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LETTERATURA: Vincenzo Pardini: Grande secolo d’oro e di dolore

17 febbraio 2017

di Bartolomeo Di Monaco

Prima di affrontare questo ultimo libro di Vincenzo Pardini, “Grande secolo d’oro e di dolore” (Il Saggiatore, 2017), mi corre l’obbligo di palesare un mio convincimento, consolidatosi dopo aver letto le ormai numerose opere di questo autore lucchese. Riguarda la sua scrittura. Spesso si legge che essa richiami questo o quest’altro autore (Federico Tozzi, tra i primi), ma non è così. Pardini è, a questo riguardo, un caposcuola. Si dovrà dire, d’ora innanzi (e lo si sarebbe dovuto fare da un pezzo) che la scrittura di questo o di quest’altro scrittore ricorda quella di Vincenzo Pardini. Me ne innamorai a prima vista quando apparvero i suoi racconti sulla prestigiosa “Rassegna lucchese”, (estinta da molti anni) allora diretta da Felice Del Beccaro, Mario Tobino (una sua eco si avrà in questo romanzo, nel momento in cui si descriverà il manicomio di Lucca) e Guglielmo Petroni, una rivista che severamente selezionava gli articoli, provenienti anche da studiosi stranieri, nella maggior parte francesi, visto che Del Beccaro insegnava alla Sorbonne. In realtà, la prima rivista a pubblicare Pardini fu “Nuovi Argomenti” nel 1977; in seguito Felice Del Beccaro lo chiamò a collaborare alla “Rassegna lucchese”, dopo aver letto un articolo sul “Corriere della sera” che Enzo Siciliano dedicò a lui e al poeta Paolo Bertolani di Lerici. Questo esercizio e questa competizione devono avergli giovato molto (come pure l’ospitalità che incontrò presso altre riviste celebri: oltre a “Nuovi Argomenti”: “Paragone” e “Panta”, ad esempio), Poi arrivò la Mondadori, condottovi da Natalia Ginzburg, alla quale era stato presentato nientemeno che da Cesare Garboli, Enzo Siciliano e Attilio Bertolucci. Presso Mondadori uscirà quella raccolta ineguagliabile di racconti intitolata “Il Falco d’oro”. Eravamo nel  1983, ma prima era uscita “La volpe bianca, nel 1981, con La Pilotta. È una scrittura che fa riconoscere, tra mille e più, un’opera di Pardini, così come, se mescolassimo tra tanti quadri un quadro di Van Gogh, subito lo riconosceremmo. Anche nella sua attività giornalistica presso La Nazione la scrittura rimane quella, a significare che al suo interno scorre un sangue solo.

Veniamo al libro, rimasto nel cassetto dagli anni Ottanta prima di arrivare alla sua stesura definitiva. Di esso ha scritto su Nazione Indiana del 26 gennaio 2017: “Insomma, stavo dando udienza a dei fantasmi, fantasmi che esistevano, e che abitavano e abitano nei miei dintorni.”.
Sant’Agostino è uno dei maggiori indagatori della mente e della memoria umane (“forse la memoria è per così dire il ventre della mente”: ne “Le confessioni”, libro decimo, paragrafo 15). Sempre ne “Le confessioni”, libro decimo, paragrafo 9, scrive: “Non sono dunque le cose in sé che penetrano nella memoria, ma soltanto le loro immagini, che con mirabile rapidità vengono captate e poi mirabilmente vengono depositate in altrettante cellette e infine, mirabilmente, vengono riportate in superficie con il ricordo.”
Credo che questo sia  il processo mentale – e mirabile – che attraversa pressoché tutte le opere di Pardini, e dunque anche questa, il quale processo, saldandosi con la speciale scrittura, le rende uniche nel panorama letterario italiano. Sebbene l’autore abbia dichiarato che l’opera è di pura fantasia, in essa si riesuma tutto quanto Pardini ha raccolto in esperienze (compresa l’emigrazione) e in suggestioni nel corso della sua vita.

