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Capuana, Luigi

6 novembre 2007

Il marchese di Roccaverdina

“Il marchese di Roccaverdina”

Newton Compton Italiana, 1972, pagg. 256

Una straordinaria benevolenza del Destino ha fatto vivere nello stesso tempo tre grandi nostri narratori: Capuana, Verga e De Roberto. E’ vero che in Francia, Gran Bretagna e Russia specialmente, noi troviamo un fiorire superbo di queste fortune negli stessi anni, che hanno visto esplodere e salire a vette altissime il genere romanzo, ma nel nostro Paese bisogna ben guardare alla terra di Sicilia per poter esprimere un paragone di qualità con esse. E se Capuana sta sotto di un poco agli altri due nei risultati, egli ne ha ribadito tuttavia le tracce in un sodalizio di affinità irripetibile.

Tra Antonio Schirardi, marchese di Roccaverdina, e Agrippina Solmo – che resterà presenza appartata ma feconda, se non addirittura “invisibile”, fino al momento della sua disperazione finale – c’era stata una relazione sin da quando la donna aveva sedici anni. Ora suo marito, Rocco Criscione, fattore del marchese, viene trovato ucciso e si accusa del delitto un certo Neli Casaccio, che viene condannato poiché questi aveva minacciato la vittima se non avesse smesso di fare la corte alla moglie. Il palazzo del marchese si erge su di un’altura e domina “le povere casette di gesso” che la circondano. Ma anche il marchese, “Alto, robusto”, non scherza e domina con inflessibilità i suoi sottoposti e i vicini che non vogliono arrendersi alle sue prepotenze. Ha preso di mira un piccolo terreno che gli resiste, situato proprio in mezzo alla sua proprietà. Il vecchio contadino Santi Dimaura non vorrebbe cederglielo, essendo appartenuto alla sua famiglia da più generazioni, ma non può opporsi alla richiesta del signore avido, che si avvale della sua fama per arricchirsi a spese della povera gente. Anche il prezzo di vendita è il marchese che lo impone. Un uomo, quindi, abituato a togliersi ogni capriccio, passando sopra gli altri assai sprezzantemente. La storia è già tutta disegnata qui con una scrittura che ha del moderno e avvince, sia pure con qualche punta qua e là di eccessivo sentimentalismo.

La natura è presente come una voce della coscienza, un’eco perfino di Dio, e quando il marchese rivela in confessione la sua colpa a don Silvio La Ciura – un sant’uomo che finirà per ricordarci Fra Cristoforo de “I promessi sposi”, al quale non v’è dubbio che questo romanzo debba qualcosa – sicuro di farla franca ed imporre, anche qui, la sua volontà, fuori della chiesa “I due venti in contrasto riprendevano in quell’istante i loro ululati, i loro stridi; urtavano alle imposte, strisciavano lungo i muri, pel vicolo, come una masnada in rivolta”. Anche il miagolio di un gatto innamorato diventa “l’intima voce che gli si lamentava nel cuore”. Da questo momento il filo che tesse il romanzo entra, dunque, dentro il personaggio, che avverte per la prima volta – negatagli l’assoluzione dal sacerdote – i piccoli segnali di una insospettata fragilità. Convivere con una colpa non è facile, infatti; e nel momento in cui la si percepisce moralmente, essa sta già lavorando a minare la nostra solidità. La resistenza (“l’aspra intima lotta”) che ne deriva, nello sfondo – non scelto a caso – di una Sicilia prostrata dalla siccità (esemplare la descrizione dell’arrivo delle nuvole e della pioggia al capitolo 19), dalla fame e dalle malattie, genera la forza del romanzo, che si avvita intorno al marchese di Roccaverdina come i tralci di un’edera, suggendone a poco a poco umori e certezze. Una specie di agonia – a cui non resta difficile associare nella memoria quella dell’Innominato manzoniano, soprattutto quando arriviamo al capitolo 23 – si impadronisce di lui, che pur continua a suscitare timore e rispetto in chi lo osserva, e come un morbo lo trasfigura e corrompe, anzi vi produce una specie di regressione bambinesca, compromettendo tutta quanta la sua crescita avvenuta fino ad allora spavalda e risoluta. Basta un niente, il ricordo della antica amante, o l’affacciarsi in casa della vedova di Neli Casaccio, perché il marchese avverta la nullità dei suoi propositi: “Non voglio dar retta a nessuno da oggi in avanti”, trascinando a fondo, nella tremula vacuità della sua esistenza, l’amore fedele e incontaminato di Zòsima, la moglie ignara, che finirà per essere gelosa del “suo silenzio”, ingemellata ormai al marchese (“Mi ha resa cattiva lui; mi ha pervertita lui!”) e intristita da un mare di presentimenti e di paure. Anche nella figura di questa donna non è difficile intravedere, nella sottomissione e nella umile riservatezza, qualche traccia, ancora una volta, del Manzoni, e precisamente della sua Lucia Mondella, perfino nella ricerca costante di aiuto e di confidenza presso la madre: Zòsima si confida e si consiglia con la madre allo stesso modo che Lucia fa con Agnese

Così, il marchese di Roccaverdina finisce per somigliare a tutti noi, che di colpe, di dubbi e debolezze siamo colmi, malgrado la nostra caparbia ostentazione che ci accompagna per gran parte della vita, fino al punto in cui le oscure forze della superbia evaporano all’aria e restiamo – come accade al cugino cavalier Pergola o di fronte ai fantasmi e alle credenze sugli spiriti, che dànno vita ad un capitolo magnifico come il 29 – scoperti, nudi, nella sostanza vera del nostro essere, che è appunto la fragilità. Quando poi la colpa si unisce ad una cieca e irruenta passione – fatta di sensi e di orgoglio – si scatena il dramma di una debolezza che si fa tempesta e naufragio, contro cui si è soltanto alla deriva, ridotti finalmente ad un niente. L’uomo che si sfrangia, l’uomo che perde la sua definizione; la corsa precipite, l’esplosione verso il nulla, questo è “Il marchese di Roccaverdina”.


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Bart