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LETTERATURA: STORIA: CINEMA: I MAESTRI: La parabola del “Bounty”

11 maggio 2017

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 7 febbraio 1970]

Nota Franco Marenco, nel­la sua introduzione al reso­conto di viaggio del capita­no Bligh, che la rivolta del Bounty « ha offerto a ogni generazione un problema da risolvere, una interpretazione da azzardare ». E poi c’è una generazione, la nostra, alla quale il Bounty ha fornito una doppia e contraddittoria emozione. Inutile negare la potenza del cinema, così spes­so mistificatrice: io non ho veduto il secondo film sul Bounty — a colori, recente, quando le illusioni erano ca­dute —; ma il primo film, con Charles Laughton e Clark Cable, in bianco e nero, ma­nicheo, affascinante, iniquo, cristallizza nella memoria i miei quindici anni.

Molti di noi, ragazzi sotto il fascismo, dovettero anche a quel film il disgusto della dittatura, l’impeto alla rivolta.

Laughton-Bligh fu esecrabile; Gable-Christian era il Roman­ticismo sempre rinnovato, la libertà, la sfida, la giustizia. Che trappola. Mutiny!, il romanzaccio di Nordhoff e Hall da cui Hollywood ha desunto i due film, ripete (ha ripetu­to in noi) la contraffazione di Byron. Parallelamente, pro­prio nell’ultimo trentennio, gli storici hanno ristabilito la verità, nemmeno diversa ma opposta: Christian, l’ufficiale che si ammutinò, era uno psi­copatico; Bligh, il « sadico de­spota », era intrepido e pa­ziente, di quella pazienza che deve chiamarsi eroismo. Ades­so Marenco presenta ai letto­ri italiani — col titolo Il viag­gio e l’ammutinamento del Bounty, Longanesi editore — il memoriale di Bligh, pubbli­cato nel 1792. In un’epoca di crisi, questo memoriale non offre soltanto un problema da risolvere: impone una scelta. E c’è altro: addita una via, la via.

*

Non è necessario che giu­dichiamo il memoriale-para­bola secondo un’angolazione « rovesciata », quindi altret­tanto manichea. I fatti sono chiari, e d’altronde le aspira­zioni e motivazioni dei ribelli non appaiono incomprensibi­li. Christian, il loro capo, era uno psicopatico, mosso da odio-amore verso il suo co­mandante; però coloro che se­guirono Christian erano per lo più uomini semplici, no­stalgici della felicità di Tahiti, dell’arrendevole dolcezza delle donne tahitiane. Per questo insorsero, mentre la nave li riportava in patria, l’altra iso­la incresciosa e nebbiosa. Troppo a lungo era durata la sosta nell’Ogigia australe; i cuori degli uomini erano mu­tati. Così, il 28 aprile 1789, Bligh con diciotto fidi fu ca­lato nella lancia: venne con­cesso loro poco cibo, acqua, niente armi se non quattro sciabole. Questo destino, in un oceano ignoto, significava la morte.

Dalla lotta di Bligh contro il destino nacque una delle imprese maggiori della mari­neria britannica, cioè una del­le pagine somme del coraggio umano. Bligh aveva trenta­quattro anni ma possedeva, dopo la sua partecipazione al terzo viaggio di Cook, l’espe­rienza di un pioniere. Era paf­futo, se non pingue, e impas­sibile. Non gli si attribuivano debolezze né invidie: a Tahiti aveva tollerato che ciascuno dei suoi si abbandonasse agli amori; personalmente non aveva ceduto. Ora, trovando­si a capo di un equipaggio miserabile su una lancia sco­perta, deliberò di tornare in Inghilterra, considerando que­sto il proprio dovere. Navigò per quarantotto giorni, in con­dizioni nefande. Alcune volte toccò terra, e ciascun approdo era sconosciuto: nello sbarco a Topoz per la fame e la se­te, gli indigeni uccisero a col­pi di pietra il suo timoniere Norton. Dopo di ciò, rischi di questo genere vennero evi­tati. La razione giornaliera di cibo fu stabilita in un venti­cinquesimo di libbra di bi­scotto. L’oceano pullulava di pesci irraggiungibili; una vol­ta fu catturata con le mani una rondine marina e divisa in diciotto porzioni; le piog­ge tropicali non dettero tre­gua, era difficile dormire, « io per me — scrive Bligh nel giornale di bordo — non ho mai né molta fame, né molta sete, né sonno ». Migliaia di miglia marine furono coperte. Terre nuove ebbero un no­me: il Budino, i Capezzoli, le Tartarughe, le Sule, la baia delle Isole. “Un’isola, ricorren­do quel giorno l’anniversario della restaurazione di Car­lo II, fu battezzata Isola della Restaurazione. La rotta pene­trò il tumultuoso stretto di Endeauvour fra l’Australia e la Nuova Guinea; uomini ne­ri e nudi guardavano dalle rive, armati di lancia. L’im­presa ebbe termine a Kupang, nell’isola di Timor, dove gli olandesi tenevano una fortez­za. Nessuno della lancia, tran­ne il timoniere Norton, era perito: gli uomini scesero stre­mati, « simili a spettri », ma le scorte d’acqua e galletta duravano ancora. Da Kupang Bligh andò a Batavia, poi a Londra a chiedere e ottenere giustizia.

In vari modi gli ammutina­ti vennero raggiunti dalla giu­stizia. Taluni furono catturati a Tahiti e condotti in patria: la pena capitale, meno che per tre, venne commutata nel­la prigionia. I più irriducibili erano fuggiti, approdando al­la disabitata isola di Pitcairn: le tahitiane e i tahitiani che avevano seguito i bianchi eb­bero un trattamento da schia­vi, il Bounty fu arso, la no­stalgia (di Tahiti, o infine dell’Inghilterra?) esasperò i ri­belli, Christian impazzì o cad­de assassinato, i superstiti si uccisero a vicenda; un solo marinaio, Alexander Smith, sopravvisse a lungo, imperan­do su una tribù promiscua, patriarca inebetito.

« L’ammutinamento del Bounty ebbe una conclusione allucinante… Gli ammutinati si volsero verso un paradiso perduto, verso un’innocenza primitiva, soltanto per ritro­varvi l’odio, le debolezze, i vi­zi impastati nella loro natu­ra, soltanto per ricrearvi la loro società civile e danna­ta… Con la loro facile infa­tuazione i duri navigatori eu­ropei non sapevano di strin­gere Tahiti e le altre Isole Fortunate di quel fantastico mare in un abbraccio morta­le. Ciò che essi vi portarono, in cambio di tante sensazioni rigeneranti, furono le malat­tie veneree, un nuovo e astru­so senso del peccato, la lenta rovina dell’alcoolismo. Invano certi spiriti illuminati come Diderot avevano esortato a lasciare in pace il buon selvag­gio; ancora tre quarti di se­colo, e Melville ne avrebbe cantato le ultime manifesta­zioni vitali; altri cinquant’an­ni, e Gauguin ne avrebbe di­pinto la decadenza e la dispe­razione ».

*

E’ superfluo precisare qua­le via, dunque, ci venga indi­cata oggi dalla parabola del Bounty; certe trasparenze, nel­le analogie, sono intuitive. La nostra epoca ha punti di con­tatto con l’epoca di William Bligh. Bounty come nome co­mune significa munificenza, liberalità (elargita), un con­cetto che può suscitare rivol­te; e molti credono che in qualche modo sia lecito e pos­sibile inverare le nuove Isole Felici, dove non esistono di­vieti né obblighi, e il tempo è gioco, e la terra darà frutto senza che la si coltivi, e l’amo­re — l’amore fisico, emblema specchio di un amore più alto — non tollera freni. Chi vorrebbe opporsi all’Eden, se questa è la sorte dell’uomo negata e repressa dalla civil­tà, dai « tiranni »?

In realtà, dobbiamo rico­noscere e combattere l’insidia di queste lusinghe: Pitcairn è un miraggio fatale. Bligh, nel- l’opporsi al mito e nel reagi­re al tradimento, spiega le do­ti della salvezza: la lealtà, la perseveranza, l’audacia. Igno­ra dove il fiume della vita ci porti; tutti lo ignoriamo. Pe­rò la mèta del suo viaggio pei mare era Londra (la fedeltà, la libertà) come Itaca era la mèta di Ulisse. A bordo di una lancia scoperta, su una ciurma disperata, Bligh dete­neva il potere, esercitandolo come dovere e come libera­zione da un sopruso. Sarebbe assurdo annoverare Bligh fra i tiranni.

Pochi slogan della conte­stazione contemporanea sono stati giudicati incisivi come « La fantasia al potere », che risale alle barricate di Nanterre. Ebbene, è uno slogan stimolante; Bligh lo fece suo. Un marinaio lo aggredì, ur­landogli che fra loro non c’era nessuna differenza. « Per evi­tare futuri litigi dovevo man­tenere il comando o morire difendendomi: brandii una sciabola e gli dissi di pren­derne un’altra e di mettersi in guardia; al che si mise a gridare che lo volevo uccide­re e si calmò immediata­mente ».


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart