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LETTERATURA: “Tutta questa passione” di Augusto Peitavino – Neos Edizioni

9 luglio 2014

di Francesco Improta

Non sappiamo che cosa abbia spinto Augusto Peitavino, originario d’Isolabona e non più giovane, ad avvicinarsi alla scrittura

e a pubblicare con la casa editrice Neos Tutta questa passione, un romanzo ispirato alla vita di Alfredo Sforzini, medaglia d’oro al valor militare. Forse la volontà di testimoniare il suo affetto nei confronti della cittadina di Cavour, in cui ha scelto di vivere e dove Alfredo Sforzini ha trovato la morte per difen­dere quei valori di libertà e giustizia, in cui credeva ciecamente, e per rivendicare il diritto oltre che la speranza in un futuro migliore, per sé e per la propria terra. Forse il desiderio di rinfrescare agli altri più che a se stesso i valori della Resistenza inculcatigli dal padre, fervido partigiano. O più probabilmente perché sentiva il bisogno di dare voce alla passione, che gli urge dentro e che lo accomuna, molto più di quanto possa sembrare al suo eroe: un eroe, si badi bene, malgré lui. O infine perché voleva mettere ordine nella propria sintassi esistenziale e ricucire uno strappo tra sé e la realtà circostante. Queste supposizioni però, a ben guardare, sono pure esercitazioni teoriche che lasciano il tempo che trovano e che non neces­sitano di una risposta precisa. Un libro va letto, analizzato e giudicato di per sé a prescindere da chi lo ha scritto, da quando lo ha scritto e persino da quelle che sono le sue intenzioni. Conta solo il risultato finale, il prodotto in sé finito.
E devo confessare che l’esito è veramente notevole, se si esclude qualche rara ingenuità: troppi, ad esempio, gli elenchi di nomi che, soprattutto nella parte conclusiva, appesantiscono la pagina, impedendole di sollevarsi da terra, dalla cronaca più fredda.

La vicenda si svolge in Toscana, dapprima a Castelvecchio di Vel­lano, dove nel 1914, nasce Alfredo Sforzini, e poi a Livorno dove la sua famiglia si trasferisce l’anno dopo in cerca di maggiori opportunità ed occasioni di lavoro. Ed è lì, all’Ardenza, quartiere popoloso e ricco di contraddizioni e di sperequazioni sociali, dove agli anonimi e grigi caseggiati popolari si contrappongono le villette bord mer della ricca borghesia labronica, che si svolgono l’infanzia e l’adolescenza di Alfredo, con qualche breve e sempre più raro ritorno al mondo incantato del­l’Appennino toscano. Poco interessato allo studio, a differenza del fratello Alberto, fa il garzone di bottega, addetto alle consegne, prima di occu­parsi stabilmente, come cameriere, in un caffè à la page, la Baracchina Rossa. Non disdegna, però, di accompagnare il padre nei suoi lavori di giardiniere e di ascoltarlo rapito quando suona l’organo nelle chiese della città e delle località limitrofe. Nasce in lui un amore profondo per la musica classica che lo spinge, d’estate, a frequentare abusivamente e a rischio della propria incolumità il festival di musica lirica che si svolge all’aperto. Ricordo di questa sua esperienza avventurosa sono sette punti di sutura al cuoio capelluto. Contemporaneamente scopre il calcio e se ne innamora perdutamente, perché il suo animo è capace solo di sentimenti forti e intensi, di passioni totalizzanti ed esclusive, da cui appunto il titolo del libro. Spesso riesce a intrufolarsi nello stadio, con la complicità del custode, durante gli allenamenti e anche quando lo stadio è deserto e sogna ad occhi aperti i campioni in maglia amaranto, che calpestano il terreno di gioco non diversamente da come i gladiatori dell’antica Roma calpestavano la polvere dell’arena. Nel frattempo la madre mette al mondo una sorellina, Giulia, a cui si sentirà sempre profondamente lega­to, tanto da prometterle un futuro migliore, lontano dalle ristrettezze e dalle rinunce che hanno contrassegnato la sua vita. I tempi, però, non lasciano intravedere nulla di buono: il fascismo è salito al potere e nel coltivare i suoi sogni di grandezza finisce col chiedere alla nazione sem­pre maggiori sacrifici, che poi vengono fatti soltanto dagli stessi, dalle fasce più deboli della popolazione. Alfredo conosce una ragazza di nome Elsa, addetta alle pulizie alla Baracchina dove lavora lui, e tra i due sembra nascere un affetto sincero e innocente, fatto di sguardi furtivi e di soprassalti del cuore, un affetto materiato di ritrosia e di timidezza. Ma Elsa è cagionevole di salute e “pria che l’erbe inaridisse il verno” Elsa muore. La citazione leopardiana mi è stata suggerita da Bruno Gamba­rotta che non a caso nella bella prefazione definisce Elsa sorella della leopardiana Silvia. Nel frattempo scoppia, in Europa prima e nel mondo intero poi, la seconda guerra mondiale. Alfredo viene spedito nei caval­leggeri a Pinerolo e poi a Cavour, dove la sua coscienza politica matura parallelamente alla sua educazione sessuale; è qui che conosce per la prima volta il corpo di una donna “… residui frammenti di giorno sfioravano il corpo della ragazza esaltandone gli occhi di bosco e i seni scolpiti dalle lingue degli uomini” e l’antifascismo, come volontà di pace, di autodeterminazione e di libertà… volontàconfermata dal duplice, prestigioso esergo, tratto da La guerra di Piero di Fabrizio De André e da Oltre il ponte di Italo Calvino.

Continuare a raccontare la trama sarebbe un pessimo servizio fatto all’autore, alla casa editrice e ai lettori, mi fermo, pertanto, qui e mi limito ad evidenziare alcuni pregi a livello narrativo e stilistico. Innanzitutto la struttura composita del libro che si apre sulla figura dell’autore, Augusto Peitavino, fermo alla stazione di Pisa in attesa della coincidenza che avrebbe dovuto portarlo prima a Torino e successivamente a Cavour, sua residenza abituale. È stato a Livorno per incontrare Giulia, la sorella di Alfredo Sforzini e per raccogliere informazioni e documenti per il libro che ha intenzione di scrivere. Sul treno Augusto chiude gli occhi e nella sua mente comincia a prendere forma la storia di Alfredo. Subito dopo ex abrupto ci catapulta in medias res, nel vivo di un’azione portata a termine da Balestrieri, uno dei partigiani più coraggiosi e spericolati, e culminata nell’uccisione di un maggiore tedesco e del suo attendente italiano. Ha appena ripreso la via della montagna che i tedeschi fanno irruzione nella taverna di Clara e arrestano Alfredo Sforzini, ventinovenne di Livorno, venduto per pochi soldi da un novello Giuda, Piero Barbieri, detto lo zop­po. A questo punto attraverso una lunga analessi si ricostruiscono i mo­menti salienti della vita breve ma intensa di Alfredo Sforzini, dalla nascita appunto fino alla sua cattura. Quindi l’autore ritorna su se stesso e dopo aver telefonato alla moglie, alla fine del viaggio in treno, si ferma a bere un bicchiere di Dolcetto nel bar Talmone di Torino, dove assiste – e non poteva essere diversamente – a una discussione di calcio tra tifosi di opposte fazioni. Nell’epilogo, infine, Augusto dà ulteriori ragguagli sulla vicenda tragica ma eroica di Alfredo, sul trasferimento delle sue spoglie a Livorno e sul conferimento della Medaglia al valor militare alla memoria.

