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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: La baionetta su Cairoli

22 giugno 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 10 aprile 1969]

Villa Glori √® il parco pub¬≠blico del mio quartiere; tal¬≠volta, in certi mattini grigi, ci vado a passeggio o meglio mi inerpico per i viali e i sen¬≠tieri di quel cocuzzolo bosco¬≠so che scoscende sul Tevere. Le memorie sono esplicita¬≠mente ¬ę sacre ¬Ľ, un po’ tedio¬≠se. Per√≤ amo il piazzale del Mandorlo, la radura asfaltata che si apre prima della vetta. Qui, con una rassegnata sere¬≠nit√†, continuo a pormi la do¬≠manda per la quale nessuno ci aiuta.

*

Che cosa cap√¨, cosa ¬ę sciol¬≠se ¬Ľ Enrico Cairoli quel gior¬≠no d’ottobre del 1867? Secondo la testimonianza di suo fratello Giovanni, dentro di lui fu la luce. Il mandorlo cui Enrico si appoggi√≤ √® oggi ridotto a un troncone, forse bruciato dal fulmine, tenuto su dal cemento, cintato da una ringhiera. Come per piet√†, nella poca terra, sono cre¬≠sciuti fiori di campo. Enrico era stato colpito da due pallottole: agonizzava al piede dell’albero quando ‚ÄĒ chi non ha in mente la tela di Gero¬≠lamo Induno? ‚ÄĒ vide l’uni¬≠forme turchina dello zuavo, le uose bianche, il cinturone bianco, il kepi rosso, e la baionetta. Il fratello Giovan¬≠ni, ferito, si trascinava sul¬≠l’erba, tendendo una mano supplice: prima che lo zuavo trafiggesse Enrico, in quell’at¬≠timo, Giovanni ud√¨ Enrico parlare. La frase √® riferita nei manuali di storia. Disse con chiarezza Enrico Cairoli: ¬ę Il problema √® sciolto ¬Ľ.

Mai, nelle oleografie del sentimento, le ¬ę ultime paro¬≠le ¬Ľ dei caduti per l’Idea so¬≠migliano a queste. E queste parole di Enrico sono vere. Giovanni, che gli sopravvisse due anni, in tempo per redigere e pubblicare la cronaca della spedizione, avrebbe preferito che la vita del fratello fuggisse con un altro grido ‚ÄĒ Roma, Italia, Gari¬≠baldi ‚ÄĒ, poich√© Giovanni Cairoli restava immerso nel¬≠la passione risorgimentale. Tuttavia, da probo, rispett√≤ quella frase non risorgimentale ma fredda e perenne. Per di pi√Ļ non ne forz√≤ il senso probabile: paragon√≤ la fine del fratello alla fine del ¬ęgran¬≠de Tebano¬Ľ (√® il meno che si possa concedere alla furia mi¬≠tologica di un cronista gari¬≠baldino) ma, illustrando la frase di commiato, opin√≤: ¬ę Alludeva all’enimma della vita ¬Ľ.

Non pot√© essere che cos√¨; e ci√≤ appare straziante, o con¬≠solante, a seconda dei punti di vista. Per me, straziante. Enrico Cairoli aveva venti¬≠sette anni: dall’adolescenza, quartogenito tra cinque pro¬≠di, aveva cospirato, combat¬≠tuto e vinto, amato la patria, gioiosamente odiato i nemici della patria. Cadere trafitto da uno zuavo pontificio, a pochi chilometri dal Campidoglio e dal Foro, avrebbe dovuto rap¬≠presentare il suo premio, sen¬≠za ombra di meditative ama¬≠rezze. Sarebbe stato giusto che Enrico Cairoli fosse mor¬≠to non solo ¬ę pugnando ¬Ľ, co¬≠me gli avvenne, ma pugnan¬≠do ignaro. Quella spedizione sgangherata e audacissima, con quei settanta che avevano sce¬≠so clandestini il corso del Te¬≠vere per arroccarsi in una casa di vignaioli alle porte di Ro¬≠ma, l’impresa di Villa Glori era stata capeggiata da lui. Lui, Enrico Cairoli, aveva de¬≠ciso la sortita all’alba, desti¬≠nato a una sconfitta senza problemi: per gli zuavi si tratt√≤ di un’operazione di po¬≠lizia, nemmeno troppo cruen¬≠ta. Non pi√Ļ di due garibaldini caddero, ma uno dei caduti era lui, Enrico, e questa era infine la gloria. La gloria di chi muore in battaglia, per√≤, non √® qualcosa di virgineo che la lucidit√† del dubbio deflora? Enrico morendo avrebbe do¬≠vuto gridare: ¬ę Italia ¬Ľ, o ¬ę ¬†Roma ¬Ľ o ¬ę Libert√† ¬Ľ; la morte gli sarebbe stata lieve. Invece ¬ę cap√¨ ¬Ľ. Mor√¨ da filo¬≠sofo prima che da eroe: da filosofo, cio√® da uomo che s’interroga se la condizione degli uomini non sia, dopo tutto, l’inutilit√†.

*

Confesso di non sapere dove Enrico Cairoli sia stato se¬≠polto; uno scheletro d’albero mi parla di lui. Villa Glori, che fu georgica, √® mutata. E’ mutata perfino nelle ultime settimane: all’improvviso, una mattina, si sono visti pioli al¬≠l’imbocco delle vie, cosicch√© l’ingresso alle automobili √® ora impedito. Per anni, la vil¬≠la era stata essenzialmente un parcheggio, e ogni automobi¬≠le un parlatorio, a seconda della confidenza delle coppie a bordo, o un’alcova. Senza dubbio i limiti della decenza erano stati violati.

Il parco √® artificioso e si¬≠lenzioso, con quel suo carat¬≠tere mesto. Ci sono bambini, ma tranquilli. Si incontrano uomini meditabondi o distrat¬≠ti, qualche prete, qualche marciatore che si allena, i soldati la domenica, i cani. La pace √® turbata, ma di rado, da mo¬≠torette. Questo √® il giardino pubblico di un quartiere ricco e pigro. E’ un giardino fron¬≠zuto, esposto non felicemen¬≠te, con pendii che ci sembra¬≠no troppo ripidi. La sua fun¬≠zione di ¬ę parco della rimem¬≠branza ¬Ľ lo aduggia. Enfatici belvedere, dai quali poi si ve¬≠de soprattutto il villaggio Olimpico, e are votive per tutti i romani morti in tutte le guerre comunicano una pe¬≠culiare tristezza; la cupola di San Pietro, all’orizzonte, √® un miraggio nella foschia.

La villa in s√©, che d√† il nome al parco ed √® chiusa al pubblico e alla quale nessuno si spinge, √® piuttosto un casale di campagna, simile a una torre, di linee settecentesche. Cairoli e i suoi vi passarono la notte che preced√© la scaramuccia. Ora ospita suore, le quali accudiscono a una scuola comunale: la badessa mi ha mostrato una copia del libro ‚ÄúRicordi e aneddoti dell’autunno 1867‚ÄĚ di Pio Vittorio Ferrari (che fu uno dei settanta), con una calorosa, recentissima dedica di Celso Ferrari, figlio dell’autore. I vecchi odi sono davvero spenti: la badessa ammonisce che ¬ę siamo tutti fratelli ¬Ľ ed esalta, col pronto zelo delle monache, lo spirito del Concilio.

Torbidamente, ecco di nuo¬≠vo la primavera, stagione che moltiplica le domande e le an¬≠sie. Il casale √® invisibile dietro l’ultima fila degli alberi che rinverdiscono; il parco √® tutto cipressi, pini, lauri, lec¬≠ci, steli commemorative, tar¬≠ghe marmoree. Nessuna tar¬≠ga, in questo cimitero dove l’erba torna lucente, comme¬≠mora (non ho capito perch√©) il secondo dei garibaldini uccisi nella scaramuccia, quel Mantovani che Pio Vittorio Ferrari definisce ¬ę l’infelice Mantovani ¬Ľ e di cui non ci si tramanda neppure il nome di battesimo.

Non voglio dire che l’omissione abbia importanza. Po¬≠che cose hanno importanza; ogni problema si scioglie. Penso a un’odiosa e persuasiva conclusione di Sartre: ¬ę Se confino l‚Äôimpossibile Salvezza nel ripostiglio, che cosa avanza di me? Tutto un uomo, fat¬≠to di tutti gli uomini: li vale tutti, chiunque lo vale ¬Ľ. (For¬≠se Enrico Cairoli pens√≤ que¬≠sta medesima certezza quando la luce fu dentro di lui, ma √® consentito sperare di no. Forse Enrico Cairoli si conob¬≠be inutile ma irripetibile, mentre la baionetta brillava su lui).


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart