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LETTERATURA: TEATRO: I MAESTRI: Beckett, il cronista dell’angoscia

16 agosto 2018

di Raul Radice
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 24 ottobre 1969]

Stoccolma 23 ottobre, notte.

Il premio Nobel per la lette¬≠ratura √® stato attribuito oggi allo scrittore irlandese Samuel Beckett ¬ę per la sua opera che, adottando nuove forme per il romanzo ed il teatro, trae dalla desolazione dell’uomo contempo¬≠raneo la sua elevazione¬Ľ. Il premio (che ammonta quest’an¬≠no a 375.000 corone, 43 milioni di lire) verr√† consegnato a Beckett da re Gustavo VI Adol¬≠fo di Svezia il 10 dicembre, giorno anniversario della mor¬≠te di Alfred Nobel.
La riunione dell’Accademia svedese √® durata soltanto mez¬≠z’ora, cosa che sottolinea l’u¬≠nanimit√† manifestatasi intorno al nome di Beckett.

Samuel Beckett è nato nel 1906 a Foxrock, vicino a Dubli­no, da una famiglia borghese di religione protestante. Lo scrittore si trova ora in vacan­za in un villaggio della Tuni­sia, isolato da tre settimane in seguito alle gravissime allu­vioni.

Samuel Beckett, scrittore di lingua francese e inglese, si stacc√≤ dalla nativa Irlanda su¬≠bito dopo essersi laureato in lettere. Gi√† nel 1928, dopo ave¬≠re insegnato per breve tempo a Belfast, era a Parigi, lettore di inglese presso l’¬ę Ecole nor¬≠male sup√©rieure ¬Ľ. E’ di quegli anni la sua amicizia con Joyce, del quale non fu segretario, co¬≠me frequentemente si asserisce, ma discepolo e interlocutore, rapporto di cui fa fede l’epi¬≠stolario dello stesso Joyce. E sono di quegli anni i suoi pri¬≠mi saggi letterari, e le prime traduzioni in lingua inglese di composizioni di Breton, di Eluard, di Crevel e di Eugenio Montale la cui poesia Delta ap¬≠parve nel 1930 in un fascicolo della rivista parigina This Quarter.

Ritornato per qualche anno in Irlanda ( il ¬ę Trinity Colle¬≠ge ¬Ľ di Dublino lo aveva no¬≠minato assistente alla cattedra di lingue romanze), Beckett die¬≠de successivamente alle stam¬≠pe un saggio su Proust, pubbli¬≠cato a Londra nel 1931, i rac¬≠conti riuniti sotto il titolo More Pricks Than Kicks (1934), e la raccolta di versi Echo’s Bones and Other Precipitates (1935). Nel 1937 si ristabil√¨ a Parigi, e l’anno successivo pubblic√≤ il primo romanzo, Murphy, cui fe¬≠cero seguito Molloy, Malone meurt, L’innommable, e Textes pour rien, tutti pubblicati a guerra finita ma massimamen¬≠te concepiti e scritti durante l’invasione della Francia. Ag¬≠gregato al movimento della re¬≠sistenza, Beckett era poi ritor¬≠nato in Irlanda come volonta¬≠rio della Croce rossa, ma sul finire del 1945 gi√† era rientra¬≠to a Parigi con l’intenzione di dimorarvi stabilmente.

Non si pu√≤ dire che la ap¬≠parizione dei primi saggi cri¬≠tici e dei testi narrativi di Be¬≠ckett non avesse acceso attor¬≠no allo scrittore un vivo inte¬≠resse, ogni poco rinfocolato da nuove ristampe, nonch√© dalle successive versioni dal france¬≠se all’inglese o viceversa, le quali, firmate dallo stesso Be¬≠ckett, finirono per creare un caso di bilinguismo attorno al quale non si √® ancora finito di discutere (le tesi di laurea su Beckett e la sua opera, nell’ul¬≠timo decennio, sono state inso¬≠litamente numerose). Vale piut¬≠tosto la pena di notare che il fatto di avere adottato una lin¬≠gua letteraria (la lingua fran¬≠cese), diversa dalla sua lingua di origine (la lingua inglese) ha suscitato in taluno l’idea che Beckett avrebbe con ci√≤ deliberatamente ricercato una inevitabile attenuazione dei propri mezzi espressivi la qua¬≠le gli dava la possibilit√† di mettersi al riparo dei pericoli di una troppo puntigliosa ri¬≠cerca stilistica.

Altri invece, ma ci√≤ doveva accadere pi√Ļ tardi, quando or¬≠mai i testi teatrali di Beckett erano accolti sui palcoscenici di tutto il mondo, a quel bi¬≠linguismo attribuirono soprat¬≠tutto un valore emblematico, riconoscibile nel segno costan¬≠te di una poetica che riguar¬≠dava tutta quanta l’opera dello scrittore, ma la cui perentorie¬≠t√† era emersa agli inizi del 1953, dopo la rappresentazione di En attendant Godot, due at¬≠ti allestiti da Roger Blin al ¬ę Babylone ¬Ľ di Parigi (ne era stato auspice Georges Neveux), successivamente replicati per cinquecento sere consecutive.

Beckett, nel 1953, gi√† cono¬≠sceva la rinomanza. Ma la sua fama, che si √® sempre pi√Ļ in¬≠grandita, comincia da allora e resta legata soprattutto alla sua attivit√† di drammaturgo. A En attendant Godot (opera che segna l’esordio di Beckett alla ribalta nonostante sia sta¬≠ta preceduta da una Eleutheria in tre atti tuttora inedita) fecero seguito Fin de partie (oggi considerato il pezzo pi√Ļ pungentemente significa¬≠tivo dell’intiera drammaturgia beckettiana), Acte sans paroles (I e II), Krapp’s Last Ta¬≠pe, Tous ceux qui tombent, Cendres, (premio Italia 1959), i radiodrammi Va-et-vient e Eh Joe, le brevissime compo¬≠sizioni Mots et musique e Ca¬≠scando, Com√©die e, fra gli ul¬≠timi, Oh les beaux jours, rap¬≠presentato anche in Italia con il titolo Giorni felici.

Salite ai fastigi della ribal¬≠ta europea quasi contempora¬≠neamente alle opere di Eug√®ne Ionesco, altro scrittore di lingua francese nato in Roma¬≠nia, le opere di Beckett, la cui misura resta sostanzialmente l’atto unico anche laddove, co¬≠me in Giorni felici, un inter¬≠vallo di tanto in tanto si impo¬≠ne, furono frequentemente af¬≠fiancate a componimenti e at¬≠ti unici d’altri scrittori riuniti sotto una insegna generica che incontr√≤ rapida fortuna: il tea¬≠tro dell’assurdo. In realt√† si trattava di accostamenti oc¬≠casionali che non permetteva¬≠no di stabilire, nemmeno al¬≠la lontana, una effettiva pa¬≠rentela fra Beckett e i com¬≠pagni di viaggio che il teatro gli affiancava di volta in vol¬≠ta. Nello stesso Ionesco che doveva presto intristirsi ma nelle prime opere del quale il piacere del gioco, e magari di un gioco avventurosamente fi¬≠lologico, acquistava una netta prevalenza, sarebbe difficile individuare concrete se pur fuggevoli coincidenze con Be¬≠ckett. Anche la sfiducia nella parola, e la tendenza (comu¬≠ne ad altri scrittori anglosas¬≠soni) a ridurne e a capovol¬≠gerne i significati in quanto in un mondo insensato non possono aver senso nemmeno le parole cui spetterebbe il compito di designarlo (il ¬ę calembour ¬Ľ fa s√¨ che nel discor¬≠so su Beckett non di rado sal¬≠ti fuori il nome di Wittgen¬≠stein), non trova nei due scrit¬≠tori una plausibile assonanza. Tant’√® vero che Beckett √® arri¬≠vato da una parte alla gradua¬≠le riduzione e abolizione della parola, quel che rimane della voce di Krapp √® affidato a una incisione su nastro, dopo di che √® la volta della pantomi¬≠ma; ma dall’altra non ha ri¬≠nunziato ad esaltarla (Giorni felici) non appena gli √® sem¬≠brato che dalla evocazione, non escluse le parentesi liri¬≠che, la sua disperata visione del mondo e il suo nerissimo presagio dell’inevitabile fran¬≠tumazione e annullamento del¬≠l’uomo potessero trarre il mag¬≠gior partito.

Molte cose si potranno dire dell’opera narrativa e dram¬≠maturgica di Beckett, nella quale non passa giorno senza che vi si scopra un significato insupposto. Ma una cosa √® cer¬≠ta: egli resta l’esponente di una tragicit√† quotidiana e di una angoscia senza scampo i cui insopprimibili caratteri non possono essere confusi con la disperazione e l’angoscia sca¬≠dute a motivo mondano, dopo Beckett cos√¨ frequentemente un po’ dovunque contrabban¬≠date.

 


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Bart