Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Stelvio Mestrovich: “Suzanne e altri racconti”

26 agosto 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Suzanne è il racconto principale (potrebbe essere definito un romanzo breve) di questa raccolta; è il più lungo (100 pagine su un totale di 133), ma anche il più significativo. Fu pubblicato per la prima volta vari anni fa, quando Mestrovich era praticamente agli esordi (vinse il Premio Viareggio Giovani-Farabolina, con il titolo di “Suor Franziska”) e già vi si riconosce quella gioia dello scrivere che contrassegna il marchio d’autore, confermato poi dalle opere successive.

Ci prepariamo, dunque, a seguire la vita di suor Franziska (al secolo Suzanne von Ritter), ritiratasi nel convento di clausura delle Carmelitane Scalze seguaci di Santa Teresa d’Avila che sorge là dove si compì la tragedia di Mayerling, in cui morirono l’erede al trono d’Austria, Rodolfo d’Asburgo, e la sua amante Maria Vetsera. La loro presenza, con il proprio dramma d’amore, si fa sentire nel pensiero e nell’anima della suora. Prenderemo conoscenza del suo diario e dei sentimenti che hanno attraversato la sua esistenza, sin da prima che prendesse i voti.

La struttura scelta è dunque semplice e ci consentirà di raccogliere a piene mani timori e gioie, rassegnazioni e speranze di questo personaggio che, oltre che suora, è anche donna. Si alterneranno pagine dedicate alla vita giovanile secolare, quando il suo nome era Suzanne, a pagine che ci consegneranno le sue giornate al convento.

Lo stile dell’autore, che non tradisce mai le regole della semplicità e della chiarezza, esalta tali qualità in alcuni tratteggi di raffinata delicatezza e poesia. Qualche esempio: nel convento c’è suor Natalia, già anziana, badessa e discendente del fratello della madre di Maria Vetsera. Ecco come viene descritta: “I suoi occhi di un azzurro intenso, sembravano frammenti di luce divina. È impossibile descriverli. Non vi si leggeva né passato né presente, bensì un rilassamento di eternità, che oltrepassava i confini della comprensione. Da loro scaturiva il bagliore intermittente di quel faro che è la Fede.”. Più avanti troveremo un’altra descrizione meritevole. Zlato e Suzanne sono nel cimitero dove è sepolta Maria Vetsera: “Il freddo era pungente e il tempo minacciava nuove nevicate. Ci guardammo attorno. Poche persone stavano chine sui loro cari come fiori viventi che il vento piegava in giù. File di statue, raffiguranti angeli, madonne e cristi, dominavano dall’alto il cimitero in un monito che la solitudine rendeva corale.”.

La madre superiora è perseguitata dall’idea di vedere apparire ogni tanto nella sua camera il fantasma del principe Rodolfo, e questi le ha perfino rivelato che entro breve una catastrofe si abbatterà sul convento: “Alla reverenda madre superiora apparve di nuovo il fantasma di Rudolf, questa volta in abito da viaggio, all’epoca in cui il Principe Ereditario soggiornò in Egitto e in Palestina. Sghignazzava in modo volgare, mentre faceva dondolare un crocifisso d’oro che gli pendeva dal collo.”.

Franziska non sa che pensare, è turbata. Già vive nei tormenti e la sta attraversando anche il pensiero del suicidio.

Nella storia della letteratura diaristica, abbiamo già trovato vicende e riflessioni drammatiche; per citare una lucchese, ricordiamo quello di Gemma Galgani, che riceveva le visite del demonio, suo acerrimo nemico e persecutore.

In questo diario i tormenti sono generati da crisi di Fede e da ricordi del passato e mostra due volti e due anime. Affronteremo, infatti, la Franziska vacillante nella Fede, e quella più intima e segreta che ci rimanderà ad una letteratura erotica e scandalistica che ebbe il suo apice nel XVIII secolo.

Zlato è uno zingaro, conosciuto quando aveva circa 19 anni; se n’era innamorato e ci aveva fatto all’amore, ora è morto: “Nuda, stesa sul letto, il giovane disse che il mio corpo assomigliava a un famoso disegno di Klimt.”. Poi commenta, con la grazia che può nascere da un piacevole ricordo: “Due lepidotteri nella magica fusione di nervi e di livree di giovanile splendore.”.

Franziska (che sta per compiere 22 anni) scrive in segreto, ha paura di essere scoperta, sa che nelle parole che si trasformano in scrittura c’è la lotta tra il Bene e il Male, quella ossia tra Dio e Satana. È il mistero che sta dentro l’uomo, e riesce a lacerare le anime più sensibili, come la sua. Franziska ne sarà, infatti, il simbolo tragico: “non voglio più rimanere prigioniera in questo lager di Dio.”. Un giorno che riuscirà a giungere all’aria aperta, grazie ad un passaggio segreto (di cui approfitterà altre volte), riderà e piangerà: “Avevo la luna sopra di me, il chiarore delle stelle, il profumo della notte. E la libertà! Mi mossi tra gli alberi come impazzita.”. Il diario è lo specchio che le manca (“Sento la mancanza di uno specchio.”), il suo confidente, che però non può darle risposte, è muto, e la lascerà sempre sola con se stessa. Il pensiero del suicidio diventa una costante da che si è data a Dio. E allora la domanda che viene sollecitata è questa: Ci si può dare a Dio e concepire il suicidio? E anche: Ci si può dare a Dio e persistere nel piacere della carne?

Abbiamo conosciuto suore che non riuscirono mai a liberarsi dalla passione e dal peccato. La più celebre è Gertrude, la Monaca di Monza di manzoniana memoria, ma anche a Lucca, negli stessi anni del XVII secolo, abbiamo avuto un esempio di pari intensità nella figura di Lucrezia Buonvisi, peccatrice caparbia anche quando si ritirò in convento con il nome di suor Umilia, dopo che fu complice nell’assassinio del marito da parte del suo amante.

Ma Franziska ha avuto un solo amore, non conosce il vizio; quando suor Eletta, una lesbica, le si avvicina con intenzione, lei “con uno strattone la respinsi malamente.”. Eppure il suo cammino è un tragico percorso di morte (“tu sei sempre afflitta.”, le dirà suor Ilaria). Il lettore sentirà avvicinarsi la morte nel mescolio di pensieri ed emozioni che metteranno a fuoco i tormenti e le inquietudini di una umanità che può in ogni momento della vita essere travolta: “Pretendere di trovare Dio e la Fede in questo Lager è come voler cercare giustizia nei campi di sterminio nazisti. Dio non c’è e questi luoghi sono abbandonati da tutti. Noi, monache di clausura, siamo anime aride, che abbiamo fatto della preghiera un sacrilegio. Della morale uno scempio. Dell’onestà, un vituperio. Dell’ipocrisia, una ragione di sopravvivenza.”. Sembra di leggere pagine del marchese De Sade. Troveremo più avanti la seguente descrizione dello stato di privazione in cui è costretta suor Eletta, la suora lesbica, sorpresa a letto ad amoreggiare con una consorella. Aveva poi sputato in faccia alla nuova badessa, la severa e dispotica suor Ilaria (“Quell’essere sbilenco”), e perciò era stata rinchiusa nella cella di rigore: “La poveretta giaceva per terra mezza nuda e in preda ai fremiti. Singhiozzava e bestemmiava con trivialità. Vicinissimi a lei, una ciotola di nera brodaglia e un orinale. Il buio era quasi totale e l’umidità enorme.”.

L’amore per Zlato (“figlio del vento”) è occasione per disegnare anche il mondo dei nomadi, con qualche illuminazione ogni qualvolta abbiamo a che fare con un gruppo che di sera sta attorno al fuoco e danza e canta: “I fuochi del campo sembrarono stelle in terra e i carrozzoni mi ricordarono le primitive caverne. Una zingara della stirpe di Salmanassar allattava uno dei suoi figli.”. L’autore ritorna spesso a illustrarci con un delicato sentimento di affetto, la storia, la vita e le consuetudini di questo popolo: “Le zingare, con le loro tradizionali gonne lunghe, formarono un cerchio e due di loro iniziarono a danzare. Ogni ballo rappresentò la storia gitana di quel Paese. Cioè Spagna, Ungheria, Romania, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, India, Nepal. Ogni suono una nazione diversa, ma lo stesso popolo.”; “Come si starà nel paradiso degli zingari? Zlato mi raccontava che è talmente vasto che vi scorrevano sei fiumi. Le praterie ospitavano migliaia di cavalli e dalle stelle scendevano note di musica gitana. C’erano olmi e faggi, pascoli abbondanti con pecore e buoi, ricche sorgenti e trote guizzanti.”.

Il convento di Mayerling (“Mayerling è il capolavoro del destino.”) è anche un riflesso dei tormenti della protagonista. Un altro specchio, oltre al suo diario: “Forse il vento mi sussurrò che Mayerling mi apparteneva e che non potevo scappare. Dal mio annullamento, la sublimazione.”. La tragedia che vi è racchiusa è diventata, dunque, ben più di un ectoplasma che gira nel convento, ma un esempio per il mondo, il quale è facile ad ogni contaminazione. Franziska ne è vittima e messaggera. La morte è libertà, è resurrezione. Quando muore l’anziana suor Giulia, leggiamo: “lei allontanò da sé il crocifisso e guardò fuori della grata di ferro. Fui l’unica a capire il suo pensiero. Immaginai i rami del pesco fiorito. E l’azzurro del cielo. Le labbra di suor Giulia si mossero impercettibilmente, forse fu un amen o una parola di gioia male articolata, dopodiché cessò di vivere.”. Mayerling è il passaggio dalla felicità alla tribolazione, alla sofferenza come modello espiatorio e catartico: “A Zlato mancò il coraggio del Principe Ereditario. Perché non mi aveva proposto di morire con lui?”.

Dal diario emerge una parabola discendente e triste della vita. L’amore tra Suzanne e Zlato si fa sempre più scialbo e tragico. Non innalza, ma comprime, soffoca e crea incertezza e disperazione. Il legame tra Suzanne e ciò che dentro di lei l’ha spinta a diventare suor Franziska è rimasto intatto. Il suo, è stato un volo che, dopo i primi anni, quando era una spensierata ragazzina, non è riuscito più a staccarsi da terra (ricorda di aver visto nella cittadina di Rust un nido di cicogne: “I miei pensieri non posseggono il piumaggio bianco e nero di quegl’uccelli e non hanno voli leggeri.”); il cielo, il suo azzurro, lo spazio infinito che può dare solo la speranza si sono trasformati in un cupio dissolvi, in un tormento in cui anche i ricordi dei momenti felici, ora sono diventati spine dolorose e sanguinanti. Il suicidio a cui pensa Franziska è, dunque, generato da un desiderio di riconquista, una riconquista più laica che mistica, con il pensiero rivolto più a Zlato, simbolo dell’amore terreno, che a Dio.

Quello tra Zlato e Suzanne è un amore contorto, ostinato e tragico. La ragazza non riesce a privarsene. Si è concessa all’amico Hans, ma il sentimento che la pervade per Zlato è come una maniaca e diabolica ossessione. Lo zingaro è arrivato ad un livello di degrado inimmaginabile (è diventato un ubriacone incallito), e tuttavia Suzanne continua a cercarlo nel suo girovagare e a concedersi a lui: “Mi sentii salire dentro quella voglia incontrollabile di fare sesso.”. Il sesso è una componente significativa della personalità di questa suora. Il suo diario ne è impregnato anche quando non è citato espressamente. Ci rendiamo conto, così, che Franziska resta una donna, non è mai diventata una suora.

Nei giorni che precedono quello da lei stabilito per il suicidio il suo pensiero si rifugia talvolta negli unici momenti in cui la gioia di vivere era pura felicità: i giorni dell’infanzia. È una regressione che anela alle origini della vita, alla purezza che ha segnato l’avvio dell’esistenza umana; il tempo di un Eden troppo breve e fuggitivo: “per me c’erano sempre un sorriso, una carezza, una risposta alle mie domande da bambina.”. Risposte che non trova più, e che la clausura ha trasformato in ferite: “Che bisogno ha Dio di simili spose? È tutto ciò un atto d’amore o un’offesa spudorata?”.

Nella lettera indirizzata al capo zingaro Jozsef prima di impiccarsi ad un albero del convento, un pesco, leggiamo: “morta lo fui già il giorno in cui Zlato mi lasciò. Poi la disperazione nata in convento ha reso maturo il suicidio e il farmi violenza altro non sarà che il ritorno al recente passato (…) Il pesco sarà maledetto e forse tagliato. Non sarà bello vedere il corpo nudo di una suora penzolare da uno dei suoi rami.” Jozsef, in una lettera indirizzata alla madre superiora del convento per trasmetterle il diario lasciato da Suzanne-Franziska, chiederà preghiere per “quella sventurata che, il sottoscritto ne è convinto, si trova adesso non tanto lontana dal soglio di Dio.”.

Il primo racconto finisce qui. La complessità psicologica della protagonista emerge via via con forza e con tratteggi perfino virulenti, e ne fa una lettura di intenso valore e significato.

A “Suzanne” fanno seguito altri otto racconti brevi, in cui si confermano la bontà della scrittura e della capacità di rievocazione. Il primo, “Accadde a un camionista”, ci ricorda Edgar Allan Poe: a un camionista appare, tra la nebbia, una ragazza, scoprirete chi fosse in realtà. “Emilio Bezzi”, invece, un pittore, “morì pazzo in un’osteria”; aveva un solo compratore che gli aveva consentito di accumulare molto denaro, però ad un caro prezzo.

“Filobus 64 di Mosca”, uno strano racconto, era già presente in un’altra raccolta, “Janko e racconti russi”, del 2016, in cui apparve anche “Il danzatore di prisjadka”, la storia di uno sfortunato ballerino, Kazimir Balaban: è un racconto brevissimo dalla scrittura veloce, ma tra i più belli, se non il più bello tra gli otto. “Guida di Mosca”, come lascia intendere il titolo, si condensa in una visita turistica ai maggiori monumenti e luoghi di Mosca, a partire dalla Piazza Rossa e dalla Cattedrale di San Basilio, fino al Mausoleo di Lenin, alla Collina dei Passeri (il più alto dei sette colli di Mosca), al Teatro Bol’soj, al Monastero di Novodevicij, e altro ancora. Ai turisti, tutti bavaresi, capita più di una disavventura, che un po’ si sono andati a cercare. Simpatico “L’uomo che non vedeva i mandarini”, ambientato a Astana, la capitale del Kazakistan. “L’uomo senza ombra” ci narra il dramma di un uomo a cui manca l’ombra e che viene evitato da tutti. Si sente solo e darà una conclusione drammatica alla sua vita. Trae ispirazione dal romanzo del tedesco Adalbert von Chamisso pubblicato nel 1814, “Storia straordinaria di Peter Schlemihl”. “Santino” ci racconta della sventura di un gatto nero che porta quel nome e della sua vendetta. Di nuovo pensiamo a Poe.

Tutti i racconti che hanno come scenario la Russia sono suggestivi, e vi traspare l’amore di Mestrovich per questa terra ricca di storia, di bellezza e di arte. Caratteristica di questi racconti è la descrizione dei vari menù che si susseguono, tutti resi con il senso del gusto e del piacere.

La sovracopertina è disegnata dal bravo pittore viareggino Lisandro Ramacciotti.

 

 


Letto 241 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart