Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

Loy, Margherita

23 Aprile 2019

Una storia ungherese

Una storia ungherese

Margherita Loy è nata a Roma nel 1959. Vive a Lucca, in campagna, con il marito pittore, tre figli e tre cani. Laureata in Lettere moderne, ha fatto un dottorato di ricerca in Letterature comparate, ha condotto programmi su Radio3 e un programma sui libri per Videomusic, storica tv musicale indipendente. Ha lavorato in case editrici, fatto traduzioni, presentazioni di libri e di mostre d’arte; ha scritto alcuni libri per bambini, tutti pubblicati da Gallucci Editore, e racconti sulla rivista “Paragone”; presso l’editore ZonaFranca ha pubblicato V.O.L.A., quattro racconti dedicati a Vino, Olio, Latte, Acqua. Una storia ungherese è il suo primo romanzo, uscito nel 2018 per Atlantide edizioni.

Siamo a Buda, in Ungheria. Cadono le bombe e intorno si accumulano le macerie e si accresce il numero dei morti e dei feriti.

È il 31 dicembre 1944. La protagonista, Kinga (dalla “capigliatura bruna e splendente”), è per strada ed è spaventata per ciò che accade. Corre a casa e insieme con la madre Anna e il fratello Alexander, che ha ventitré anni, due più di lei, raduna le poche cose indispensabili e tutti e tre scendono al rifugio, che è la cantina della loro abitazione, dove già si trovano altri.

I russi stanno per arrivare e presto la città sarà liberata dagli invasori tedeschi: ”Tutti dicono che si tratta di pochi giorni, ormai i russi hanno circondato Budapest e i tedeschi devono ritirarsi.”. Con i tre è anche Mimi, la fidanzata di Alexander (i tedeschi “se scoprono che è russa, la ammazzano”) e un cane, Maxi. Su Mimi la protagonista dirà più avanti: “solo gli occhi verdi di Mimi mi ricordano che esistono altri colori oltre il nero.”.

Conosceremo ciò che accadrà in quei giorni, che poi diventeranno più di due mesi, dalle pagine del diario che la protagonista ha deciso di tenere: “Quando siamo scesi nel rifugio non potevamo immaginare che ci saremmo rimasti così a lungo, né che la vita lì nel buio umido ci avrebbe fatto dimenticare ogni rito quotidiano, come lavarsi, cambiarsi, pettinarsi.”. Assisteremo agli avvenimenti che sconvolsero l’Ungheria, così come da altri diari abbiamo appreso degli sconvolgimenti che subirono altri Paesi, tra cui l’Italia, in seguito alla follia nazista.

Ci troviamo di fronte ad una testimonianza che l’autrice ci rende sulla base dei documenti rintracciati in famiglia, di cui ci dà conto nella nota finale.  Kinga è esistita davvero e ha lasciato un manoscritto di 28 pagine, ispiratrici di questo libro. Si chiamava Alinka, ed era la madre di suo suocero Manfredo.

Dal rifugio ogni tanto risalgono al loro appartamento, ma è là sotto che trascorrono la maggior parte del tempo: “La sera nel rifugio usano lampade a petrolio, noi abbiamo invece molte candele. Non c’è più elettricità.”. Il rifugio è composto da una serie di cunicoli e ci si può smarrire: “sono cunicoli bui, in cui si perde l’orientamento”. Vi si nascondono anche ebrei, tra cui Edith “che di notte cammina nel buio con in mano un secchio”. Ha l’incarico di tenere pulito l’unico bagno del rifugio. A perseguitare gli ebrei non sono soltanto i tedeschi, ma anche gli ungheresi. Kinga lo sa o ne ha sentito parlare e non lo nasconde: “i ragazzi che commettono questi massacri sono ungheresi. Ungheresi, non tedeschi. Si dice che ogni notte uccidano gli ebrei prendendoli dal ghetto e dalle case con la stella, portandoli sulle sponde del Danubio. Li legano tre a tre, sparano a quello nel mezzo per risparmiare munizioni e li buttano nel fiume ghiacciato.”. I tre giovani figli di un avvocato, loro vicino di casa e che ora si trova nel rifugio, sono diventati dei fanatici nazisti: “ora vanno in giro ad ammazzare senza un motivo persone con cui fino a qualche anno fa condividevano la cena, le serate e forse l’amore.”. Più avanti troveremo: “Edith vive accucciata in fondo al corridoio, si fa tutto addosso perché ha paura di essere trovata dai frecciati.”. Quello delle Croci Frecciate era il partito filonazista e antisemita, guidato di Ferenc Szálasi, che fu anche comandante supremo delle forze armate ungheresi.

Kinga pensa anche al ragazzo che ama, Gyalma Weisz (figlio del proprietario di una bottega “studiava per essere ammesso alla facoltà di medicina”), e si domanda dove sia e se possa essergli accaduto qualcosa di spiacevole: “Chiudo gli occhi e il mio sentimento per lui si fa immenso, capace di distendersi su tutta la città come una nuvola densa e bassa, in grado di penetrare ogni nascondiglio e di raggiungerlo. Se Gyalma respira, respira il mio amore.”. Gyalma è un ebreo: “In questi anni ho cercato di ingoiare le leggi che impedivano a Gyalma di iscriversi all’università, di possedere una qualsiasi attività, di sposare una non ebrea (quanto dolore mi diede questa legge di cui venni a conoscenza quando ero in collegio!), ma l’idea che gli diano la caccia per ucciderlo mi soffoca.”; “Sì, sono innamorata di un ebreo, lo sono con tutta me stessa e lo sarò sempre.”. Leggeremo che Gyalma ha un occhio malato e porta una benda che lo copre; l’occhio sano “sembrava supplire alla cecità del compagno emanando un luccichio spropositato, che illuminava il volto.”. Aveva “Il corpo atletico, i capelli lunghi, un sorriso pieno di vita.”.

Queste prime pagine hanno reso il quadro dei sentimenti che ruotano intorno alla protagonista e che danno sin da subito interesse e significato a ciò che leggeremo nel suo diario.

Si parte dai ricordi, quelli della nonna Oma (il cui vero nome è Julya Báthory: “Mi chiedo: perché mia nonna voleva che la chiamassimo con il termine tedesco Oma, lei che detestava gli austriaci e di più i tedeschi?”), che vive a Zsurk: “Si volta. Il viso è affilato, le guance scavate. Il naso è sottile e lungo, diverso da quello piccolo e largo di mamma. Ai lati degli occhi infossati, un ventaglio di rughe. (…) i capelli bianchi che le coprono le spalle sembrano quelli di un fantasma.”; “una persona anziana, austera nel parlare, sobria nel vestire. Sempre di nero, con abiti comodi, che non le impedissero di montare e smontare dal calesse.”.

Il padre, Arturo Zermann, pittore, ha abbandonato il tetto coniugale ed è tornato in Italia (non conosceremo mai i veri motivi di questa separazione). Ciò permette la riconciliazione tra la mamma e la nonna, che non aveva mai accettato che la figlia sposasse un italiano. Vanno a trovarla nel suo bel palazzo principesco a Zsurk. La giovinezza dei due figli di Anna, riscaldano il suo cuore di donna, che rimasta vedova del marito, il principe Pal, sfruttando il suo ingegno e la sua alacrità, ha messo su un grande meleto ed è diventata “la prima esportatrice di mele in Ungheria.”. Del nonno Pal leggeremo sotto la data del 7 febbraio 1945: “vengo a sapere che con mia madre, fin da quando era bambina, il nonno parlava in latino perché diceva fosse la madre di tutte le lingue”.

I ricordi cominciano da qui e si dipanano luminosi come contrasto al buio scatenato dalle atrocità della guerra. Vivremo il diario attraverso una specie di contrappasso: “Adesso quel tempo è stordito dalla contraerea, da stamattina spara continuamente, ma questo non ci rende nervosi come quando vivevamo su.”. Il passato tenta di sconfiggere il presente.

Nel rifugio, oltre alla semioscurità, si respira un’aria maleodorante a causa delle persone che vi sono stipate, circa una trentina: “Alcune persone sono sedute sulle panche e le altre in terra o sui materassi, con la schiena appoggiata al muro; le donne con le gambe incrociate fanno da cuscino ai bambini, qualcuna canta, altre se ne stanno zitte.”; “ogni nucleo ha creato una specie di cuccia dove si fa tutto: si dorme, si mangia, ci si pettina, ci si lava, si piange.”; “Gli uomini che sono nel rifugio o sono affetti da qualche malattia, o sono troppo giovani o troppo vecchi per essere reclutati. Alcuni tossiscono tutto il tempo.”; “Le notizie arrivano in modo misterioso. Si viene a sapere qualcosa anche rimanendo sempre chiusi qui sotto. È come se l’aria stessa fosse carica di notizie, trasportate nelle topaie in cui viviamo da sussurri del vento; o forse le nostre menti sono così sensibili da captare e decifrare le cose atroci che avvengono.”.

Il passato interviene spesso ad interrompere un momento di dolore. Cade una bomba, cadono vetri e pietre, si diffonde la paura, ed ecco che Kinga combatte lo spavento con i suoi ricordi più belli. È la sua medicina: “Quando scrivo di quegli anni, non sono più sottoterra, nella penombra. Torno lì, lì dove mi sono innamorata di Gyalma.”. È il rifiuto di una realtà degenerata che non potrà mai accettare: “Avevamo alle spalle la grande puszta che il vento attraversava spazzando via le nuvole.”. L’autrice ne ha fatto la sua scelta compositiva, con una scrittura semplice, ma solida, direi quasi autoritaria, dove gli aggettivi sono parchi e selezionati.

Lo scontro tra i russi e i tedeschi è arrivato “a pochi chilometri da qui.”. Si comincia a respirare aria di speranza e di libertà. Gli entusiasmi, tuttavia, restano contenuti, poiché continuano a registrarsi episodi di efferata violenza: Alexander è uscito con altri a fare provvista di acqua che scarseggia nel rifugio: “Uno degli uomini che erano con lui ha detto a me e a Mimi che tornando hanno visto sul Danubio dei buchi nel ghiaccio in cui venivano buttati uomini e donne legati”. È il 6 gennaio 1945: “Ogni giorno l’esercito dei morti si gonfia”.

I ricordi di Kinga riguardano, a differenza di altri diari, una famiglia di alta nobiltà e benestante. Ci muoveremo tra ambienti che fanno ricordare quelli, colorati ed eleganti, immortalati nei film di Luchino Visconti. Si evidenzia, dunque, con un’enfasi maggiore, il contrasto tra la vita passata, colma di luci, di promesse e di speranze, e quella che si sta vivendo nel tenebroso rifugio sotterraneo. Pur avvertendo il tentativo di spegnimento e di resa che la guerra sollecita nell’essere umano, Kinga si sforza di tenergli testa, aggrappandosi ai ricordi e ricercandone luminosità e forza: “Ecco cosa ho pensato oggi mentre sdraiata a terra aspettavo che cessassero le bombe.”, scrive il 7 gennaio 1945. Il diario si interseca tra luci e ombre, tra gioie e tristezze, ma mai cede alla rassegnazione. Esprime una lotta non tanto per la propria vita, bensì per la sconfitta del male e della cattiveria degli uomini: “Di quelle virtù dei giovani magiari non ne è rimasta nessuna. I giovani magiari o sono morti nelle gelide distese russe oppure sono lì fuori, a caccia di gente da ammazzare.”. Non vi sono egoismi nel diario, che trasuda di compartecipazione ai sentimenti e di esaltazione della solidarietà. Nel riandare ad una festa del 15 marzo 1937, tenutasi nel castello della nonna, a Zsurk, durante la  quale si celebrava la rivoluzione del 15 marzo 1848, scrive: “Nell’aria sentivo che quell’allegria celebrava anche la fine dell’inverno, la giustizia che regnava nella tenuta, l’arrivo a Zsurk di Alexander e me, gli eredi che avrebbero permesso a quella terra di continuare a prosperare in pace.”; “È la parola ‘fratellanza’ che affiora in me quando penso a quel giorno.”; “Se c’è un termine che esprime il contrario con altrettanta profondità è ‘guerra’.”. Fratellanza: “È una parola amata da Oma.”. Quel giorno “tutti avevano rispettosamente il cappello nero calcato in testa; i giovani indossavano camicie bianche e stivali. Le donne agitavano con fierezza i costumi tradizionali, i corpetti rossi stringevano i loro seni che a me sembravano bellissimi.”.

La nobile Kinga, figlia di Anna e nipote di Oma (dalla “passione patriottica e socialista”), vedova del principe Pal, si è fatta donna come tutte le altre, con lo stesso sentire e lo stesso ideale.

Si dice che tutti gli esseri umani, nel momento in cui si presenta la morte, si abbandonino ai ricordi. Non è il morente a cercarli in realtà, ma essi si offrono spontaneamente ed è impossibile scacciarli. Perché? Perché il ricordo è il tronco della vita, e alla mente lascia affluire quelli più belli come se l’anima che vi si annida volesse mostrare non solo la propria bellezza ma anche la bellezza della nostra vita di cui è stata ispiratrice e compagna. Si dice anche che ne vada orgogliosa, e con ciò ci rafforzi e ci aiuti a morire contenti.

Vi è, dunque, una somiglianza tra i due percorsi, quello che sta affrontando Kinga e quello che ogni uomo incrocia prima di incontrare la morte. Allora Kinga avverte vicina la morte? Si potrebbe rispondere di sì. Stanno combattendo l’una contro l’altra. Il carniere di Kinga è ricolmo dell’essenza di lei: “Io se vivo solo nel presente, impazzisco”; “La certezza di non poterci difendere mi procura una specie di pace che, secondo me, è simile alla morte. È strano, quando la morte è così vicina smetto di averne paura.”, e nella luminosità che esalta il ricordo, noi intravvediamo un momento di rivincita dell’uomo su di essa, che continua ad aggredirci con fredda determinazione: “Certi giorni, come oggi, i bombardamenti sono molto violenti, la cantina trema, sembra che da un momento all’altro l’intero edificio ci crolli addosso.”.

Kinga sta scrivendo con la penna regalatale dalla nonna, dalla quale le derivano la risolutezza e il coraggio: “Calamaio, penna e inchiostro: il mio unico tesoro.”. La nonna è la figura più rilevante nei suoi ricordi: “quando torno a Oma, in me si accende qualcosa di sacro e intoccabile che mi isola dal mondo.”.

Sono molte le riflessioni che il romanzo suggerisce, le pagine sono piene, e la lettura non può mai essere frettolosa. Ci obbliga a fermarci e a smuovere dentro di noi domande rimaste nascoste da sempre e a tentare di dare loro una risposta. Quando nel cortile vede due cavalli dimagriti che soffrono la fame e la sete si domanda “Come si fa a spiegare a un animale la guerra? Come si fa a spiegare la guerra all’innocenza?”; “Oma mi ripeteva che alleviare le sofferenze di un essere umano, di un animale o di una pianta, è l’unico modo per esercitare la nostra umanità. Solo in quel frangente la nostra vera natura di uomini si manifesta.”. Provano a dar loro delle bucce di patata: “Ma cosa volete che sia per un cavallo una buccia di patata?”. Nell’universo in cui la vita è stata posta al suo centro, la solidarietà è la sola linfa che possa garantirne la sopravvivenza. Sotto la data dell’8 febbraio 1945, troveremo queste parole di Kinga: “Mi chiedo: ma quando si ammazza una persona, si riesce a immaginare la grandezza della sua vita? Quanti sogni, paure, pensieri, progetti, parole, simili alle nostre, vengono annientate? Quanti legami e ricordi?”.

Il ricordo continua ad emergere come una fioritura dai patimenti che la protagonista sta sopportando nel suo rifugio. Non vi è distinzione tra i due tempi, quello del passato e quello del presente, che si incontrano, pur così lontani, per comporre un amalgama, un innesto che dia luce al buio e speranza alla umiliazione. Da sola, la realtà che Kinga sta vivendo non le consentirebbe di resistere: “Mi sembra impossibile che ungheresi si accaniscano così su altri ungheresi. Accetterei che l’odio provenisse da uno straniero. Ma l’odio non è germogliato all’improvviso. Oh no. Io ho visto la gente di Budapest cambiare.”.

Nel marcio odore di morte che si respira intorno alla protagonista, è questo il pensiero che unisce tra loro le parole del diario e le fa gridare all’unisono che l’uomo deve correggersi, cambiare; e che le guerre sono il frutto di una contaminazione putrescente.

Nella quarta di copertina viene riportato il brano che segue alle parole su riportate, il quale sottolinea uno dei momenti più subdoli in cui l’odio mette la sua prima radice, quello dell’indifferenza: “Un pomeriggio dello scorso inverno, ero sul tram quando sono saliti due zingari. Tra i passeggeri si e creata subito tensione. Gli sguardi bassi accompagnavano il silenzio che iniziava a rotolare lento; le parole si spegnevano a canone, prima le voci di quelli dietro quindi di quelli davanti. In un istante, il silenzio ha invaso tutto il tram. Le mani stringevano più forte le borsette o affondavano ancor più nelle tasche. Il controllore ha chiesto ai due zingari i biglietti. Erano anziani. Probabilmente erano arrivati a Budapest da poco. Hanno mostrato il loro biglietto. Il controllore ha detto che non andava bene. Tutti noi che eravamo lì abbiamo visto che il tagliando esibito era corretto.

Alla prossima fermata scendete, il controllore aveva già la voce irata. Perché? Ecco il nostro biglietto, e l’uomo glielo ha offerto di nuovo mostrando il palmo rugoso e sporco. Il tram si è fermato. Il controllore ha preso il fagotto della donna e lo ha scaraventato giù. La donna si è precipitata a recuperarlo ed è scivolata sulla neve. Il marito si e piegato per aiutarla. L’autista ha richiuso le porte e il tram è ripartito. Nessuno ha protestato. Neanche io.”.

