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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Renato Genovese: “Anno Domini 1630”

19 Aprile 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Si legge nella quarta di copertina: “Critico, storico e autore di saggistica sulla cultura del Fumetto e sulla comunicazione per immagini, tra cui “L’avventurosa storia del fumetto italiano – Quarant’anni di Fumetti nelle voci dei Protagonisti”, per i tipi dell’Editore Castelvecchi (2010). Fondatore di Lucca Games (1993), dal 2000 al 2016 è stato direttore di Lucca Comics & Games il più importante show europeo dedicato al Fumetto, al Gaming e al Publishing cross mediale. Nel 2017 ha pubblicato “51 Storie sugli Indiani d’America” per Little Nemo Art.

Il lettore conoscerà la grande manifestazione lucchese fondata da questo artista, poiché, quando arriva il tempo, agli inizi dell’autunno, la città è invasa da migliaia e migliaia di appassionati del Fumetto e per le sue strette viuzze e sulle stupende Mura, uniche al mondo per la loro mole e bellezza, si esibiscono tanti personaggi resi celebri da quest’arte, che la rendono vivida di colori e di allegria.

L’autore è nato a Napoli il 24 agosto 1950, il giorno del mio onomastico, e vive da molti anni a Lucca

Il romanzo di cui ci occuperemo ha vinto nel 2019 il Premio Speciale “Logos Cultura” del Premio Internazionale Pegasus – Città di Cattolica.

Siamo nell’anno della grande peste che colpì anche Lucca, il 1630.

Il medico Landi visita il figlio di donna Viola Sacelli, che è ammalato. Difficile prevederne la guarigione. L’epidemia ha invaso città e periferia e si è presa anche la vita degli altri medici della zona. La scena ha questa bella descrizione: “Su quella casa, in mezzo al verde spento della campagna lucchese all’ora del crepuscolo, la Morte spinta dal consueto richiamo andò ad appollaiarsi sul davanzale della finestra aperta sul tramonto. All’interno della camera vide un giovane pallido dalla fronte madida di sudore che sembrava non trovare pace nel sonno inquieto della malattia. Al suo capezzale, una donna bruna e un cerusico vestito di nero che si stava togliendo la maschera del lungo becco, un artefatto  creato perché il medico restasse a debita distanza dagli appestati e non respirasse il loro fiato malato. Qua e là nella stanza, altra gente piagnucolosa ma di costoro non era interessata.”. Capiremo alla fine del libro che questo giovane è Michele Sacelli, sconvolto dagli avvenimenti che incroceranno la sua vita.

È una descrizione che richiama alla memoria scene di malati e di morti raffigurate da quadri e autori dell’epoca, tra cui Moliere. E quell’appollaiarsi della Morte ricorda anche il celebre cartoon di Max Fleischer, “I viaggi di Gulliver”, del 1939, ove compaiono tre spie con il naso adunco e il mantello nero.

Seguiamo la sua storia.

Michele Sacelli da Lucca va a Napoli per far visita a padre Arnolfini che si trova presso la “chiesa della Santa Croce di Lucca”, deve consegnargli un anello che la madre gli “aveva affidato come una specie di reliquia della sua famiglia (…) quale adempimento del voto che lei aveva fatto alla Santa Croce perché lui si salvasse dalla peste.”. Quando sbarca dalla nave: “Indossava un modesto vestito nero da aspirante diacono tutto sgualcito. Dall’ampio colletto bianco sbucavano fuori un collo scarno e una faccia pallida, come se non godesse di buona salute.”. Si trova subito in mezzo ad una grande confusione, come Renzo Tramaglino quando entra in Milano nel giorno in cui il popolo affamato assalta i forni. A Napoli, la folla reagisce, come accadeva sovente nel passato, contro l’aumento delle tasse, giunte a livello insostenibile, e si scontra con le truppe spagnole del Viceregno di Napoli. È il 14 settembre 1630, quando, per millenaria tradizione, a Lucca si celebra la festa della Santa Croce.

Come ne “I promessi sposi”, pure Michele si trova inguaiato e le guardie spagnole lo sospettano di aver avuto parte nella sommossa; lo ricercano. Lo prende in custodia una ragazza popolana, “Lucrezia Consiglio, detta ‘Zeza’, l’acquaiola”.

Di Zeza ci manca ancora la descrizione, e le poche righe che accompagnano  la sua figura ce la fanno immaginare una ragazza furba e svelta (“Quella era una donna da cui guardarsi.”). È descritto, invece, il fidanzato che si presenta davanti a Michele:  “Più basso di lui ma solido e ben piantato, Davide aveva i capelli castani, schiariti in più punti dal sole e dal sale fino a diventare biondi. Le ciocche lunghe e morbide gli uscivano capricciose da sotto un berretto da pescatore di lana azzurra, il cui colore pareva richiamare quello degli occhi, anch’essi azzurri e allegri come quelli di un bambino.”. L’ambiente in cui è capitato è quello della guapperia e della camorra, presente nella città e dintorni sin dal XIV secolo. Il capobanda (“capobastone del quartiere della Vicaria”), Oreste Chiummo, “detto il Polipo”, ricorda il brigante del film “Il Marchese del Grillo” (di Mario Monicelli, 1981), magistralmente interpretato, oltre che da Albero Sordi, nelle parti del protagonista, da Flavio Bucci nelle parti del brigante Don Bastiano.

Il nuovo ambiente sta producendo un cambiamento nel protagonista: “la sua mente e il suo corpo si erano aperti totalmente alle nuove emozioni, arrendendosi senza combattere a quelle inebrianti e inconsuete sensazioni.”. Presentatoci in principio come timido e bigotto, l’aria di Napoli e dei suoi tenebrosi segreti agisce in Michele come un detonatore che dalle ferite sta cucendo cicatrici che ne delineeranno una nuova personalità.

L’autore ha portato un lucchese, ossia un cittadino proveniente da una città quieta e laboriosa, a Napoli, in una realtà assolutamente diversa, confusa e chiassosa, smargiassa e prepotente, con la quale, costretto dalle avverse circostanze, deve misurarsi. Passeggiando di sera lungo le strade del porto di Napoli: “Pensò che a Lucca, a quell’ora, tutti si erano ritirati in casa, avevano già cenato da un bel pezzo e ora se ne stavano sprofondati nei loro letti a dormire.”. Lucca è ancora nel suo cuore. Quando si trova nell’osteria “Alla corte dell’Olimpo” di un tal Dioniso, un greco, e vi consuma un pasto luculliano, pensa: “C’era da sfamare tutta la guarnigione del terziere di San Paolino a Lucca”. Nelle chiacchierate con Davide, spesso la ricorda: “Davide sorrideva, vedendolo parlare con tanto entusiasmo della sua città e della sua famiglia: la mamma, della quale aveva tanta nostalgia, e sua sorella Emma, la sua migliore amica.”; “Solo del padre non diceva niente”. Scopriamo subito dopo il perché. Anni prima, il padre lo aveva sorpreso mentre abbracciava “Tommaso, il figlio della governante, per consolarlo dal dolore di una caduta. Gli stava asciugando le lacrime tenendogli un braccio sulle spalle, quando suo padre gli si era avventato contro – lui sempre così freddo e imperturbabile – e aveva preso a colpirlo ripetutamente con il suo bastone.”  Gli aveva gridato: “Sporco peccatore, eretico senza Dio!”. Lui non riusciva a spiegarsi quale fosse stata la sua colpa, ma ora che si era sorpreso a guardare con insistenza l’amico Davide che stava dormendo, cominciava a capire.

Si delinea uno dei temi del romanzo, la omosessualità, colta nel momento in cui è scoperta da chi ne era fino ad allora portatore inconsapevole: “Era possibile che potesse essere attratto da un uomo? Se sì, allora era una cosa orrenda: essere un sodomita significava essere fuori della legge, della religione e della morale, segnato a dito e oltraggiato da tutti; significava essere ripudiato dalla sua famiglia; significava la fine della sua vita di aspirante diacono; significava la fine di tutto e anche la possibilità di finire imprigionato o addirittura sulla forca. E sarebbe sprofondato per sempre nelle fiamme dell’inferno. Ma quel che era peggio, avrebbe coinvolto nel suo peccato anche la persona di cui si fosse innamorato, anche un innocente come Davide.”. Rispetto ad oggi, il lettore può farsi un’idea di ciò che colpiva un omosessuale nei secoli passati, fino addirittura ad alcuni decenni fa.

Michele prova a rincuorarsi pensando che avverte anche per Zeza una forte attrazione: “forse lo stavano disorientando tutte le novità di quella nuova vita che si faceva aspirare a pieni polmoni, inebriandolo come un profumo sensuale che dava il capogiro.”. La situazione ricorda quella descritta nel capolavoro di Thomas Mann: “La morte a Venezia”, del 1912, portato al cinema da Luchino Visconti con il capolavoro dal titolo “Morte a Venezia”, del 1971, che ha la straordinaria interpretazione del britannico Dirk Bogarde nella parte del protagonista, il professore di musica Gustav von Aschenbach.

Quando Davide si sveglia e lo saluta, lui “avrebbe voluto solo sussurrare ‘ti voglio bene’.”.

La scrittura di Genovese è quieta e ordinata, e la trama si svolge senza increspature e nel rispetto della successione temporale. I temi spuntano a poco a poco, e con leggerezza, quasi un fiato subito smorzato, per riproporsi un po’ più avanti.

Finalmente l’autore soddisfa una nostra curiosità, riguardo a Zeza. Ci ha fatto astutamente aspettare ed ora ce la offre così com’è: un prostituta che si guadagna la vita a quel modo, e di nascosto, poiché la legge proibisce quel mestiere. Succede che Michele, dopo aver cenato all’osteria di Dioniso, e un po’ alticcio, acconsente a seguire il consiglio di quel furbacchione e, aiutato da lui a salire le scale, bussa ad una porta. Ad aprirgli è proprio Zeza: “Zeza lo guardava con quei suoi occhi neri che brillavano davvero come piccoli carboni accesi. Le mani sui fianchi, se ne stava in mezzo alla stanza in atteggiamento di sfida, con i bei seni abbronzati che sembravano impazienti di balzare fuori dal corpetto bianco che portava slacciato a metà.”. Davide, il fidanzato, non sa niente del mestiere che lei fa. Michele si rifiuta di avere un rapporto sessuale, e Zeza, guardandolo nudo e infuriata, lo chiama “femminiello”. Zeta si legherà al dito questo scontro, ma Michele decide di non rivelare all’amico Davide il mestiere della sua ragazza, anche quando  Zeza dirà a Davide che deve mandare via Michele, poiché le fa la corte e la insidia. A domanda di Davide se questa sia la verità, Michele risponde di sì, rovinando, ma per breve tempo, la loro amicizia.

Allorché appare Silvestro Capasso da San Giorgio, esperto di “Arte Nera” (“per diffondere la conoscenza”), “Un gigantesco stregone malvagio simile a Lucifero”, vengono in mente le atmosfere che impregnano il capolavoro di Marguerite Yourcenar, “L’opera al nero”, del 1968, da cui è stato tratto nel 1988 l’omonimo film di André Delvaux, con Gian Maria Volonté nei panni del protagonista Zenone Ligre: “don Silvestro era intento a manovrare una macchina arcana che emetteva cigolii infernali, come fosse animata da vita propria. Con gli occhi nascosti dalla semioscurità, una corta barbetta a punta sale e pepe e un ampia calvizie simile a una chierica fuori misura, quell’uomo enorme si accaniva su quell’aggeggio infernale soffiando, digrignando i denti ed emettendo lugubri brontolii, mentre sforzava le braccia intorno a quella specie di torchio come se stesse tentando di strangolarlo.”. Come lo Zenone della Yourcenar, don Simone è uno studioso di varie branche della scienza, e soprattutto di quelle più misteriose e oscure. Ha una stanza piena di libri: “c’erano decine di alte pile di fogli, mentre sulle mensole, perfettamente allineati l’uno accanto all’altro, c’erano alcune centinaia di libri grandi e piccoli, tutti rilegati con la copertina di pelle scura.”. Spiega a Michele che cosa è l’Arte Nera: “l’Arte Nera è la Scrittura artificiale, cioè l’Arte della Stampa!”.

Davide e don Silvestro lo conducono alla chiesa della Santa Croce di Lucca, dove avrebbe dovuto consegnare il voto affidatogli dalla madre: “Padre Arnolfini era lucchese, inviato ad amministrare il piccolo complesso ecclesiastico dedicato al crocifisso venerato nel Duomo di Lucca, edificato pochi anni prima da alcune famiglie lucchesi che a Napoli avevano interessi commerciali, gli Sbarra e gli Spinelli. Consisteva in un piccolo convento di suore carmelitane e della chiesa annessa, dove fu collocata un’immagine del Crocifisso simile a quella detta del Volto Santo che si venerava a Lucca.”. Malaparte, Ortese e la Serao si affacciano in questa descrizione, in cui Michele è condotto per vie nascoste verso la chiesa di padre Arnolfini: “Dopo aver fatto assolvere a Michele il suo voto, sarebbero entrati in quella specie di labirinto costituito dalle grotte che si celavano sotto la superficie della città. Un esteso reticolo di antri aperti nel tufo, piccoli corsi d’acqua sotterranei, cisterne e ampie caverne naturali alte come cattedrali e larghe come enormi piazzali che costituivano il ventre cavo e in buona parte sconosciuto di Napoli.”.

La scrittura di Genovese si conferma, anche in forza di descrizioni efficaci come quelle finora riportate, asciutta e matura, priva di vuote peregrinazioni e diretta all’essenziale: “Laggiù, infatti, dove riusciva ad arrivare il chiarore incerto proveniente da fori e da strette aperture nelle volte di tufo, vivevano in condizioni al limite dell’umano gruppi di derelitti riuniti in piccoli nuclei composti da uomini, donne e bambini. Esseri diffidenti, pallidi come spettri e soggetti a ogni malattia, che non vedevano quasi mai la luce del sole, se non quando salivano a frugare nelle immondizie o a rubare legna per i loro fumosi e asfittici focolari.”.

Michele riesce a sfuggire dalle mani degli spagnoli, che, all’interno di quelle grotte, avevano teso una trappola a lui e ai tre compagni Davide, don Silvestro e il suo servitore Svetonio, per una spiata di Zeza, la cui figura si caratterizza per le puntute e violente contraddizioni che ne renderanno contorta e drammatica la breve esistenza.

Gli avvenimenti si susseguono iniettando colori nella scrittura, soprattutto chiaroscuri che richiamano alla mente i dipinti di Salvator Rosa, se non addirittura quelli dei fiamminghi e de “La ronda di notte”, di Rembrandt, in particolare, che è del 1642, coevo alla storia qui narrata. Come pure il cammino che i fuggiaschi intraprendono nei sotterranei maleodoranti di Napoli (tre ore per ritornare all’aria aperta!), ricorda quello di Jean Valjan, il protagonista de “I miserabili” di Victor Hugo, del 1862, quando percorre le fogne di Parigi: “Il fetore era talmente grande che Michele non riuscì a decifrare nessun odore noto in quel guazzabuglio olfattivo che restituiva alla sua mente solo visioni verminose e putrescenti. Abbassò gli occhi, ancora poco abituati al buio, e davanti a sé vide uno spettacolo ancora più rivoltante, una massa putrida di rifiuti e liquami nella quale si muovevano vermi e lumache. Forse gli stessi topi trovavano disgustoso avventurarsi in quella distesa maleodorante.”; “tiravano dritto, attraversando cunicoli e anfratti, superando non senza difficoltà qualche torrentello incassato tra le rocce e piccoli crepacci forse frutto di qualche terremoto.”.

La scrittura di Genovese è cinematografica, si trasforma facilmente in immagini e coinvolge, attira e include il lettore. Sono esse che si incaricano di dare emozioni, mentre la loro fonte, la scrittura, scorre asciutta e obiettiva, quasi distaccata da ciò che crea: siamo ancora nel sottosuolo di Napoli, dove abbiamo assistito ad uno scontro armato, in cui perdono la vita personaggi importanti, che non citeremo, e Michele uccide il capitano spagnolo Aguilera. I fuggiaschi stanno per soccombere quando in loro aiuto intervengono gli abitanti di quelle buie caverne: “Ed ecco che dall’alto delle rocce, cominciò a scendere una schiera di esseri vestiti di stracci, avvolti nella luce spettrale di poche torce fumose accese da qualcuno di essi. Venivano giù lentamente curvi come animali, scivolando sicuri da una roccia all’altra puntellandosi coi piedi e con le mani. Una massa cenciosa di uomini abbrutiti dagli occhi spenti e allucinati; di donne deformi dai lunghi capelli intrecciati di unto e di sporco, che stringevano al petto bambini fasciati di cenci; di vecchi tremanti dalle schiene incurvate e di ragazzetti lividi e malaticci che trascinavano dei fagotti dall’apparenza pesanti, forse piene di pietre di scorta per i tiratori.”. È una descrizione da corte dei miracoli, che ricorda “Notre-Dame de Paris”, il celebre romanzo scritto da Victor Hugo nel 1831.

Qui si descrive il fenomeno delle stelle cadenti: “Ogni tanto, stelle inquiete lasciavano una scia luminosa nel cielo e andavano a perdersi nell’oscurità dell’orizzonte, preferendo la gioia esaltante di un’unica, gloriosa fiammata a una vita di gelida ed eterna fissità.”.

Il colore è lo strumento della poesia nascosta in questo romanzo storico; non è mai gridata e si manifesta nelle coloriture delle sue descrizioni, più che nelle parole. Le stesse tre parti in cui l’opera è divisa inneggiano al colore come espressione più vera della scrittura contenuta in ciascuna di esse. Stiamo leggendo la prima parte che ha il titolo di “Napoli, la città gialla”, poi leggeremo “Lucca, la città verde” (troveremo: “come la malinconia”) e infine “Magdeburgo, la città rossa”. Non staremo fermi, dunque, ma in continuo movimento dentro città e uomini.

Allontanatisi da Napoli e diretti via mare a Genova, Michele e Davide vivono l’esperienza della navigazione in mezzo ad un equipaggio abituato a combattere le incursioni frequenti dei saraceni sulle coste del Mediterraneo. Il timoniere, Peivie Corezza, è uno che sa raccontare e li mette al corrente di molte cose, e ogni tanto  si gratta “la testa alla ricerca di qualche pidocchio. Ne scoprì uno e lo schiacciò tra le unghie annerite.”. Sono pagine vivide che odorano di salsedine e di pirateria di altri tempi. La ciurma è composta da “Marinai provenienti da tutte le coste del Mediterraneo, gente pronta a usare la spada e l’archibugio e a manovrare un cannone con la stessa tranquillità con cui si arrampica sui pennoni dell’albero di mezzana, o si getta all’arrembaggio di una feluca barbaresca.”; “Il maltempo cominciava a prendere il sopravvento. Il cielo si era fatto scuro e nubi nere di tempesta si andavano accumulando verso Nord-Ovest, mentre il mare ormai grosso era diventato del colore del piombo, con creste delle onde tormentate da creste biancastre sferzate dal vento che continuava a rinforzare di minuto in minuto”. Melville e Conrad sono i primi nomi che vengono in mente al lettore per il modo con cui si scrutano cielo, acqua e vento. Da annotare anche la precisione dei termini marinareschi (ma ci stupiremo pure delle conoscenze storiche, musicali e militari che incontreremo via via). Il capitano della nave Venexia, su cui i due amici sono imbarcati, si chiama Genovese, come l’autore (una neutrale coincidenza?). Di questo personaggio conosceremo una storia interessante.

Quando si legge della battaglia intorno all’Isola d’Elba contro le feluche e i grossi sciabecchi dei corsari algerini non si può fare a meno di pensare ai tanti film visti in proposito, ed in specie a “Lo sparviero del mare”, del 1940, di Michael Curtiz (il regista di “Casablanca”, del 1942) con il celebre Errol Flynn. La minuta descrizione dei preparativi e dello scontro rivela ricerca, studio e competenza.

La parte centrale del libro, la seconda, che all’indice è segnata con il titolo di “Lucca, città verde”, è dedicata alla mia città, in cui anche l’autore vive da molti anni.

I due amici Michele e Davide vi giungono da Genova, dopo aver lasciato il capitano della “Venexia”, Genovese, “corsaro cristiano”, che vigila sul Mediterraneo al servizio dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

“La peste aveva deciso di lasciare in pace la città”, con l’arrivo dell’inverno l’epidemia si era infatti attenuata. Quando Davide la vede per la prima volta “ebbe solo la fugace impressione di una città circondata dal verde, piena di torri e campanili e circondata da mura rossastre interrotte da grossi bastioni che gli sembrarono di nuova concezione rispetto alla cinta muraria di Napoli.”. Michele, invece, “Tornava a Lucca senza aver compiuto il voto di sua madre, con un’accusa di omicidio e sedizione sulle spalle, insieme a un amico che a tutti gli effetti era un assassino.”.

Si riaffacciano le tendenze omosessuali di Michele e si innestano dei percorsi nuovi: Michele ha soggezione del padre Giacomo, fin troppo severo; Davide è colpito dalla bellezza della sorella di lui, Emma (“bellissima nella sua disarmante semplicità”), e Venusina, la domestica, è innamorata di Michele e pensa: “No, Venusina, lui non è per te. È troppo bello, intelligente e lontano. Eppure lo sapresti amare, nonostante tutto.”. La madre Viola “non era una nobildonna, ma il suo portamento e l’austerità di quella casa” provocano in Davide un certo imbarazzo.

Dobbiamo fare i conti, però, con la decisione del padre di Michele di mandare i due ad arruolarsi nell’esercito dell’imperatore cattolico Federico II impegnato nella terribile Guerra dei Trent’anni, così da sottrarli alla cattura degli spagnoli.

Gli stimoli che il romanzo ci offre si stanno arricchendo e il lettore ne è sempre più coinvolto. Sembra che Genovese, per strategia narrativa, desideri prolungarne l’attesa: “Dopo tre giorni, Michele si era accorto che Davide era perdutamente innamorato della sorella, perché vedeva in lui quasi un ritratto di se stesso quando aveva scoperto di essere innamorato. All’inizio si sentì preso da un’insensata gelosia, poi quel sentimento fu sostituito da un senso ancora più strano di indulgenza. Li amava entrambi: se Emma avesse ricambiato l’amore di Davide, come avrebbe potuto desiderare che uno dei due fosse infelice?”. È in questo momento che Michele s’innalza al ruolo di principale protagonista, grazie all’evolversi della condizione psicologica che si sta impadronendo di lui. Pare che Lucca assecondi questo nuovo stato d’animo: “Ormai da parecchi giorni l’immagine di Lucca era cambiata. Man mano che l’autunno avanzava, il verde dei suoi alberi, dilavato dalla pioggia e dai primi freddi, si era trasformato in una tessitura di giallo, di rosso, di marrone e di arancio, proprio come una delle sete per cui la città andava famosa in tutta Europa. Una trama fitta di nuovi colori che andavano a integrarsi con quelli più o meno analoghi delle sue mura, dei tetti e delle abitazioni, come una pennellata tono su tono che dava l’impressione di una fusione perfetta tra città e natura. E anche il cielo al tramonto si tingeva degli stessi colori, come se fosse un mantello protettivo intessuto di foglie d’edera, di vite, di acero e di tiglio.”. È un’atmosfera che rende con delicata sensibilità la simbiosi che si sta formando tra la natura e il triangolo amoroso composto da Michele, Davide e Emma. Un’atmosfera che dovrà comunque misurarsi con la realtà, e soprattutto con Giacomo, il padre di Emma, il quale annuncia di aver già stipulato per lei il contratto notarile di matrimonio con un certo Niccolò Lamberti, lasciando tutti, Emma, Davide e Michele soprattutto, impalliditi e istupiditi. Sussurrerà Emma: “quel contratto è come una sentenza con cui voi mi condannate a morte.”.

Si accrescono il dolore e l’inquietudine di Michele: “Lui era condannato, lo sapeva: amava un uomo e il suo amore non aveva futuro. Ma quello di Davide e quello di sua sorella? Perché dopo essere sbocciato non poteva fiorire e dare frutti deliziosi?”; “E com’era possibile che lui desiderasse per l’uomo che amava la felicità con sua sorella, senza secondi fini, ma solo come frutto del suo affetto per entrambi?”.  Il dramma di Michele ha più facce, la cui complessità lotta tra l’egoismo dell’eros e la pietà dei sentimenti.

Arriva il giorno della partenza. Michele porta con sé l’anello che non ha potuto consegnare a Napoli. Vuole così sua madre: “Gli raccomandò di tenere da conto l’anello con il calice e di non venderlo per nessun motivo, salvo in caso di estremo bisogno. Doveva offrirlo a una chiesa intitolata alla Santa Croce che avesse trovato nei luoghi dove sarebbe andato: oltre che come ringraziamento, il pegno sarebbe servito anche come garanzia di protezione.”.

Siamo all’inizio dell’inverno. Il viaggio, in diligenza prima e a dorso di mulo poi, sarà lungo e faticoso, irto di pericoli. L’autore descrive con fascinosa pignoleria il contenuto del loro bagaglio, delle loro bisacce e degli zaini: “Nelle bisacce avevano già sale, formaggio, lardo, salsicce stagionate, mele e altri viveri che mamma Viola aveva preparato dal giorno prima. Negli zaini due camicie di lana, un farsetto e pantaloni di ricambio, calze e un po’ di biancheria ancora profumata di bucato. Appese a tracolla portavano le scarpe pesanti, mentre le coperte le avevano arrotolate sulle spalle, sotto i mantelli da viaggio.”, oltre a “una borsa con un po’ di scudi.”. Uno dei pericoli era la peste, ancora non vinta. Superato Castelnuovo di Garfagnana, avrebbero preso per il Passo delle Radici e San Pellegrino in Alpe, giungendo nel Ducato di Modena. Qui vigevano leggi sapere per chi passava il confine, che doveva avere con sé documenti che testimoniassero la sua buona salute: “un commerciante di Montecenere, sorpreso ad attraversare i confini, era stato impiccato, squartato ed esposto come monito per la popolazione solo due settimane prima.”. Il maestro d’armi Giovan Battista Sargenti, con una gamba di legno per le ferite di guerra, che li attende in Piazza San Michele, li rifornisce: Michele di una spada e Davide di una pistola, e dà loro un consiglio che vale anche oggi, e forse varrà sempre: “Quando state male, pensate che passerà; quando avete fame, pensate che tornerete a mangiare; quando siete feriti pensate che guarirete.” La chiama “l’arte della pazienza.”.

Quel viaggio ardimentoso, che, concluso il tragitto in diligenza e a dorso di mulo, continuerà a piedi, stimolerà la nostra fantasia. Varcato il crinale della montagna con un tempo terribile, si trovano nelle terre del Ducato di Modena, “zone di briganti e di contrabbandieri.”: “Michele e Davide arrancavano lungo il tracciato appenninico che collegava il passo di San Pellegrino a Pavullo nel Frignano, strettamente avvolti nei mantelli e con i cappelli calcati bene in testa per non farli volare via.”; e subito dopo: “un freddo nevischio aveva cominciato a cadere, prima rado e poi più fitto.”. Siamo “a mille metri di altezza”, ci fa sapere Michele, il quale, sconfortato, si domanda, vedendo il compagno camminare a testa bassa, con ostinazione e senza spiccicare una parola, se non sia sua la colpa per la situazione in cui il compagno è venuto a trovarsi: “Se non mi avesse mai incontrato adesso sarebbe a riparare la sua barca o a cantare in un’osteria del porto di Napoli. Possibile che tutti quelli che hanno a che fare con me finiscano per soffrire? È una maledizione.”. Michele mostra qui tutta la sua fragilità, caricandosi sulle spalle le disgrazie del mondo.

La traversata è resa nelle sue asperità materiali e spirituali. La fatica allontana e avvicina gli animi, il nevischio che si sta trasformando in neve rischia di coprire il sentiero e farli smarrire. Il lettore è lì, partecipe della fatica e degli interrogativi. Per Davide la neve è una novità. Come Venusina non aveva mai visto il mare e ne aveva chiesto a Michele la descrizione, così Davide vede la neve cadere per la prima volta: “Sai, non avevo mai vista la neve in vita mia. È bella, soffice, bianca. Guarda come cade leggera, senza peso, addolcisce le forme delle cose e tutto diventa ovattato.”. Nella fatica si nascondono spesso la conoscenza e lo stupore. Sono pagine tra le più belle e creative. Quando, di notte, compaiono i lupi, è spontaneo il richiamo al bel film del 1957 “Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis, interpretato da Yves Montand e Silvana Mangano. Vi si avvertono le forze primordiali e selvagge della creazione, tra paura e superstizione: “Il liquido azzurrino del laghetto sembrava farsi sempre più trasparente, man mano che la luce della luna, di nuovo uscita dalle nuvole, si diffondeva. Pareva quasi che delle figure indistinte iniziassero a prendere forma nell’acqua, come anime impalpabili di annegati che tornavano alla superficie di un mare misterioso.”. Il vecchio Socrate (“lo strego dei lupi”) che sta contemplando questo spettacolo dalla finestra della sua casa nel bosco, dove ha accolto gli smarriti Michele e Davide, assiste ad un’eclisse di luna e ad un tratto “si girò lentamente verso la stanza e andò a sedersi sulla sua alta seggiola di legno, riavvolgendosi nel grande mantello i cui gelidi riflessi andavano spegnendosi con l’affievolirsi della luce. La luna ormai era completamente oscurata. Tutto scivolò nell’ombra e il silenzio tornò ad avvolgere le cose, come se l’incantesimo del lago e della luna fosse venuto a violare solo momentaneamente una dimensione senza tempo. Come se quell’uomo e quella stanza si trovassero sospesi al di fuori delle coordinate del mondo reale.”. Una pagina come questa vale tutto il libro. Il ricordo di Pietro, il vecchio de “Il trono di legno”, del 1973, di Carlo Sgorlon, è immediato. Ci siamo trovati all’improvviso ad un passaggio speciale del romanzo. Mai si erano avvicinate ai due protagonisti, e soprattutto a Michele, le ombre lunghe del mistero che ci circonda. La realtà era stata fino ad allora la compagna della sua e della loro esistenza, ma c’era qualcosa d’altro da affrontare, da temere, a cui prepararsi?: “quale potente nemico lo aspettava al varco?”, si domanda Michele per la prima volta.

Gli scenari, almeno i più ampi, che finora abbiamo attraversato sono stati soprattutto di guerra: la battaglia nel sottosuolo di Napoli contro gli spagnoli di Aguilera e i camorristi di Oreste detto il Polipo; e la battaglia navale di Genovese contro i barbareschi. Ora ci apprestiamo ad assistere ad una delle tante battaglie della Guerra dei Trent’anni.

I due personaggi Michele e Davide appaiono così come due pellegrini sballottati dalle intemperie di quel secolo, privi di ancoraggio e a cui la vita sembra voler negare una quieta esistenza, punteggiandola di insicurezze e di incognite. Sono i nocchieri di una navicella sospesa nello spazio e in preda dei venti. Hanno poco tempo per ascoltare i sentimenti che li pervadono e tuttavia essi non mancano mai di far sentire la loro presenza e di alimentare ansie e delusioni, più che speranze. Sembrano dare sempre l’addio a ciò che incontrano sul loro cammino.

Ora eccoli arruolati in Germania sotto il comando del conte di Tilly, “il monaco vestito da generale”. E passiamo, così, al capitolo ultimo, che l’indice indica come “Magdeburgo, la città rossa”.

Ci troviamo in trincea. L’autore ci dà subito conto, con belle immagini efficaci, di cosa significhi stare ore e giorni tra il fango e i topi che razzolano intorno. Il caporale Johan Bombast, quando gli passa davanti il topo che ha spaventato Michele, non fa come lui, ma: “Con un rapido colpo di tacco del suo stivale fece ruzzolare il topo proprio di fronte a lui, poi lo inchiodò al suolo con il puntale della forcella di sostegno del moschetto.”. Lo ha stecchito. Il compagno valacco Janko non si fa sfuggire l’occasione: “aveva afferrato il roditore e se l’era subito cacciato nella bisaccia.”; “All’accampamento i topi già vanno tre pfenning la dozzina.”.

Temono l’arrivo del re svedese Gustavo Adolfo, che ha fama di soldato valoroso ma feroce: “ha appreso la lezione di Guglielmo d’Orange nei Paesi Bassi”. L’autore ci descrive con la meticolosità dello storico, una delle battaglie tra i protestanti svedesi e i cattolici dell’imperatore Ferdinando II, nel cui esercitano militano Michele e Davide, quella che riguarda l’assedio di Magdeburgo: “Gli svedesi arrivavano in massa, urlando con voci gutturali il loro consueto grido di battaglia, ‘Gud är medd oss!’ Dio è con noi!”. Chi si distingue è il luogotenente Raimondo Montecuccoli che, nonostante la giovane età, è già un capace comandante, in grado di risolvere situazioni complicate. L’esercito imperiale sta assediando la città di Magdeburgo (“quei cinque giorni maledetti da Dio”), ma gli svedesi che la difendono non si arrendono e, anzi, ogni tanto fanno delle incursioni come quella descritta per dimostrare la loro “intatta pericolosità”. L’arrivo della cavalleria imperiale pone fine allo scontro: “i corazzieri passarono sopra gli svedesi in fuga e quando li oltrepassarono non c’era più un solo nemico in piedi e nessuno che si muovesse a terra.”. Devono però affrettarsi ad entrare in città e conquistarla, poiché sta per arrivare Gustavo Adolfo con l’intero esercito svedese. Quando ci riescono, l’autore ci mostra ancora le sue capacità descrittive che, questa volta, si riferiscono al saccheggio della città: “nelle vie laterali, alcuni spintisi in avanti, già sgozzavano e saccheggiavano alla rinfusa, come se avessero paura di non averne più il tempo quando fosse giunto il grosso dei loro compagni. Michele e Davide non avevano mai visto la cieca brutalità dell’uomo scatenarsi in una simile barbarie e, a ogni colpo di moschetto, a ogni balenare di spada o di coltello, rallentavano il passo come fossero stati colpiti al ventre essi stessi e non gli inermi cittadini di Magdeburgo.”. Per strada c’è una bambina che “se ne stava immobile e disperata”, china sul cadavere della mamma. Davide va per soccorrerla ma non fa in tempo: “prima che potesse avvicinarsi, un cavalleggero croato piombò sulla scena come una furia e, nell’arco di un attimo, il capo della giovinetta si staccava dall’esile collo, mozzato da un tremendo colpo di sciabola.”. Davide ne è sconvolto e reagisce: “Imbracciò il moschetto già carico e avvicinò la miccia allo scodellino. Prese la mira come gli aveva insegnato Hugo e con un colpo preciso lo abbatté senza pensarci due volte.”. Hugo Pfanner, uno dei capitani dell’esercito imperiale, comanda una sezione speciale denominata Compagnia del Laccio Rosso, il cui scopo “era quello di mettersi davanti alle truppe, nella terra di nessuno, e di molestare con il loro fuoco lo schieramento avversario, spingendo i reparti a disunirsi.”. Ancora sul saccheggio: si sta salendo verso la cattedrale, “l’edificio più alto di Magdeburgo e non era difficile da individuare da tutti i punti della città.”, quando “sbucarono ben presto in una grande piazza dove si ergeva una splendida costruzione irta di guglie, con l’alto campanile puntato verso il cielo. Frotte di soldati scorrazzavano di qua e di là, trascinandosi dietro sacchi colmi di bottino, carretti pieni di botti e masserizie di ogni tipo, oppure donne imploranti legate per il collo come se fossero capi di bestiame. Altri sfondavano le porte delle case e buttavano suppellettili dalle finestre, ma quelli che cadevano giù a volte erano anche i corpi martoriati di coloro che avevano tentato inutilmente di opporsi a quello spietato saccheggio.”. In un mucchietto di stracci, che Hugo raccoglie da terra, è avvolto “un bambino ancora in fasce con il corpo squarciato da un colpo di spada, un neonato così piccolo che sembrava minuscolo nella grande mano del vecchio soldato.”. Non c’è niente da invidiare ad altri narratori. Nelle descrizioni Genovese dà il massimo delle sue qualità. Esse riflettono il lungo studio, le assidue ricerche, gli scrupolosi esercizi narrativi che ne hanno affinato lo stile.

Sapremo che Magdeburgo finirà bruciata da un incendio dall’origine incerta, divampato all’improvviso: “in un immenso braciere veniva cancellata la città” (ecco spiegato il rosso del titolo: la terza parte ha il colore del fuoco e del sangue) e che Gustavo Adolfo non arriverà mai a Magdeburgo, poiché “L’Elettore di Brandeburgo non aveva concesso all’esercito di Gustavo Adolfo il passaggio attraverso i suoi stati, per cui il re di Svezia non era potuto accorrere in aiuto della sfortunata città.”. Solo la cattedrale si è salvata: “Come per un miracolo l’edificio isolato era ancora intatto, tranne che per alcune parti intaccate qua e là dalle fiamme.”. Era stato davvero un miracolo, poiché all’interno della cattedrale erano rifugiate “più di seicento persone, soprattutto donne e bambini.”.

La guerra sta producendo anche nuove situazioni che incidono sui nostri personaggi. Davide, il quale, come sappiamo, si trova già lontano da Emma, a seguito di promozione viene trasferito tra gli artiglieri e si allontana da Michele; Raimondo Montecuccoli, promosso capitano, si allontana da Maria di cui è innamorato (anch’essa nell’esercito; non ha mai conosciuto i genitori: “un cognome vero non ce l’ho”), essendo stato trasferito sotto il comando del Felmaresciallo Gottfried Heinrich conte di Pappenheim, l’intemperante bavarese responsabile del saccheggio di Magdeburgo.

Si parla di un ragazzo di otto anni, “piccolo e magro”, salvato da Michele e Davide. Il suo nome è Ändre, e viene addestrato per suonare il piffero nella banda dei musici, tutti ragazzi che appartengono al reparto. Qualcuno ricorda l’antica leggenda del pifferaio di Hamelin, che fu trascritta e resa celebre dai fratelli Grimm. Ändre invece vuol suonare il tamburo e viene affidato a Grimm, il “biondiccio e foruncoloso primo tamburino della Compagnia” che cercherà invece di oltraggiarlo sessualmente e sarà sorpreso nel bosco da Michele che lo ucciderà, “lasciando il corpo di Grimm a servire da pasto per le bestie della foresta.”.

Tutto ciò accade alla vigilia di un’altra battaglia, quella di Breitenfeld: “Le figure incredibili delle cicogne planavano sui campanili di Breitenfeld. Atterravano ognuna sul proprio nido, puntando le zampe in avanti e battendo le ali per mantenere il controllo della discesa.”. È impressa in questa bella immagine l’indifferenza per il mondo degli uomini, e l’esempio di una superiorità almeno morale: “sanno essere generose e quasi considerano il nido come la casa di una grande famiglia composta anche da altre specie, mai in competizione tra loro.”. Sono le cicogne nere, le schwarzstork, “più piccole delle cicogne bianche comuni”.

Invece tra i due eserciti: “Tutti aspettavano come lui l’inizio della battaglia in un clima di tensione e di spasmodica attesa.”. Michele, infatti, sta tremando: cercava di “controllare il tremito che lo aveva preso fin da quando era suonata la sveglia”. È il 17 settembre 1631.

La bravura di Genovese nel darci le immagini degli schieramenti degli eserciti contrapposti nelle varie battaglie che stiamo seguendo, ricorda quella del grande regista Sergej Fëdorovič Bondarčuk nel film “Waterloo”, del 1970.

“Ma adesso, vicino al mezzogiorno, la sopportazione dei soldati stava arrivando al limite. Il vento sollevava i densi strati di polvere e sabbia che ricoprivano il suolo sterile della campagna tra Lipsia e Breitenfeld.”. Le truppe sono schierate e in attesa tra impazienza, ansia, nervosismo: “Molti soldati non furono più in grado di trattenersi e iniziarono a orinare tra le maledizioni e i lazzi sguaiati dei loro compagni. Altri, snervati da quell’attesa carica di tensione, oppure in preda ad attacchi di dissenteria, si liberavano il corpo accovacciati sul posto, spesso spinti a terra dalle pedate di quelli che gli stavano accanto, andando a rotolare nelle loro stese feci. Altri ancora sbocconcellavano un pezzo di pane rinsecchito oppure un frutto, accompagnandolo con abbondanti sorsate di acquavite, di cui le fiasche di tutti i soldati erano state ben rifornite dai quartiermastri dell’esercito, che custodivano gelosamente le riserve proprio per occasioni di questo tipo. Molti, infine, se ne stavano semplicemente lì terrorizzati, senza muovere un muscolo, come colpiti da paralisi e vertigini: i loro occhi non vedevano, le orecchie non sentivano, le gambe erano prive di forze e solo il battito dei denti faceva intuire che non si erano trasformati in statue di sale.”.

A guardare come la battaglia si fa feroce e cinica, Michele riflette: “Gli uomini non combattevano più, si scannavano.”; “a lavorare erano stati i pugnali e le spade, le mani, i piedi, i denti e i coltellacci.”.

Davide sarà una delle tante vittime di quella battaglia perduta. Michele lo vedrà morire senza poter far nulla. Con la battaglia termina anche il romanzo, la cui caratteristica rimane quella di non rendere possibile gli incontri che avrebbero reso felice gli umani, una specie di sortilegio che infetta l’umanità.

Le parole conclusive sono affidate, come quelle dell’inizio, alla Morte, e le pagine finali dedicate al suo pensiero sono tra le più belle e memorabili del romanzo da cui escono soprattutto rumori di guerra, rivoli di sangue, urla di odio, alti lamenti, grida di dolore. Essa è lì, presente, che osserva e tace, non ha voce per gli uomini, non ha raccomandazioni né consigli da dare. Si domanda perché tutto ciò accada, ma non ci sono risposte: “La Morte non sa a chi chiedere. Non sa chi o cosa la spinge inconsapevole a fare il suo lavoro. Non sa a chi rendere conto del suo operato, a chi deve la sua solitudine.”; “Intorno a sé, adesso, percepisce soltanto oscurità e dolore.”.

È a questo punto che ci accorgiamo che la vera protagonista del romanzo è lei, la Morte.


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Bart