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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: L’America. Il seme della violenza

3 marzo 2016

di Claudio Gorlier
[da “La fiera letteraria”, numero 25, giovedì, 20 giugno 1968]

Il presidente Johnson, all’indomani dell’uccisione di Robert Kennedy, ha annunciato di aver aperto un’inchiesta sul fenomeno della violenza che ca­ratterizza questa fase della storia americana. Noi ci chiediamo: si tratta di un fenomeno attuale, de­terminato da particolari circostanze politiche, una esplosione passeggera che si estinguerà non appe­na quelle circostanze muteranno, o di una com­ponente più antica che si può far risalire alle ori­gini stesse della confederazione? Claudio Gorlier scrittore e critico svolge questo tema appassionan­te sul filo dei classici della letteratura americana. Fin dalle origini la storia americana è percorsa da un’antinomia che include costantemente l’ac­cettazione e la rivolta, la sopraffazione e il rifugio nella mansuetudine, la violenza e l’innocenza.

Il momento risolutivo della carriera di Natty Bumppo, « Calzari di cuoio », pioniere e cercatore di piste, primo eroe letterario della frontiera americana, e insie­me il momento piĂą tragico sta nella scelta della violen­za. Nel Deerslayer, lo sterminatore di cervi, Natty uc­cide il suo primo indiano, dopo che ripetutamente ha fatto la sua professione di fede di nemico della violen­za, e ha ammonito l’eroe «cattivo» del libro, Hurry Harry, che neppure l’animale va ucciso se non per estrema necessitĂ , mai come effetto di un atto insensa­to e malvagio. Quando egli ferisce a morte l’indiano, si precipita da lui per invocarne il perdono, e ne riceve parole di simpatia e di saggezza, ma la sua carabina sparerĂ  ancora molte volte per colpire esseri umani.

James Fenimore Cooper, creatore di Natty Bumppo, non risolve mai l’ambiguità che imprigiona il suo per­sonaggio. Natty uccide perché spinto dalle circostanze, perché condizionato dalla società che lo ricaccia sem­pre più lontano da sé, o per una scelta inconscia che gradualmente spegne la sua riluttanza a servirsi delle armi contro i propri simili? Per quale legge inevitabile proprio lui, assertore della fratellanza e della riconci­liazione, viene chiamato a testimoniare dolorosamente che la riconciliazione è impossibile, e ad assistere all’e­pilogo cruento e fatale del conflitto tra bianchi e pelle­rosse? La saga di Cooper si regge su una serie di inter­rogativi senza risposta: Natty si sottrae alle comunità rette dall’illuministico culto de! progresso in quanto gli sembra che vi si annulli la libertà dell’individuo e si faccia violenza alla natura incontaminata («sfuggo il rumore dell’ascia », dice Natty nella Prateria), ma nella sua marcia verso Ovest si imbatte in una realtà crudele per la quale il ricorso alla forza sembra divenuto legge comune e regola quotidiana.

Il ciclo di Natty Bumppo apparve tra il 1823 (I pio­nieri) e il 1841. Nel 1849 veniva alla luce la Disobbe­dienza civile di Thoreau, suggerita dalla guerra con il Messico che l’autore di Walden giudicava aggressiva e ingiustificabile. Uno degli eroi piĂą popolari dell’Ottocento americano, Davy Crockett, era morto nel ’36 al termine di un altro spietato fatto d’armi. Nel 1850 la California veniva riconosciuta come Stato, e diveniva il punto d’arrivo geografico e ideale di una espansione convulsa, fondata largamente sull’uso indiscriminato della forza. Sette anni piĂą tardi, nell’Uomo di fiducia, Melville inseriva un beffardo capitolo dal titolo quanto mai significativo: « Contenente la Metafisica dell’odio per gli indiani, secondo le vedute di uno evidentemente non tanto prevenuto a favore dei selvaggi quanto Rousseau ». Melville, per bocca di un personaggio, di­segnava implacabilmente il ritratto di colui che « con­sidera ancora il pellerossa quasi come una giuria consi­dera un assassino, o un cacciatore un gatto selvatico — una creatura, cioè, verso cui non sarebbe saggio aver pietĂ  ; la tregua è inutile, bisogna farla fuori ».