Come accadeva in Italia, quando si criticavano gli americani per la loro lenta avanzata desiderando le popolazioni essere liberate al più presto dalla oppressione nazista, anche in Ungheria serpeggia il nervosismo per la lenta avanzata dei russi. Sono vicini a Pest, ma quanto ci vuole per arrivare a Buda, divisa da essa soltanto dal Danubio? L’attesa produce degrado morale: “Qui il proprio cibo non si spartisce con nessuno e ho visto nella cantina bambini guardare affamati altri bambini più fortunati che sgranocchiavano pezzi secchi di lardo. Chi mangia non conosce pietà. Queste scene sono ancora più difficili da accettare della fame.”. Tra i rifugiati ce n’è uno “che fa scorrere il dito umido sul bordo del bicchiere: ne esce una musica capace di evocare un mondo pacifico, che esiste, è solo nascosto tra le pieghe di questa guerra, racchiuso in piccolissimi dettagli, come il suono che si alza dal cristallo, la mia penna che scrive. Questi strumenti, se strofinati, liberano nell’aria un senso di pace; mi ricordano lo sbuffo della lampada di Aladino che realizza i desideri, propone le infinite possibilità.”. Ci sono i bombardamenti, il frastuono genera risentimento e paura, eppure un modo c’è per estrarre dalle cose, anche minute, la speranza. Kinga riesce a trovare dappertutto la voglia di vivere, e ne trae la propria forte resistenza. I suoi ricordi altro non sono che “fontane zampillanti che confortano e dissetano.”.

Troveremo molte pagine dedicate all’amore che la unisce a Gyalma, lo studente ebreo al quale un giorno si è concessa, quando soggiornava a Zsurk, dalla nonna. Non sa che fine abbia fatto, e trova forza e consolazione nel ricordo. Sono le pagine in cui compare, seppure lievemente accennata, la vena romantica dell’autrice. La quale sullo stesso tema dell’amore tra Kinga e Gyalma più tardi estrarrà dal diario queste fredde parole: “Ora so che per lui non sono stata che una breve passione; torno a quel giorno, tolgo il sentimento, l’amore, lascio solo le sensazioni del corpo, delle sue mani che mi circondano la vita, che mi avvicinano e mi allontanano da lui, la fitta di dolore spenta dal piacere. Questo è ciò che accadde, non vi fu nessun vapore intorno, nessuna promessa. Al lago quel giorno c’era un ragazzo che desiderava una ragazza che lo aveva provocato. Per lui quell’atto non aveva altri significati. Era semplicemente un bisogno del corpo.”; “il desiderio di Gyalma e il sogno che ho fatto di una vita con lui, posso metterli via. Piango, perché la verità fa male.”; quando lo rivede, da lontano, tra i sopravvissuti avverte che “la grande emozione che provavo allora, non c’era più.”. È il doloroso pedaggio della guerra: sono le sensazioni negative e di frustrazione che alimentano l’animo di chi è stato vittima di crudeltà, e per superare le quali occorre impiegare tutte le energie, le poche, rimaste. Kinga deve e vuole recuperare il sentimento per Gyalma che ha reso sopportabili i giorni della paura e dell’umiliazione.

In questa prima parte, composta unicamente dal diario (il libro è diviso in due parti temporalmente molto distanti tra loro) il ricordo sovrasta la guerra. Il diario è più enfasi del ricordo che narrazione di guerra; è un modo per rinchiuderla e vincerla. È “il mio viaggio fuori di qui.”. Sempre più che si procede in questa prima parte, le pagine si arricchiscono del ricordo a mano a mano  che tra gli eserciti in campo si accresce il frastuono delle armi. Vi è sintonia tra i due movimenti. Si può dire, ormai, che il vero tema di questo diario si nasconda non tanto nelle singole parole ed immagini, ma nei contrasti tra la luce e il buio, tra la speranza e la sconfitta. Anche se la lotta interiore resta piena di insidie: “Mi sembra impossibile che un giorno rivedremo la luce, che l’estate possa tornare.”. Ma sempre riemerge il desiderio di non morire, in qualche modo; di attrezzarsi per una rivincita: “Io scrivo perché, se muoio, almeno i miei ricordi e le mie speranze avranno lasciato una traccia, un segno.”.

Al rifugio giunge la notizia che suo padre è morto: “Edith ci aveva portato la lettera con la notizia della morte di papà. Morte per ‘infarto polmonare’ avvenuta nel campo di Fossoli, recitava il documento allegato alla lettera dello zio Vito, suo fratello. Lo zio ci raccontava che papà era stato arrestato dai tedeschi con l’accusa di aver nascosto nel fienile della casa di Cervignano una famiglia di ebrei.”. Il padre non ha spicco nel romanzo, se non qui e verso la fine del diario sotto la data del 3 marzo 1945: “Mio padre suonava bene il pianoforte, ma ancora più incantevole era la sua voce italiana, il suo canto vibrante e limpido. Lui ci ha abbandonato, mamma invece è rimasta con noi; la sua forza ci ha dato coraggio nei momenti difficili, non si è mai rassegnata alla disperazione o lamentata. E ora penso che le qualità di mio padre, la dolcezza e l’estro, non ci sarebbero servite a niente durante l’assedio, né in questi strani giorni.”. Sono i giorni dell’avvenuta liberazione. Anche la madre ha delle apparizioni saltuarie, pur tuttavia dolci: “Mamma è talmente debole che la sera a volte non ha neanche la forza di andare in camera, Mimi e io dobbiamo sorreggerla e accompagnarla.”; Antonin è un soldato tedesco-polacco “arruolato a forza in un esercito che gli ha distrutto la patria”; si è rintanato nel rifugio: “Stare con noi, con mamma che gli carezzava la mano mentre lui raccontava, mangiare qualcosa di caldo in nostra compagnia, sedersi a un tavolo gli ha permesso per un attimo di dimenticare la guerra.”; “Mamma è così debole che ogni tanto si ferma a respirare. Abbiamo pianto, ci siamo abbracciate.”. A differenza invece della energica nonna Oma (“Mia nonna è nella penna con cui scrivo, è in questi fogli.”; “Quando penso a lei si riaccende in me una speranza. Un giorno la rivedrò.”), ed anche del fratello Alexander, che acquista sempre più rilievo per il suo carattere deciso e coraggioso. Nel rifugio è tra i più attivi per rendere sicura e accettabile la condizione dei compagni. Anche Kinga si adopera per trovare cibo: “individuo la macchia nera di una bestia sdraiata, mi avvicino e inizio a tagliare maldestramente i pezzi di carne della carcassa. C’è poca carne rimasta, altri sono arrivati prima di me e hanno preso le parti migliori. Mi passa accanto un uomo anziano e mi dice: più in là c’è un altro cavallo che è stato appena iniziato, sbrigati.”. Sono immagini tristi e forse più violente della guerra stessa. Vi è rappresentato il ciclo efferato dell’esistenza che trova le ragioni della vita nella morte altrui: “Ho imparato: prima squarto il cavallo, poi taglio il fianco, sotto le costole c’è il filetto, la parte migliore.”; “Mamma cucina le cotolette e lo spezzatino con molto pepe (toglie il gusto dolciastro) che le dà una vecchia del rifugio in cambio di un pezzo di carne. Vedo lei, Maxi, Mimi e Alexander riprendere vita.”.

Lo scontro tra russi e tedeschi è feroce e si svolge a due passi dal rifugio: è l’11 febbraio 1945: “Ho visto la morte così vicina.”. Due giorni dopo, il 13 febbraio, Buda sarà liberata. E il diario? Ci offrirà le sensazioni che seguono alla liberazione. Dopo il buio, la luce. Ma che luce? Quella fulgida, sperata? Vedremo.

Il giorno dopo esce con la mamma dal rifugio: “Improvvisamente ho sentito che non eravamo più niente: è molto strano quello che scrivo. Fino a poche ore fa eravamo impegnati a sopravvivere a un assedio, ora, uscendo per strada, nel silenzio impregnato di fumo e di odori di sangue, di cadavere, di escrementi, davanti al grande incendio che si alza dal Var, siamo due straccione, sporche e stanche.”. Il buio aveva diffuso ottundimento e paura; aveva costretto, per sopravvivere, a ricorrere al ricordo, a vedere non come eravamo in quel momento, ma come fummo nel passato di libertà. Ora, invece, la luce autentica ci rivela la verità di una oppressione che ci ha devastati e resi irriconoscibili. Ci mette davanti alla necessità di una rigenerazione che sarà forse lunga e difficile: “Credo che l’idea di poter salire e innalzarmi un poco verso il cielo sia più forte del disgusto.”; “perché tutto questo? Mentre eravamo chiusi sottoterra questa domanda non mi è mai affiorata alla mente, ma ora che vedo la distruzione la sento risuonare ovunque nell’aria.”. La libertà ci può rendere insensibili al ricordo; ci assorbe nel presente sia esso espressione della cattiveria o della bontà umana. Ci mette a contatto, di nuovo, con l’universo e le sue sfide. Il buio, al quale si è resistito con caparbietà, ci ha indebolito, ed ora ci attanaglia lo sgomento, ma Kinga sa che sarà una fase passeggera e che la forza che l’ha aiutata a sopravvivere è ancora presente in lei, e l’aiuterà nella nuova esperienza che, forzato il buio, la offre, pur così debole come ne è uscita, alla luce. Leggiamo sotto la data del 21 febbraio 1945: “Stamattina sono andata all’appartamento per dividere ciò che si è salvato da ciò che bisogna buttare. Forse un giorno sarò in grado di fare così con i miei ricordi”. Sono simili a quelli di un neonato, i passi che accompagneranno il nuovo cammino di Kinga. I ricordi sono la mano del passato che la sosterrà fino al nuovo inizio. Non è facile: “Sappiamo che i soldati russi violentano le donne, soprattutto quelle anziane perché così sono certi di non prendersi la sifilide; sono terrorizzati dalle malattie.”; “Ogni volta che un soldato russo si avvicina alla nostra stanza da letto lo seguo e gli chiedo in russo: Che cosa vuoi? Mi risponde la solita cosa: Sto cercando soldati tedeschi, e intanto guarda in giro se c’è qualcosa da portarsi via.”; “Ci giungono molti racconti sulle razzie dei russi. Rubano tutto quello che trovano.”. Viene in mente quanto stava succedendo in Italia con l’avanzata degli alleati americani e inglesi, dove episodi come questi non avvenivano o erano estremamente rari. Sono immagini e accadimenti pressoché inediti che ci presentano una liberazione più tormentata e cinica rispetto a quella che nello stesso momento si realizzava nell’Europa occidentale. Episodi che ci mortificano.

Il 27 febbraio 1945 annota: “Sono più di dieci giorni che siamo stati liberati, ma non c’è ancora nessun segno di quella che si può definire pace.”; “Ho un quaderno nuovo. Un russo, passato da noi dopo aver razziato un altro rifugio, me lo ha dato in cambio di un chilo di zucchero. Ha la copertina nera e tutte le pagine bianche. Ho notato che i soldati russi hanno rispetto per chi scrive. Appena entrano nel nostro salotto, apro questo diario e scrivo. Come ora. E loro non mi disturbano, in piedi, dietro di me, mi guardano scrivere.”. Il quaderno, quel russo, avrebbero potuto anche regalarglielo, non vi pare? Invece: “I russi sono selvatici. Possono darti una bottiglia di liquore e minacciarti con un mitragliatore se non bevi e poi darti una pacca sulla spalla, oppure obbligarti a seguirli al comando per metterti a lavorare a sgombrare strade e palazzi dai morti e dalle macerie. Se hanno voglia di qualcosa, lo prendono. Cercano avidamente donne, torce e orologi, e per questi beni sono disposti a uccidere.”; “Viviamo con la paura dei russi accampati sul Var.”; “Continuano a fare delle retate e ad arruolare gli uomini rimasti, a violentare donne di tutte le età; qualcuno ci ha detto che hanno stuprato una dodicenne davanti ai genitori.”.

Ora il rifugio è vuoto, tutti se ne sono andati. Anche Kinga e i suoi sono tornati nella loro casa. Sono trascorsi più di due mesi (“Abbiamo dormito vestiti per più di due mesi.”) dal giorno che vi si nascosero insieme con tanti altri: “Niente di quei giorni è stato cancellato, tutto è ancora qui, per sempre. Qui dove ho perso le illusioni. Perché mentre tutti intorno a me vogliono dimenticare e guardare avanti, io voglio guardare indietro?”. Si stanno formando le prime cicatrici. Diffidano l’uno dell’altro; i patimenti ne hanno cambiato perfino la fisionomia: “Dell’Alexander della mia infanzia non c’è più traccia (…) Compirà ventitré anni a novembre, ma sembra un vecchio.”; anche la fidanzata Mimi è cambiata: “La magrezza le fa risaltare le orecchie, che ora sembrano spropositate nel suo piccolo viso scavato.”. Ancora una volta Kinga ha bisogno di ricorrere al ricordo per lenire il dolore, un dolore provocato anche da una sopravvivenza dovuta a circostanze favorevoli, che non sono toccate ad altri: “Scelte e coincidenze che hanno stabilito la differenza tra la vita e la morte. Questo non basta per rispondere alla domanda: come mai ci siamo salvati? Se qualcuno rispondesse a questa domanda scomodando Dio e la religione, chiederei: E gli altri? I morti?”.  Quando dal fratello apprenderà della morte in ospedale di Mimi si domanderà: “Perché lei era morta e noi no? Avevamo fatto la stessa vita, mangiato le stesse bucce di patate, gli stessi fagioli insapori, bevuto la neve, dormito mentre cadevano le bombe.”. Sono gli stessi interrogativi che lacereranno la vita di Primo Levi.

Ma ora “Devo solo guardare avanti, non voltarmi.”; “voglio restare attaccata alla vita.”. Vi è da compiere, lo sa bene, un “lento percorso verso la pace”; “Chiudo questo quaderno”; “Non scriverò più.”. È il 20 aprile 1945.

La prima parte termina qui, con queste parole che lasciano aperti molti interrogativi sul dopo. La guerra è finita. Tutto è da ricostruire, da redimere, da rivitalizzare. Le anime sono spente, vi è rimasto solo un barlume di speranza; è su quella che si deve agire, accenderla, farla diventare grande, un fiamma vivida, alta, che trasmetta calore e sicurezza. Che faccia cenere del passato e rinnovi il sentimento.

Quale funzione nuova spetterà al ricordo?

È passato tanto tempo da quel 20 aprile 1945, ora siamo al 1 gennaio 2004, in un nuovo millennio. È ancora Kinga a scrivere, è anziana, ha toccato gli ottanta anni di età. Ha trascorso quasi tutta la sua esistenza.

Ma ecco che “ora scopro che i ricordi, invece di svanire, sono rimasti più nitidi, perché non li ho consumati, non li ho toccati né raccontati”. Si erano “cristallizzati, come insetti fossili intrappolati nell’ambra.”. Alexander è morto ed è questa morte che li ha risvegliati. Ci sono delle lacune da colmare, con le quali avvertiamo che la protagonista ha dovuto fare i conti per il resto della sua vita ed ora sente che devono essere colmate. Come ha vissuto Kinga tutti questi anni con i ricordi rattenuti e pur presenti?

Ci si accorge presto che il tempo trascorso dopo quella terribile esperienza non ha scalfito il ricordo, non è mai sceso nelle profondità del suo animo per radicarvisi e ricoprire il passato. Quest’ultimo è rimasto tra i due il più forte. Kinga si è mossa nel presente forse senza nemmeno accorgersene; le sue sensazioni si sono ridestate soltanto ogni volta che il presente andava a toccare il passato. Il presente non ha mai avuto per Kinga alcuno spessore, alcuna memoria. Le due parti del diario, che appaiono così distanti, sono congiunte in realtà da un enorme vuoto dell’esistenza. E questo vuoto si fa sentire, ci fa capire ancora più delle parole contenute nel diario, gli esiti, gli effetti duraturi e devastanti della guerra e soprattutto di una guerra di sopraffazione e di sterminio. Chi sono davvero i sopravvissuti? Possono mai essere come gli altri? Ancora una volta torna alla mente il lamento di Primo Levi.

Rifugiatisi, con l’arrivo della pace, nel convento del Sacro Cuore, dove Kinga aveva studiato, i rumori della guerra si fanno assenti, e i movimenti dei sopravvissuti sono leggeri e silenziosi come quelli dei fantasmi o come i passi mossi nella neve. Il contrasto tra il prima e il dopo risalta da questo lungo e nuovo silenzio, non più dettato dalla paura ma dalla pace. Sarà, tuttavia, una pace intrisa di tristezza.

Stabilitisi in Italia, a Cervignano, il paese del padre, vicino a Udine, noi sapremo poco di quegli anni. Essi saranno raccontati, grazie alla seconda parte, soltanto nei momenti della morte, sia fisica o sia spirituale, che colpirà a poco a poco i nostri protagonisti. Di come Kinga ha vissuto non ci dirà niente. Il lettore è avvolto dalla tristezza, avrebbe voluto conoscere il riscatto, la redenzione, il vigore nuovo che dalla sofferenza rigenera la vita, e segna un inizio. No. Kinga ha voluto farci capire che i segni della guerra sono profondi e incancellabili, mettono radici, e chi ne è marchiato, come lei, nonostante la forza di volontà, non riuscirà più a vivere come prima.

Quando muore la madre, tra le sue cose Kinga trova due lettere scritte da Gyalma, e che le erano state nascoste, per paura che lei andasse a raggiungerlo a Parigi, dove, rimasto vedovo durante la guerra, si era trasferito con il figlio. La scoperta non l’adira, non se la prende con la madre, anzi ne giustifica il gesto egoista e tutto umano. Ma la scoperta ci rivela l’epicentro di quei sessant’anni a noi sconosciuti, non i fatti ci rivela, ma il sentimento, il magma, la condizione interiore che l’hanno aiutata a sopravvivere ancora una volta: “Il suo pensarmi, testimoniato da quelle lettere che avevo bruciato, riscaldava ogni istante trascorso da sola, le mattine d’estate passate a coltivare l’orto di Cervignano, tutte le notti che mi ero addormentata senza speranza e senza dolore fissando il soffitto affrescato della mia camera. Ero stata amata.”.

 

 


Letto 167 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart