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Magliani, Marino

27 gennaio 2011

prima che te lo dicano altri
La spiaggia dei cani romantici
Il collezionista di tempo
Quattro giorni per non morire 
L’estate dopo Marengo
Quella notte a Dolcedo
La Tana degli Alberibelli
Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo

“prima che te lo dicano altri” (2018)

Chiarelettere

LETTERATURA: Marino Magliani: “Prima che te lo dicano altri”, 2018

Ho conosciuto l’autore. Anni fa venne a Lucca e andai a prenderlo alla stazione. Una bella persona, alta, robusta, dallo sguardo sorridente. Una persona buona. Lo si capisce subito, appena comincia a parlare, con un tono che sollecita l’amicizia e la confidenza. Credo che sia anche un altruista. Quando scende in Italia dalla sua patria adottiva, l’Olanda, mi manda sempre i suoi saluti, attraverso un comune amico, Fabio Strafforello.

Questo suo ultimo lavoro potrebbe essere, almeno in parte, la storia della sua vita, anche se ha un canovaccio che ha già attraversato la letteratura: la ricerca del proprio padre e delle proprie radici.
Leo Vialetti (“era senza padre”; “non l’aveva avuto.”) è un sensale nel ramo degli olivicoltori: “comprava per un mulino di Dolcedo”. Dolcedo è il paese ligure in cui l’autore è nato, e dove ritorna continuamente, non riuscendo a dimenticarlo. Leo ha nel 2024 (siamo nel futuro, dunque) sui cinquantacinque anni, forse sessanta. Quando il lavoro scarseggia si adatta a tutto. Ma il libro ha un brevissimo capitolo di avvio sotto la data “Giugno 1974”. Cinquant’anni prima. Sotto quella data avremo altri capitoli. Serviranno a disegnarci uno spicchio di vita di quel tempo. Non lo dovremo dimenticare, poiché ci troveremo ad affrontare cambiamenti di ogni sorta portati dentro l’uomo e nel paesaggio: “la trasformazione della valle era iniziata proprio ai tempi di villa Porti, quell’estate, esattamente cinquant’anni prima.”. L’occhio dell’autore guarderà a queste trasformazioni con una certa malinconia e l’immagine di come era la valle tanto amata sarà la ragione di una severa analisi dei mutamenti avvenuti nel tempo.
Vuole comprare villa Porti che sta andando in malora, un tempo appartenuta a Raul Cesar Omar Porti, nato in Argentina. Per fare ciò ha bisogno di racimolare altri soldi, e mette in vendita la Crosa, un terreno su cui sorge un vecchio fabbricato agricolo, e vi si potrà anche edificare.

Siamo alle prime pagine e già ci prende l’interesse per la scrittura, che ha un andamento a serpentina con tratti secchi come un torrente prosciugato. Come “un magro ulivo di costiera.”. È uno stile che l’autore ha maturato negli anni e se l’è costruito a poco a poco tenendo a mente essenzialità e efficacia. Il lettore vi si introduce e si orienta facilmente e, subito dopo le prime pagine, il suo passo diventa via via più sicuro: “Perché se la madre chiama dalle terrazze della Crosa – un lungo Leo a due tonalità che scende sul fondovalle come un lenzuolo – deve andare giù per la mulattiera, a rotta di collo, passare il ponte di pietra, e poi su, ogni gradone una falcata, stando attento a non perdere le scarpe, cosa che gli succede regolarmente quando si mette a correre.”. Anche con taluni autori del passato, il lettore ha avuto la stessa esperienza, ad esempio Silvio D’Arzo, Stefano D’Arrigo, Antonio Pizzuto, dei quali si sente il respiro. Lo stile asciutto non si nega però ai colori e ai sortilegi di una penna sensibile, come avviene qui, quando Leo immagina di abbattere una poiana: “Scrollate le ali – il piumaggio sul petto più chiaro – la poiana sarebbe precipitata in diagonale, spostandosi per aria, come indecisa su dove cadere. E al fracasso di fronda sarebbe seguita una pioggia di pallini sulle frasche.”.

L’autore è distaccato dal racconto, ha la freddezza di chi la realtà la misura con l’immagine che nasce dallo sguardo. Ogni reazione del lettore deve svelarsi non tanto dalle parole che si tramutano in frasi, ma dalle immagini che si imprimono nella mente: “Appena liberata la muta, nell’ora scarsa in cui la valle si scioglie nell’alba, fallirono una bestia che superava il quintale. Poi non successe più nulla e a mezzogiorno mangiarono pane e formaggio nel casolare accanto alle macchine, seduti sul fieno vecchio, in mezzo ai cani. Leo aveva portato il bottiglione.”; “Faceva strada Ostica, era lui all’alba che se l’era fallito.”; “Ostrica fece ridere gli occhi e la sciarpa attorno alla faccia si mosse entrandogli in bocca.”.
È un romanzo che ha la sua forza nella scrittura. Certi dialoghi sono saporosi e il lettore ne gusterà il dialetto (piacevole il “Licche lacche” al posto di Così così). Ho letto altri libri di Magliani, ma credo che questo sia di un livello superiore, ed elevato. Non è tanto la storia che attrae ma il modo di narrarla. Si avverte che l’autore è giunto al traguardo della sua accanita ricerca di una voce propria, del tutto singolare. Il lettore è partecipe, e percorre l’acciottolato della sua scrittura, attento a non mettere i piedi in fallo, poiché l’autore lo sfida a non distrarsi; lo tiene accalappiato.
Gli anni 1974 e 2024 diventano due modelli di società messi a confronto. Così come sono messi a confronto il Leo bambino e il Leo adulto. Il filo che unisce i due spezzoni (ciascuno con un tempo narrativo diverso) è un cavo su cui corre una corrente alternata; essa emette un fruscio che altro non è che il passaggio della nostra esistenza fatta di illusioni, di speranze, di fallimenti, di inutili attese.
Nel 2024, quando ha deciso di vendere la Crosa per acquistare villa Porti, trascorre del tempo in compagnia di Christel, una rappresentante della multinazionale olandese che intende acquistare la Crosa ed altri terreni confinanti per farci una speculazione edilizia. La ragazza è un personaggio dalla delicatezza sottile, trasparente. Accanto a Leo pare un’ombra chiara, un soffio d’aria. Un vecchio del paese, Anselmo di Giò, le svelerà un segreto sulla paternità di Leo: “Oh, la mania dell’Argentina l’ha sempre avuta e mi ci giocherei la pensione che prima o poi laggiù ci va…”. In Argentina è andato a vivere Raoul Porti. Il proprietario della villa che Leo vuole acquistare all’asta è infatti suo padre.

L’acquista: “Quando si alzò fu per sedersi sull’ardesia della finestra. L’esercizio delle cose guardate dal padre, attraverso lo scheletro dei limoni di Edoardo, il confinante, in un buio dove sfilava qualche luce di macchina.”. Padre e figlio, con l’acquisto della villa, stanno per ritrovarsi.
Nella scrittura asciutta e dura di Magliani è impastata una sensibilità leggera, appena percepibile, tutta modesta e umile, ma dolcemente pervasiva; emerge come un vapore d’acqua nella sera: “Dalle parti del pozzo raccolse una scaglia e la lasciò cadere nel buio per ascoltare il tonfo sordo delle voci.”.
Anche quando annota i mutamenti, la malinconia è leggera e soffusa: “Se in vallata, e nella sua vita, non era cambiato nulla, la riviera, al contrario, era irriconoscibile. Leo passava davanti a vetrate mobili, piene di moto gigantesche e jeep che sembravano camion, e a ristoranti galleggianti dalle parti del porto, osservava le ronde in divisa, la baraccopoli lungo la vecchia ferrovia.”.

Anche Leo è un personaggio duro: “Non sapeva pregare, non l’aveva mai fatto, la vita non gli aveva mai chiesto d’essere ringraziata. Si pregava per paura e lui non aveva mai avuto neanche quella.”. Comprata la villa, si mette a ripulirla dalle rovine e dalle erbacce; per lui essa rappresenta la sua giovinezza, quando trascorreva delle ore con Raul. Ma ora è vinto da un altro desiderio: andare in Argentina per sapere della sua vita, se è ancora vivo o è morto. Un pensiero che lo assilla sempre di più: “andare laggiù sì, di trovarsi di fronte al destino di suo padre, che era il suo di figlio.”.
Le descrizioni della natura hanno anch’esse un’asciuttezza tutta ligure, che ricorda Francesco Biamonti: “In fondo alla terrazza, un vitigno di americana dalle radici dure a morire, radici adatte agli abbandoni. Non l’aveva piantato suo padre, doveva essere lì da molto prima ancora. Lo liberò da sterpaglie in cancrena.”; “Le giornate s’erano fatte più corte, il sole s’inchiodava tra il Passo dell’Arietta e Pistuna. A breve, consumata l’erosione delle sporgenze, scogliere e vigne esposte, seguiva la sera. E a quell’ora, mentre provvedeva alla provvista di legna in campagna o innaffiava i cuori di bue dietro la casa, lo prendeva alla gola qualcosa, la voglia di andare via. La nostalgia di un altro futuro.”.

Dunque, non è soltanto la ricerca del padre il tema di questo romanzo, ma il sentimento che anima ogni crescita per giungere alla finitudine di sé. L’aspirazione al proprio destino e alla conquista di ciò che saremo. Il padre diventa così il tronco per l’innesto di una volontà e di un traguardo nuovi.
Eccoci in aereo verso l’Argentina, sorvolando “la pozzanghera”, come il padre chiamava l’oceano. Si apre, così, la seconda parte del romanzo. Ci viene in mente che nella prima, con l’acquisto della villa Porti, Leo ha posto solide basi alla sua ricerca e al suo viaggio.
Da chi ha saputo che Raul Porti era suo padre? (lui crede che sia ancora vivo, nonostante si mormori che sia stato torturato e ucciso negli anni ’70 quando in Argentina c’era la dittatura). Dalla madre (che le volte che appare è definita con un semplice “lei”). Perché glielo aveva detto? “Prima che te lo dicano gli altri”, gli aveva risposto. Di questa madre sappiamo quasi niente. Solo poche righe ci fanno intuire la vicenda amorosa: Raul “quanti anni aveva quando lui era nato? Diciotto, diciannove… E lei ventiquattro.”. È un romanzo tutto al maschile: Leo e il padre; un lungo filo che si tende per unire l’uno all’altro.
Capisce che è dall’Argentina che viene la sua malinconia. Da questo Paese sconosciuto dove è nato suo padre, una malinconia “che durava da quasi cinquant’anni, ma di cui solo ora riusciva a conoscere la geografia.”.

La ricerca del padre si annuncia subito difficile e complessa. Al tempo della dittatura di Jorge Rafael Videla molte persone erano scomparse (i desaparecidos) e Raul non aveva lasciato traccia di sé. Leo si muove tra persone ambigue avide di denaro, faccendieri, in una Buenos Aires affollata e disordinata. È una ricerca che riesce ad appassionare il lettore, come fosse il percorso conoscitivo di un giallo. Raul Porti sarà ancora vivo?
Un certo Hugo Puig, che era stato il suo autista, gli dice che non crede che Raul sia morto. Nessuno ne aveva parlato in questo senso. Ma un altro, Guzmán Florentino, gli dirà il contrario: “Se Raul Porti fosse sopravvissuto, lui l’avrebbe saputo.”.
La scrittura ha cambiato verso e ritmo. Ora ha quello del giallo, ed è veloce, essenziale. La prima e la seconda parte hanno partiture differenti, godibili entrambi.

La prima parte eccelle per la qualità letteraria di alto livello, difficilmente imitabile. La seconda si arricchisce di un intercalare spagnolo che dà colore al racconto. Quando, attraverso il cameriere di un bar, Gustavo, che conosce l’italiano, fa alcune telefonate, quasi tutti si rifiutano di proseguire la conversazione non appena viene fatto il nome di Raul o pronunciata la parola desaparecido. Si respira in questa seconda parte il clima di paura che aveva dominato la dittatura di Videla: “Anche i diplomatici italiani – e certi preti – avevano protetto i torturatori e impedito ai cittadini italiani di chiedere rifugio in ambasciata.”. Sono trascorsi tanti anni (siamo ora alla fine del 2024) e le cicatrici non sono state ancora rimarginate. L’autore ci fa capire quanto le violenze di una dittatura riescano a scendere e permanere nelle profondità di un’anima.
Non è facile arrivare a definire la propria personalità. Cercare il padre è cercare se stessi per continuare un cammino, ma “gli capitava di chiedersi: lo riconosceresti se ti passasse davanti?”. Sono gli smarrimenti, le confusioni di cui è piena l’esistenza.
Leo è deciso a percorrere la sua strada. Un certo Lubinsky, un torturatore al tempo della dittatura, lo pesta a morte. Lui prepara la sua vendetta e la manda ad esecuzione in modo crudele, e l’uomo muore.
Quando finalmente trova il padre (“aveva avuto bisogno di un padre”), sarà in un modo imprevedibile, una sorpresa, e guardandolo: “Pensò che solo in quel momento poteva vedere per la prima volta cosa aveva preso da suo padre. Forse la malinconia.”.

Nella parte finale, nei colloqui che i due avranno, l’autore approfitta per denunciare le mutazioni e gli abusi avvenuti nel suo paese, Dolcedo, non solo, ma anche nella sua provincia di Imperia e in tutta la Liguria. Poi alterna la dura realtà che sta attraversando, coi dolci ricordi del suo paese, che condivide con il padre. È da questo momento che i due personaggi del romanzo si congiungono tra loro, ma anche con l’autore, e diventano una sola persona.
Quasi al termine, incontriamo questa incantevole descrizione: “Il sole, enorme e rosso, si abbassò fin quasi sull’orizzonte. A quel punto la luce vibrava, tesa da elastici che la spostavano, indecisi su chi doveva vincere e da che punto farla tremare ancora un po’. Non era come certe sere a Rocca dell’Altare o alle Schiarite, ma in qualcosa che forse dipendeva solo dagli occhi di Leo si assomigliava tutto. Poi quel residuo di silenzio finale si preparava una buca e si sotterrava, il peso del cielo schiacciava il tempo dietro il mondo e restava la mano di quel padre sul collo.”. È una trasfigurazione, una congiunzione con il ciclo universale.
Tornerà a Dolcedo, ma Raul gli ha fatto promettere che non si scriveranno più. Dovranno solo “Indovinarci e inventarci.”.

“La spiaggia dei cani romantici” (2011)

Instar libri

Troverete in altre precedenti mie letture i dati che riguardano l’autore, il quale vive in Olanda ormai da molti anni e però non manca di far visita alla sua Liguria, che ama, e di cui coltiva e tramanda con la sua scrittura le nobili tradizioni dell’arte.

Credo che questo libro rappresenti, però, una svolta stilistica dell’autore. Vi si affronta una scrittura più complessa, mobile, che si articola a seconda dei luoghi e degli ambienti. La novità, la si percepisce sin dall’avvio. Si comincia con una scrittura all’americana, degli Hemingway, degli Steinbeck, dei Dos Passos: “Quando i chicos piola vanno in pizzeria o nei bar, paga sempre la gorda Raja, una bestiona di Lincoln che gira con loro, studentessa in farmacia, i genitori grandi proprietari terrieri, forse ancora più dei miei. La gorda la impalma un piola, il Gatto Luque, tipo alto e secco che in Europa gira voce svuoti i portafogli delle donne.” Del resto si parte da un cittadina americana, del Sud America, Lincoln, immersa nella pampa argentina.

Magliani dà per scontato che tu conosca abitudini e ambienti in cui la storia, o meglio le storie, si svolgono, e quindi le pagine scorrono con la naturalezza di un parlare che, per una sorta di miracolo, non ti è oscuro, anzi ti diventa amico e consueto.

Il protagonista si chiama Luis Enrique Francesco Dronero (che conosceremo meglio con il soprannome di Almeja). È un reduce della guerra delle Malvinas, il quale, come fanno ogni anno i chicos piola, una banda di giovinastri in cerca di avventura, vuole attraversare l’oceano (“la pozzanghera”) per andare in Europa, e precisamente in Italia, dove in Liguria è nato suo nonno. Lui ci va “perché i militari si sono rubati la patria”. Siamo negli anni ’80.

Uno schizzo di vita argentina, con nello sfondo la pampa, e la mollezza di un vivere senza scopo, ci preparano a capire le inquietudini del giovane Dronero. La famiglia è ricca, non gli manca il denaro, la sua è una vita sregolata, ma, in sostanza, senza pena. Ha una donna, la “negra”, Zulma, che di “cognome fa Zerizuela”, e con lei e con gli amici, tra cui un italiano, un “tano”, Gregorio Sanderi, trascina i giorni.

Ha deciso di andare a conoscere la Liguria. Suo nonno è nato lì vicino, a Costa d’Oneglia, da dove partì nel 1928, a 30 anni. Vuole fare il calciatore, visto che in Italia il mestiere è ben pagato.

Appena si stabilisce a Oneglia, però, spunta la nostalgia per Lincoln.
Non si può mai odiare la terra in cui si è nati. Essa con la terra degli avi forma un intreccio indissolubile, e di colpo le nostre patrie diventano due.

La Liguria lo delude. Gli sembra sporca, trascurata, invasa dai rovi.
Per giocare in una squadra di calcio ha bisogno del passaporto italiano, che ha richiesto, ma la pratica va alle lunghe. La solita lenta burocrazia italiana.

Uscito il protagonista dall’Argentina e sbarcato in Italia, ecco che si avverte un mutamento della scrittura. Una specie di sfondo diverso, in sintonia con il cambiamento ambientale. Vi si nota una dolcezza appena accennata, una coloritura che viene dal mare, una distensione generata da un amore. Magliani ora parla della sua terra, quella dove è nato, e in cui, pur vivendo altrove, ogni volta che vi torna, si ritrova.

Quando scrive: “Sarà che comincio a odiarla questa Italia ligure”, non è vero. È lo sfogo di un amante che vorrebbe la sua amata sempre più bella, senza i segni degli anni che passano: “Qui i problemi li creano, anziché risolverli.” Almeja si riferisce alle peripezie che gli capitano per avere il passaporto.

Da questo momento appare più saldo il collegamento con gli altri romanzi. Stesso humus che risorge e fiorisce: “Il paesone di Bastieto sembra aver preso una storta e si raddrizza strada facendo, inclinato su un pendio.” È il paese in cui è nato Gregorio, l’amico partito per la Spagna con gli altri chicos piola.

Il protagonista si barcamena per tirare a campare in attesa del passaporto. Ha con sé la sua donna, Zulma. Un lontano cugino, Ferruccio Dronero, gli offre di andare ad abitare con Zulma da lui, in un paesino chiamato Sorba: “una frana di tetti e portici del Cinquecento, orti pieni di lamiere”. La casa è grande e Almeja potrà occupare il piano terra, senza pagare l’affitto.

La nostalgia è forte, corrode: “Mi consuma una nostalgia, il ricordo del benessere che ho lasciato a Lincoln, mi rovina tanto che la sera mi viene voglia di fare una telefonata a casa e farmi mandare i soldi per il biglietto di ritorno.”

Zulma è riuscita invece ad ambientarsi. Lei non tornerebbe mai più a Lincoln. Zulma sembra intendersela con l’ambiente, soprattutto con gli uomini che la corteggiano, Ferruccio in modo speciale, che la chiama Sulma. Almeja è un po’ geloso, guarda, ma lascia correre. Ogni volta che ha pena pensa all’Argentina, a Lincoln, ai suoi compagni.

Non ha più voglia di attendere il passaporto. Così si trasferisce in Spagna, a Lloret de Mar, dove ritrova i suoi chicos piola.

Sono diventati tre, dunque, i luoghi della storia: Lincoln, Oneglia, Lloret de mar: Argentina, Italia e Spagna. Il protagonista acquista così l’abito di cittadino del mondo, che è il tentativo di sradicarsi, di trasformarsi nell’interprete di un respiro più ampio, cosmico. Con lui non c’è più la “negra” Sulma, che lo ha lasciato per il cugino, il Ferruccione.

Argentina e Spagna tendono a somigliarsi. Gli ambienti paiono gli stessi: discoteche, gioventù disinibita, droga, intrallazzi e sotterfugi per tirare a campare. Con più colore e più densità in Spagna. A Oneglia tutto questo mancava, la cittadina è rimasta ferma in un’immagine di immobilità, colta in una indifferenza inappagante, da fuggire.

Eppure è la terra dove i Dronero sono nati e da cui è partito il nonno. Dunque, è più la partenza (ossia il movimento) che la nascita (la stanzialità) l’humus che spinge il cittadino del mondo a distaccarsi, per quanto possibile, dalla sua terra, come fece il nonno.

Incontriamo anche un gruppo di argentini, partiti dal suo paese, per venire sulla Costa Brava ad uccidere i soldati inglesi che combatterono la guerra delle Maldive. Ogni tanto si sente dire che ne è stato trovato uno morto, in circostanze misteriose.
Li guida Raúl Larrañaga, che Almeja conosce molto bene.
Lo svelerà all’Interpool il giorno che sarà arrestato.

Almeja dunque una spia. Ha questa macchia. Magliani sa come trattare il lettore, una tecnica già usata negli altri romanzi. Si interrompe la narrazione e si fa scorrere velocemente il tempo. Per arrivare a trent’anni dopo. Siamo in Olanda. Come avrete capito il percorso di Almeja è lo stesso dell’autore, anche se gli episodi della sua vita non sono gli stessi che ci racconta. Un percorso tra storia e fantasia, ma sicuramente un percorso dell’anima.

Succede che un “gran numero di donne cercava tracce di amori perduti il secolo scorso nella città di Lloret de Mar”, la località in cui ha trascorso un po’ del suo tempo Almeja.
Numerose lettere femminili giungono ad una televisione olandese che decide così di allestire un programma dedicato all’amore.
Gli organizzatori del programma si mettono a cercare i ragazzi di allora, quelli che sono risultati i più amati. Ne rintracciano alcuni, tra cui il tano Gregorio.

Che cosa si propone l’autore? Rinverdire un passato che non può tornare? Dare fisicità all’immaginazione? Rendere possibile ciò che non lo fu in quel tempo? Colmare spazi rimasti vuoti? Sentimenti che non ebbero il tempo di maturare?

La scrittura ha un’altra scossa.
Stiamo toccando l’Olanda, la terra in cui l’autore vive, il quarto luogo della storia di Dronero, una specie di crocevia di un percorso che, ormai non vi è più alcun dubbio, vede come protagonista un uomo la cui ambizione è quella di diventare e sentirsi particella del mondo.

È la novità rispetto alle opere precedenti di Magliani, il quale si rivela integralmente forse per la prima volta. Il suo è un nomadismo dell’anima, soprattutto. Anche se nella sua vita non è mancata la continua migrazione. Ma questa volta è palese una vocazione ad abbracciare l’intero mondo; un tentativo di riuscire in un’operazione impossibile e, proprio per questa umana impossibilità, di tentare di riuscire attraverso la creazione letteraria.

Gli episodi che accadono nel romanzo, le vicissitudini in cui Almeja è coinvolto sono soltanto accorgimenti narrativi per esprimere un valore assai più ampio e profondo: staccarsi da una contingente umanità per sentirsi particella dell’universo.

La curatrice del servizio, Renata Van Duin parte da Amsterdam e vola fino a Lloret de Mar, in cerca del passato. Con lei il cameraman Roland Visser.
Sono trascorsi trent’anni, ma a Lloret de Mar la vita non è cambiata. Giovani da tutta Europa continuano a ritrovarsi lì, in questa piccola cittadina balneare sulla Costa Brava.

È una scrittura di memoria quella che ci accompagna in questo ritorno in Spagna, più lenta, più riflessiva, con una sua melodia che mancava la prima volta: “Fino a poco fa era stato sulla spiaggia, aveva tenuto in mano quella strana sabbia dai granelli grossi e rossi che quand’eri bagnato non ti restava attaccata, e aveva camminato, affondandoci i piedi. Poi s’era tolto le scarpe e le calze, proseguendo fino a sentire l’umidità granulosa della risacca.”

Così ci accorgiamo che tutta la storia corre sopra un pentagramma le cui note sgorgano direttamente dai luoghi attraversati. Un accompagnamento musicale in più movimenti in cui si sta trasformando la scrittura.
A Lloret de Mar, di Almeja non si sa più nulla. Lo si crede morto suicida, annegato in mare.
Altri protagonisti sono morti, dopo aver patito un declino squallido. E allora? Perché quel viaggio? Perché la vita ci nasconde sempre il dolore, ma esso esiste per tutti, anche quando, nel pieno della gioventù, lo si crede lontano da noi.

È a Bastieto, in Liguria, che la storia ritorna. Lì vive il tano Gregorio, emblema di questo tormento. Quando la scrittura scende in profondità, come le terrazze liguri scendono verso il mare, è nella sua terra che l’autore va ad annidarsi: “Dietro i crinali il confine con la Francia: Il posto più lontano dove un uomo poteva nascondersi era il ridosso di un confine, aveva imparato. Lui c’era nato. Se l’avessi capito non saresti mai andato via…”

Quando siamo passati da Oneglia con Dronero, era un transito, non una meta. La meta arriva ora: “Forse bisognava restare qui, non partire mai”.
Gregorio sa che Almeja è morto. Fa di tutto per non parlarne. Sappiamo che ne è rimasto segnato, ma alla giornalista olandese Renata Van Duin non può nascondere nulla. I chicos piola erano perros románticos, ossia cani romantici. Gregorio risucchia dal passato i ricordi e questi vengono a concentrarsi qui, dove la sua vita ha deciso di interrogarsi e di acquietarsi. La Liguria e l’Olanda diventano i luoghi dell’anima. Il primo ancora intriso di humus, di succhi vitali, sebbene in disfacimento; il secondo come tracciato di un nuovo cammino in cui non si è più se stessi, ma si è intrapreso un percorso di annullamento e di trasformazione. Gregorio e Almeja vengono così ad esprimere lo stesso personaggio nei suoi due momenti più importanti: l’abbandono del vecchio abito e la costruzione di uno nuovo.

Quando il filmato andrà in onda, in Olanda, un personaggio lo sta guardando. Sulla frequenza di quel canale ci è capitato per caso, ma poi ha visto qualcosa che lo ha stupito. Quest’uomo sta guardando la tv da un paese in riva al mare, Ijmuiden.
Chi conosce Magliani sa bene che quello è il paese in cui vive.
È dunque sua quell’aspirazione d’infinito?
Ecco come un romanzo, e meglio ancora una scrittura pluridimensionale, riescono a compiere il miracolo di una morte e di una nascita che diventano espressione di eternità.

“Il collezionista di tempo” (2007)

Sironi, pagg. 208

Ogni volta che ricevo una e-mail da Marino Magliani, che ancora non conosco di persona, ma che ho imparato a stimare per il modo riservato e quasi del tutto silenzioso con il quale ha fatto il suo ingresso nella nostra narrativa, essa reca sempre come oggetto: “dal nord”, allora capisco che è lui più che dal suo complicato indirizzo. Quelle e-mail portano a me, grazie proprio a quell’oggetto, il profumo di una terra, l’Olanda, che mi affascinò (era il 1992) per la sua bellezza e le sue dolci atmosfere. L’autore, di origine ligure (è nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, nel 1960), vive e lavora a IJmuiden, di fronte al mare. Sono convinto che proprio queste due fortunate circostanze, l’origine ligure, patria di narratori asciutti e di raffinata sensibilità, e terra dalla bellezza aspra e magica, e la vita condotta in un Paese che ha anch’esso una lunga tradizione di mare e che offre una bellezza rassicurante e serena hanno contribuito a costruire in lui un narratore tra i più attenti e sensibili.
Il romanzo segue “Quattro giorni per non morire”, uscito nel 2006, anch’esso per i tipi dell’editore Sironi.
La memoria porta sempre con sé il sentimento, l’autore lo sa bene allorché si accinge a rievocare la vita di un uomo, Gregorio Sanderi, i cui gesti, i cui pensieri, i cui sguardi egli riconosce vicini al suo cuore: “Scendevano nell’orto. Il giorno era un ritaglio di luce intorno ai monti, nel resto del cielo gridavano i rondoni, e la sera odorava di fango e di verdure innaffiate.” Non ha importanza domandarci se si tratti di una narrazione autobiografica, come, per fare i primi esempi che vengono in mente, non lo ha per il romanzo di Romano Bilenchi, “Conservatorio di Santa Teresa” e per “L’età breve” di Corrado Alvaro, giacché ciò che un uomo vive è in qualche modo la testimonianza anche della nostra vita.
Ancora fanciullo Gregorio, contrariamente alla volontà del padre, vuole andare in collegio a Mondovì, dai Frati Maristi, giacché ha un sogno nel cassetto, diventare bravo nei giochi che si praticano laggiù, specialmente il calcio. Quando sale a Leve, e sul sagrato della chiesa si ferma a guardare i compagni che giocano, si vede subito che quelli che frequentano il collegio sono i più bravi “per morbidezza di tocco e palleggio”.
È il 3 agosto 1969, Gregorio sta attendendo, su una delle terrazze che declinano verso il fondo valle, Fratel Ludovico che, “con la sua tunica nera e lucente di sole”, deve venire a prelevarlo per condurlo a fare un mese di esperienza in collegio.
È un momento di attesa, in cui l’autore annuncia già il suo modo di narrarci questa storia: non si farà prendere dallo scorrere dei giorni, ma si fermerà a gustare i colori e i sapori ogni volta che saranno percepiti dal suo protagonista, materializzandoli come su di una tela. È un narrare lento, intimo e nello stesso tempo dominante: “Erano cose – queste terrazze e l’ombra magra nell’odore di verderame – che non gli avevano mai chiesto nulla, tanto meno di andarsene. Era rimasto col busto proteso in avanti e guardava le cose, provava a scoprirle per la prima volta, erano le cose che restavano. Per la prima volta.” La vicina partenza, l’attesa, l’allontanamento dalla sua terra, non sono neutre. Anselmo, il padrone della vigna da dove Gregorio scruta il fondo valle per sorprendere l’arrivo della “cinquecento” che lo condurrà in collegio, non può capire: “Non capiva, quest’uomo non capiva, erano angosce che non poteva conoscere, gente che non era mai dovuta partire, gente fortunata che non aveva mai dovuto sognare.”
Dunque: il sogno. Esso è come una maschera che ha due facce, quella lieta della speranza e quella triste dell’abbandono. Il sogno, per realizzarsi, reca sempre qualche pena con sé. È nient’altro che la fasciatura di una ferita: “nessuno parve accorgersi che andava via.”
Durante il viaggio, superato il confine con il Piemonte: “Guardava le gente piemontese seduta sulle panchine fuori delle case, si chiedeva chissà se sanno che passi tu.”
Sono due momenti, il precedente e questo, che evidenziano la solitudine che accompagna l’inizio di ogni nostra ricerca. Leggeremo molto più avanti: “Potessi intervenire sul tuo passato, toglierei alla tua vita una tonnellata di solitudine”. Il contatto con il mondo deve fare i conti, sempre, con la parte intima che è rimasta inespressa in noi e che si libera per la prima volta allorché il sogno ci spinge a muoverci e ad avere coraggio.
Sono già, questi, segnali più che sufficienti ad indicare un’attenzione e una sensibilità particolari con le quali l’autore intende chiamarci a partecipare alle vicende del suo protagonista. Quella intimità inespressa, infatti, la prima sera, mentre nel dormitorio Gregorio si accinge a dormire, ecco che si materializza, prende il suono di una voce: Chi sei? domanda Gregorio, credendo che a parlare sia stato un compagno, ma la risposta è sorprendente: Io sono te, sono Gregorio.
Ma non è sempre lo stesso Gregorio. Si alternano vari Gregori: “Certi giorni venivano a visitarlo anche una decina di se stesso diversi”. Una voce, che gli parla solo quando è in vacanza a casa sua, si chiama Lukas, “appassionato di deltaplano.”; “Lukas gli parlava del suo lavoro di venditore di multiproprietà e di una Liguria che non esisteva ancora.”; “i Gregorio parlavano in dialetto, Lukas mai.”
Gregorio, dopo il mese di prova, vorrebbe tornare a casa, i genitori il giorno della festa dell’8 settembre vengono a prenderlo e lo portano fuori con la seicento, e gli domandano se voglia abbandonare il collegio, ma lui decide di restare. Sono le voci a trattenerlo; anche quando il suo compagno Falconi Leo gli confida che intende fuggire (e infine lo farà) e gli chiede di andarsene con lui, Gregorio resta.
Se si osserva che spesso le voci gli parlano del cane Cobra, disperso dal suo padrone, che Gregorio aveva sentito abbaiare lontano il giorno che si trovava nella vigna di Anselmo, in attesa che venisse a prenderlo Fratel Ludovico, e che Cobra nella sua fuga corre e corre “anche quando ai suoi fianchi crescevano nella notte le palme”, non è fuori luogo supporre che ci troviamo di fronte alla rappresentazione di un’infanzia tremebonda, impaurita, incerta, insicura.
La quale lascia le sue tracce nell’età più adulta, come accade a Gregorio, che continua a sentire le voci, infatti, anche quando, finito il servizio militare, si trova sdraiato sulla branda della sua camerata in attesa che Save, un commilitone, in congedo da pochi mesi, passi a prenderlo con il suo maggiolino giallo.

Nell’estate del 1965 (con Gregorio siamo invece nel 1980, il 18 settembre) mi trovavo anch’io nella caserma di Legnano, dove, proveniente dalla Scuola Ufficiali di complemento di Caserta, completavo, come sergente AUC, il mio tirocinio prima della nomina a sottotenente. Vi ho conosciuto la nebbia descritta da Magliani, che ci costringeva a procedere a tentoni per trovare la nostra palazzina. Ho conosciuto le sveglie al mattino e la corsa per l’Alzabandiera, che si celebrava sotto il manto fitto di una nebbia che toglieva il respiro. A Bellinzago, invece, dove fui inviato con il grado di sottotenente in carico alla Divisione Centauro, giacché ero carrista, ho conosciuto l’attesa del congedo e la malinconia per un periodo della mia vita che si chiudeva per sempre. Un congedante di Grosseto mi attendeva fuori con la sua auto, proprio come accade a Gregorio: “Lasciarono l’aerea della caserma, i muri di mattoni con le garritte armate e le palazzine.”
Gregorio, ossia, siamo anche un po’ tutti noi, e quelle voci possono perfino essere la memoria degli altri che si agita inquieta dentro di noi: esperienze di altri che si trasmettono a noi e diventano nostre (le nostre voci) attraverso gli sconosciuti sentieri dell’esistenza.
Non v’è dubbio, tuttavia, che l’immagine del cane Cobre che ancora corre per giungere al mare (“il viaggio di Cobre verso il mare”), è quella che lega prepotentemente l’infanzia di Gregorio al suo presente e al suo futuro, come un cordone ombelicale che non vuole staccarsi. Ciò significa anche che nella congiunzione misteriosa che avviene dentro di noi delle esperienze universali, quella che più ci appartiene emerge nella luce riflessa di ciò che più amiamo.
Non si fatica molto ad arrivare ad una interpretazione che unisca l’immagine del cane Cobre a quella di uno dei tanti Gregori che gli parlano: il Gregorio che corre pure lui, pieno di affanno: “Gli aveva già parlato parecchie volte un Gregorio da un bosco sul mare al Nord. Ogni volta gli spiegava che era in affanno perché correva e c’erano dune di sabbia e canali, ciminiere.”; “pensò ai suoi quarant’anni, a dove li avrebbe messi assieme. Quell’improbabile bosco del Nord, forse, da cui lo chiamava una voce.” Su Cobre e sulla sua corsa leggeremo un lungo capitolo finale, in cui il cane, metafora che ha lo stesso sangue del protagonista, “prima ancora di vederlo sentì che il mare gli era entrato dentro.”
Dunque: la storia di un viaggio. D’un viaggio già scritto nelle cose, preannunciato e “in affanno”, come lo sarà Cobre, quando un pescatore lo raccoglierà naufrago in mezzo alle onde. Un viaggio che conduce Gregorio in Olanda, come si legge dal capitolo che avvia la Terza parte: “Costa olandese, 22 aprile 2004”. Sono trascorsi più di venti anni, e la corsa del protagonista ancora non si è fermata: “L’uomo corre, appesantito, il berretto di lana e la tuta chiusa fino alla gola, l’aria fredda.”; “era il suo tragitto di scrittore che l’aveva portato su questa costa.”
Nelle tre fasi della vita di Gregorio, segnate da altrettanti capitoli, la terza è quella in cui arrivano a sciogliersi le due precedenti: “Ora sapeva che le voci non gli avevano mai chiesto altro, perché non aveva cominciato ad essere scrittore a questo tavolo, ma lontano, l’aveva fatto un Gregorio bambino chiedendo ad altri Gregorio che gli raccontassero il viaggio di Cobre e ora sapeva che la voce che un Gregorio bambino sentiva in un letto di camerata, tra umori di sonno di altri cento bambini, era la sua voce, era quel momento della sua vita, e la storia di Cobre era un racconto terminato.”
Cobre è rappresentativo, dunque, della fase che precede l’avvio della maturità (la ricerca del mare). Che è la fase – questa dell’inizio della maturità – ancora tremebonda, in cui il protagonista consegna se stesso all’arte, e più precisamente alla scrittura (“la scrittura è ciò che per me una volta era la preghiera.”), la quale provvede ad aiutarlo a interpretare e a rendere definitivamente suo quel passato vissuto nell’insicurezza e nella paura.
Scrivere è così “collezionare il tempo” per riuscire a ritrovare se stesso attraverso quelle voci “che gli parlano e ricordano per lui, e tutte le voci della sua storia privata che si sommano e si annullano, ogni volta, come accade per il paesaggio, lo aiutano a sparire, e davvero allora anch’egli s’accorge di essere negli scavi del vento che fa diventare le cose.”
L’autore disegna una vita che è oltre la carne. Ci sentiamo trasferiti in una dimensione dove lo spessore delle cose è così sottile da denunciare una trasparenza che ha profondità inconsuete e sconosciute. Ci accorgiamo, cioè, che il cammino di Gregorio, “il collezionista di tempo”, riguarda e rende conto anche della nostra vita.
Ciò che siamo, infatti, può essere il risultato di esperienze, di sensazioni, di voci che paiono soltanto nostre, e non lo sono, giacché non appartengono mai alla carne e non sono mai nostre nella stessa misura in cui, appunto, appartengono a tutti. Le voci sono indocili, ci possono perfino respingere, come il Gregorio bambino che il Gregorio adulto torna a visitare a Mondovì nella speranza che se ne esca dal collegio, dove ormai non vivono che tre poveri frati e non c’è più alcun ragazzo. O ci possono perfino anticipare il tempo, parlarci o scriverci dal futuro, come Lukas: “Anche le voci diventano altro?”
Il collezionista di tempo, colui che ha registrato le minute tappe della sua vita, è, dunque, alle prese con qualcosa di inaspettato e sorprendente, la stessa potenza del tempo, che può congiungere in un solo punto di riferimento il passato, il presente e il futuro. Il tempo, ossia, come una misteriosa e nuova trinità.
Ma il futuro, in questo romanzo, frantuma e sommerge, come per un vasto cataclisma, passato e presente: agisce per mutare la loro identità, quasi che il senso riconosciuto loro dagli uomini non sia altro che mistificazione e soltanto il futuro abbia il potere di decidere sulla verità delle cose.
Un senso religioso accentua la presenza di un futuro tanto invadente quanto misterioso e viene scandito dal suono delle campane, prima da quelle di San Rocco, poi, subito dopo, da quelle di San Pancrazio. Verso la fine, allorché Gregorio è tornato per poco tempo al suo paese e l’enigma racchiuso nella figura di Lukas (il personaggio che scrive dal futuro) sta per sciogliersi, i rintocchi insistono nella scrittura, la misurano con il ritmo e il fiato di una epifania imminente.
Quando l’enigma ci sarà svelato, capiremo – proprio con il senso religioso delle rivelazioni – che il tempo non agisce così come abbiamo sempre pensato, sibbene, allo stesso modo che accadde per il sole e la terra, in senso opposto: non è il presente che determina il futuro ma è il futuro che s’impone e agisce sul presente. Senza questa azione del futuro (“Un’onda che sta arrivando, e poi un’altra e un’altra ancora”), tutto, presente e passato, sarebbe inerte.
Il romanzo, infine, nella sua parte conclusiva fa esplodere all’interno del complesso viaggio del protagonista e del cane Cobre quell’afflato poetico che ci aveva accompagnato in sottofondo sin dal principio. Fattosi totale e universale, esso si trasfigura in un lirismo che, attraverso il mare, ci traghetta oltre la soglia del mistero e fa delle due anime, quella del cane e quella del poeta (un’altra rappresentazione del protagonista: “Io ero un bambino dell’entroterra, sono nato in uno dei paesini di pietra che hai conosciuto anche tu.) un’anima sola.

“Quattro giorni per non morire”

uscito nel 2006, anch’esso per i tipi dell’editore Sironi

Magliani, nato a Dolcedo in provincia di Imperia nel 1960, vive in Olanda, in un paesino di fronte al mare, IJmuiden. Non ha dimenticato, però, la sua terra di origine, dove ogni tanto viene a rinfrescare i suoi ricordi e le sue sensazioni.
Questo romanzo non è la sua prima prova narrativa, ma è senz’altro il suo primo incontro con una Casa editrice, la Sironi, che sta occupando uno spazio sempre più interessante nel panorama editoriale e letterario del nostro Paese.
Leo Rochino e Gregorio Sanderi (soprannominato Brì, che sta per Colibrì) si trovano in Perù alla ricerca di qualche reperto archeologico di valore da poter smerciare. Non stanno rinvenendo alcunché, per cui sarebbero anche disposti a fare rientro in Italia “con un paio d’etti di coca.” Quelle del ricercatore archeologico e dello speleologo sono passioni che si portano dietro dall’infanzia, sin da quando Leo, di dieci anni, e Gregorio, di otto, anziché giocare a pallone, preferivano calarsi nelle grotte in cerca di scheletri e di segni. Un giorno, “sotto le pietre della Tana delle Rane” avevano trovato il “disegno delle bestie”, una composizione rudimentale nella quale figurava “Un cervo con in bocca un’aquila che beccava il cranio di un grosso gatto selvatico che aveva gli artigli su un serpente.” Risaliva all’età del rame. Avevano tenuto segreta la scoperta, finché un giorno seppero che un disegno simile era stato rinvenuto nel Perù meridionale. Da lì le ragioni della loro partenza, stimolati dalla curiosità di scoprire se vi fosse stato un contatto tra civiltà così lontane. Gli scavi che facevano in Perù erano clandestini, mancavano delle autorizzazioni necessarie, e quindi erano pericolose, “Tanto più che i loro nomi a Lima li avevano già.” L’autore non ci dice altro di queste missioni compiute nel 1989 e si trasferisce più avanti nel tempo, nel 2000, e ci fa trovare Gregorio in carcere per traffico di droga (sapremo poi che è stato arrestato in seguito ad una spiata, e la scoperta della spia sarà uno dei motivi interessanti della storia), e ci fa sapere pure, per bocca di Gregorio, che Leo forse è morto: “finito sotto la sabbia in qualche angolo di un deserto cileno, ai confini col Perú.”
Gregorio è uscito dal carcere di Regina Coeli con un permesso di quattro giorni per andare al funerale della madre. Prima di giungere a casa si ferma dal dottor Lagorio, specializzato anche in malattie tropicali, per avere un suo parere su “una rara forma di malaria” che ha contratto in Guatemala e se le cure che gli stanno facendo in carcere siano efficaci. Infatti, fa sapere al dottore che quando avrà scontato gli ultimi due anni che gli restano, desidera recarsi in Messico per sottoporsi alle cure di uno specialista americano, il dottor Hugh Mc Linch, che sta sperimentando un vaccino che “Dà, diciamo, un trenta per cento in più di quanto non offrano le cure del carcere.”
Poiché Magliani è di origine ligure, nel leggerlo siamo indotti a porre attenzione alle somiglianze che la sua scrittura può avere con uno dei maggiori narratori della sua terra, Francesco Biamonti, ricordato più volte, anche con alcune citazioni. La conterraneità crea spesso delle affinità pure nella scrittura, e ciò è vero anche per Magliani, ma non tanto nel processo che riguarda la tessitura del romanzo che, pur essendo asciutta come quella di Biamonti, non ne riflette la spigolosità e le sofferte pause dietro cui si nasconde la pena dell’esistere, bensì nello sguardo che l’autore rivolge alla natura. Qui la somiglianza è intera, il respiro è il medesimo, la parola assorbe colori e sapori di una terra aspra e incantata. Si possono portare vari esempi, bastino questi: “si bruciavano nel tramonto i colori delle cose perse.”; “il tramonto prendeva d’infilata le facciate dei palazzi e il marciapiede”; “Sopra il paese, appese al cielo, le rocce imbrunivano l’aria, rocce affioranti dalle terrazze e immobili come un volo di colibrì sul fiore.”
Fontanelle è il nome del paese, dove fa ritorno il protagonista: “Una chiesa dai muri color della terra, piena di buchi da cui a ogni ora di campana scappava un volo di piccioni. Un nodo di portici e loggiati e un punto della scalinata da cui partivano quaranta case del sedicesimo secolo, attaccate una all’altra per risparmiare le pietre di trentanove muri. Staccate, dove nessuno aveva più costruito altro, una chiesetta dell’altro secolo e tre case di trent’anni fa. Oltre la piazza con le tre fontanelle nel tufo e la scalinata, la prima casa era la sua.” Nel guardarsi intorno torna alla mente di Gregorio il ricordo di Lori, una ragazza di cui era innamorato. Non ha il coraggio di domandare che fine abbia fatto al fratello Gilberto, che lo ha accolto in casa abbracciandolo, e l’ha condotto nella stanza dove giace la madre, “rimasta col sorriso di sapersi morta.” Ma quando glielo chiede viene a sapere che è divorziata e vive con la madre.
Magliani crea un clima di suspense intorno alla storia di Gregorio. Si sono perse le tracce di Leo, forse è morto. Gilberto gli rivela che, quando i genitori di Leo erano già morti, giunse una grossa busta a casa di Leo e, poiché lui stava facendo dei lavori proprio in quella casa, vide la busta e l’aprì. Conteneva due quaderni; Gregorio si rende conto che sono gli appunti di Leo, quelli che contengono anche i reperti rinvenuti nella “Tana delle Rane”. Desidera fare di tutto per venirne in possesso. È convinto che da quei taccuini potrà anche capire se sia stato Leo a tradirlo, non solo, ma, dice al fratello: “se riusciamo a metter le mani su quei taccuini, sono io che accendo una luce su un periodo del mio passato, e del mio futuro, che non conosco…” Si riferisce al periodo della malattia, in cui era pressoché privo di conoscenza. Intanto ha contatti telefonici con uno strano individuo sudamericano al quale deve portare dei soldi. Si ha la sensazione che sia sottoposto ad una specie di ricatto. In realtà, ha intenzione di approfittare della breve licenza dal carcere per fuggire subito in Messico e, colà giunto, farsi curare. Perciò è in contatto con Omar che, in cambio di una grossa somma, gli fornirà un passaporto falso e organizzerà il suo soggiorno in Messico. Per quel denaro, Gregorio si rivolge al fratello che, se gli darà ventimila euro, potrà tenere tutto il resto dell’eredità. Gli rivela che non ha affatto intenzione di aspettare i due anni che gli restano ancora da scontare in carcere: “I nervi e le vene, lentamente, a partire da qualche anno si irrigidivano, i polmoni faticavano.” Sarebbe morto anzitempo.

Magliani dissemina nella storia i segni del tempo passato, facendo affiorare nella mente di Gregorio i ricordi di un’età per lui definitivamente perduta. Sono luoghi intrisi di malinconia, quelli che prevalgono. La realtà viene avvolta nelle maglie di un’esistenza, quella di Gregorio, che non è stata come sognava. Ma ora c’è in gioco la vita; c’è la corsa contro il tempo per tentare di non morire. Nonostante la sfortunata esistenza, ossia, Gregorio si ribella alla morte. E ancora una volta con un azzardo: fuggire dal carcere è un grosso rischio, infatti; potrebbe essere acciuffato e condannato a una pena più lunga, e quindi morire di quella sua malattia. Ma il richiamo della vita è dominante in lui. Gregorio, nel momento in cui è consapevole che il suo azzardo potrebbe trasformarsi in un congedo definitivo dal mondo, trova nella risolutezza con cui lo affronta il suo momento più fulgido, il suo riscatto. Questa ostinazione per la vita diventa così il punto centrale del romanzo, la lezione che si ricava dalla storia: il desiderio della vita prevale sul desiderio della morte, anche se può essere quest’ultima a vincere.
Recuperati i taccuini di Leo insieme con una lettera che li accompagna, scritta dall’amico sudamericano, Miguel Felipe Valaverde, Gregorio intuisce che alcuni punti toccati dalla lettera sono poco chiari, inoltre mancano nei taccuini le pagine relative al soggiorno in Guatemala, dove Gregorio si era ammalato. Nel diario di Leo si legge, con riferimento a Gregorio: “Dove sei, torna dalle praterie, amico mio” e: “Dimmi se anche di là si ha paura”. Comincia, così, la sua ricerca sulla morte di Leo e sul periodo oscuro della sua malattia. Sarà anche questo uno dei motivi per non morire.
Magliani (come Biamonti in “Le parole la notte” in cui sparge il seme di un’indagine su chi ha sparato a Leonardo, il protagonista), dà un connotato giallistico al suo romanzo, con maggiore insistenza rispetto a Biamonti, per il quale questa componente è soltanto marginale, ma noi intuiamo che una tale sollecitazione vuole essere la sottolineatura di una vitalità che ancora percorre l’esistenza del suo personaggio.
La lettura del diario ci offre pagine molte belle in cui Leo, guidato da un “mestizo“, un nativo del luogo, esplora una caverna che fu nel passato un cimitero di popoli estinti. Qui rinviene finalmente il disegno che assomiglia a quello trovato nella Tana delle Rane, al suo paese. È tatuato sulle dita di molte mummie, ma è inciso anche su un cilindro di legno, lo raccoglie e lo mette nello zaino.
Non si deve dimenticare che tutto ciò, Gregorio lo sta apprendendo nel corso dei quattro giorni di licenza dal carcere (da cui il titolo) che ha ottenuti per partecipare ai funerali della madre. Ora siamo giunti al terzo giorno, quello in cui Gregorio – quasi una consapevolezza, un presentimento – si immerge nella natura, e gli interrogativi sul suo futuro si fanno più trepidanti e malinconici. Magliani dà alla natura, in questo particolare momento che sta vivendo il suo protagonista, un connotato di abbandono e di rilassamento, di immersione impregnata di rassegnazione e di mansuetudine: “si sbucava in una piazzola chiusa e circondata da sedili di pietra. Qui era un posto dove un tempo la sera si sedevano i grandi. Ne conservava un’immagine estiva e notturna, fatta di voli e di grida di rondoni che avevano creato nei muri i loro nidi, e di righe di uomini seduti al fresco, la camicia sulle spalle.” La stessa atmosfera che filtra nel ricordo andino; dice al fratello a proposito di quei luoghi, e invitandolo a visitarli un giorno: “Vallate verdi, simili alle nostre se non avessimo ulivi, con scalinate Inca, ecco queste sì, le scalinate sono un po’ come le nostre mulattiere, e colline bucherellate da piccole tombe e nelle tombe bambini appena nati, o di cinque sei anni, bambine soprattutto, sacrificati agli dei.” È il filo di una memoria malinconica, “involontaria”, che congiunge, come quel disegno misterioso, le due nature così distanti in un unico universo entrato nel cuore del protagonista. La vicinanza con Biamonti qui è più marcata. Il bar dove Gregorio trascorre l’ultimo giorno, sembra il bar de “Le parole la notte”, e così i discorsi degli uomini, uno dei quali (hanno ucciso un grosso cinghiale) rievoca l’incendio che ha avviluppato l’Esterel, il monte ricordato sempre da Biamonti, dal quale il cinghiale ucciso è fuggito terrorizzato dal fuoco. Anche il merlo che Gregorio libera dalla gabbia, non avendo più l’abitudine al volo, è andato a fracassarsi “nelle terrazze sottostanti”. Magliani ci lascia avvertiti, dunque, che nel protagonista la memoria sta per spegnersi, e quel fiato che ancora gli resta grazie al ricordo si fa sempre più sottile e affannoso. I quattro giorni si traducono, così, nel compendio di tutta una vita; i movimenti della narrazione diventano lenti, centellinati, e minuta e ossessiva l’indagine sulla realtà: “erano cose che solo nell’attesa di questa agonia aveva un senso rievocare, e domani non più.”; “gli pareva d’incarnare quel cinghiale ferito e non ci voleva pensare.” Sono le ceneri di una speranza che vanno raccogliendosi ai piedi di un uomo malato, che non si rassegna a lasciare la vita, e la raccoglie tutta intera nell’ultimo respiro.

“L’estate dopo Marengo” (2003)

Philobiblon edizioni, pagg. 144.

Il romanzo è del 2003 e precede dunque gli altri due che hanno fatto conoscere ad un pubblico più vasto, grazie all’editore Sironi e al fiuto di Giulio Mozzi, questo scrittore che si richiama alle migliori tradizioni della narrativa ligure: “Quattro giorni per non morire” del 2006, e “Il collezionista di tempo” del 2007.
Il dottor Johan Cornelius Zomer, olandese di Haarlem con studi regolari in Francia, a Tours, ha prestato servizio nell’armata di Napoleone Bonaparte, e ha preso parte alle battaglie di Akkon, Jaffa e Abukir dove i francesi hanno subito delle dure perdite e registrato numerose diserzioni. Napoleone nomina una commissione d’inchiesta, di cui fa parte Zomer, il quale cerca di convincere i colleghi che la causa della demoralizzazione delle truppe francesi risiede in una sostanza stupefacente di cui hanno fatto uso, il teriaki, conosciuta in Europa con il nome di hascisc.
Il corpulento e giovane dottor Zomer, “basso e tarchiato, dalla lunga capigliatura sciolta”, “dai movimenti goffi”, tuttavia, non è preso sul serio dai colleghi e questa sua condizione di “sconosciuto di sempre” lo prostra e immalinconisce: “L’indifferenza era sempre stata per Zomer la più umiliante delle offese.”
Alcuni documenti ritrovati, consentono al narratore di ricostruire i fatti, tornando all’anno prima, il 1799, che riguardano il soldato Gilbert, il sottotenente Silvestre e il capitano Leduc, carichi di hascisc e partiti dal continente africano con la nave a fianco della quale naviga anche la fregata Muiron su cui è imbarcato il generale Bonaparte, entrambe alla volta di Tolone, da cui poi si muoveranno alla volta dell’Italia per liberarla dagli austriaci. Il dottor Zomer faciliterà la loro diserzione, in modo da studiare il loro comportamento conseguente all’assunzione dell’hascisc e quindi dimostrare la validità della sua teoria.
È una scrittura netta e precisa quella che ci accompagnerà nella storia. Si ha subito la sensazione del dominio degli strumenti narrativi. Gli ambienti sanno suggestionare e coinvolgerci.
Zomer è presente anche lui alla campagna d’Italia, e uno dei suoi obiettivi è proprio quello di vigilare sui movimenti dei “nostri veterani di Abukir”, ossia i tre citati personaggi implicati nell’uso e nel commercio di hascisc: “Sarebbe un po’ il sogno di tutti disertare.”; “Stanotte, se sarà ancora in vita, Gilbert striscerà tra i cadaveri e frugherà loro nelle tasche.” Siamo alla battaglia nei pressi del villaggio di Ventolina.

La narrazione segue accuratamente, con nomi e luoghi, il filo della Storia, riportando il lettore a rivivere le pagine memorabili che videro Bonaparte coprirsi di gloria e salire i gradini di una fama che l’avrebbe coronato presto a protagonista assoluto di quegli anni.
La struttura in capitoli brevi, come pure le lettere di Zomer, e alcune pagine del suo diario, consentono una lettura articolata e limpida.
La battaglia sembra volgersi al peggio per i francesi. Taluni fuggono di fronte alla massiccia e straripante avanzata del nemico. Bonaparte tenta inutilmente di fermare la fuga. Anche i nostri tre personaggi “al tramonto sono disertori.” Vorrebbero imbarcarsi a Porto Maurizio clandestinamente e tornare in Africa. Ma Napoleone ha mosso bene le sue pedine e “La battaglia che alle cinque era persa alle sette è vinta.”
È la vittoria di Marengo. I tre in fuga temono l’arrivo della “polizia segreta in cerca dei disertori”. Attraversano valloni e paludi, sempre alle prese con la paura. Il capitano Leduc, nelle soste, legge sempre le stesse lettere che porta gelosamente con sé. Provengono da Porto Maurizio. Quale storia lo lega ad esse?, si domandano i due compagni.
L’attenzione del narratore è tutta per loro. Ci domandiamo se riusciranno nella fuga, quale segreto nasconde Leduc, e che cosa saprà ricavare il dottor Zomer da questa loro esperienza legata all’hascisc. Zomer li fa pedinare a distanza dal suo assistente, Victor Pangloss.
La fuga è anche l’occasione per segnare una differenza tra la guerra e la natura, nella quale i tre disertori sempre più si immergono, inconsapevolmente nutriti e sostenuti dalla sua selvaggia bellezza. Pietraie, boschi, torrenti, campi coltivati al ritmo di una immutabile civiltà contadina, s’insinuano nel loro animo occupando uno spazio che restringe a poco a poco quello della guerra. Non v’è dubbio che una trasformazione incombe su di loro, pur nel torpore che l’assunzione dell’hascisc procura alla loro mente, come se una forza inarrestabile, assai più della fuga li allontanasse dalla guerra. Osservando con il cannocchiale dei contadini al lavoro nei campi, Silvestre pensa: “Ecco, vivere come loro, senza hascisc, senza dover scappare, senza respirare questa morte, paura, angoscia, sogni maledetti…”
È un cammino puntiglioso, come lo sono i giorni della nostra vita. La fuga è  una metafora della vita, dunque. Lo scorrere del tempo e le minute azioni s’impregnano di significato allo stesso modo che la vita si impregna del significato della morte.
Si hanno notizie di una epidemia di tifo che infesta l’Europa. Leduc tossisce e sputa sangue, si è molto indebolito. C’è aria di morte intorno a loro. Quando sono davanti al paese di Diano, Leduc manda Gilbert in avanscoperta, poi al suo ritorno, ricevute informazioni da lui, scende a sua volta per ritornare con una bisaccia carica di ogni ben di Dio. Un’illusione? Uno sprazzo di speranza che cerca di illuminare le follie del destino riservato agli uomini?
È la storia di un fallimento collettivo, che l’autore ci fa centellinare per accrescere via via la nostra curiosità.
La vita, sembra dirci, ha come fine la cancellazione dei sogni e il loro annientamento nella delusione, e infine nella morte.

“Quella notte a Dolcedo”

Longanesi, 2008

Magliani è uno scrittore a cui sono molto affezionato. Affacciatosi timidamente sulla scena letteraria, va a poco a poco affermando una personalità già matura e coinvolgente. Vive in Olanda da molti anni, da cui si allontana per tornare a far visita alla sua terra di origine, la Liguria.
Il romanzo è ambientato alla fine del Novecento con forti riferimenti  all’ultima guerra mondiale.
Il 21 giugno 1989 una ragazza sui trent’anni, con una valigia in cui conserva tutte le sue cose, capita a Dolcedo, che è anche il paese in cui nacque Magliani nel 1960, in provincia di Imperia. Anche la ragazza è nata a Dolcedo, il 30 luglio del 1958. Dolcedo è vicino a Sorba, un paese visitato dai turisti che vengono a vedere i resti dell’antico Locus Bormani (costruito “in onore del dio Bormanus e della sua compagna Bormana, divinità protettrici delle sorgenti e dei corsi d’acqua.”). Nella valle si sono ritrovati nel 1956 i resti di un giovane mammut, e si pensa che ve ne siano altri, e ci sono persone che vanno a caccia delle loro zanne, scavando la zona. La ragazza cerca un rifugio e l’ottiene in un ospizio per anziani, dove è tenuta in cambio di alcuni lavori. A Dolcedo nel 1944, esattamente il 16 maggio, è accaduto qualcosa di tragico. Se ne ricorda la donna: i tedeschi avevano fatto una strage, sterminando una intera famiglia, i Droneri. Una bambina, che aveva assistito alla scena, si era salvata, nascosta tra i rovi, “perché l’ultimo soldato tedesco della colonna l’aveva vista ma aveva taciuto.” Il soldato si chiama Hans Lotle, è nato a Dresda il 21 gennaio 1923; lo rivedremo giacché anche lui farà ritorno a Dolcedo.
Sono due ritorni paralleli, quelli della ragazza e dell’ex soldato tedesco. Pare che entrambi cerchino di far riaffiorare dal passato quell’afrore di morte che ha condizionato in qualche modo la loro vita: “Un’aria acida conservava le morti come i teschi e le mummie nella sabbia dei deserti o nei ghiacci. Era l’aria che aveva conservato le zanne del mammut.”
Hans probabilmente nasconde qualcosa che potrebbe far luce sui tragici avvenimenti di quel 16 maggio. Già il suo superiore, il capitano Thomas Garser, da quando era accaduta la strage, glielo andava domandando, senza esito, però. Ora, pur essendo trascorsi molti anni, a Berlino est, dopo essere stato interrogato dalla Stasi, la famigerata organizzazione di spionaggio, Hans continua ad essere pedinato dal tenente Günter Kobel e da un altro poliziotto. Scopriremo alla fine del romanzo perché il tenente nutre tanto interesse per lui. Hans, intanto, ha bisogno dell’aiuto di Kobel, giacché desidera tornare a Sorba e a Dolcedo per indagare su chi ha voluto la strage della famiglia Droneri, una famiglia di panettieri che sosteneva i partigiani. Sa che la bambina nascosta nei rovi, non era una della famiglia, forse era la figlia dell’uomo che era passato prima che i tedeschi gettassero le bombe nel pozzo dove i Droneri s’erano rifugiati, e poi s’era nascosto tra gli ulivi e aveva sparato ai tedeschi. Il tenente Kobel, quando va a fargli visita, glielo dice apertamente che lui, Hans, vuol tornare a Dolcedo per scoprire: “Qualcosa che finalmente potrebbe rivelarle chi ha tradito i panettieri, i Droneri… Lei vuole scoprire chi li voleva morti e vi ha ingannato facendovi credere che nel nascondiglio ci fossero i partigiani… Lei vuole scoprire la verità per, come dire, ripartire la colpa…”
In Magliani l’aspetto giallistico è ormai una tendenza che si va accentuando sempre di più, mescolata alla memoria, che fa sempre da motivo ispiratore: una amalgama che si trasforma come in una specie di rovo di spine che si aggrovigliano e pungono, costringendoci ad una attenzione vigile, priva di uno spazio minimo per una specie di sosta, di respiro, di rilassamento. Agevola ciò una scrittura ruvida come una pietraia, non priva di una speciale dolcezza: “Gli ulivi invece non raccontavano nulla, pietre senza stagione, solo quando il vento li sorprendeva dal mare, voltavano la foglia e diventavano chiari come i pesci morti quando salgono a galla.” Siamo in presenza di una cifra stilistica che appare ormai consolidata.
I ritorni periodici della ragazza al suo paese di Sorba, dove è vissuta per tanti anni, colmi di ricordi e di nostalgia, tessono una specie di ragnatela in cui già si intuisce che confluirà anche Hans Lotle, l’ex soldato della Jäger-Division in procinto di partire da Berlino Est per tornare sui luoghi della guerra.
Li accomuna la conoscenza di alcune parole che si trovano nella Bibbia: Sadrach, Mesach, Abdenego. Verso la fine ce ne sarà svelato il senso. Per ben due volte s’incontrano non sapendo in principio l’uno dell’altra. Come la ragazza, che si chiama Lori, è arrivata con uno zaino e trascorre le sue notti dormendo all’aperto, così accade ad Hans, che ha con sé una valigia con le sue poche cose. Ha 66 anni.
Da questo momento pare che un orologio scandisca i minuti che ci separano da una qualche rivelazione, in primis un più stretto legame tra i due personaggi che, attraverso percorsi diversi, stanno giungendo contemporaneamente negli stessi luoghi devastati dalla guerra.
Sono due solitudini che si muovono alla ricerca del passato: “Era il bisogno di cercare le cose nelle cose, gli odori dei pomeriggi, gli insetti, i canti di uccelli e gli echi del fondovalle. E tutto ciò che ora poteva confrontare con quanto aveva sentito in quei quarant’anni. Scoprire di nuovo tutto.” Pur circondati dal chiacchiericcio dei bar e delle piazze, la solitudine resta un marchio della loro personalità inquieta. Magliani scrive della ragazza: “Lei era andata via per non far nascere e morire più nulla, e perché tutto morisse senza di lei.”
Dai luoghi che Hans frequenta c’è qualcuno, un certo Hugo Schuster, un artista dall’esistenza disordinata, che aggiorna il tenente Kobel sulle sue mosse. La Stasi sa che sta cercando una cartella trafugata ai Droneri, e sospetta che vi sia qualcosa di importante, perfino un tesoro.

Magliani infittisce l’intrigo, cala tutte le carte del gioco ed invita il lettore ad azzardare delle ipotesi, a vedere come quelle carte possano in qualche modo assemblarsi per comporre il mosaico.
Ma noi, intanto, ci rendiamo conto che il ritorno di Hans è il tentativo di una espiazione. Come il ritorno della ragazza per incontrarlo è il tentativo di una compassione e di un ringraziamento segreti e silenziosi. La strage della famiglia Droneri, Hans se l’è portata con sé per tutti quegli anni come una colpa. Quello di scoprire l’uomo che, con la sua delazione, aveva voluto quella strage è il solo modo che ha per scontare la pena, e attutire il rimorso e la vergogna. Una strage trappola, peraltro, nella quale erano morti anche i suoi compagni, falcidiati da un cecchino. Il percorso di Lori conduce agli stessi luoghi, poiché conduce a lui. Ad un certo punto Lori gli recita: “Benedetto il Dio di Sadrach, Mesach e Abdenego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi…” È un passo della Bibbia che solo più tardi Hans capirà.
Non è casuale che il dramma di Hans, la sua voglia di espiazione, siano attraversati anche dalla caduta del muro di Berlino. Quel 9 novembre 1989, è in compagnia di Manfred, l’amico che gli procura del lavoro a giornata, e insieme con altri tedeschi che vivono a Dolcedo, a Sorba, e nei paesi vicini, apprende alla radio la notizia; tutti esultano e festeggiano come un segno desiderato e finalmente giunto, allo stesso modo che Hans spera che accada anche a lui per quel lontano fatto di sangue.
Le ricerche di Hans, i racconti di alcuni abitanti come Grisu e Bacì, che rievocano fatti di guerra da cui l’ex soldato tenta di carpire qualche notizia utile, non solo riaccendono nel romanzo il clima di quegli anni torbidi, ma ci rimandano più volte la voce di Beppe Fenoglio che, ne “Il partigiano Johnny”, non volle nascondere le verità scomode della vicenda partigiana.
Magliani crea paesaggi rugosi, sempre attraversati dalla durezza della vita, che portano in sé una qualche arcana ed inestinguibile malinconia, la quale colora le cose, le visioni, le luci e le ombre di un afflato in grado di diffondere una suggestione quasi mistica nascosta nelle asperità della natura. Quando Lori, trasferitasi in Olanda, nei pressi di Ijmuiden (è il paese dove vive anche l’autore), ricorda Dolcedo e Sorba, pensa: “A Sorba e a Dolcedo avrebbe prestato volentieri i suoi occhi, per mostrare loro il Mar del Nord e i venti che portavano la sabbia contro i fili d’erba.”
Lori e Hans sono distanti, lui è ancora nei luoghi della strage, lei ne è lontana fisicamente, ma con la mente pensa all’ex soldato, allo straniero che dorme tra i rovi, nei pressi del pozzo. Sono davvero più vicini di quanto ciascuno di essi immagini. Lori è dentro quella strage, la sua vita è dovuta a quel gesto di pietà, a quel riscuotimento della coscienza, che ha indotto Hans a risparmiare la bambina nascosta tra i rovi. Capiremo verso la fine perché.
I paesi, sebbene immaginari, s’incrociano in questa storia con le loro mulattiere diventate tante serpentine che li trasfigurano in un complessivo ed unificante villaggio della memoria, ciascuno tuttavia coi suoi profumi, i suoi colori e i suoi silenzi: Sorba, Dolcedo, Ruggio, Bastieto, Luvaira, Santaleula. L’autore ci spiega che di essi, solo Dolcedo esiste, dove è nato.
Ma noi sentiamo che non è così. Essi sono diventati un simbolo e tutto esiste invece, giacché non sono quei nomi a sorreggere la storia ma le paure, i pentimenti, i rimorsi, le solitudini, le angosce, gli spettri e le visioni che tormentano l’anima di ogni uomo in colpa.
Pur già in presenza delle precedenti ottime prove dell’autore, quest’ultima si eleva sulle altre per la severità, nettezza e profondità di un pensiero che, nel momento in cui pietosamente ci congeda da Hans, con quel “Sono stati tutti” non ci lascia più dimenticare.

“La Tana degli Alberibelli”

Longanesi 2009

Ho ormai una felice consuetudine con i romanzi di questo autore, che ho conosciuto e del quale mi onoro di essere amico. Persona affabile, squisita, per nulla sussiegosa, nonostante la sua indiscutibile bravura. Altri avrebbero potuto assumere una certa prosopopea, squadrarti dall’alto; non così Marino, che nella propria modestia ha un’altra delle sue peculiarità.
Ogni anno scende in Italia dall’Olanda, dove vive, per parlare del suo ultimo libro e succede sempre allorché nel mio giardino i bei tulipani dai molti colori sfioriscono. Ma quando tra fine marzo e fine aprile sono nel loro massimo fulgore, fermandomi ad ammirarli, penso sempre a lui, che passeggia sulla riva del mare di Ijmuiden.
Siamo nei mesi di febbraio e marzo del 2008. Jan Martin Van der Linden, “il codino e gli orecchini”, è stato incaricato, sotto la copertura di essere un archeologo inviato da una rete televisiva olandese, di far luce su un dirottamento di fondi europei verso la costruzione di un megaporto privato. Egli rimpiazza il precedente investigatore, Pangloss, che ci ha rimesso la vita.
Nel calarsi in certe grotte situate nella Liguria di ponente rinviene “un mestolino d’argento di stile arabo con cui due ufficiali napoleonici e disertori di Marengo avevano bevuto i loro decotti a base di hascisc e menta.” La grotta è chiamata “La Tana degli Alberibelli” e Jan scopre presto che essa è legata anche ad un mistero che risale al periodo della Resistenza.
La sua presenza è stata notata e Jan si sente pedinato: “Un gruppo di veterani della Resistenza lo faceva tenere d’occhio. […] temevano che indagasse su certi fatti, cose poco chiare, accadute, probabilmente, durante la resa dei conti.” Il periodo dell’ultima guerra costituisce uno dei temi divenuti assidui e cari all’autore. Coi suoi romanzi (da ultimo “Quella notte a Dolcedo”) Magliani cerca di stendere una rete di sensori che possano captare le risposte che ancora mancano alla storia di quei luoghi da lui amati. Questo libro diventa, così, un’ulteriore tessera importante, e quasi certamente non l’ultima. Ciò ne accresce l’interesse, e spinge il lettore che già non l’abbia fatto, a procurarsi i precedenti libri di Magliani così da avere una visione e una comprensione complessive del suo percorso. Sebbene l’autore avverta che la narrazione si avvale di personaggi e accadimenti di pura fantasia, essi sono pregnanti di storia e resi, sotto questo profilo, assai vividi e significativi.
In realtà, Jan lavora per conto di un’agenzia belga, e l’operazione, denominata Waterprofile, è stata commissionata da un Bureau europeo antifrode. In Liguria, nella zona di Santaleula si sta, infatti, costruendo un porto privato destinato a diventare il più grande del Mediterraneo: “Un prato di fiori che aveva attirato sciami d’api, ditte, faccendieri, speculatori, procuratori, architetti.” Il sospetto che la costruzione si avvalga dolosamente di fondi europei destinati ad opere pubbliche è forte, ma non è facile arrivare alla verità. Addirittura, con il ritrovamento in mare del cadavere di Pangloss, l’indagine viene momentaneamente sospesa, ma Jan riceve  l’ordine di restare sul posto e di continuare le ricerche di tipo archeologico che lo hanno portato al ritrovamento del mestolino. Deve, insomma, irrobustire la sua copertura, fino a che non arriveranno tempi migliori. Ciò lo aiuterà anche a coprire le indagini che ha autonomamente avviate circa la morte del partigiano Iliev, ucciso nel ’44 nei pressi della Tana degli Alberibelli in circostanze poco chiare. I partigiani del posto si sono messi alle sue calcagna e non lo mollano, giacché temono che Iliev abbia lasciato all’interno della grotta “un messaggio per arrivare ai suoi assassini, una storia di tradimenti, di conflitti mai risolti.”
È proprio la Tana degli Alberelli ad incuriosire Jan, visto che i libri sulla Resistenza la descrivono composta da solo due stanze, mentre dai documenti rinvenuti addosso ai due ufficiali napoleonici risulterebbe composta da tre stanze. Che fine ha fatto, dunque, la terza stanza?
Ecco che Magliani, in poche pagine, con una scrittura come al solito asciutta, incisiva ed efficace, ha disteso i fili della sua trama, che ci guiderà su di un percorso tra speculazione edilizia e fatti di guerra. Una ulteriore conferma che Magliani è un narratore d’impegno che fa del romanzo il suo strumento di analisi e di denuncia.
La curiosità che Jan prova circa le cause della morte di Iliev (“Oh lui era un Dio“, gli avevano raccontato) fa da motore alla narrazione, accompagnando e anche sovrastando l’indagine sui lavori del nuovo porto privato  per la quale era stato mandato a sostituire Pangloss.
Si raccontava che Iliev fosse stato ferito dai “saloini” e ucciso prima che potesse rifugiarsi nella Tana degli Alberibelli. Allora perché una Volvo bianca lo sta seguendo e i suoi occupanti, un uomo e una donna, domandano in giro a che cosa si interessi veramente e se abbia fatto domande sui partigiani? Dirà poi: “Che la Volvo fosse di gente mandata dai partigiani ormai era chiaro.” Anche i carabinieri stanno seguendo le sue mosse, e sono in contatto con un uomo importante, detto il Cavaliere, un vecchio partigiano, che chiede di essere informato costantemente. Costui è protetto da un personaggio politico, “un moderato, con importanti incarichi, sottosegretario in un paio di governi”.
Le ricerche mettono in evidenza una Liguria arcigna, carsica (“l’acqua scappava in un passaggio scavato nella pietra e si perdeva per sempre.”), fatta di grotte umide, nascoste da una vegetazione che cela ancora memorie dell’ultima guerra. Tra i rovi, coperta di polvere e di terra c’è la “la lapide di ardesia” che ricorda i quattro partigiani che, si racconta, si sono suicidati; ma niente rammenta invece il nome di Iliev.
Molti sanno “che i partigiani erano uguali agli altri, e ne avevano fatte di peggio…” Come per altri romanzi di Magliani, la sua ricerca obiettiva della verità fa ricordare Beppe Fenoglio, che, fra l’altro, viene anche nominato. Dice il padre al figlio Pietro (un cacciatore del posto che si interroga pure lui sulla morte di Iliev): “i fascisti dicevano che qualcuno gliel’ha portato su un piatto d’argento.”
In realtà le due indagini parallele, quella relativa alle speculazioni edilizie intorno al nuovo megaporto privato (“C’è di tutto nel porto di Santaleula”), e quella relativa al partigiano Iliev riescono a mettere a confronto due Ligurie differenti: la Liguria sommersa e devastata dalla modernità, movimentata e frenetica, e la Liguria antica, silenziosa, chiusa in se stessa, segreta, che la guerra ha reso perfino misteriosa.
È un occhio vigile, quello dell’autore, e la bellezza della sua scrittura risiede proprio nel fatto che il filo principale della storia (che annoda tra di loro il caso Iliev e la speculazione edilizia: “Non c’era quasi momento in cui cercava gli assassini di Pangloss che non ragionasse anche su Iliev”) è costellato di annotazioni mai invadenti che descrivono con precisione paesaggi e uomini di questa dura terra, così che la Liguria resta sempre la vera protagonista: “Tornando in Val Venanzio ci passò davanti al convento dei frati, un muro giallo in una ragnatela secca di rampicanti e un campanile.”; “Vallate interne, lapidi di battaglie partigiane, negli slarghi dei tornanti. Poi gole fredde e buie.“; “Il lampione illuminava una stradina di terra e verdura abbandonata, capanne di fagioli che la pioggia aveva ormai decomposto, capanne di lamiera, vecchi pollai.”; “Sul ponte di Leive si fermò ad osservare in basso le rocce nude e secche. Non scorreva quasi acqua.” Quando arriva la primavera, fa dire a un suo personaggio, Bacì: “Le giornate rimangono incastrate nelle pietraie, d’ora in avanti sarà dura far venire la notte”. Il cacciatore Pietro racconta: “Da bambino […] gli scogli di Robavilla erano schiene di balene.” Sono solo alcuni esempi.
È un romanzo che non si può leggere in fretta, il lettore dovrà sapersi ritagliare il tempo necessario per godere le nicchie di bellezza che si annidano nella scrittura. Ancora: “Era questo posto, era la Liguria. Se uno non era nato qui, le cose facevano pena. Se uno era nato qui le aveva già dentro.” Non solo: Jan entra in una libreria e compra “Attesa sul mare”, un libro di Biamonti, un’icona, un simbolo, una bandiera di questa terra. Così, con una operazione semplicissima e di squisita dolcezza, Jan non è più un olandese, sibbene un ligure, Jan è Magliani. Che cosa farai per vivere? gli domanda verso la fine la compagna Loredana. Risponde: “Io ho due mani sinistre. Però parlo bene spagnolo, inglese, francese e italiano. Tradurrò qualcosa per gli avvocati, lo facevo un tempo, oppure tradurrò i romanzi di qualche ligure che mi piace, c’è un grande poeta che ha scritto: archeologo dei miei giorni… O certe cose di Biamonti, se qualche editore me l’offrirà…”
Il groviglio degli avvenimenti si fa ancora più intricato per Jan. Gli stessi interessati alla speculazione del porto cercano di accaparrarsi anche il monopolio dell’acqua. Si coltiva sui monti, in luoghi resi inaccessibili, perfino la marijuana.
Jan viene a conoscenza di tutto questo, cerca di darsi delle risposte, ma ciò che continua ad assillarlo è il segreto racchiuso nella Tana degli Alberibelli. Si mette alla ricerca di un vecchio partigiano superstite, soprannominato Bacì, “alto e magro”, da cui spera di carpire la verità sulla morte di Iliev. Prima però Bacì viene rintracciato dai due occupanti la Volvo, un uomo e una donna, e quest’ultima informa subito il Cavaliere, il quale a sua volta comunica la notizia anche al maresciallo dei carabinieri Bonellu. Forse si sono assicurati l’omertà di Bacì: “Con Bacì era tutto a posto.” Come vedete, Magliani sa creare la giusta atmosfera di suspense, tutto si sta trasformando in una corsa contro il tempo. Inoltre, qualcuno lascia degli oggetti davanti alla sua porta come se volesse comunicargli un messaggio. Nessuno sa chi sia. Lo scopriremo solo alla fine. Lo stesso maresciallo Bonellu sembra celare un segreto (“il maresciallo sta al gioco con qualcuno…” sospetta Jan).
Magliani mostra di saper condurre lucidamente una trama complessa e sempre più serrata e districarla poi a poco a poco come neve che si sciolga. Finché sulla carta, sulle ultime pagine, oltre al nome del colpevole, resterà il suo pensiero, nitido, chiaro: una denuncia, e più ancora resterà il coraggio di aver messo il dito su una piaga scomoda che, se ha segnato ignominiosamente il passato, allo stesso modo, per un’omertà tenace, un colpevole silenzio, segna il presente. Non per nulla in una nota, nel capitolo 51, l’autore, nel ricordare il nome di una via, via Cascione, scrive: “Felice Cascione, medaglia d’oro al valore, era stato dottore e partigiano, il grande capo della Resistenza imperiese, ucciso anch’egli in circostanze poco chiare.” Lo stesso accadde a Lucca, negli anni subito dopo la guerra, quando verrà trovato misteriosamente impiccato nella sua casa uno dei migliori partigiani italiani, Manrico Ducceschi, conosciuto come “Pippo”.

“Marino Magliani e Vincenzo Pardini: “Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo” (Transeuropa, 2010)

Un complimento va indirizzato all’editore che è riuscito a mettere insieme due narratori di assoluta qualità. Essi hanno alle spalle una produzione già notevole a testimoniarlo, e leggerli uniti in una pubblicazione che li vede esclusivi protagonisti è stata una piacevole sorpresa.

Pardini è il primo a raccontare. Ci presenta Fidelco, un uomo che è stato anche in Argentina come emigrante, ed è ossessionato da una presenza ultraterrena, una donna, alla quale ha perfino chiesto, in uno dei suoi momenti di raccoglimento, se Dio esiste, ricevendone una risposta affermativa.

“Pioggia e neve gli erano oltremodo care. Gli sembrava lo proteggessero.” scrive Pardini, e così riconosciamo che questo è, ancora una volta, uno dei suoi personaggi amati, che ricevono direttamente dalla natura l’impulso a vivere.

È inverno, Fidelco ha deciso di restare solo sull’altopiano, si lascia andare ai ricordi, e sono ricordi di una natura selvaggia, che ha proprie regole alle quali corrispondono comportamenti che possono apparire crudeli. Quelli dell’aquila e del condor, ad esempio. Nel racconto troviamo paure e ombre, le stesse che innervano la natura e risiedono anche nell’uomo: “Il tempo, davvero, non esisteva.” Si ha la sensazione di qualcosa che tanto nelle azioni degli uomini quanto in tutto ciò che ci circonda non ha mai una sua fine definitiva. Non si muore mai completamente. È il primo racconto e ha il titolo: “Il nido dell’aquila”; il secondo s’intitola: “Broggi”, ed è un racconto lungo. Broggi è il nome di un toro deforme, più somigliante a un bufalo. Pardini ha già dedicato ad una bestia, un mulo, il titolo di un suo libro, “Giovale”. Il padrone del toro, Lionetto, “Alto, magro e di carnagione rossa”, e la madre di questi sono stati in manicomio.

Come vedete, una situazione forte e asprigna, caratteristica dell’autore lucchese, la cui scrittura vi corrisponde mirabilmente.

Frasi secche, brevi, dove l’uso di parole gergali è frequente e dà l’idea della vita di montagna, chiusa e ristretta. Il racconto ha una sua frenesia mitico-pastorale; quadri di vita che si inseguono tra il presente e il passato, a rappresentare un modello che avrebbe dovuto persistere nel tempo e non disperdersi.

Lionetto e Broggi sono due espressioni della natura selvaggia ed intima, una specie di eco, di turbine, di burrasca che marchia l’esistenza, due espressioni solitarie ed universali ad un tempo. L’altopiano, dove “non era ancora giunta la corrente elettrica”, è il regno dell’anima che non si piega, patisce ma si ribella: “Broggi lanciò un mugghio che sembrò scuotere la terra. Poi scese giù a gran corsa, travolgendo quanto trovava sul tragitto. Arrivato nello spiazzo dell’altopiano, caricò la croce di legno, spezzandola, e continuò a correre con un’eco di temporale tra prati e alture.”

Suoni, rumori, ombre, gli stessi silenzi, accendono e ravvivano superstizioni.
È un mondo che si impossessa del lettore, lo strega, lo trascina altrove.
Molte scene hanno un’efficacia sanguigna e cruda come quella che descrive l’incontro tra Lionetto e la vecchia prostituta sdentata, Anne Anne: “Così dicendo si buttò su la sottana, mostrando gambe bianche e ancora ben tornite. Se le tirava su piano piano, con mani piccole e scarne, le unghie smaltate.”

La fine di Broggi racchiude in sé la potenza biblica di uno schianto comandato da lontano: è la sola possibilità di domarlo e vincerlo.

Pardini ama Broggi. Lo si sente, e non posso dimenticare quanto scrisse a proposito di Lotar, il cane protagonista di un suo racconto contenuto nel libro: “Tra uomini e lupi” (vincitore, nel 2005, del Premio Viareggio – inverno): “Mi univa a lui l’oscurità di certi miei stati d’animo; come lui m’accadeva di diffidare degli esseri umani e di voler stare lontano dal loro mondo. Era l’interprete, fraterno e assoluto, della mia parte inconfessabile.”

La seconda parte del libro è dedicata ai racconti di Marino Magliani, nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, giramondo ed ora stabilitosi in Olanda, in un paesino di fronte al mare, IJmuiden.
Anche lui, come Pardini, gran tempra di narratore.
Si comincia con “La parte”.

La Liguria non è così silenziosa come l’altopiano di Pardini. Ferve l’attività, si sente il rumore dell’autostrada.

Emiliano è venuto dalla Germania, dove lavora, per una vacanza nella sua proprietà, che detiene a mezzo con il fratello gemello Dino; vuole cogliere l’occasione anche per spartire una buona volta l’eredità, rimasta indivisa da otto anni (viene in mente “Il podere” di Federico Tozzi). Emiliano è un pigro, un istintivo, uno che si lascia trasportare da una modernità beota ed incosciente. Una modernità che la sua Liguria vive un po’ intorpidita dalla resistenza che la natura forte e aspra oppone agli uomini.

Mentre in Pardini gli uomini vivono in simbiosi con la natura, assimilandone le leggi, quasi sempre violente, in Magliani si avverte il patimento di una lotta affinché essa sia soggiogata. È la storia della Liguria, nata arcigna e ostile (“si penetrava in gole sperdute, popolate da tordi e merli, terre senza strada dove secondo Dino ci vivevano i cinghiali”), e a poco a poco piegatasi alla ostinazione dell’uomo.

Interessante, dunque, il confronto. In Pardini l’uomo si trova a suo agio sull’altopiano, vi si immedesima; in Magliani  vuole invece piegare la natura; è in lotta con essa.

Pardini constata, registra e forse anche approva, è quasi connivente; Magliani ricerca, s’interroga, vuol capire. Come fa nei suoi romanzi. Il suo è il mondo dell’emigrante che parte, ma poi non può stare sempre lontano; ogni tanto ritorna, nota le novità, i cambiamenti. Prova malinconia: “Com’era possibile che con una terra così uno partisse…”

Il secondo racconto è intitolato: “Il controllo delle piante” ed è una specie di seguito del primo per alcuni personaggi che ritornano: Dino, la moglie Adele, Emiliano, e la saldatura dei due racconti rafforza la descrizione di un ambiente aspro e difficile, in cui c’è da combattere ogni giorno.

In Magliani, accanto alla nostalgia per ciò che era il passato, si accompagna sempre la sottolineatura del cambiamento, la cui inesorabilità fiacca ogni voglia di resistenza.

Credo che si annidi qui la differenza tra due rappresentazioni di una realtà che pure è in entrambi i casi dura e aspra. In Pardini la natura resiste e con lei resiste quell’uomo, tra i tanti, che più le assomiglia: nemici folli e ostinati del cambiamento; in Magliani, il mutamento prevale e vince su tutti, sugli uomini e sulla natura: “Parlava di tempi in cui le terrazze erano pulite come in mano, e i rovi, come una rarità, i cacciatori se li bisticciavano per aspettarci il tordo.”

Impressionante la ricchezza che riesce ad offrire l’affiancamento di due autori che sembrano partire dalle stesse radici.

Chi ha pensato ad un libro come questo ha fatto centro.
Sono narratori che traggono la loro scrittura da quei raccontatori di un tempo avvolti nel mistero e nella leggenda. Aspro e impudico come la natura, Pardini, pudico e dolente osservatore, Magliani: “un posto in cui di ligure non era rimasto nulla”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart