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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Simonetta Simonetti: “Emma e i suoi figli”

7 gennaio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Nata a Lucca il 5 gennaio 1949 ha due lauree: in Lingue e Letterature Straniere conseguita presso l’Università degli Studi di Pisa e una in Pedagogia conseguita all’Università di Firenze. È stata insegnante di Scuola media, attualmente in pensione. Nel 2012 ha cofondato l’Associazione “Scritture femminili, memorie di donne” con sede presso l’Archivio di Stato di Massa. Consigliere Regionale Libertas. Promotrice di: Festival della Cultura popolare “Gioco con tutti e con niente” in occasione della Giornata Mondiale del gioco giocato. Ha svolto corsi di didattica nelle scuole del territorio lucchese sui temi della guerra e della storia delle donne, anche in collaborazione con l’Amministrazione provinciale. Fa parte della Società italiana delle Storiche e dell’Associazione memoria e scritture delle donne “A. Contini Bonacossi” e in questo ambito ha condotto un censimento delle scritture femminili, nel quadro di un progetto regionale, edito nel volume “Carte di donne II”, Roma 2007, e poi in “Memorie nascoste”, Massa 2010.

Ha pubblicato inoltre: “La guerra vista con gli occhi dei bambini”, in un QUADERNO, a cura dell’amministrazione comunale di Buggiano (PT); con Luca Ricci “La Misericordia di Lucca”, 1996; “Matteo Trenta. Un abate, un pedagogista”, 1997; è coautrice dei volumi di memorie “Itinerari della memoria: la seconda guerra mondiale nel territorio lucchese (Lucca 1999-2002)”; “Santa Zita di Lucca”, 2006;  “Bertolina Bertagnini, un modello ideale di ‘femminile’ tra Restaurazione e Risorgimento”, in Atti del Convegno sulla famiglia Giorgini, promosso dall’Istituto storico lucchese, 2010; “Luisa Amalia Paladini. Vita e opere di una donna del Risorgimento”, 2012; “Profumi. Storie di donne comuni”, 2014; “Fame di guerra. La cucina del poco e del senza”, 2016; “Emma e i suoi figli” 2016; “Nata per mare. Luisa Carlotta di Borbone”, 2017; “Girabonda e mago Merlone. In giro per Lucca”, 2017; “Onore e sacrificio. Lucca, le donne, la Guerra del ’15-’18. La vita giorno per giorno”, 2018.

Come si vede, è un’autrice che ha dedicato molto all’analisi della condizione femminile nel corso della Storia, un impegno che ancora la contraddistingue.

“Emma e i suoi figli”, di cui ci occuperemo, è la storia di una donna coraggiosa e della sua famiglia, composta, oltre che dal marito, da ben nove figli.

Credo che questo esergo firmato da Oriana Fallaci dica già molto dello spirito che animerà questo breve romanzo: “Essere donna è un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non finisce mai.”.

Emma è una di queste donne. La sua è una famiglia contadina, che si muove nel solco della tradizione. L’autrice sottolinea: “Una famiglia così numerosa era una risorsa continua di sentimenti e di sensazioni, non c’era verso di annoiarsi o di farsi venire la tristezza”. La famiglia come risorsa, motore della vita, dunque. “Accanto alla casa, attaccata c’erano la capanna, la stalla e un grande spazio aperto ai lati con solo la copertura del tetto. Ogni spazio aveva ruolo e nome, cose, persone, animali avevano un posto proprio e nessuno trasgrediva alle regole nell’uso degli spazi.” Vivono in collina, nei pressi del paese di Stabbiano.

Mario Morellesi, il marito, oltre che fare il contadino, ha la passione della caccia e porta con sé, “ancora bimbetti”, i suoi figli maschi, ciò che fa arrabbiare Emma. Antoni è il figlio maggiore, ha bisogno degli occhiali; se n’è accorto il parroco che il bambino aveva problemi alla vista. In famiglia, e anche tra gli avi, nessuno si ricordava di qualcuno che li avesse portati; comunque Emma è decisa a comprarglieli, però avverte il figlio: “Antoni, ricordati che son’ quelli di Gesù, finiti questi ‘un ce n’è più.”. Il libro si arricchisce della parlata lucchese, che dà garbo ad una scrittura lineare che fa uso di vocaboli semplici, che ne rendono armonica e lieve la lettura. L’ultimo capitolo sarà dedicato ai proverbi e ai modi di dire della Lucchesia.

Mentre Antoni è “un ragazzino sveglio, curioso e silenzioso”, che ama i libri (come Emma) e spesso “lo vedevi seduto con un libro sulle ginocchia ossute”, Franco è vivace e non trova poso: “conosceva la selva di castagni come le sue tasche, ci passava gran parte del giorno in estate e, durante gli altri mesi dell’anno quando doveva lavorare con il padre nei campi, scappava appena poteva come se fosse un’innamorata ad attenderlo.”. È lui che si accorge che sua madre doveva nascondere una pena, poiché erano rare le sue effusioni nei confronti dei figli: “Si chiedeva perché non ci fosse sorriso sul volto di Emma e perché una ruga profonda le divideva in due la fronte e le dava quell’aria severa, scostante che intimidiva al primo incontro con lei.”. Solo Cosimo, “un ragazzone robusto dalla risata rumorosa”, qualche volta riusciva a strapparle un sorriso. Capiremo nel corso del romanzo che per Emma la vita era una lotta quotidiana che non permetteva distrazioni e divertimenti.

Un altro figlio è Loris (detto Lori): “Non molto alto, tarchiatello, scuro di pelle e di capelli, aveva un taglio d’occhi all’orientale che completavano l’aspetto gitano e misterioso.”; “era un grande lavoratore, aveva una resistenza sovrumana alla fatica.”.

Dopo i quattro maschi, l’autrice ci presenta le cinque femmine, avvertendoci che erano tutte belle, “creature leggere con soffici manti di capelli turchini, snelle e per niente simili alle altre contadine del paese.” Non vanno al lavoro nei campi ma accudiscono la casa aiutando la madre, “con ruoli diversi per inclinazione.”.

Bianchina cura l’orto e la stalla; ha confidenza con gli animali, “ci chiacchierava”. Al mattino quando va al pollaio, torna sempre con la cesta piena di uova. Le succede una disgrazia; cade dal fico e si frattura una gamba. All’ospedale di Lucca non hanno dubbi: rimarrà zoppa. Mario, il padre, non ci vuol credere e decide di esporre per un lungo tempo la figlia ai raggi del sole, seduta all’aperto con la schiena poggiata al muro di casa. Così avviene il miracolo e Bianchina guarisce e le sue gambe diventano forti e robuste. Mario aveva creduto nell’aiuto della natura ed era stato esaudito.

Nulla sembrerebbe più turbare la serenità di quella casa, quando invece, il 10 giugno 1940, scoppia la Seconda guerra mondiale. Emma ascolta l’annuncio alla radio mentre sta sbucciando i piselli. Non ci può credere. Ha vissuto il dramma della Prima guerra mondiale e sa bene di cosa si tratta.

I figli sono chiamati al fronte e uno di loro, Franco, non tornerà più. Gli altri, scampati alla morte, andranno ognuno per la sua strada. Ma prima l’autrice ci racconta degli avvenimenti che seguirono l’8 settembre 1943 e ci fa capire che i tre figli superstiti, si sono dati alla macchia e combattono i tedeschi, che si trovano stanziati a Farneta, alla base della collina, vicino alla Certosa che porta quel nome, teatro dell’eccidio che costò la vita a tanti monaci e a tanti civili che vi avevano trovato rifugio, massacrati dai nazisti. Vicino alla loro casa si rifugerà “una famiglia di livornesi, una mamma e due bambini piccoli”,  e Emma e Mario faranno di tutto per aiutarla. Sarà così anche per altri: “ne capitavano tanti in quegli anni di guerra uniti dalla fame, dalla paura, famiglie sbandate, divise che Emma rivestiva, ospitava, consolava.”. Emma detesta il fascismo e soprattutto il modo in cui considera le donne relegandole solo al ruolo di “fabbricatrici di umanità.”: “Emma aveva rifiutato di essere segnalata per la sua numerosa figliolanza, in casa quel diploma di ‘Coniglia’ non lo voleva proprio.”.

Ma chi era Emma? L’autrice ce ne narra la storia sin da quando allevata, a partire da tredici anni, da una zia materna che fa la domestica presso un parroco di un piccolo paese vicino a Lucca, fa indigestione di prediche e rosari e se ne stanca presto, costruendosi un carattere forte e deciso, che, ritornata a casa, farà valere nei confronti del padre che è contrario a mandarla al lavoro presso lo Iutificio di Ponte a Moriano, come facevano altre giovani come lei: “La fabbrica le attendeva come una enorme bocca aperta e ingurgitava quello sciame di gioventù, le ingoiava vorace, per risputarle con impeto nel tardo pomeriggio.”. Quando andrà sposa a Mario, e prenderà il suo posto nella “casa del Morello”, tutti la guarderanno con diffidenza. Lei sa leggere e scrivere, ama i libri e la musica e viene da un paese vicino alla città e dunque sarà considerata una “quasi-cittadina”. Quando organizzano il primo invito a veglia – un’usanza diffusa nel mondo contadino – le donne ci andranno ben agghindate per non fare brutta figura. Emma è figlia di Artemio (o anche Ardemio), “un omone forte e robusto che con un pugno spaccava in due grossi pezzi di legna.”, e di Marfisa; è l’unica figlia femmina, i suoi fratelli, tutti più piccoli di lei, sono sei maschi “sperversi”, cioè veri e propri monelli.

L’autrice sta costruendo dei ritratti ed è per il tramite di essi che fa scorrere la storia, andando avanti e indietro nel tempo e consentendoci di avvertire i sottili cambiamenti che avvengono nella civiltà contadina.

Importante diventa così non solo la famiglia in cui Emma vive il suo presente, ma anche la famiglia in cui è cresciuta e si è formata. Il passaggio dall’una all’altra si rivela, così, un rafforzamento della sua personalità, che deriva dal fatto che la madre Marisa ha vissuto pure lei i disagi derivanti dall’ingresso nella famiglia del marito, in cui a comandare erano le quattro zie zitelle. Marisa prepara, dunque, la figlia a questo tipo di cambiamento, inviandola a tredici anni a stare da “una zia perpetua al prete di Lammari”, e poi farà di tutto affinché Emma si renda indipendente andando a lavorare allo Iutificio. Marfisa ed Emma si somigliano; la loro emancipazione trova in Marfisa la forza magmatica di una rivolta contro la tradizione (il marito Artemio arrivò a considerarla “troppo indipendente e libera”), e in Emma un’epigona decisa a proseguirla (lo stesso Artemio si accorse che la figlia Emma “pareva una copia perfetta della madre.”).

Emma si è ben inserita nella nuova famiglia (ci sarà un capitolo dedicato ai suoi “mangiari”) e pure nella comunità, e quando arriva il tempo della raccolta, provvede  affinché i lavoranti stagionali si trovino a loro agio: “Le presenze di donne, uomini e ragazzi aumentavano durante i periodi di raccolta e la grande cucina di Emma si trasformava in una rumorosa mensa dove si stava in piedi, sugli scalini che portavano alle camere, sulle panche e dovunque ci si potesse appoggiare per consumare il cibo che, generosamente, era pronto per tutti. Non avrebbe mai permesso che qualcuno se ne andasse a pancia vuota o senza portarsi via una buona quantità di raccolto.”. Badava soprattutto a che le donne non soffrissero e aveva per loro un occhio di riguardo: “Le donne, in particolare, impietosivano Emma, donne senza età, magre, insaccate in vesti informi e incolori con due o tre bimbetti al seguito che sembravano appena stare in piedi ma che mettevano tutta la forza rimasta per lavorare meglio.”.

In pochi tratti, troviamo efficacemente dipinta l’anima della vita contadina, sfiancata dal lavoro ma addolcita dall’amore e dalla solidarietà. Emma fa da congiunzione e da transfert tra l’umano e lo spirituale, tra il profano e il sacro, tra il perituro e il trascendente.

“Per Emma era naturale lottare per ottenere, non dava alcunché di scontato né pretendeva che altri lottassero per lei.”. Vuole che sia così anche per le figlie e fa di tutto per mandarle a lavorare fuori di casa, in modo di imparare ad essere indipendenti, come era successo a lei. “Nel paese si era fatta molte amiche, passata l’iniziale diffidenza che aveva suscitato, molte le si erano avvicinate e avevano condiviso con lei momenti belli e brutti.”. Emma è la grande donna che è sopravvissuta alla guerra, l’ha sofferta (Franco è morto al fronte), ma ne ha saputo vincere le angosce e le miserie, ed ora si dispiega nel romanzo tutta la sua potenza di donna forte e determinata. Ha avuto dalla sua parte anche la fortuna di aver sposato un uomo buono e tollerante, come Mario, ma la sua forza è intrinseca alla propria natura femminile e l’autrice è questa qualità che mette in risalto attraverso di lei. Emma è il disvelamento delle numerose e robuste risorse della femminilità.

La memoria dell’autrice rievoca le feste paesane, in cui si cercava di dimenticare le fatiche del lavoro ed esaltare la gioia e la spensieratezza, rievoca anche la generosità dimostrata dai migranti che dal Paese che li ospitava e dava loro lavoro, inviavano pacchi con vestiario, cibo e qualche soldo nascosto nelle tasche delle vesti. Una unione tra le famiglie che non si sfaldava e non cedeva alla lontananza.

Simonetti ricostruisce con precisione il clima di quegli anni e ci consente di comprendere appieno la figura della protagonista, che vi si muove senza mai cedere al lamento e alla resa. Emma sa cogliere il buono e il bene da ogni cosa, dai gesti, dagli affetti, come dalla generosità dei campi  e della natura. La forza le deriva dalla voglia di esistere, tipica della femminilità, creatrice di vita. Come pure tipica della femminilità è accudire alla propria persona. Una volta alla settimana le figlie di Emma si lavano i capelli. Era un rituale che veniva da lontano: “Emma scaldava l’acqua nel catino di ferro aggiungendoci una manciatina di sale e due o tre bicchieri d’aceto che avrebbe reso lucidi i capelli e tenuto lontano sgradevoli ospiti.”; “Asciugarli al sole era come ubriacarsi, dopo un po’ il calore si prendeva tutto il corpo e, come lucertole, le vedevi distendere le membra e scuotere di tanto in tanto le masse dei capelli.”. Si avverte l’armonia tra la donna e la natura.

Le veglie la sera, dopo il lavoro, erano anch’esse un rituale che permaneva da secoli poiché soddisfaceva a un bisogno di amicizia e di solidarietà, che erano valori fondamentali nella società contadina di allora. Vi si raccontavano, spesso, storie tristi e di paura: “Il narratore o la narratrice si sedeva vicino al caminetto e gli altri intorno chi più vicino chi più distante, chi faceva finta di non ascoltare e chi se ne stava immobile quasi senza respirare ed evitava di guardare gli altri per non farsi accorgere di aver paura.”.

Un capitolo è interamente dedicato al lavoro delle donne, che avevano assegnati ruoli ben definiti all’interno della casa, secondo le proprie attitudini: “Oltre i lavori muliebri, cucire, lavare, stirare, tenere in ordine casa e cose, raccogliere, conservare, cucinare e molti altri, Emma e le sue figlie avevano il compito di contrattare con gli acquirenti dei loro prodotti agricoli o del bestiame da cortile.”. Due figlie troveranno lavoro presso la Manifattura Tabacchi, come tante altre donne della campagna: “Arrivavano a piedi o con scomodi mezzi di fortuna dai paesi vicini, arrivavano già stanche perché avevano pulito, lavato, sistemato cose e persone lasciate a casa, arrivavano digiune per non aver avuto tempo di mangiare ed erano pronte ad affrontare il lungo turno di lavoro.”. Si percepiscono le ragioni della lunga lotta di emancipazione iniziata dalla donna sin da quegli anni del dopoguerra: “giorno per giorno, crescevano in esperienza e maturità.”.

Quando si arriva al termine del libro, ci accorgiamo che si è insinuato in noi un rispetto nuovo per la donna; ne abbiamo conosciuto i sacrifici, le discriminazioni patite, i soprusi, la generosità, la forza e il coraggio, la dedizione nei confronti di chi ama e del prossimo. È stata considerata un tempo lontano una strega e bruciata sul rogo. Le è toccato perfino questo. Oggi l’autrice, soprattutto con la figura di Emma, rende loro giustizia.

Ci resta una curiosità e riguarda la bella foto di copertina. Ritrae una famiglia con nove figli e i genitori. I figli sono proprio quattro maschi e cinque femmine. Tutti belli, tutti pieni di curiosità e di voglia di vivere. Ci piace credere che sia quella la famiglia di Emma. Eccone i nomi: i genitori: Mario e Emma; i quattro figli: Franco, Cosimo, Antoni, Loris; le cinque figlie: Elisa, Bianchina, Maria, Lena. Non abbiamo trovato la quinta figlia. Che sia Simonetta, l’autrice? Vorremmo crederci.


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Bart