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LETTERATURA: STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Nello Orsi: “Da Rastrellati a Partigiani. Diario 1944”

18 Marzo 2019

(Dall’Introduzione)

(…)

Ci interesseremo invece di quei libri di autori lucchesi meno famosi che ci narrano esperienze dirette sulla guerra, oppure tratte da diari di loro familiari o amici, ovunque essa sia stata affrontata, in modo da poter dare al lettore un quadro di testimonianze concrete che ne sigillino con autenticità il dramma, le imperiture sofferenze e la follia.
L’intento è quello di farne memoria per non dimenticare.
Il lettore troverà perciò una ricchezza di citazioni che gli consentiranno di venire direttamente a contatto con le situazioni narrate. Una varietà di casi, i quali costruiranno a poco a poco il quadro d’insieme del dramma vissuto non più da un solo individuo ma da un popolo. I singoli drammi diventeranno, così, Storia.
Contrariamente a quanto fatto in altre occasioni, trascureremo la biografia e la bibliografia dell’autore, onde dare risalto soprattutto al contenuto della sua opera.
In qualche circostanza, ci troveremo di fronte a testi dalla scrittura semplice e spontanea, non priva di errori, ma che, anziché diminuire il valore della testimonianza, la rendono ancora più generosa, forte e tenace. Ne fanno, ossia, emergere la coralità, e, talvolta, anche il grido.
Alla Casa editrice lucchese Tra le righe libri, diretta da Andrea Giannasi, va il merito di aver creato una apposita collana che ha reso assai facile la ricerca per questo lavoro.

SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Nello Orsi: “Da Rastrellati a Partigiani. Diario 1944”

“Questo racconto che mi accingo a narrare è storia vera, di vita vissuta. Come me migliaia di persone hanno avuto il loro dramma, molti non possono raccontarlo perché non son più ritornati, e non torneranno mai più.”.

Il libro ci tramanda il diario di guerra di Nello Orsi, nato a Nozzano Castello, Lucca, nel 1920 e morto nel 1982, e contiene tre brevi saggi di Elda Carlotti, Gian Luigi Melandri e Claudio Orsi, figlio di Franco, il fratello del diarista. Fu redatto a guerra finita, il 9 dicembre 1945.

L’intenzione è subito resa manifesta sin dall’incipit. Ricordare la follia della guerra, come dovere verso la posterità. Un obbligo morale, di chi ne ha conosciuto le terribili conseguenze: “possa almeno la generazione futura vivere in pace”.

Ecco il ricordo del momento in cui lui e suo fratello Franco caddero nel rastrellamento che in quei giorni stava setacciando i paesi della Lucchesia; è il 20 Agosto 1944: “nelle prime ore del mattino fui svegliato da un suono di voci gutturali, incomprensibili, mi ci volle un po’ di tempo prima di poter capire la situazione, poi improvvisamente balzai dal letto scossi mio fratello Franco che dormiva poco distante da me: sveglia gli dissi, c’è il rastrellamento, saltò immediatamente dal letto e tutti e due ci precipitammo verso le scale per discendere, ma era troppo tardi, saliva verso di noi un tedesco delle S.S. armato fino ai denti, che non appena ci vide, spianò il suo fucile contro di noi, e con un gesto espressivo ci fece capire di seguirlo. Nella corte dove ci condusse trovammo altri amici, i quali erano attorniati dai parenti e dai genitori in lacrime.”.

Riesce a vedere anche suo padre, che viene caricato su di un camion e lui e suo fratello non possono fare altro che stare a guardare: “rivolsi un ultimo sguardo a mio padre e ve lo tenni fisso finché non lo vidi rimpicciolirsi e poi sparire.”. Il padre e la madre saranno risparmiati. Nello e Franco sono condotti a Lucca: “Ci scaricarono come sacchi alla Casa Pia in Lucca. Indescrivibile il caos che regnava là dentro, centinaia di uomini di tutte le età si muovevano in quelle stanze”. I più validi sono impiegati per costruire sui monti di Diecimo di Pescaglia una linea difensiva che andrà a costituire infine la Linea Gotica.

Sono memorie narrate con amore, con cura, sapendone la preziosità per chi ancora non conosce la follia della guerra. Come tutti questi ricordi di guerra scritti da persone semplici, la lettura è rivolta a coglierne il messaggio, che è sempre limpido e sincero.

Pur lavorando pesantemente (ora stavano costruendo “una strada che doveva arrivare fino al Matanna”)  “ricevevamo una boccata di pane tedesco muffito e un po’ di margarina, e quello doveva bastare per tutto il giorno.”. A poco a poco da Diecimo, sempre lavorando, arrivano a Bologna: “Facevamo delle tappe di trenta, trentacinque Km. per notte”. Si spostano di notte per non essere avvistati dai ricognitori Alleati che ormai sono vicini. Quando poi arrivano a Ravenna, “per giungervi avevamo fatto 289 Km. a piedi, una bazzecola!”.

Grazie ad una staffetta partigiana, Maria, lui e il fratello, insieme con altre due persone, Mario, di Livorno, e Angiolo, di Pisa, riescono a fuggire e sono accolti in un distaccamento di partigiani, il “Terzo Lori”, facente parte della 28ma Brigata Gap “Mario Gordini”, composta da qualche migliaio di uomini al comando di Arrigo Boldrini, nome di battaglia Bulow. Addestrati, comincia per loro una nuova esperienza. Siamo a Nord di Ravenna. Nello ci dà conto dell’importante ruolo svolto dagli Alleati nel rifornire di ogni cosa la Resistenza: “L’accampamento era ben attrezzato, avevamo armi a sufficienza, per rifornimenti una volta alla settimana giungeva da Cervia una moto silurante che dietro nostre segnalazioni veniva sul posto e scaricava tutto il necessario e cioè materiale sanitario, vestiario, viveri di conforto, ecc. ecc., e quando a causa del mare mosso o di nebbia, la moto silurante non veniva, effettuavano il lancio del materiale con gli aerei.”.

Poiché è infermiere, Nello prende parte a “diverse azioni. La più notevole fu quella dell’attacco di sorpresa a Porto Corsini.”. Lì, di guardia, c’è un presidio tedesco. I partigiani sono trenta. Il tedesco sente un rumore e spara. Subito “tutte le nostre armi presero a sparare furiosamente contro la posizione tedesca. La reazione nemica fu violenta, i proiettili della mitraglia fischiavano sopra le nostre teste, spezzando i rami dei pini più piccoli”; un compagno è ferito: “Vidi che un proiettile era penetrato nella spalla sinistra forandola da parte a parte. La medicai col pacchetto di medicazione già pronto per l’uso”. Gli scontri con i tedeschi diventano frequenti. Talvolta i partigiani sono sorpresi e circondati mentre si trovano rifugiati in qualche casa di contadini: “Nella casa dove eravamo, vi era il padrone di essa, il quale volle anche lui un’arma per combattere con noi, ma una sua imprudenza gli costò la vita. Volle avvicinarsi alla finestra per osservare le mosse dei tedeschi, una raffica di mitraglia lo investì in pieno viso, una palla gli spaccò la fronte e cadde di schianto sul pavimento”. I partigiani, dunque, non si sentivano soli, ma sapevano del sostegno e della solidarietà dei civili: “La popolazione tributa a noi entusiastiche accoglienze, in serata tutti troviamo alloggio in case civili.”.

Ormai la guerra volge al termine e ai partigiani sono concesse delle licenze per poter far visita alle proprie famiglie. Così succederà a Nello e a Franco, che a piedi, dopo un lungo tragitto in cui l’ansia per la sorte dei congiunti, e soprattutto dei genitori, li attanaglia, giungono finalmente a Lucca. Sono stati fortunati. Ritornano a casa sani e salvi, e sani e salvi trovano anche i loro familiari. È il 17 dicembre 1944: “Sono tutti salvi! Qualcuno va a chiamare l’altro mio fratello Osvaldo. L’incontro è quanto mai commovente. Quando sto per varcare la soglia odo un grido di mia Madre che si ripercuote dentro di me e poco dopo sono fra le sue braccia.”.

Come già anticipato, al diario fanno seguito tre brevi saggi. Il primo di essi è di Gian Luigi Melandri, dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Ravenna e Provincia. Vi fa un ritratto della guerra partigiana nella bassa romagnola, terra di pianura, con caratteristiche, quindi, diverse da quella che si combatte in montagna, e cerca di individuare chi fosse Maria (Maria Bartolotti?, che “apparteneva ad una famiglia totalmente impegnata nella Resistenza”?), la staffetta che permise la fuga di Nello, del fratello Franco e dei due amici Mario e Angiolo. Dà un giudizio sul diario di Nello: “Queste pagine, a mio modesto parere, costituiscono una fonte inedita di notevole importanza, perché redatta un anno dopo gli eventi da persona presente a molti dei fatti che racconta, e perché fornisce elementi nuovi sull’organizzazione partigiana e su importanti accadimenti che la videro coinvolta”.

Elda Carlotti e Claudio Orsi ci narrano, invece, della scuola elementare di Nozzano Castello, il paese natale di Nello, e delle tragedie che vi accaddero. Si rivelano, le loro, pagine ricche di notizie che riescono a darci un lucido quadro degli orribili crimini commessi dai nazisti in quella zona.

L’edificio, sorto negli anni Venti, viene intitolato in principio a Salvatore Bongi (Lucca 1825 – Lucca 1899), il noto studioso che fu responsabile dell’Archivio di Stato di Lucca per quarant’anni dal 1859 fino alla sua morte; poi, nel 1928, l’intitolazione fu cambiata in favore di Ermenegildo Pistelli (Camaiore 1862 – Firenze 1927), “un sacerdote scolopio , filologo e glottologo, di aperte simpatie per il fascismo”. Il 24 luglio 1944 “La scuola diventa la sede del carcere divisionale.”. Lucca e la Provincia, dall’11 settembre 1943, sono sottoposte all’autorità tedesca rappresentata  dal comandante Randolf. Il carcere è alle dipendenze del tenente Gerhard Walter della Feldgendarmerie: “Le testimonianze di chi è sopravvissuto al soggiorno nella scuola di Nozzano e al trattamento del tenente Walter sono agghiaccianti.”. Vengono riportati stralci della testimonianza di un internato, il maestro Mario Bigongiari: “Quando le interrogazioni non li soddisfacevano, si sfogavano brutalmente.”. Il Bigongiari ricorda le torture subite da una donna di circa 30 anni: “poi perché per il maltrattamenti subiti gridava aiuto dalla finestra, fu condotta in un piccolo gabinetto al piano superiore, sporco da non dirsi. Ve la tennero in un fetore insopportabile, senza avvicinarsi nessuno, senza bere e senza mangiare due giorni e due notti. Impazzita, fu fucilata in una fossa a poca distanza dalla scuola. Era di Camaiore, si chiamava Leila Farnocchia.”. Si apprende dagli estensori del breve saggio che Leila “è una maestra, imprigionata perché sorpresa con volantini contro i tedeschi, secondo alcuni raccolti per terra, secondo altri da lei stessa distribuiti.”; “Il suo corpo viene gettato in una fossa di confine. Lì rimane diversi giorni, ben visibile e nessuno osa darle sepoltura e perfino guardarla temendo rappresaglie.”. “Una ordinanza del comando della XVI Divisione vieta comunque la sepoltura delle vittime.”. Dalla testimonianza di Giuseppe Vecci, di Nozzano Castello, si apprende che “veniva razziato tutto il bestiame, ed a ciò era incaricato un soldato tedesco delle S.S. rimasto celebre in tutta la zona. Lo chiamavano Leo ed era un vero delinquente, specializzato per tale bisogna. Interi campi di patate, fagioli erano depredati  sotto gli occhi di coloro che avevano lavorato e sudato. Gli uomini e perfino i ragazzi venivano rastrellati e portati a lavorare. In questo periodo di tempo veniva minato e distrutto il ponte di ferro sul Serchio, minata e divelta la ferrovia che conduce a Viareggio, minata e fatta saltare la galleria di Balbano.”. Si ricorda il “rastrellamento della ‘Romagna’ nei monti Pisani, vicino al Santuario di Rupecava. Oltre 300 uomini vengono catturati e condotti nella scuola di Nozzano.”. Grazie all’intervento della maestra Livia Gereschi, che conosce il tedesco, sono lasciati liberi donne e bambini, ma non lei, che, insieme con altri, verrà uccisa “a colpi di mitragliatrice” la mattina dell’11 Agosto 1944, “in località Sassaia nel comune di Massarosa”. Dalla testimonianza del pievano Tofani di Balbano, si apprende che delle centinaia di internati nella scuola di Nozzano, molti furono condotti a lavorare, ed altri uccisi con un inganno: “fu domandato a quei poveretti chi voleva essere visitato e scartato dal lavoro. Tutti quelli che domandarono la visita medica furono assassinati.”. “Dopo tre giorni di speranze e timori la mattina dell’11 agosto a gruppi di 5 o 6 furono trucidati lungo le strade che da Nozzano portano a Lucca, Quiesa, Massaciuccoli, Massarosa. Sui corpi straziati venne posto un cartello testimoniante l’infame menzogna delle belve naziste ‘uccisi per aver sparato sui tedeschi’.”

Sulla giovane maestra Livia Gereschi abbiamo un’altra testimonianza di Oscar Grassini, messo comunale di San Giuliano Terme, internato, pure lui, nella scuola di Nozzano: “Credo che la signorina Gereschi sia stata violentata.”. Il Grassini fu fortunato: “Insieme ad altri compagni mi condussero nei pressi di Filettole in località Pancone. Ci fecero scendere e subito ci fucilarono. Per meglio accertarsi della nostra morte i criminali ci spararono a bruciapelo il colpo di grazia alla nuca. Per pura combinazione anziché colpirmi alla tempia il proiettile mi prese di striscio all’orecchio sinistro. Non feci alcun movimento e forse a causa del sangue che mi usciva in gran quantità dalla ferita mi credettero morto.”. Ricoverato all’Ospedale di Lucca, “Sette giorni dopo mi amputarono la gamba sopra il ginocchio e il braccio mi fu rabberciato alla meglio, tanto è vero che ora è completamente inservibile.”.

Ma anche tra quelli che si dichiarano abili al lavoro, ci sono gli sfortunati. Il 19 agosto 1944 “53 reclusi nella scuola di Nozzano vengono condotti fino a Bardine San Terenzo (Fivizzano) e qui legati con filo spinato e poi fucilati a colpi di mitra. Sono i rastrellati del 12 agosto a Valdicastello al termine delle operazioni di Sant’Anna di Stazzema.”.

La scuola, teatro di inenarrabili crudeltà, è destinata a fare una brutta fine. Poiché ormai gli Alleati, liberata Pisa il 2 settembre, stanno avvicinandosi a Lucca, i tedeschi della VI Panzergrenadier Division ‘Reichsfürer-SS’,  agli ordini del generale Max Simon “Prima di abbandonare la scuola i soldati tedeschi la fanno saltare in aria facendo uso di cariche esplosive.”. Un paio di camion, però, hanno caricato a bordo “37 prigionieri, tra cui Don Libero Raglianti. Dopo averli fatti allineare lungo una fossa scavata da una bomba alleata, li fucilano.”. L’avanzata degli Alleati provenienti da Pisa procura gravi danni al paese di Nozzano, a causa dei continui cannoneggiamenti (provocherà anche la morte della madre di Nello e di Franco, Veriade), come ricorda un’altra importante testimonianza, quella del parroco di Nozzano, Don Giovanni Galli: “Nella notte dell’8 settembre Nozzano fu violentemente cannoneggiata dagli Alleati. Fu colpita la Torre con circa ottanta cannonate. La Cella fu semidistrutta e la campana superstite andò in frantumi. Fu colpita anche la Chiesa. Un danno immenso sia alla Torre come alla Chiesa. Delle case possiamo dire che furono poche quelle rimaste illese.”.

Gli estensori del saggio concludono ricordandoci: “Nel 1948 iniziano i lavori di costruzione della nuova scuola elementare, inaugurata l’11 dicembre 1949 ed ancora intitolata ad Ermenegildo Pistelli.”.

L’ultimo saggio è di Claudio Orsi ed ha come titolo: “Da Lucca a Ravenna: il lungo cammino verso la liberazione”. È, dunque, il nipote, il figlio di Franco, fratello di Nello, che ripercorre la strada che condusse lo zio dal rastrellamento di Nozzano, avvenuto il 20 agosto 1944, ala guerra partigiana combattuta nella bassa romagnola.

Si sofferma sulla figura di un soldato tedesco che, come ricorda il parroco don Giovanni Galli, venne fucilato dai suoi commilitoni nei “dintorni della torre”. Sono rimaste oscure le motivazioni, ma si pensa che il soldato, chiamato Fritz, abbia fatto qualcosa in favore della popolazione e per questo fu fucilato: “Il dato certo è che la tomba con i resti del ‘buon soldato Fritz’ è sicuramente esistita ed è rimasta nel cimitero di Filettole fino al 1996. Una tomba su cui i parenti delle vittime della ferocia nazista spesso depongono un fiore, soprattutto per persuadere e persuadersi che quella malvagità, per quanto grande, non è riuscita a soffocare del tutto i sentimenti dell’umana pietà.”.

Il saggio del figlio di Franco Orsi, mette in risalto come, anche a seguito del “Decreto ‘tombale’ del 22 giugno 1946 proposto dal Guardasigilli Togliatti”, i fascisti, anziché essere puniti, saranno immessi nelle amministrazioni pubbliche, anche in ruoli direttivi. Insisterà su questo aspetto, manifestando la sua delusione rispetto alle attese suscitate dalla vittoria per una società diversa: “Una società in cui le vittime dei crimini fascisti avrebbero trovato finalmente giustizia e i loro aguzzini realmente epurati dai posti di comando e di direzione, a partire dalle pubbliche amministrazioni. Così non è stato.”.

È grazie a lui che sappiamo qualcosa di più di Franco, il padre, che è più giovane di Nello di sei anni. Quando si trova tra i partigiani e partecipa alle azioni di guerriglia “È in questi momenti che Franco matura la sua idea e la sua passione per una società comunista che non abbandonerà mai più fino al suo ultimo giorno di vita.”. Franco avrà anche mansioni di comando: “A Ponte Zanzi si era stabilita la sede del comando e nella notte venne strenuamente difeso da una quarantina di volontari comandati da Franco.”.


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Bart