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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Otello Di Cesare: “I guelfi di Poggio San Giusto”

16 dicembre 2018

Brescello in Lucchesia
di Bartolomeo Di Monaco

Di questo autore ho scarse notizie, sebbene abbia fatto di tutto per raccoglierle. Grazie all’aiuto della locale biblioteca di Porcari ho conosciuto la sua produzione letteraria, così composta: “Lo spostamento sul rosso”,  1967 (poesie);  “È compiuto il mio giorno : poesie : 1951-1954 “, 1955; “I protoplasmi di Picasso”, 1974;  “I figli di Caino “, 1975 (poesie); ” Cristo sovrastruttura “, 1976; “Le fanciulle del sole”, 1979 (poesie, con la prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti);  “Ballate coglioniensi”, 1989 (poesie); “I guelfi di Poggio San Giusto” , 1989;  “La condizione”, 1992 (poesie); “I crociati di Poggio San Giusto”, 1994.

Per il resto riporto quanto appare nella quarta di copertina del libro di cui si scriverà. Essa recita: “Otello Di Cesare, nato a Porcari (Lucca) nel 1922, laureato in lettere all’Università di Firenze, si è dedicato sempre all’insegnamento con esperienze anche all’estero. Ha concluso la sua carriera scolastica in un liceo classico di Venezia. Uomo di vaste curiosità culturali, ha dato corpo nel corso degli anni a una serie di lavori in versi e in prosa rimasti finora inediti, tranne sporadiche eccezioni come il volume di liriche “Le Fanciulle del Sole”, Guanda 1979, con prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti. Adesso, ‘giunto in quella parte di etade ove ciascun dovrebbe calar le vele e raccoglier le sarte’, intende raccogliere, ordinare e dare alla luce gli scritti accumulati, senza indugiare in altro tempo.”.

Ma ora veniamo al romanzo, pubblicato dall’editore pisano Giardini nel 1989, avvertendo che sotto il nome di Poggio San Giusto si cela il nome del suo paese natale, Porcari.

C’è subito una sorpresa. Il lettore si accorge che sono rimasti degli errori grammaticali (“più maggiore”!), concordanze infelici, parole scritte male (“bafore” invece di vapore), periodi scomposti. Mamma mia! E sente la voglia di arrestarsi e chiudere il libro. Ma sbaglia, poiché quello che legge è voluto dall’autore (qualche erroruccio di stampa si trova, ma si perdona) e sarà il divertimento del libro che, dunque, sin dal principio, rivela la sua natura disincantata e ironica. Basti questo esempio: “Quei bamboretti che poi risultavano più meglio imparati, se avevano la grazia della vocazione, potevano entrare in seminario, dove la quale imparavano la verità una volta per tutte.”. L’uso delle parole vernacolari sarà oltremodo dovizioso. A questo proposito, devo annotare che sin dalle prime pagine mi è venuto in mente Giorgio Marchetti, morto nel 2014, architetto con la vocazione per la scrittura salace, che si divertiva con la nostra lingua parlata e aveva anche una rubrica tutta sua su un quotidiano locale, che firmava con lo pseudonimo di Pierin lucchese. Celebre il suo gustoso dizionario macaronico  “Il Borzacchini Universale”, uscito con lo pseudonimo di Ettore Borzacchini.

Ma ora andiamo avanti, e godiamoci questo divertissement di Otello Di Cesare.

Da Poggio San Giusto, prima che avesse quel nome poiché a quel tempo non c’erano ancora “santi né madonne, e la dannazione era universale.”, passò anche Annibale coi suoi soldatacci, “tunisini macrometrici”, al che gli uomini sangiustini si diedero alla fuga sui monti, al contrario delle donne “pettorute e crinite”, che erano rimaste a proteggere la casa. La qual cosa produsse però dei guasti: “Cosicché i sangiustini fuggitivi, dopo il passaggio devastatore, si erano trovati sangiuseppi di parecchi semicartaginesi a carico concepiti nei pagliai.”.

Ci accompagnerà ogni tanto nella lettura, come in questo caso, la risata dell’autore, fragorosa per l’invenzione, e ogni volta avvertiamo che in mente ne ha dell’altre pronte a sciorinare sulla pagina con la penna sua complice appassionata e divertita.

La figura di “Fumino Tre Gambe”, una guardia comunale che “si nascondeva fra le siepi dietro le curve per beccarli all’improvviso senza bollo” (a quel tempo le biciclette e i carri agricoli) mi ricorda un vigile che a Fornaci di Barga si comportava allo stesso modo. Anziché dietro le siepi, si nascondeva dietro uno degli alberi che compongono il vialone che conduce al paese, distante una quarantina di chilometri da Lucca, in direzione nord.

De Cesari non se ne perde una. Nella vita reale, deve essere stato un burlone, uno scansa ostie e un mangiapreti, al quale l’odore di sacrestia dava la nausea (anche se nei piccoli paesi e fino a qualche tempo fa dei preti non si poteva mai fare a meno di parlare o di sparlare a seconda dei gusti): “Il matriarcato teneva attentamente le chiavi nelle sue mani, tranne in chiesa, dove il Preposto attuava d’autorità il maschilismo più ortodosso, senza rispetto alcuno per la libertà, la fraternità e l’uguaglianza fra i sessi.”. Il Preposto teneva come sagrestano un certo Agonia, “così nominato dai sangiustini per la sua magrezza a buccia estrema”.

La satira dell’autore non fa sconti a nessuno e non perdona. Mi piacerebbe sapere come i porcaresi (i sangiustini di questa storia) abbiano accolto il libro che un po’ ne burla bonariamente i costumi: “Per il Preposto le femmine in generale, e quelle di Poggio San Giusto in particolare, costituivano un non dichiarato difetto della creazione, per il fatto di essere una continua sorgente di peccati mortali e di perdizione eterna; la quale il diavolo non avrebbe potuto inventare nulla di più diabolico.”. Di Cesare ne prende un po’ le difese: “E non era proprio il caso di chiedere all’illuminismo prepositurale perché la comunione, sempre energicamente vietata a labbra con rossetto, avesse libero transito in bocche senza denti, fra tanfo d’aglio e di cipolla male digeriti.”. Chiama le donne: “le nausiche di Poggio San Giusto”, e le raffigura mentre sono al torrente a lavare i panni, con le gonne sollevate e gambe e braccia scoperte. Appena gli uomini (gli “ulissi clandestini”) sentivano lo sbatacchiare dei panni, lasciavano il lavoro nei campi e venivano ad osservarle: “Se poi gli ulissi restavano paralizzati di fronte all’esposizione, e balbettanti, e non avevano il coraggio di essere ulissi, le nausiche dicevano che erano col brinciaglioro di pancotto”.

Naturalmente non mancano le rivalità con i comuni vicini, soprattutto con Montecarolo (Montecarlo, dove, faccio notare, è sepolto lo scrittore Carlo Cassola). Si contendono una torre cilindrica posta al confine. Disputano finché giungono ad un accordo: una metà apparterrà a Montecarolo e l’altra metà a Poggio San Giusto; ma alcuni sangiustini non s’accontentano e così, una notte, demoliscono la parte assegnata a Montecarolo. Non l’avessero mai fatto! Scoppia una guerra. Ma i sangiustini non tremano. Qualcuno consiglia di acquistare un cannone e sparare contro Montecarolo dalla piazza detta della Pupporona, per via di una statua che mostra una donna “dalle mammelle prorompenti che zampillavano acqua”. Ingordi, tanto erano sicuri di distruggere il paese, caricano il cannone con più palle fino a che il fusto non ne è pieno. Poi si decidono a sparare: “La terra tremò nel raggio di parecchie miglia”. Solo che i colpi non caddero su Montecarolo, ma deflagrarono proprio su Poggio San Giusto: “Le tegole volarono dai tetti, la chiesa rimase senza vetri, e il San Giusto dipinto sulla facciata fu scalcinato da una raffica di schegge.

Le puppore della Pupporona, la matrona di marmo che faceva da fontana e dava nome alla piazza, cessarono di zampillare e oscillarono fino al punto di staccarsi.”. Alcuni commentarono, stropicciandosi gli occhi: “che se il cannone, per la madosca, aveva fatto quella strage alla partenza, figurarsi all’arrivo!”.

Ci stiamo divertendo. Di Cesare si dimostra un arguto narratore, sa condire bene il piatto che ci offre.

La scrittura, così originale, è azzeccata al tema e allo scopo, come un francobollo sulla sua busta. Nulla da eccepire. Basta solo andare avanti, e attendere altre storie simpatiche come questa.

Una ci raggiunge dopo poco. Hanno rubato i gioielli della Immacolata Concezione. Stupore e gran confusione nel paese. Il Preposto “era rotolato sul pavimento ed era rimasto per qualche giorno paralizzato e balbuziente.”. Si sospetta di Montecarolo ma anche di Altopascolo (Altopascio) e di “un maiale porco locale”. Ad indagare ci si mette Fumino Tre Gambe, la guardia comunale, e così scopriamo che è un donnaiolo scostumato e che il soprannome se l’è guadagnato per le sue doti mascoline: “Era infatti molto orgoglioso di avere creduto, obbedito e combattuto, soprattutto per adeguare alle disposizioni demografiche quei mariti un po’ demotivati nei programmi governativi. Andava dicendo infatti che la maggior parte delle baionette sangiustine erano opera sua.”. Ma dei gioielli dell’Immacolata Concezione, niente. Il ladro l’ha fatta franca, e tutti se la prendono con lui che non riesce a scovarlo.

Asmodeo (un soprannome messogli dal Preposto, che ha fatto dimenticare il nome vero) ha un negozio di pompe funebri e di oggetti religiosi. L’autore lo chiama “il santaro”. Va alla messa e a vespro “la domenica e le altre feste comandate”, ma, guarda un po’, è un gran sacramentatore (bestemmiatore) e nessuno riesce a batterlo, nemmeno nei paesi vicini: “La moglie santara diceva che tentare di farlo smettere era più meglio non tentare; sarebbe stato inutile; la natura doveva seguire la sua strada e non voleva essere sacramentata anche lei per far piacere al Preposto.”.

Con De Cesari rivivono le tradizioni di Poggio San Giusto, ossia di Porcari. Credo che i paesani gliene debbano essere grati, poiché ai tratti precisi del ricordo, ha saputo congiungere l’allegria, lo sfottò, la bonomia che alla fine rappacifica, in certe circostanze, gli screzi e le invidie: “Al popolo santagiustino ora restava soltanto di aspettare la sera del venerdì santo; e nell’attesa pareva che non avesse alcun lutto nel cuore, ma soltanto animazione e allegra impazienza. Non c’era al mondo altro paese dove la morte di Gesù Morto destasse tanta allegria.”.

È rievocata la processione del “Gesù Morto”, una tradizione tipica del Venerdì Santo diffusa in Italia. Anche a Lucca, nel capoluogo, si teneva; e nel mio “Via Pelleria” ho ricordato quella che il mio rione celebrava ogni due anni e alla quale aveva dato il nome del “Gesù Inalberato”, ossia in croce. Ancora oggi tutti i personaggi che comparivano sulla barella portata da uomini robusti si possono ammirare nel primo altare a destra di chi entri dalla porta principale della chiesa di San Tommaso in Pelleria.

La processione si snoda per tutto il paese: “Pareva che l’Altissimo benedicesse dall’alto, col tremolio delle stelle, Poggio San Giusto, palpitante di candele e di lanterne a petrolio.”. In realtà, un po’ di baraonda succede tra i barellieri: uno urta il calcagno di chi lo precede, provocandone la reazione arrabbiata; un altro “non riuscì a trattenere una fragorosa esplosione del colon, che sparpagliò nei dintorni un flusso pestilenziale”. Nella pausa, quando la barella viene depositata a terra, è Asmodeo a perdere la tramontana e comincia a sparlare di questo e di quello, provocando una rissa, così che: “Pareva che l’Altissimo non benedicesse più dall’alto, col tremolio delle stelle, la processione centenaria del colera, e che al contrario, il demonio sghignazzante volteggiasse a pipistrello nella notte.”.

Alcuni personaggi sono delineati con ampi tratteggi come il Pisciaglioro Marmitta (comprerà infatti una motocicletta, rara in quegli anni), un sacramentatore come l’Asmodeo ma con il vizio dissacratorio assai più avanzato, a tal punto che era diventato una vera e propria dannazione per il Preposto. Un giorno sul sedile del confessionale aveva nascosto un rametto di pungitopo e i penitenti, in compunta attesa di onorare il sacramento, si videro saltar fuori il prete come una palla di cannone.

Ma la marachella che mandò su tutte le furie il Preposto fu un dipinto che lo sciagurato lasciò su una parete della canonica: “un’Immacolata che offriva una mammella a Gesù Bambino e l’altra a San Giuseppe; ma San Giuseppe non si contentava della mammella soltanto; voleva anche qualche altra cosa, e con la tunica alzata sfoderava un priapismo così pronunciato che la povera Immacolata alzava gli occhi al cielo per chiedere aiuto.”. Il Preposto dovette far grattare in tutta fretta la parete dello scandalo. Già da ragazzo, a scuola, componeva disegni dissacratori, e la maestra finì per rinunciare a bacchettarlo, poiché quella era la sua natura. Alle pareti del corridoio eseguiva “ghiribizzi” pompeiani (dunque, lascivi), ma non solo: “E se non aveva voglia di seguire i ghiribizzi pompeiani, alzava il grembiulino alle scolarette fuggitive, o scaricava il pisciaglioro nel bricco della bidella.”. E pensate che già a quell’età “andava confidando ai coetanei che da grande avrebbe voluto fare l’arcivescovo.”. Non vi dico poi quando gli salta in testa di correre in bicicletta.  O quando scommette sulle “cinquanta e mezzo”. Questa parte e che cosa sono le “cinquanta e mezzo” il lettore le scoprirà e gusterà da sé.

Probabilmente questi personaggi (Fumino, Asmodeo, Pisciaglioro, Agonia il sagrestano) non sono mai esistiti (scrive che il Preposto si era dimenticato di annotare i fatti sul suo “quadernetto”), e sono soltanto frutto della bizzarra fantasia dell’autore, ma ciò che ne esce è un paese umorale e saporoso di umanità, un po’ come Brescello, il celebre paese di don Camillo e Peppone, usciti fuori dalla magica penna di Giovannino Guareschi.

L’inverecondia di questo autore arriva perfino al punto di rivelarci che il Preposto ha perduto “i cifotti” in tempo di guerra quando era cappellano militare e si trovava ad assistere un moribondo. Una “granata austroungarica” lo aveva privato dei suoi attributi, sostituiti da “un impianto meccanico”.

Ai quattro già ricordati si può aggiungere Tanfo, o meglio “padre Tanfo della Scuola Corona del Rosario”, il quale a causa “dei cifoti crestuti, avvertiti forse dopo la professione perpetua, si sentiva schiavo per l’eternità.” e pativa a vedere i sangiustini liberi di gozzovigliare. E così era diventato un perenne brontolone. E in più aveva una sua idea personalissima sulla vera vocazione, la quale non era di certo la sua: “La vocazione andava bene se era come quella del tale che prima aveva avuto fra le mani una tale, o dell’altro che prima della vocazione era rimasto vedovo; o come quella del Preposto che con l’impianto meccanico era pace e silenzio e buonanotte.”; “A lui personalmente sarebbe bastata una sangiustina qualsiasi.”. E la sangiustina arriverà, ma sarà disponibile anche per altri sangiustini, come il dongiovanni motorizzato Tubo di Scappamento, essendo “poliandrica”, ossia disposta a concedersi anche ad altri uomini.

Padre Liborio, suo confratello, tiene, sempre alla Scuola Corona del Rosario, lezioni per la preparazione degli “agricolini teologizzandi”. È contento del suo lavoro, ma un giorno si vede tradurre un passo del “De Bello Gallico” di Giulio Cesare: “senes mulieresque” con “puppore delle donne”, anziché “i vecchi e le donne”.  E si tratta del suo migliore allievo! Che delusione! Però gli andrà bene anche a lui, come a padre Tanfo: arriverà una “bovary sognatrice”, al punto che il bambino che le nascerà non avrà i tratti somatici del marito bonaccione, bensì “i cromosomi di un altro. E nella fattispecie provenivano dal confratello di padre Tanfo.”.

Vengono in mente gli scandali nei monasteri lucchesi al tempo di Paolo Guinigi, che proprio per contrastarli, ne fece chiudere alcuni.

De Cesari è sicuro di donarci uno scanzonato divertimento, e calca la mano.

A proposito del nominato Tubo di Scappamento ci narra la sua scappatella con una certa Torretta, che aveva fama di inespugnabilità (da ciò il nomignolo) di fronte a qualsiasi tentativo di seduzione. Come Madame de Rênal de “Il Rosso e il Nero” di Stendhal, ma con minore resistenza, Torretta cede allo Scappamento. Ma a De Cesari non basta, infierisce e chiosa: “Mentre accadeva la capitolazione il marito della Torretta affermava di essere un pezzo d’uomo carico di globuli rossi; sarebbe stato capace di addomesticare centomila sangiustine in fila”. Ma, ahimè per lui, alla Torretta fanno la posta altri sangiustini dotati di abbondanti globuli rossi, i quali sperano che, essendo stata espugnata, la donna possa ora essere vinta con un’azione ricattatoria. Succederà.

Nel quadernetto del Preposto non è passata neppure la storia del conte (che non era un conte ma il titolo gliel’avevano dato i paesani) Pallesecche, “che era rientrato in casa quando avrebbe dovuto essere fuori, e aveva trovato la Pallesecca moglie nuda e scarmigliata con uno che non era lui.”, e “era uno che non ammetteva bischerate da nessuno, figurarsi in casa sua.”. Succede sempre così a chi si crede un padreterno: becchi e bastonati tanto il marito della Torretta che Pallesecche. A quest’ultimo la suocera grida che “se le aveva secche, cercasse di rinverdirle quanto prima!”.

Chi ricorda la figura del peruginaio? Era colui che svuotava i pozzi neri, e a quei tempi era richiesto come oggi l’idraulico. Bisognava fissarci l’appuntamento e raccomandarsi che venisse al più presto, prima che il liquame traboccasse dalla fogna. Ma il peruginaio non andava da tutti, ma soltanto da coloro il cui liquame era di sua soddisfazione, ossia di qualità. E come faceva a stabilirlo? Ce lo ricorda l’autore: “Per la conoscenza della merce il peruginaio riservava la domenica; allora metteva il vestito festivo e andava a tuffare il dito nel liquame traboccante per assaggiarne la qualità.”. Un rito antico che non scandalizzava nessuno.

Chiappino possedeva molti campi e il suo pregio era che li teneva ordinati e coltivati come nessuno; un vero modello di agricoltore. Considerava gli altri un po’ vagabondi al suo confronto: “Scalzo da marzo a novembre, con zoccoli nei mesi invernali, con una tuta mimetizzata dal sudore e dal solfato di rame, era quanto si poteva permettere per coprire le vergogne.”. Pur avendo “palanche da vendere” non scialava.

Naturalmente c’è anche da prendere in esame l’impiegato di banca, e anche lui ha il suo nomignolo, il Rossino, “per motivo cromatico di pelle e di capelli.”. Quando il Rossino si auto invita a cena dal Chiappino, e poi gli manda a dire che non può andarci (preso da un “richiamo poligamico”, ossia una scappatella) ne nasce una divertita discussione in cui si dipana umoristicamente tutta la tirchieria dell’agricoltore. Il quale rivela al bancario che ha anche la moglie malata. Di che? Dopo l’ultimo svezzamento “le puppore della Chiappina restavano gonfie di latte con forti dolori”, e perciò era costretto a spendere denari per “il succhiatore”, che “era un vecchietto che veniva chiamato dalle sangiustine” allo scopo di liberarle del latte superfluo. E poi aveva a che fare, non solo lui ma soprattutto lui che aveva poderi “lussureggianti”, con “i barabbi” del paese, marito e moglie che, di notte, andavano a rubargli un po’ di tutto, e si arricchivano con il ladrocinio. E il Botticella non andava da lui a chiedere qualche litro di vino?: “Se il Botticella si fosse contentato di un bicchiere di piccìolo pisciarello qualche volta l’avrebbe contentato, specialmente quando cominciava a diventare aceto.”. Il Chiappino sarà protagonista di un altro episodio esilarante. Andato a fare il bagno in mare con il Rossino, mentre stanno ritornando a casa in motocicletta, si accorge di aver dimenticato i mutandoni sulla spiaggia. Tornato indietro non li trova più. La discussione che ha con la moglie vale il capitolo, che è il XVIII.

Poco prima troviamo descritta una delle usanze più belle e suggestive del passato, la spannocchiatura del granturco: “Per l’occasione i sangiustini si riunivano dopo cena sull’aia, intorno al grande mucchio di pannocchie, una sera da uno, la sera successiva da un altro, per aiutarsi a vicenda. Il titolare della serata offriva vino, girando col fiasco intorno al mucchio e versandolo in un unico bicchiere, che passava da una bocca all’altra.”.

Al termine l’autore vuole chiudere in bellezza, mantenendo fede alla sua burla e allo spirito salace e goliardico della sua opera. A Poggio San Giusto è capitata una donna, la Stringichiappe, venuta dai monti e cresciuta avvezza a concedersi a tutti quelli che passavano di lì. Ora è sposata e vive a Poggio San Giusto, ma il fatto è che non le basta un uomo solo; difficile togliersi “del tutto l’abitudine alla precedente pluralità.”. Le sue “vocalizzazioni” amorose, fuoriuscite dalla sua camera, ogni volta scateneranno la fantasia dei paesani e il Preposto non riuscirà a convincere il Fumino a porre termine allo scandalo. Il Fumino gli risponderà che ognuno a casa sua è libero di fare ciò che vuole.

Ed è proprio questo il succo della divertente commedia.


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Bart