Leonide Francesca Lusetti dei Longobardi è morta da qualche anno (“un giorno di febbraio del 1983”) e con lei si è estinta la discendenza di un’antica famiglia longobarda: “era stata una bella donna, e tale s’era mantenuta negli anni; una bellezza non curata: naturale.”; “Di lei si invaghirono in molti”.
Il paese in cui ha vissuto si chiama Longobardi (a segno del dominio di quella famiglia): “un piccolo borgo, con case, capanne e una sorgente, vantaggio non da poco.”. La narrazione è quieta, ma già si avvertono le vibrazioni sottostanti, causate da un magma fatto di storia, di consuetudini, di credenze, in grado di impregnare del loro fuoco parole, frasi e pagine. Leggete qui a proposito di Ludovico Ariosto, che fu governatore di Castelnuovo Garfagnana dal 1522 al 1525: “Non gli piaceva stare a Castelnuovo. Specie nei giorni di pioggia, quando le acque del Turrita si gonfiavano come criniere di leone.”. Dell’Ariosto loderà anche il modo di governare improntato alla giustizia: “Gosto e altri anziani dicevano che, per il paese, fu un bel periodo. Ludovico li protesse in ogni modo. (…) Poi conosceranno la dominazione austriaca, per niente vessatoria, e non esigente in fatto di balzelli. I guai iniziarono coi Savoia.”.

Il paese Longobardi, insieme con la famiglia omonima, è un centro prolifico da cui partono vari segmenti del romanzo, che ci portano in giro per il mondo; perfino all’estero, facendoci incontrare personaggi, avvenimenti, usanze e brani di storia che abbiamo appreso nei nostri studi, ma alimentandone le particolarità. In esse, si immerge il bisturi dello scrittore che sa trarne umori e coloriture suggestive: Giuseppe Garibaldi “a Montevideo, insegnava matematica in una scuola accanto a dei palazzi. Garibaldi era un bravo maestro. Parlava a voce bassa, e coi suoi occhi marroni, non blu come è stato tramandato, incantava gli alunni. Quando loro svolgevano i compiti, lui, fumando il sigaro toscano, guardava carte geografiche, disegnava mappe.”. Riguardo alla trebbiatura del grano, scrive: “Per non mandare disperso il frumento, nell’aia veniva disteso lo stallatico di vacca, e lasciato seccare, fino a che non era divenuto uno strato duro e compatto, sul quale sarebbero state distese le messi che, battute coi cerchi e i legni, si sarebbero vuotate dei semi, i cui mucchi finivano dentro le balle. Lavoro che cesserà con l’avvento delle trebbiatrici manuali.”. La vita contadina e di montagna trova in Pardini il suo impareggiabile cantore: “D’un tratto sopraggiunse uno zoccolare intenso e continuo. Al di là degli alberi sbucò una carovana di muli, un vetturino in cima alla fila e uno in fondo. Saranno stati una ventina: i basti carichi di sacchi procedevano uno dietro l’altro, i colli protesi e le teste basse; gli uomini che li guidavano erano bassi, con scarponi enormi e abiti fuori misura. Traversato il ripiano, disparvero nella boscaglia.”.

Cominciata la prima guerra mondiale, Silvano, fratello di Leonide, è mandato al fronte. Scrive alla sorella e le parla del generale Cadorna e della sua severità, che arriva fino al punto di far fucilare “i disertori e chi volge le spalle al nemico, ma anche chi, per distrazione o altro, tra cui il fragore della battaglia, non risponde all’appello.”. Come non ricordare il bel film di Francesco Rosi: “Uomini contro”, del 1970, tratto dal capolavoro di Emilio Lussu: “Un anno sull’Altipiano”, pubblicato a Parigi nel 1938?
Il romanzo descrive un’epopea, in cui non mancano personaggi consegnati alla leggenda popolare, come Basilio Borromei (l’iroso marito di Leonide), Bulco Stasi (ex garibaldino), Vanio, Tonio il nano, soprannominato dai tedeschi Baciccia, capaci di imprese e di fatiche rimaste nella memoria. Viene in mente il capolavoro di Riccardo Bacchelli, “Il mulino del Po” (1938-1940), in cui si affronta l’epopea della famiglia Scacerni, ma nel libro di Pardini, essendo Leonide l’ultima dei Longobardi, si procede in modo inverso, e altrettanto affascinante a mano a mano che si toccano periodi storici lontani e dimenticati, in cui ad esempio, entrare in un paese confinante non era così facile: “si aveva a che fare con volti ostili, mal disposti verso il forestiero”, atteggiamento che almeno fino agli anni ‘50 e ‘60 si ritroverà anche nei rioni di città, e sicuramente a Lucca.

Siamo in una bettola dei bassifondi di Buenos Aires dove Temistocle, zio di Basilio, gioca a carte: “Avversari erano due fratelli del Trentino. I quali, e a un certo punto, si avvide che baravano.”. Ancora: “Le foto, conservate in una vecchia scatola di cartone, ogni volta che le riguardava a Basilio sembravano diverse.”. Sono zampate, unghiate, del suo stile. Altre ne emergeranno all’improvviso, facendo dei racconti e dei romanzi di Pardini un unicum. I personaggi si alternano sulla scena, scompaiono e ritornano: la memoria li recupera anche dopo che ne è stata narrata la morte, così che il romanzo ha un suo movimento che alimenta una vitalità immanente ed indomita. Come succede sempre in Pardini, gli animali sono trattati come gli uomini, si muovono, guardano, esprimono sentimenti al pari degli esseri umani (si veda la cavalla Sperina, appartenente a Fiorenzo, padre di Basilio o il grasso maiale dello stesso Basilio). Anzi, quando essi appaiono sulla scena, l’autore fa vibrare la sua scrittura, come se ne traesse motivo di gioia e di orgoglio: a proposito del maiale: “Nei vicoli del paese annusava gli angoli e l’aria alla stregua di un cane.”. Uomini (pressoché tutti amanti del vino e delle donne), ambienti, fantasmi (“I morti viaggiano più dei vivi.”; “Gli spiriti, si tramandava, usciti dal corpo, erano smarriti e avevano bisogno di aiuto.”; “I morti non vanno lontani, e non si muore mai del tutto.”) e paesaggi sono in continua lotta per la propria integrità, e in questo paiono degli eroi. Le mulattiere, l’Alpe, i boschi, le carbonaie, i carradori, le bestie selvatiche, danno la scossa a pagine memorabili, in cui primeggia la conoscenza dell’autore (molto curate anche le lettere scritte dai fratelli di Basilio, Marindo e Pilade, emigrati in Brasile) e in cui troviamo incastonate frasi taglienti come graffiti, e talvolta sfaccettate e vive come questa: “Basilio, dopo colazione, raggiungeva l’Alpe e tornava a sera. Una camminata non agevole. Nevicato, la mulattiera, nei punti in ombra, era ghiacciata.”. Non vi fa pensare anche a Bruegel il vecchio? O questa: Basilio “Ci teneva a radersi con cura, pelo e contropelo, finché il volto non diveniva roseo e morbido; allora lo massaggiava con rum o grappa.”. O questa: “Nelle adiacenze della Casa del cacciatore si trovava una chiesa lunga e bassa, che sembrava una barca arenata in mezzo ai prati. Risalente al Medioevo, era stata eretta dai frati del valico per prestare soccorso e ospitalità a pellegrini e ammalati.”.

Leonide plasma e si plasma nel romanzo, vi si allunga come un’ala di luce vivificatrice. I suoi anni, dalla giovinezza alla vecchiata, sono i punti da cui, attraverso i segmenti che li congiungono, prende forma e figura l’epopea. Senza il personaggio di Leonide tutto crollerebbe, e invece diviene gigantesco e poliforme. Pardini lo sa, e tra i molti fili con cui muove l’epopea, mai dimentica quello di Leonide, che a volte pare insinuarsi in silenzio, o con dolcezza, altre con prepotenza (“Le venne di nuovo da pensare che fosse disturbata da forze diaboliche.”).
Sovente pittori macchiaioli, fiamminghi e impressionisti, vengono richiamati alla mente dai suoi ritratti. Qualche esempio: “Attorno ai due pozzi, i fazzoletti legati attorno alla testa, gli abiti scuri e svasati, le donne insaponavano e sbattevano sulla pietra i capi; li stropicciavano, li immergevano di nuovo per sciacquarli e li strizzavano, fino a ridurli a involti, che riponevano nelle corbe.”; Leonide “In casa, alimentò il fuoco che andava spegnendosi, poi cominciò a sbucciare le patate e sgranare fagioli. Avrebbe fatto un minestrone di verdure, aggiungendovi una cotenna di lardo.”; Basilio: “Incessante il vento lo accompagnò sull’Alpe. Nell’aria vagavano foglie, piccoli rami di castagno cadevano, e gli alberi della foresta sembravano camminare; nonostante il cielo limpido, gocce d’acqua gli cadevano sul volto. Forse pulviscolo di neve.”.

Quando introduce la nascita del fascismo, si ritrovano le atmosfere contenute nelle pagine di Arrigo Benedetti allorché ricorda ne “Il passo dei longobardi” i giovani fascisti radunati nella piazzetta di Ponte a Moriano. Il romanzo si rivela, dunque, una miniera di preziosità, personalizzate da una scrittura unica: quasi una summa del sentire e del vedere del Pardini artista. Il quale (qualche volta si inserisce direttamente) al pari degli antichi narratori non si stanca di offrirci i suoi doni, come a comporre un mosaico. Vanio, “Il vento gli investiva il cappellaccio ad ali di poiana calato sulla fronte, gli muoveva i baffi ispidi e spioventi; di tanto in tanto sputava la saliva della cicca di sigaro sotto la gengiva, e muoveva il braccio con cui reggeva il pennato come a sgranchirsi il polso.”. Pressoché tutti i personaggi sono circonfusi da un poliedricità ammaliatrice: Leonide, “Le sembrava di essere avvolta dal buio, e si sentiva sola al mondo.”; Basilio: “gli sembrava di non appartenere nemmeno alla sua memoria, e avrebbe voluto dimenticare chi era. Guardando attorno, niente gli appariva nel medesimo modo. A cominciare dai risvolti del paesaggio. Sempre diversi. Si nasceva in un mondo si viveva e si moriva in un altro.”.

Pardini non è nuovo al romanzo (tra cui “Il racconto della luna”, del 1987 e “Giovale”, del 1993), ma mai la sua specialità, che è il racconto, ha lasciato striature così evidenti come in questo libro, riuscendo a farne, come in un grande fiume i tronchi che scendono a valle, un amalgama in movimento. Si può dire che abbia scritto una sua Bibbia, a cominciare dal suo Eden: la Garfagnana e la Valle del Serchio. Come nel testo sacro, la alimentano scorrerie e battaglie, eroi e tiranni, povertà e ricchezza, amore e risentimento, e poesia. Le narrazioni della calata dei longobardi, che giunsero sull’Alpe al seguito di Alboino, dell’arrivo di Annibale a Bagni di Lucca, della battaglia di Magenta con il generale Mac-Mahon, della Linea gotica, della ritirata di Russia hanno un alone di epicità. Un romanzo anche sul nazifascismo e la Resistenza (bello il ricordo del capo partigiano Leandro Puccetti del Gruppo Valanga, e quello di Manrico Ducceschi, detto Pippo, capo partigiano del Battaglione Autonomo Patrioti, sulle cause della cui morte, avvenuta per impiccagione nella sua casa di San Michele, ancora ci si interroga. Di lui si interessò particolarmente il concittadino Carlo Gabrieli Rosi).

Nel romanzo, il tempo trascorre senza che se ne avverta il peso: levigato e silenzioso (altrettanto, verso la fine, sarà per lo spazio). Si ha la sensazione che passato, presente, futuro, e lo stesso spazio, abbiano una sola identità, conseguenza di una scrittura specialissima al cui baricentro stanno natura ed universo.
A proposito di Leonide, la donna si avvia ad assumere una spiritualità sempre più sottile e intuitiva, tale da far pensare al mondo dello scrittore Carlo Sgorlon: “sentì assorbirsi come dalla forza di una sola mente e un solo pensiero.”; ancora su Leonide: Gosto “era rimasto stupito di una sua quasi certa bilocazione e di una sua quasi certa lievitazione, fenomeni che accadono a santi e indemoniati (…) ella stessa asseriva di aver veduto spettri e altro.”. Del resto le tante visioni di fantasmi che caratterizzano il romanzo sono indicative di una forte presenza di una sopra realtà che si interseca e dialoga con le esistenze materiali: Gosto “Morti, proseguiva, non andiamo lontani come si crede. Ci trasferiamo nell’altra dimensione. Una specie di porta con la realtà dei vivi.”; Leonide “Si fosse abbandonata alla totalità di un pensiero o di un’idea poteva accadere di levitare, divenendo leggera più dei pensieri.”; “I gufi, alla stregua di gatti e cani, avvertono il sentore della morte emanato dagli umani, a cui si avvicinano allo scopo di assistere all’uscita dell’anima, che inseguono e accompagnano finché non s’innalza.”.

Quando si arriverà al dopoguerra, si avvertiranno i primi malinconici segni del declino della famiglia di Leonide. Sulla felicità delle nascite prevarranno le tristezze dell’età e delle malattie. Si delineeranno nitidamente i percorsi, governati dalla morte (Gosto “Non ho ballato da solo, ma con la morte!”), che chiuderanno l’epopea (la stessa strada carrozzabile in costruzione verrà a seppellire l’antico).
La morte di Leonide fa ricordare “Cime tempestose” di Emily Brontë: a Fiorenzo “parve di sentire Leonide chiamare qualcuno.”.


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Bart