A livello, invece, più specificamente contenutistico è doveroso rilevare l’abilità con cui Peitavino fonde la Storia con la cronaca, e la vita di una comunità con il suo vissuto personale; personaggi famosi del mondo dello sport (Magnozzi, Mazzola, Loik, Caprilli, Nuvolari), della musica (Masca­gni, Gigli e Toscanini) e della cultura (L. Geymonat, A. Monti, C. Pavese) si muovono all’interno della vicenda, in punta di piedi, senza invadenza e arroganza, accanto a personaggi più umili, reali o inventati che siano. E tra questi un posto di rilievo occupano le donne dalla sorella Giulia, vero punto di riferimento per Alfredo, a Clara, la locandiera, schierata dalla parte dei partigiani, ad Anna, la ragazza diretta a Ventimiglia, che Alfredo incontra sul treno e che ritroveremo alla fine del libro, ad Elsa capace di suscitare i suoi primi moti amorosi. Bellissima nella sua struggente tenerezza la descrizione del loro breve e casto idillio:

“All’inizio fu un parlarsi con gli occhi. […] Le parole vennero molto più tardi. Neve febbrile sui marmi annoiati della Baracchina, coriandoli di fantasia per solitudini perse. Anche l’aria spessa e salata, di quel mare a due passi, cambiò lentamente fragranza. A percepirlo erano in due, uniti dalla certezza di un sorriso restituito sottovoce e dalle prime avvisaglie di una vertigine strana che divertiva le loro coscienze come miti carezze di un’ubriacatura leggera”.

Ma è soprattutto il linguaggio, come si può facilmente intuire dal brano riportato sopra, la vera forza del libro. Un linguaggio denso, metaforico impreziosito da una sapiente quanto efficace strumentazione retorica, capace di cogliere i più lievi sussulti dell’animo umano come i fremiti della natura e il trascolorare della luce.

“L’autunno, in Piemonte, è intenso. Una passione al suo culmine, prima di intossicarsi. Giorni pigri, di lieve tortura, ti annientano sonnolenti. E bruciano aggiunti a colori velati da una pioggia che cade e non cade.”

Altre volte, quando il linguaggio si misura con la drammatica realtà di quegli anni, con i suoi insopportabili miasmi (omofobia, razzismo, antise­mitismo, xenofobia e fascismo) si fa ruvido, scabro ma non meno icastico e potente. Sono a ben guardare i veleni che inquinano il mondo, ancora oggi a distanza di settant’anni; non è un caso che sul treno che da Pisa lo porta a Torino Augusto veda sulla parete vicino al finestrino una macabra selva di tante piccole forche da cui pendono fantocci con un cartello fissato al petto su ciascuno dei quali è scritto in corsivo: negro, frocio, ter­rone, zingaro, ebreo e comunista. A questo punto sorge spontanea una domanda: tutti quei giovani, che credevano in un futuro più luminoso, sono morti inutilmente? Già Pavese, citato da Peitavino nel corso del ro­manzo, in La casa in collina si era posto questa domanda: Perché tanti morti? Ma con Pavese siamo nell’immediato dopoguerra, quando l’odore del sangue non era ancora stato disperso dal vento, e certe domande erano legittime anche se decisamente premature; oggi, invece, sappiamo con certezza che il mondo non è cambiato, se non nei suoi aspetti scientifici e tecnologici; quei veleni continuano a serpeggiare fuori e dentro di noi, alle camicie nere si sono sostituite camicie di altri colori, all’uomo in orbace, fez e stivali uomini in doppiopetto non meno prepotenti e arroganti, agli autoritarismi politici quelli finanziari, ma a pagarne le conseguenze sono sempre gli stessi, le fasce più deboli… e allora?

Le mie sono, però, soltanto provocazioni o possibili spunti di riflessione che esulano da questa sede e che richiederebbero un discorso più articolato e approfondito; qui c’interessa sottolineare, ancora una volta, la buona qualità del prodotto di Augusto, Tutta questa passione.


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1 commento

  1. Comment by Augusto Peitavino — 15 luglio 2014 @ 11:59

    Leggo con immenso piacere la bellissima recensione al mio romanzo di Francesco Improta. Sono felice e particolarmente commosso. Cosa dire di più: un abbraccio sincero a tutti voi ed un caro saluto al grande Francesco. Vostro Augusto Peitavino.

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Bart