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Liguori, Elisabetta

7 novembre 2007

Il correttore

“Il correttore” (2007)

PeQuod, pagg. 256

Nata a Lecce nel 1968, l’autrice, che collabora anche a “Nuovi Argomenti”, è stata finalista con il primo romanzo, uscito da Argo nel 2005, “Il credito dell’imbianchino”, del Premio Berto e del Premio Carter dello stesso anno. Narratrice appassionata, di sé ha scritto in un commento lasciato su www.vibrissebollettino.net il 5 marzo 2007:

“E io allora? non lo faccio mai, d’accordo, non lascio commenti di questo genere, intendo, di solito non lo faccio o piuttosto lo faccio poco, e se non lo faccio è perché molto spesso certe opinioni che vado facendomi lentamente, tra la gente che scrive o legge, mi sembrano comunque poco utili alla comunità, ma oggi mi sento punta sul vivo; oggi sento di avere questo bisogno; di avere proprio questa impellente necessità.

C’è un libro mio, pure, con alle spalle una vera casa editrice, che circola da una ventina di giorni. Ecco perché.

Così quella che era sempre stata pura gioia di raccontare una storia, quello che era “guardare le cose come sono e mescolarle alle personali visioni, ai desideri, alle paure”, si è trasformato in una specie di corsa.

Corro con un libro in mano, non so nemmeno perché corro, tantomeno so dove vado, figurarsi, non so neppure che cosa esattamente ho costruito con questo libro qui, perché senza parlarne con qualcuno a lungo non posso capirlo da sola. Comunque non faccio niente: sono seduta alla mia scrivania e corro. Alcune volte ho l’impressione di correre sulla pista sbagliata. Cioè mi sento cretina al pari di un tizio in gara da solo, senza altri concorrenti, ché gli altri son tutti affannati ma con giusto criterio, altrove, su un circuito diverso.

Ora fermarsi, prendere fiato e ricominciare a scrivere sarebbe la cosa più saggia…”

Il romanzo rievoca (il ricordo arriva improvviso mentre il protagonista si trova fermo ad un semaforo: “davanti a questo biblico semaforo rosso”) un delitto accaduto dieci prima, che costituì il primo caso su cui Nicola (questo il suo nome), uditore presso la Procura, si trovò ad indagare alle dipendenze del suo capo, il sostituto procuratore dottor Ietta.

Il praticantato è svolto in una nebbiosa città del Nord non meglio precisata, tanto diversa da quella del Sud in cui Nicola è nato e dove ha lasciato la moglie Angela, che raggiunge ogni fine settimana. Non hanno figli.

L’autrice, cancelliere presso un Tribunale dei minorenni, si avvale di questa contiguità ed esperienza di vita per trasferirla nella sua scrittura: “Adoro i pubblici impiegati, così ciclici nei gesti. Hanno un modo esatto di essere. Non di certo il più naturale, eppure esatto.” Quando ci si trova davanti alla descrizione del Palazzo di Giustizia, ad esempio, nel capitolo V, avvertiamo di esso perfino l’odore della polvere. La stessa sensazione di esattezza, la ritroviamo nelle descrizioni dei magistrati e dell’universo magistratura presenti nei capitoli VII, XI e XV: “Altrove nessuno si aspetta verità o giustizia; si hanno di queste pretese solo nei tribunali. L’ultima occasione per tanti.” A proposito di capitoli, va segnalato che essi sono tutti corredati da belle epigrafi letterarie.

In un negozio di via Cardone, che vende libri e oggetti sacri, è rinvenuto il cadavere di un certo Mario Corietti, alto come un watusso, ucciso con trentotto coltellate, inferte “quasi tutte al volto”. La proprietaria del negozio è la signora Florio, vedova con due figlie, che non vanno d’accordo con la madre e che dichiarano di non mettere piede nel negozio da almeno tre anni.

La struttura del racconto si allarga a raggiera, così che il delitto diventa l’occasione per fare digressioni e distinguo che affrancano la narrazione dalla fretta e da una certa ossessione che spesso, in storie come questa, si concentrano intorno alla ricerca dell’assassino. Un po’ alla maniera di Simenon e il suo Maigret, che ogni giorno telefona alla moglie, se è lontano, e discorre con lei del più e del meno, e talvolta dei casi che sta indagando: “Non ricordo di essere mai stato privo di Angela. Mai. Neppure lei di me. Siamo due figli unici e questo forse incide sulla nostra vita di coppia.”

Nicola, infatti, dà conto di tutto alla moglie Angela, che fa l’avvocato, non nascondendole il suo stupore per quello che, grazie ad una serie di intercettazioni, va scoprendo a poco a poco, compresi gli scandali a luci rosse che infestano il Palazzo di Giustizia. Parallelamente alle indagini, si snoda il rapporto, complicato dalla lontananza, tra Angela, molto aggressiva, e Nicola. Angela è una bella donna, sa che è ancora capace di attrarre gli uomini. Desidera avere un figlio e una famiglia che si possa chiamare tale: “Se avremo un figlio non potrai continuare a fare questa vita. Tu stesso parli di famiglia e poi… Io la voglio per davvero una famiglia.” Queste conversazioni appaiono sempre più come lo strumento privilegiato scelto per attribuire un valore aggiuntivo e ulteriore alla storia del delitto. La passione per il racconto, inoltre, è così forte nell’autrice, che essa emerge continuamente da una scrittura tumultuosa che scova e disseppellisce temi che, sebbene non appaiano lì per lì strettamente correlati, finiscono a poco a poco, e sorprendentemente, per coinvolgerci, così che qualche piccola imperfezione, presente soprattutto nei dialoghi tra Nicola e sua moglie (la quale, fra l’altro, è sempre più invadente nelle indagini: “Ma vi devo dire tutto io?”), si fa perdonare.

Capiremo così che tutto ciò ha un senso. Le numerose digressioni, infatti, ad un certo punto si sciolgono nel capitolo XV – senza dubbio il migliore, con quella vecchia pazza che viene prepotentemente posta al centro della scena; un capitolo maiuscolo, anche dal punto di vista della scrittura, che si fa più quieta e riflessiva -, e lanciano verso di noi un segnale più forte; si fanno vedere e sentire, e così ci accorgiamo che la storia che Nicola ci racconta non è la storia di un’indagine, la storia di un delitto, ma di una più ampia e dolorosa esperienza di vita, una storia di “assenza di verità”, di un ritorno (“la parte migliore del viaggio è il ritorno.”), e anche (“Dovevo tornare per riempire un abbraccio di quel poco di me.”) una storia d’amore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
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