Da Cooper a Melville, dunque, prendeva corpo la rappresentazione della violenza che da collettiva si tra­sferisce nell’individuo acquistando le caratteristiche di un comportamento quotidiano. Ma non si tratta di epi­sodi isolati. Il dilemma prendeva le mosse molto piĂą lontano, si sarebbe tentati di dire dalle contraddizioni stesse della societĂ  costruita dai pellegrini inglesi nel Nuovo Mondo, quando, cioè, per difendere la nuova Gerusalemme, il giardino di Dio, il ritrovato paradiso terrestre in cui l’uomo potesse riacquistare l’innocenza primigenia di Adamo prima della caduta (così Cooper definisce Natty) si ricorreva alla repressione istituzio­nalizzata, si processavano i dissenzienti come Roger Williams e Anne Hutchinson, si bruciavano le streghe e si impiccavano i quaccheri.

CHI HA GUIDATO LA MANO DI ROGER?

A un certo punto lo scrittore si chiede con turba­mento se la colpa dell’uomo, il male che, secondo la tradizione puritana, si annida in lui, non abbia para­dossalmente bisogno della morte violenta per purificar­si. E’ il caso di uno dei racconti più misteriosi di Hawthorne, Il seppellimento di Roger Malvin. Il protagoni­sta, Reuben Bourne, che ha abbandonato nella foresta l’anziano Roger Malvin, ferito a morte dopo un com­battimento con gli indiani, vive sotto il peso di una de­bolezza di cui pure non dovrebbe vergognarsi, giac­ché lo stesso Roger lo ha pregato di mettersi in salvo. Alla figlia di Roger, che ha sposato, Reuben lascia cre­dere di aver sepolto il cadavere del caduto, ma la sua esistenza resta coinvolta dalla menzogna. Roger e la moglie lasciano il villaggio ove abitano perché la loro fortuna languisce, e si avviano, con il loro figlio Cyrus, alla ventura, precorrendo — siamo in pieno Settecento — i pionieri della frontiera. L’angoscia non abbandona Reuben, fino a che, nel luogo preciso in cui egli tanti anni prima lasciò Roger Malvin, durante una battuta di caccia colpisce per errore, mortalmente, Cyrus. Mentre la moglie è sconvolta dalla disperazione, Roger sente di aver espiato grazie al sangue dell’innocente: la maledizione è cancellata.

Il racconto di Hawthorne non offre risposta all’enig­ma della morte: chi ha guidato la mano di Roger? Forse, per un disegno imperscrutabile, Dio, la terribile divinitĂ  puritana, ma piĂą verosimilmente una sorta di aberrante oggettivizzazione del suo io frustrato, nel nome di un selvaggio rito sacrificale, per involontario che esso sia stato. Ora, un documento di questo genere assume un richiamo emblematico che va oltre il risul­tato letterario. L’uccisione, infatti, assume un significa­to metafisico ; Hawthorne sembra suggerire che la morte è necessaria per la purificazione. L’olocausto dell’innocente ripete all’infinito il sacrificio del Cristo, affinchĂ© l’uomo sia riscattato e riacquisti l’innocenza ; ridivenga, cioè, Adamo. Ma in effetti, per noi, qui si adombra torbidamente un’altra alternativa: si indivi­dua, infatti, nel gesto di Roger l’esplosione violenta e magari involontaria della nevrosi. La violenza serve, in sostanza, a scaricare la frustrazione dell’individuo ; qui come spesso altrove la tormentata casistica puritana della vita interiore, la fenomenologia della repressione, anticipa singolarmente i fatti della psicoanalisi.

Dicevamo che il discorso non rimane legato soltanto alla letteratura, proprio perchĂ© una tipologia letteraria riproduce situazioni che trovano una replica nella realtĂ . Noi siamo indotti a dare di taluni episodi una spiegazione politica laddove, invece, la tragedia si defi­nisce in termini di esasperazione individuale. L’uccisio­ne di Lincoln può essere stato il frutto di una congiu­ra, ma molto piĂą probabilmente rispecchia un atto ab­norme: l’assassino Booth, sudista fanatico e attore mancato, si apparenta quasi automaticamente al catti­vo vetraio di Baudelaire, questo archetipo della mo­derna nevrosi, che sfoga la propria frustrazione man­dando in frantumi i cristalli del vetraio scagliandogli dalla finestra un vaso di fiori. Direi addirittura di piĂą: sia stato o meno un sicario prezzolato, l’assassino Oswald affacciato con il suo fucile a una finestra di un palazzo di Dallas per uccidere il presidente degli Stati Uniti (e cioè il personaggio a lui opposto e simmetri­co), si presenta come un sinistro double del baudelairiano cattivo vetraio.

La morte di Lincoln, si noti bene, giunge al culmine di una follia collettiva che non può essere interpretata soltanto in termini politici, del frenetico omicidio col­lettivo,. dominato dall’odio, che fu la guerra di seces­sione, vale a dire la più assurda e feroce guerra civile dei tempi moderni. Sui morti di Gettysburg o di Shiloh ha ormai un senso ironicamente vuoto la dichiarazione ottimistica di Jefferson che predica una convivenza ci­vile e politica fondata sul rispetto reciproco e sull’asso­luto ripudio della forza. Il giovane Henry James scrive nella sua autobiografia che dopo un simile massacro si è aperta nel mito dell’innocenza americana e del sogno americano una ferita che non si rimarginerà mai più. La sua profezia ha ricevuto, come ben sappiamo, tutta una serie di conferme.

ABRAMO LINCOLN NUOVO CRISTO

Un episodio come quello della morte di Lincoln conferma nella realtà una problematica che non resta confinata alle pagine dei libri. La sua uccisione di­scende dalla frustrazione individuale e dalla convinzio­ne che la violenza consenta di superarla; al tempo stesso, il Lincoln-Cristo impone un’equazione spietata per cui soltanto la morte dell’innocente può riscattare la comunità. Lincoln fu ucciso il giorno del venerdì santo, e proprio quale nuovo Cristo lo considerarono gli americani, come appare nella poesia mediocre ma estremamente tipica di Herman Melville.

L’episodio di Lincoln non rimase isolato. Il fondato­re e profeta della chiesa mormone, Joseph Smith, era stato assassinato da un gruppo di fanatici nel 1844. Negli stessi anni il movimento nativista, sorto per di­fendere i princìpi del protestantesimo anglosassone contro il pericolo dell’immigrazione europea, cattolica o socialista, e di una fantastica congiura delle monar­chie europee e del Papa contro gli Stati Uniti, predica­va la violenza dai pulpiti e spesso la attuava, con l’as­salto a conventi cattolici o l’aggressione a singoli indi­vidui. La seconda metà dell’Ottocento, con il Ku-Klux-Klan ma anche per iniziativa di gruppi isolati, segna­va il dilagare del linciaggio, pratica tutt’altro che limi­tata al Sud ; ancora una volta, l’assassinio si poneva come il prodotto di una violenza singola o collettiva scaturita dall’intolleranza ma sovente dalla frustrazio­ne, da un rancore nevrotico. A somiglianza di quanto accade nei romanzi di Cooper, il linciaggio possiede le caratteristiche della caccia, un motivo estremamente comune nella cultura popolare americana, e del sacrifi­cio rituale, della purificazione aberrante. Ne incontria­mo un suggello supremo nell’Orso di Faulkner, ove l’a­nimale cacciato, ombra del passato e fantasma oggettivato dell’angoscia dell’individuo, appare come un to­tem intercambiabile, che potrebbe sostituirsi lecitamen­te una persona umana.

Alla violenza si trova sempre una giustificazione. L’uccisore di indiani ritratto da Melville nell’Uomo di fiducia lamenta di aver subito un torto: siamo alla te­matica di tutto un filone western, ove l’indiano viene incalzato e ucciso per « dargli una lezione ». Del resto, il generale Custer non insegue sulle Black Hills soltan­to la gloria del militare di carriera: egli sta soprattutto cercando di far dimenticare agli altri i propri errori e a se stesso i propri fallimenti. Jesse James, capostipite di una folla di banditi vendicatori, prende le armi per difendere se stesso e i suoi dall’arbitrio delle grandi compagnie ferroviarie che lo privano della terra, ma poco per volta acquista il piacere di uccidere, esatta­mente come Natty Bumppo, il quale ultimo — non va dimenticato — non ha vita sessuale, e nel fucile infalli­bile sembra trasferire attributi sessuali.

Leslie Fiedler ha illustrato tendenziosamente ma con molta efficacia l’importanza della repressione nella tra­dizione puritana degli Stati Uniti ; la componente ses­suale assume una parte non indifferente nella germina­zione della violenza liberatrice. Inoltre, la maschera o la complica con una sovrastruttura inconscia, o la qua­lifica nella sua gratuità.

Pensiamo, ad esempio, alle curiose analogie tra Il seppellimento di Roger Malvin e il piĂą noto, forse, dei quarantanove racconti di Hemingway, Breve la vita fe­lice di Francis Macomber. Anche qui la difficile convi­venza di una coppia affonda le sue radici nella frustra­zione e nella impossibilitĂ  di stabilire rapporti, ovvia­mente pure sul piano sessuale. Macomber accarezza l’illusione che lo sfogo agonistico, la prova di coraggio, bastino ad affrancarlo di fronte a sĂ© e alla moglie. La struttura, s’intende, è quella di una storia di caccia, e lo scrittore gioca su un’ambiguitĂ  non risolta: Macomber conferma la propria viltĂ  salvo che nell’attimo fina­le, ma è ormai troppo tardi, poichĂ© la pallottola parti­ta dalla carabina della moglie lo sta giĂ  fulminando. Wilson, l’accompagnatore, nella sua ingenuitĂ  non rie­sce a comprendere il complicato meccanismo di questa esemplare tragedia americana. « O perchĂ© non lo avete avvelenato? », dice alla signora Macomber. « Non si usa in America? ». E la donna non sa che rispondergli, istericamente: « Basta. Non parlate. Non parlate ».

Naturalmente, Hemingway non segue il rigido sche­ma biblico di Hawthorne, per cui non siamo in grado di affermare che la signora Macomber pervenga a una sorta di liberazione dopo la morte del marito. In ogni modo, nell’un caso e nell’altro la dinamica interna ri­mane la medesima. D’altronde, l’interpretazione piĂą plausibile di Morte nel pomeriggio e del significato della tauromachia nell’opera di Hemingway invita a considerare la funzione che l’esercizio del torero rive­ste nell’infliggere alla morte per non riceverla, e quindi nel pervenire a una forma di purificazione violenta, in grado di liberare almeno temporaneamente l’individuo delle sue angosce attraverso l’uccisione di un capro espiatorio.

IL WEST NON FINISCE IN CALIFORNIA

Il delitto come atto gratuito si configura dunque at­traverso una serie ininterrotta, nella cronaca e nella letteratura, nell’immaginazione e nella storia. Nel Fau­no di marmo di Hawthorne, che è del 1860 (cinque an­ni prima dell’assassinio di Lincoln) il fulcro della vi­cenda, ciò che consente a ogni personaggio di assumere definitivamente la propria parte e di confessarsi vinto di fronte all’onnipotenza del male, è un assurdo omici­dio per gelosia. Il melvilliano capitano Ahab ambisce al raggiungimento di una conoscenza suprema che ri­tiene di ottenere soltanto attraverso l’uccisione di Moby Dick, la balena bianca; su un doppio omicidio si innerva Billy Budd, il secondo, se si vuole, legalizzato, ma il primo, quello commesso involontariamente da Billy, assurdo se non lo si giustifica — come fa il co­mandante della nave — in termini soprannaturali. Il romanzo del Novecento presenta in proposito una in­dicativa galleria. La morte di Gatsby di Francis Scott Fitzgerald nasce da un equivoco e da un attimo di risentimento e di vendetta di un individuo ingannato e fallito, ma anche Tenera è la notte comprende un de­litto inspiegabile. I protagonisti dei due romanzi di Nathanel West, vale a dire dello scrittore che apre la nuova stagione narrativa americana, Signorina Cuori Solitari e II giorno della locusta, uccidono quando si rendono conto che il sogno di innocenza — e quindi di una definitiva auto-identificazione — non trova riscon­tro nella realtà. Essi distruggono e si autodistruggono grottescamente attraverso il delitto ; la loro scelta ne­gativa ha un significato insieme ironico e tragico. In una misura letteraria diversa, anche West tradisce la sua filiazione e la sua appartenenza a una matrice americana che è la stessa di Faulkner, di lui tanto più melodrammaticamente catastrofico.

La corrispondenza tra storia, letteratura e cronaca permane. Il West non si arresta in California, ma ha l’aria di protendersi geograficamente oltre, attraverso il Pacifico, in una successione di episodi sanguinosi che investono Cuba, le Filippine, l’Estremo Oriente. Si po­trebbe dire che ipoteticamente la marcia degli eroi veri e immaginari della frontiera, di Daniel Boone, di Davy Crockett, di Kit Carson e di Natty Bumppo, finisca con le sue contraddizioni e le sue angosce per spingersi fino al Vietnam. Ma si badi a qualche episodio assunto a caso. Nel 1963, l’anno della morte di John Kennedy, un aereo precipita misteriosamente tra Stockton e San Francisco. Si scoprirà più tardi che un passeggero, mai identificato ha sparato ai piloti durante il volo. Lo ha fatto, si immagina, perché la sua famiglia benefici di una polizza di assicurazione, ma col suo gesto in gran­de stile ha provocato la morte di una trentina di perso­ne ; ha cercato e ottenuto, cioè, una catastrofe colletti­va, la celebrazione orrenda della morte. Non meno istruttivo il delitto ricostruito da Truman Capote nel suo mediocre romanzo-documento A sangue freddo.

Due giovani criminali sterminano una famiglia di agricoltori del Kansas. In apparenza si tratta di un omicidio per rapina, ma la ricostruzione del delitto consente di accertare che non esiste una causa spiega­bile: i banditi potevano fuggire dopo aver constatato che il bottino era scarso. Essi confesseranno di aver ucciso per annullare una cellula del benessere, un sim­bolo vivente del successo. La vittima principale era un ricco possidente, un rappresentante dell’America del successo, appunto: lo avevano scelto dopo aver letto di lui nei giornali, dopo averne visto le fotografie, e non per odio o per risentimento contro un individuo speci­fico. Hanno, si noti, sconsacrato un mito e cancellato in un attimo dei valori ufficiali e in apparenza perma­nenti ; hanno consumato la vendetta dell’« altra Ame­rica », umiliata, fallita, che non è riuscita a realizzarsi.

Il capobanda, un giovane con pretese intellettuali, non è lettore di fumetti, e si rivela a Capote un ammiratore di George Santayana, un filosofo cattolico e spirituali­sta, un moralista tanto intransigente quanto tormen­tato.

OGNI EPOCA HA IL SUO THOREAU

Come si comprende, in una simile prospettiva la problematica della violenza non ha bisogno del soccor­so offerto da Spillane o dal feuilleton. Ma essa si tra­duce in una faccia della tradizione americana, si collo­ca in una dialettica intessuta di nette opposizioni. L’as­sassino ha bisogno della sua vita. Accanto a chi crede nella metafisica della forza si incontra sempre chi pra­tica la mansuetudine. Ogni epoca ha il suo Thoreau o, sul piano del personaggio, il suo Bartleby, capace di negare la legge imposta dalla forza, di rispondere « preferirei di no » e di lasciarsi morire testardamente per non divenire un ingranaggio della grande macchi­na. Ogni Wallace si trova di fronte un Martin Luther King, secondo una linea di sviluppo che può racchiu­dere echi di impronta elisabettiana: Lincoln, alla vigilia della morte, quasi presentendola citava versi del Macbeth shakespeariano sulla tranquillità della morte del buon re Duncan assassinato. Si vuol dire che la antino­mia di base che percorre la storia americana include costantemente l’accettazione e la rivolta, la sopraffa­zione e il rifugio della mansuetudine, la violenza e l’in­nocenza.

Molto spesso una concezione missionaria che discen­de dalle origini coloniali impone uno scambio delle parti, in virtĂą della quale la forza viene legittimata dalle buone intenzioni, e la lotta verifica essa pure, quanto la perfezione tecnica e il confort, la misura del­l’efficienza. L’ottuso e fortissimo Terry di un noto fu­metto americano, con le spalle quadrate e i capelli a spazzola, che si cimenta disciplinatamente in ossequi agli ordini ricevuti e senza discuterli mai, trova riscon­tro in legioni di adolescenti che credono nell’igiene del battersi, appresa non di rado dal professore di sociolo­gia di una hith school di provincia, e che danno del sissy, dell’effeminato, al compagno che si tira indietro.

La morte di John e Robert Kennedy non si giustifica ma trova collocazione in una simile prospettiva ; cadu­ti il primo nel Texas di Crockett, il secondo nella me­galopoli, la Los Angeles di Nathanael West. Entrambi, va aggiunto, uccisi sull’itinerario di una frontiera di cui i loro propagandisti avevano tentato di risuscitare l’immagine tanto improbabile e vistosa, ma cara alla fantasia dell’americano medio. E se un solo individuo ha sparato, e se migliaia piangono per effetto di una autopunizione collettiva, altre migliaia, lo sappiamo benissimo, hanno mentalmente sparato anche loro. Così King e i Kennedy entrano di diritto nella galleria un poco oleografica dell’uomo-Cristo ucciso per riscat­tare l’uomo-Adamo, con la collaborazione, rispetto a Lincoln, dei mezzi audiovisivi. Il tragico paradosso, ri­petendosi, esige però che la effimera purificazione com­porti per realizzarsi il prezzo di una bara.


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