali, Teresa, e riscontreremo non poche volte la somiglianza tra essa e l’autrice.

Si tratta di un meccanismo narrativo che innesta nel presente del romanzo una possibilità di analisi in più, una più rapida maturazione sugli eventi che accadono davanti ai nostri occhi per intravederne il futuro.

Teresa cresce e mantiene integro e intenso il suo legame con il fratello malato, Michele. Escono insieme, lo porta in giro: “lo vestiva di pulito e scendeva le scale tenendolo in braccio, leggero come uno zufolo di canna, che si affidava tutto a lei.”. All’aperto, si sedeva su di un sedile di pietra preceduto da due cipressi che facevano ombra e stava lì con in braccio Michele: “Prima che la luce scomparisse arrivava Luciano con Marco per mano e si sedevano sul muricciolo di fronte, finché non arrivava di fondo la voce di Giulia che li faceva rincasare.”.

Difficile stabilire quale sia tra le tante varietà dell’amore, quello più vero: “lo aveva accettato nella sua vita come un prolungamento di sé e aveva organizzato i suoi tempi in funzione di lui.”.

Il romanzo a poco a poco fa emergere, nella tumultuosità della vita quotidiana, e in mezzo alle aspre fatiche della campagna, una congiunzione spontanea e una affinità tra le due famiglie vicine, i cui contatti sono esaltati dalle figure giovanili, come se esse fossero cariche di un buon auspicio, di un avvenire di migliori speranze. Sono i vecchi, invece, a rappresentare un passato di rivalità e di scontri: “Tra il Capoccia e il Nonno non correva buon sangue”. L’autrice sa rendere a meraviglia gli alterchi tra i due capifamiglia. Pare di vederli come in un film, con le braccia protese minacciose l’uno contro l’altro e le grida accompagnate da “moccoli da scurire l’aria”.

Teresa cresce in fretta; alle scuole elementari già è donna: “Gli uomini le dicevano parole mai sentite e la guardavano con occhi lucidi lucidi. Potevano avere l’età di suo padre.”.

Renato, il marito di Wanda e fratello di Livio, cerca di metterle le mani addosso. Un giorno di primavera che lei si era inoltrata per un viottolo “nascosto tra i campi di erba alta”, l’assale di spalle; riesce a divincolarsi e scappa via e si salva poiché, a causa di una caduta dal fico, Renato era rimasto zoppo. Sarà l’occasione che farà capire a Teresa che cosa voglia dire essere donna e che cosa l’uomo cerchi da lei. Si confida con Luciano che le spiega ogni cosa, facendo l’esempio del toro e della mucca che spesso hanno visto accoppiarsi. Senza quell’atto non possono nascere i vitellini. Così è per i bambini, che nascono solo se c’è stato l’accoppiamento tra un uomo e una donna. Teresa non ha vergogna di parlare di queste cose con Luciano, lo considera “il suo paggio e il suo cavaliere.”.

La Cecchetti ci consegna segmenti costituitivi di una formazione che non appartiene solo ai due ragazzi, ma vale per tutti a quell’età, ed evidenzia quanto sia più irta di pericoli e di tentazioni la crescita di una donna.

Il tempo passa e le cose mutano. La campagna non rende più come una volta, e la fatica è diventata per molti insopportabile. I due capifamiglia sono invecchiati (“Erano invecchiati a fianco, fieri, testardi, litigiosi, sanguigni, fondamentalmente uguali.”), devono cedere il comando ai più giovani, i quali si mostrano attenti e capaci di scegliersi un lavoro alternativo. Le strade si dividono, alcuni lasciano la vecchia casa e vanno ad abitare da soli, non distanti, e acquisiscono una vita autonoma, con le loro famiglie. Teresa e Luciano vanno a scuola in bicicletta. I genitori vogliono che studino per trovare un lavoro che consenta loro di vivere diversamente. Luciano, per guadagnare qualcosa, aiuta nella bottega di un biciclettaio; Teresa, nei momenti liberi dallo studio, lavora nei campi.

Ci si avvia verso una generazione diversa; dietro s’intravede il tramonto di una civiltà durata per secoli.

Ce ne dà annuncio questa bella descrizione: “Quando alla Vigna si fermava la primavera, la sofferenza diventava un peccato, perché l’erba nuova, le viole chiare sui cigli che si specchiavano nell’acqua dei fossetti, gli alberi carichi di fiori rosa e bianchi, la terra rovesciata dall’aratro, il grano giovane in cui vibrava il vento che arrivava dal mare, il ronzio indaffarato degli insetti, le rondini che sfrecciavano via dai nidi sotto il portico, tutto invitava alla gioia.”. Le descrizioni che riguardano la natura rivelano spesso, in questa autrice, una prospettiva di cambiamento che potrebbe lenire la sofferenza, se fosse avvertita. Ma non accade, poiché gli uomini si concentrano sulle proprie ferite e ne sono assorbiti.

Ci siamo accorti che il romanzo alterna momenti tristi a momenti gioiosi, i quali si insinuano nei personaggi senza clamore; giungono, anzi, silenziosi e ciò che ne scaturisce è una dimensione normale della vita, uno scorrimento che appartiene a tutti. La Cecchetti ci descrive la ordinaria vita di due famiglie di campagna, ripresa nel momento in cui si avvertono i primi segnali del cambiamento, e anche quest’ultimo non si rivela mai con la prepotenza dell’ineluttabilità, e sembra compiacere e accompagnare i personaggi affinché lo accolgano come una nuova presenza amica. Delusioni e speranze vengono mescolate onde si neutralizzino e non si contrappongano alla novità. In una delle pagine in corsivo, Teresa ricorda, pensando a Luciano: “Eravamo alle soglie dell’adolescenza, con la testa piena di progetti. La vita ci appariva come una montagna tutta da scalare, ma una montagna incantata che ci attirava. L’oggi era da attraversare per raggiungere il domani, ignoto e affascinante.”.

La morte di Michele è uno spartiacque che aiuta a riversare delusioni e sofferenze in una specie di raccoglitore che le isoli dall’avvenire per non contaminarlo, e da cui possa scaturire una rigenerazione avvertita e attesa.

La felicità è anche fatica e per questo non la si raggiunge mai. Sta davanti ai nostri personaggi come un traguardo che ogni volta che si avvicina, subito si allontana e ci chiede nuovi sforzi, nuovi sacrifici. A raggiungerla, ci si accorge poi, non basta una vita.

La normalità che avvertiamo nei fatti narrati dal romanzo, rappresenta in realtà la complessità della vita, e l’autrice ce li presenta come i nodi di una fune che a mano a mano che vengono sciolti ne allungano la misura e ne allontanano il capo. Non tutti si sciolgono, però. In un altro degli interventi in corsivo si avverte un epilogo malinconico, e riguarda Luciano e Teresa, la quale, a distanza di tempo, si domanda: “Lui non ha mai detto parole chiare per costringermi a riflettere sui miei sentimenti. Io non le ho mai cercate né provocate.

Forse qualcosa l’ha bloccato.

Quella parola, bastardo, di cui a cinque anni non conosceva il significato, a quel punto gli era diventata chiara, con tutto il peso della sua condanna. È stata quella parola che non gli ha dato il coraggio di essere esplicito con me?”.

E il lettore vi avverte il cinismo del destino e si domanda come due giovani pieni di amore l’uno verso l’altra, abbiano potuto mancare ad un appuntamento della vita che pareva ineluttabile.

Per arrivare al futuro si percorre una strada che non è mai diritta, e non ci mostra che cosa ci attenda dopo ogni svolta. Ciò che pareva essere conquistato per sempre, ci cade di mano e si perde, e tutto ricomincia ma non è più la stessa cosa, non procediamo più con lo stesso passo, forse non siamo nemmeno più gli stessi.

Quando negli interventi in corsivo Teresa ci parla, avvertiamo le incognite e le ferite che hanno segnato la sua anima. Teresa è diventata vecchia, come lo fu suo padre, il Nonno, come lo fu il Capoccia. Rivisita la sua vita, ricorda il suo amore sfortunato per Luciano, le trepidazioni per Alfredo, il ragazzo che passava con la Vespa sotto la finestra della sua scuola, e ci fa sapere l’esito di quei passaggi che furono di gioventù: “Poi ho iniziato il mio cammino.
In convento, è l’ora della preghiera.
Devo andare.”.

Il romanzo è stato condotto con una notevole sapienza narrativa. Ci ha fatto assistere al tramonto di un’epoca e all’alba di una nuova, apparentemente diversa, forse meno cruda, ma anch’essa carica, allo stesso modo di prima, di tristezze e di speranze. Il passaggio, infatti, non è mai neutrale e l’autrice ce ne ha mostrato le ferite con un personaggio sofferente, Teresa, che ha osservato la sua vita e quella degli altri assorbendone il dolore.

Romanzo di rara bellezza, in cui tanto il contenuto quanto la scrittura rasentano i confini della perfezione.

 

 


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Bart