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Lo sconforto di Luca Ricolfi è lo sconforto dei cittadini

14 ottobre 2013

Un combattente qual è Luca Ricolfi, su “La Stampa” di stamani , dichiara il suo sconforto a proposito della situazione in cui versa l’Italia, con un articolo dal titolo eloquente: “Il Paese dove non cambia mai nulla”. Chi è giovane non può afferrarne tutta la drammatica verità, ma chi, come me, volge al tramonto della vita, ne resta emozionalmente coinvolto.

Praticamente l’Italia ha prodotto i suoi cambiamenti migliori all’indomani della fine della seconda guerra mondiale: la costituzione del 1948 e il boom economico degli anni Sessanta. Dopo di che sono sopraggiunte inerzia e confusione. Le quali si sono trascinate dietro incompetenza e corruzione. Ciò che i primi grandi leader del dopoguerra, presenti in tutti i partiti, anche nei piccoli Pli, Psdi, Pri, consideravano un servizio alla Nazione il ricoprire cariche pubbliche e parlamentari, si è trasformato in professione ed in arrampicatura sociale. Oggi, nella maggioranza dei casi, ci si avvia alla politica nella speranza di arricchirsi. L’altro giorno mi faceva senso leggere un servizio su Massimo D’Alema, diventato proprietario di – mi pare – 12 ettari di terreno intono a Narni, in Umbria, su cui produce vini di qualità, servendosi addirittura di consulenze pregiate. Poiché mi risulta che D’Alema non abbia mai lavorato (interruppe gli studi alla Normale di Pisa per dedicarsi completamente alla politica), si deve concludere che la sua agiatezza è esclusivamente dovuta alla sua attività politica. I suoi predecessori, ad esempio i Pajetta, gli Ingrao, i Natta, i Togliatti (Berlinguer era di famiglia benestante), non credo si siano potuti permettere tanta agiatezza.

Ma la differenza tra ieri e oggi riguarda tutti i partiti. Difficile trovare tra gli ex democristiani grandezze commisurabili a quelle di De Gasperi e di Moro, non certo arricchitisi con la politica, eppure gli attuali inquilini mescolati un po’ a sinistra e un po’ a destra, che non sono degni nemmeno di legare loro le scarpe, sono già molto ricchi dopo appena i primi anni del loro impegno pubblico.
Siamo in mano a mezze calzette che indossano abiti di sartoria sopraffina e bazzicano salotti alla moda (oggi i talk show) distribuendo grani di saggezza che non possiedono.
Il loro motto – lo esplicita anche Ricolfi – è quello gattopardesco di lasciare che tutto muti affinché nulla cambi. Vivacchiare, avendo come finalità quella di mantenere il proprio status quo. Il Paese diventa così, coi suoi pur gravi problemi, una scomoda appendice dei loro frivoli interessi.
Così, governati da mezze calzette con una visione egoistica del loro impegno pubblico, ci stiamo trascinando verso il fallimento, quello che oggi chiamiamo default.

Perché non riusciamo ad invertire la rotta? Perché i cittadini, dopo le prime proteste, si assopiscono?
Perché i gattopardi sono i dominatori, almeno in Italia, dei nostri anni. C’è stato il tempo dei dinosauri, e oggi è il tempo dei gattopardi.
Il gattopardo dice sempre di sì, ma finge di agire; il gattopardo riesce a far uscire dalla porta ciò che poi entrerà dalla finestra; il gattopardo sembra darti qualcosa, che poi ti toglie surrettiziamente; il gattopardo tiene separata la sua propria condizione da quella del popolo, riuscendo a farti intendere il contrario. Piccoli esempi, a cui se ne potrebbero aggiungere altri.

Ciò mi dà l’occasione per spiegare ai miei lettori perché nel mio blog molti articoli tengono d’occhio la vicenda complicata e complessiva in cui è coinvolto Silvio Berlusconi, come pure i movimenti di Giorgio Napolitano.
Perché costituiscono, a mio avviso (e ne sono fortemente convinto) due eclatanti esempi dei movimenti in corso segnati fortemente dal gattopardismo.

Con Napolitano me la sbrigo in un attimo, tanto è diventata evidente la sua operazione che si svolge al di là dei limiti costituzionali. Ha dato, nei fatti, ad intendere ai cittadini che tanto il parlamento (espressione della volontà popolare) quanto il governo sono inadeguati ad affrontare i gravi problemi del Paese, e così egli è stato costretto a prendere in mano la situazione. Vero? Che il parlamento e il governo siano attraversati da divisioni e colpiti da bradipismo acuto è sotto gli occhi di tutti, ma ciò non autorizza il capo dello Stato a surrogarne le funzioni. Un’operazione del genere è autoritaria, sebbene espressa in maniera soft, quanto quella della presa del potere da parte di una dittatura.
Le dittature nascono sempre quando parlamento e governo sono bloccati da inadeguatezza o da liti continue tali da paralizzarne l’attività. Da noi il precedente più noto è il fascismo.

La conseguenza di un’operazione del genere? Surrogarsi – accampando i pretesti più vari: oggi la crisi economica – al popolo; scalfirne e infine espropriarne la sovranità. Andare oggi alle elezioni, è diventato per il nostro capo di Stato un evento lacerante e disfattivo. Non è più la mancanza di una più adeguata legge elettorale a sconsigliarne il ricorso – come fino a poco tempo fa sembrava – ma altri fattori, quali la crisi non ancora superata, anzi aggravata, la prossima presidenza europea, e così via dicendo, in un succedersi di attenuanti che si risolvono tutti nell’impedire ai cittadini di esprimersi nei momenti in cui ce ne sarebbe più bisogno. Ergo: i cittadini non sono altro che pecore da mantenere in branco con l’impiego dei cani pastore.

Veniamo ora a Berlusconi, il cui caso è stato assai meglio mascherato a tal punto che ancora oggi si dà del profetico al film di Nanni Moretti, “il Caimano”, accettandone l’ipocrita superficialità.
Infatti, mentre sul comportamento di Napolitano vanno amplificandosi le prese di coscienza e le critiche, sulla figura di Berlusconi si incontrano resistenze a comprendere la portata della sua vicenda, obnubilati da una campagna denigratoria lunga vent’anni e orchestrata da veri professionisti capaci di nascondere la verità, e intanto farla progredire attraverso il consenso acquisito con la falsa verità.
L’operazione Berlusconi è tutta qui: facile ad sintetizzarla, difficile a farla comprendere.

Ieri, incontrando un amico militante di sinistra, culturalmente attrezzato, ci siamo fermati sul ponte del mio paese chiacchierando di filosofia, della realtà e di Dio. Ad un certo punto, il discorso è caduto sulla politica ed è stato inevitabile accennare alle attuali vicende che hanno colpito Silvio Berlusconi.
La domanda che mi è stata rivolta, come dirimente delle nostre diverse posizioni, è stata: “Ma Berlusconi è un delinquente, o no?”
Ecco l’esempio della abile mascheratura che è prevalsa sull’operazione Berlusconi.
Non si riesce a capire che la domanda se egli sia o non sia un evasore fiscale, uno stupratore di minorenni, un impresentabile nelle cancellerie internazionali, è quella che ci inducono a fare in superficie, nascondendo la verità di un’operazione molto più profonda, e che ha le stesse assonanze di quella compiuta negli ultimi 2/3 anni da Napolitano.

L’operazione Napolitano è cominciata nel momento in cui, nel 2010, con gli attacchi di Gianfranco Fini, l’autorevolezza di Berlusconi stava vacillando, e ha prodotto via via i movimenti politici che tutti conosciamo, sfociati, fino ad oggi, nei governi Monti e Letta e nel consolidamento di nuovi poteri attribuitisi autonomamente dal capo dello Stato.
L’operazione Berlusconi, non ancora conclusa, è cominciata nel 1994 ed è durata circa vent’anni.

Essa è passata non solo attraverso il film “il Caimano”, diventato cult per la sinistra, ma attraverso l’inculcamento in successione di vari slogan di facile presa. Qualche esempio: Berlusconi è entrato in politica per salvare le sue aziende; Berlusconi ha instaurato in Italia la dittatura; Berlusconi è il padrone delle televisioni italiane, Berlusconi è il dominus della stampa italiana; Berlusconi è un soggetto in conflitto di interessi, ed altri che risparmio.

Oggi, un cittadino non fazioso può vedere da sé che erano tutte falsità, diffuse ad arte e di facile assimilazione da parte di un pubblico avverso al centrodestra o neutrale. Il punto che riguarda il conflitto d’interessi – ma Berlusconi almeno formalmente ha passato la mano delle sue aziende ai familiari – non riguarda soltanto lui, e in Italia vi sono altri parlamentari che agiscono in conflitto di interessi. Lucca, la mia città, può offrire un esempio, che riguarda un importante senatore del Pd. Ma è solo contro Berlusconi che si è alzato il polverone, e Berlusconi è forse più in regola dei tanti altri che gli fanno compagnia.

Ma per capire quale sia la verità che è tenuta abilmente nascosta da queste mascherature, occorre non lasciarsi confondere dalla polvere degli slogan, quando falsi quando ipocriti, ma concentrarci su avvenimenti assai più importanti e tutti di natura squisitamente politica.
Li cito nella speranza che tanti cittadini frastornati liberino la mente dalla confusione che gli è stata iniettata e riflettano solo su ciò che ora evidenzierò.

1 – È il caso più illuminante, su cui mi dilungherò poiché mi fece capire la vera sostanza dell’operazione Mani Pulite. È anche il caso che avrebbe dovuto fucilare subito Silvio Berlusconi, ma il colpo non andò del tutto a segno e fece soltanto una piccola ferita. Siamo nel 1994, Berlusconi ha appena vinto le elezioni di primavera. Negli anni prima, per la sua attività imprenditoriale ha ricevuto dallo Stato il titolo benemerito di Cavaliere del lavoro, di cui è fiero. Niente di sgradevole perciò nel suo passato, se non, a detta degli anti craxiani, una frequentazione assidua con il potente segretario del Psi, di cui si presume abbia potuto beneficiare per i suoi affari. Il che, almeno in Italia, non è mai stata una novità, né ha mai fatto scandalo. Tuttora il fenomeno va alla grande, come ci raccontano tante volte le cronache.
Dunque un eccellente cavalierato, ed un invidiabile successo elettorale che ha scompaginato la famosa “gioiosa macchina da guerra” del Pds (ex Pci) guidato da Achille Occhetto. La quale aveva già cantato vittoria, illuso dall’operazione Mani Pulite pilotata da Antonio Di Pietro.

Vediamola questa operazione. Tra le altre, c’è una famigerata tangente, la tangente Gardini, mi pare di un miliardo di lire, andata a ciascuno dei partiti più influenti di allora. Costoro vengono tutti incriminati e poi condannati, salvo un partito, il Pci. Il motivo di questa esclusione? Ce lo dice il più autorevole esponente dei Pm che conducevano le indagini di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Questa in sintesi la sua dichiarazione: Abbiamo ritrovato le tracce della tangente Gardini fino all’ascensore della sede del Pci, però non siamo riusciti a individuare a chi la borsa del denaro sia stata materialmente consegnata. Una spiegazione ridicola, non valida per gli altri partiti, ma che passò come ineccepibile per il Pci, che dunque restò immune da condanne al riguardo.
Di lì a poco, in occasione delle elezioni che seguirono al governo Dini, nel 1996, il Pci lo candiderà in un collegio rosso blindatissimo, e infatti Antonio Di Pietro varcò le soglie del parlamento. Un premio per l’eccezionale riguardo osservato da Di Pietro nei confronti del Pci? Il mio convincimento è sì.

Ora torniamo alle elezioni del 1994 con il Pci gongolante per essere scampato all’eccidio e ormai consideratosi sicuro vincitore.
Ma che succede? Succede che il Cavaliere benemerito, dopo averlo annunciato e avere invitato altri a farlo al posto suo, alla fine del 1993 decide di “scendere in campo” e in quattro e quattr’otto costruisce un partito, Forza Italia che, a sorpresa, insieme con la Lega Nord di Bossi, nella primavera del 1994, 27 e 28 marzo, vince alla grande le elezioni politiche e diviene presidente del consiglio.
Una vergogna per il Pci, diventato nel frattempo Pds.

Ma non è questo il punto centrale che dobbiamo tenere d’occhio. Il punto da tenere sotto osservazione è un altro. Il governo si insedia, il presidente della repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, un antiberlusconiano dichiarato, il quale fa addirittura firmare (mai accaduto prima!) una dichiarazione da Berlusconi nella quale questi  promette di rispettare la repubblica e la costituzione. Il governo muove i primi passi, si fa conoscere ai cittadini e all’estero, le iniziative politiche sono appena in gestazione. Del governo non si può ancora dire né bene né male. Ma all’improvviso, come una scossa di terremoto, il 22 novembre dello stesso anno, cioè ad appena 8 mesi dal suo insediamento, il “Corriere della Sera” pubblica la notizia che Berlusconi è indagato e la magistratura sta per inviargli un avviso di garanzia, che infatti gli giungerà mentre sta presiedendo un importante convegno internazionale a Napoli. Il lettore può trovare i dettagli in questa ricostruzione che si avvale di una testimonianza diretta. Vi si legge:

“quella sera i cronisti del Corriere avevano in mano la copia dell’avviso di garanzia. Alle 20.30. E quindi ancor prima che venisse notificato a Berlusconi.”

Oggi si muovono accuse al “Fatto Quotidiano”, di avere rapporti con le procure e di poter disporre quindi di notizie importanti in anteprima, e ci si dimentica di ciò che accadde quel martedì 22 novembre 1994, quando il “Corriere della sera” si prestò ad una delle operazioni più meschine della storia della repubblica. Si deve dire infatti che quell’avviso di garanzia risultò una vera e propria sciocchezza poiché non si trovarono accuse da formulare a carico di Silvio Berlusconi. A nessuno degli antiberlusconiani non faziosi, ma purtroppo in balia della propaganda scellerata manipolata contro Berlusconi, è mai venuto di domandarsi, tanto ieri c he oggi,  del perché si consegnò a Napoli, in presenza di autorevoli rappresentanti di tutti i Paesi del mondo, un avviso di garanzia che certamente – per la sua inconsistenza come fu poi riconosciuto – poteva essergli consegnato una volta terminato l’importante convegno?
Davvero si crede alla favola che non si potesse fare altrimenti?

La ragione di quella consegna fu tutta politica. Si voleva dare risonanza ad un avviso di garanzia, che altrimenti non ne avrebbe avuta, e che probabilmente fu costruito apposta per minare il governo. Infatti, l’antiberlusconiano Oscar Luigi Scalfaro chiamò subito l’alleato Bossi e lo convinse ad abbandonare il governo. Da qui la crisi e da qui la nascita del molliccio governo di Lamberto Dini, che portò poi al governo di Romano Prodi, nella primavera del 1996.
Possibile che una manovra siffatta non abbia fatto riflettere sulla finalità recondita che si nascondeva dietro il fasullo avviso di garanzia consegnato nel momento in cui si sarebbe trasformato in bomba internazionale?

La finalità era inequivocabile. Erano passati pochi mesi dall’insediamento del primo governo Berlusconi, critiche tali da farlo cadere non potevano esserci, ma se quel governo fosse durato avrebbe distrutto definitivamente la “gioiosa macchina da guerra”. Direte voi: Ma come è stato possibile? Aveva ottenuto dall’elettorato i voti necessari per governare. Risposta: I voti dell’elettorato non potevano opporsi alla “gioiosa macchina da guerra”. Quindi, se l’elettorato si era schierato in maggioranza con Berlusconi, si doveva trovare un’altra soluzione che neutralizzasse il voto dell’elettorato.

Insomma: come era successo per Mani Pulite, ancora una volta, tacita o esplicita che fosse (Berlusconi ha sempre parlato di “toghe rosse” allineate), una certa magistratura venne in soccorso con quell’avviso di garanzia che, pur confezionato con il nulla, fu sufficiente a farlo esplodere come una bomba. Così qualcuno passò la velina al ben disposto “Corriere della Sera”, e questi pubblicò la notizia immediatamente, senza attendere che l’avviso di garanzia fosse prima consegnato a Berlusconi, il quale, infatti, ne ebbe conoscenza attraverso la stampa.

Vale la pena che il lettore prenda coscienza di quei lontani accadimenti, perché essi stanno all’origine di tutto ciò che vi farà seguito.
Esso è anche il momento che mette in diretto contatto le azioni dell’asse Pds-magistratura rossa di allora, con i comportamenti recenti del capo dello Stato.  Qual’ è il filo rosso che ne identifica la comune appartenenza e la comune finalità? La negazione di ogni efficacia alla volontà dell’elettorato. Quando essa coincide con l’asse è accolta, quando è in contrasto viene emarginata.
Questa è la ragione per cui io presi subito le distanze da Mani Pulite. Nell’operazione “Corriere della Sera”–magistratura politicizzata si nascondeva una verità inquietante per la democrazia: l’emarginazione di uno dei suoi momenti più rappresentativi: quello della sovranità popolare espressa attraverso il voto.

Il seguito degli accadimenti politici non ha fatto altro che confermare un tale assunto, e ogni volta che Berlusconi ha vinto le elezioni, sono aumentati gli attacchi, in tutte le varie forme, anche sgradevolissime, dell’asse Pd (ex Pds)-magistratura rossa. Fino ad arrivare ai giorni nostri quando è apparso a tutti evidente che, non avendo mai l’elettorato abbandonato il leader del centrodestra, alternandolo al governo con l’asse Pd-magistratura rossa (nei venti anni hanno governato con pari tempo), occorreva far prevalere l’aspetto giustizialista a quello politico. Avvalendosi di quella parte della magistratura che nel Paese stava ritornando ai lugubri fasti di Mani Pulite con assoluto potere di vita e di morte nei confronti dei cittadini e dei partiti. Un tale potere ha avuto buon gioco, non avendo nel Paese un contropotere di uguale potenza, arbitrio e incontrollabilità.
Fra qualche giorno la lunga guerra avrà un primo epilogo con la cacciata di Berlusconi dal senato e con la sua nudità offerta alle fauci insaziabili di una magistratura trasformatasi in un vero e proprio Leviathan.

Faccio ora seguire gli altri casi sui quali invito il lettore a riflettere affinché si possa ancora sperare in un arresto del processo antidemocratico in corso. Sorvolo sul caso Fini, poiché è una autentica vergogna che nessuno – capo dello Stato incluso – abbia fatto qualcosa per arginare la sua spregiudicatezza istituzionale. Però ci ha pensato il popolo a punirlo, escludendolo dal parlamento. Spero, dunque, che non ci sia più bisogno di aprire gli occhi su di una vicenda già passata in giudicato dalla sovranità popolare.
Invece altri due casi, il secondo e il terzo che toccherò in questo riepilogo, e che chiamano in causa ancora una volta la magistratura politicizzata, meritano una evidenziazione, al fine di dimostrare che quanto accadde quel 22 novembre del 1994 non fu per caso e non ha ancora esaurito la sua spinta antidemocratica.

2 – Il secondo caso di maggiore interesse e che merita l’evidenziazione è rappresentato dalla sentenza n. 1 del 2013 con la quale la consulta ordinò la distruzione dei nastri che contenevano le telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza nel processo Stato-mafia che si sta ancora celebrando a Palermo. Resto convinto che quei nastri nascondessero dei comportamenti gravi e censurabili del nostro capo di Stato, ma non saprò mai la verità fino a quando qualche coraggioso e temerario – che ne conservi copia – non ne farà conoscere il contenuto ai cittadini.
Pur essendo stata grave la decisione della consulta, non è sulla distruzione dei nastri che voglio soffermarmi, ma sull’operazione che si è condotta al fine di nascondere la verità ai cittadini. Come vedete ancora una volta siamo in presenza di operazioni che, o minano la sovranità del popolo, oppure la sfuggono.

Che cosa di grave è avvenuto nella sentenza della consulta? Che, per accontentare Napolitano, si è autorizzata la distruzione dei nastri appoggiandosi ad un articolo del codice di procedura penale, il 271,  che non riguarda affatto il capo dello Stato,  e che per essere l’elencazione tassativa, non vi può nemmeno essere incluso. Una forzatura grave e incostituzionale (sic!), sulla quale scrissi qui.

Già allora annotavo quanto essa contrastasse con la precedente  e analoga (allora si trattava di Francesco Cossiga) del 2004, quando il collegio era presieduto da Gustavo  Zagrebelsky. Il quale prima (intorno alla fine del 2012) che la consulta si pronunciasse aveva dato l’allarme criticando Napolitano che con il suo ricorso aveva messo in difficoltà la consulta che non avrebbe potuto emettere un pronunciamento a lui contrario. Come infatti avvenne. Rimprovero ancora una volta Zagrebelsky (lo feci all’indomani della aberrante sentenza) di non essere intervenuto dopo la sentenza per chiarire la validità o meno dell’applicazione dell’art 271 cpp al caso Napolitano. Difensore della costituzione, e appena rientrato da una recente manifestazione indetta per tutelarla, potrebbe ancora oggi fare in tempo a dire la sua, piuttosto che permanere in un silenzio che potrebbe apparire compiacente e complice. La costituzione va difesa anche quando a violarla sono Napolitano, la consulta e la cassazione. Facile, altrimenti, e ipocrita, prendersela con il solo Berlusconi accusandolo di pretendere un trattamento da cittadino più uguale degli altri.

3 – Il terzo e ultimo caso non può che riguardare la sentenza Esposito con la quale Berlusconi ha ricevuto dalla cassazione la sua prima definitiva condanna, in forza della quale sarà cacciato dal senato.

Prima che taluni sbavino al solo citare la sentenza, vorrei pregare i lettori di fare come me, e di leggersela. Sono 208 pagine ma servono a dimostrare in che squallido marciume è finita la nostra giustizia politicizzata.
Non vi è nessuna prova di quelle che la costituzione esige, con la quale si possa arrivare ad una giusta condanna di Silvio Berlusconi.
Viene impiegata la “prova logica”. Una turpe invenzione. La prova logica consisterebbe nel fatto che una testimone amministrativa di Mediaset ha dichiarato che, di ritorno da una trattativa con il mediatore della Paramount, Frank Agrama, gli incaricati Mediaset andavano qualche volta a conferire con Berlusconi.

Questa è la prova! Non ve ne sono altre. Anche a riguardo delle somme in nero (il sovraprezzo) che Agrama avrebbe dovuto trasferire a Berlusconi, i giudici ammettono di non essere riusciti a trovare alcuna traccia, poiché l’amministrazione dei conti che fanno capo ad Agrama è risultata troppo complessa. E dunque? Dunque si è scelto di darla per scontata, anche se non ve n’è prova. Domando: Può essere accettata una sentenza bislacca come questa? Non è un affronto alla costituzione? Non si può affatto tacere con la scusa che l’imputato è Berlusconi. Anche se fosse stato Al Capone in persona chi rispetta il diritto avrebbe dovuto protestare a voce alta. Il diritto si applica a Berlusconi come a qualunque altro cittadino. Ammettere una tale sentenza e non cancellarla costituisce un’onta indelebile per il nostro Paese.

Ma c’è poco da fare. La magistratura è la stessa che nel 1994 mandò un fasullo avviso di garanzia a Berlusconi per far cadere il suo governo ad appena pochi mesi dall’insediamento, in quanto colpevole di aver fermato la “gioiosa macchina da guerra”. Non essendo stato sconfitto, la magistratura si sente ancora incaricata della turpe missione antidemocratica. Le violazioni e le forzature presenti nelle due sentenze richiamate sopra parlano chiaro.

Finisco qui. Ho dovuto farla lunga poiché mi sono accorto, dalla conversazione avuta ieri con l’amico, che ancora oggi molti di noi sono succubi del gioco della sinistra che riesce a nascondere quella che deve essere definita una vera e propria “marcia su Roma”, cominciata con la “gioiosa macchina da guerra”, servendosi strumentalmente, come oppio per i popoli, dei vizi copiosi di un personaggio, Silvio Berlusconi, che ha osato metterle i bastoni tra le ruote.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart