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Mangano, Raffaele

7 novembre 2007

Andiamo a bere la pioggia
Il mio amico Abdul
Le Lumache non bevono vino  

“Andiamo a bere la pioggia” (2005)

Lupetti editore, pagg. 224, euro 13

Conobbi Raffaele Mangano qualche anno fa a Milano, in occasione di un raduno di frequentatori di it.cultura.libri. Quel giorno feci la conoscenza anche di Piersandro Pallavicini. Raffaele Mangano è tutto effervescenza e allegria, estroverso e acuto, incontenibile. Ha al suo attivo altri romanzi, tra i quali: “Le lumache non bevono vino” del 2001; “Il mio amico Abdul” del 2003, pubblicati, come l’ultimo, dall’editore Lupetti. Il romanzo di cui ci occuperemo segue la tempistica dei due precedenti, ed esce nel 2005.

“La banda degli otto” imperversa nel “quartiere periferico a ridosso della campagna.” di una grande città, identificabile con Milano, dove l’autore vive, ma anche con tante altre città d’Italia.

È scalmanata e si diverte a far di tutto, purché siano, ovviamente, monellerie e dispetti: razziano il raccolto di Clelio Mantegazza detto “Crapùn”, il cui “collo, largo e corto, si innestava su un corpo sgraziato per via del ventre sporgente che tracimava dalla cinta dei pantaloni.”; giocano a palla nel cortile infastidendo i coniugi Sala, guerreggiano contro altri ragazzi qualche volta vincendo e qualche altra perdendo, tornando a casa conciati per le feste, e così via di questo passo. I loro nomi: Gabriele Musmeci detto “il tarello” (cioè, terrone o anche bastone, mattarello), Carlo Cambiago detto “grattacù”, Ambrogio detto “stecco”, fratello maggiore di Carlo, Elio Rossi “il mancino” (tutti della scala A), Giuseppe Longo detto “caciarùn”, suo fratello minore Antonio detto “candelot”, “a causa del perenne colare del naso”, Franco Montagnani detto “monta”, “discreto arrampicatore di alberi”, Giorgio Polli detto “pulaster”, “veloce nella corsa ed esperto nell’imitare il verso dei fringuelli.” (tutti della scala B). Precisa l’autore: “I soprannomi nel paese erano un obbligo ed erano più significativi dei cognomi, tanto che spesso li sostituivano nel parlare comune.” Più tardi la banda si chiamerà “La banda degli otto più uno”, perché vi si aggiungerà Fulvio Zucci, detto “il trippone” o anche “il lardone”.

La prima osservazione da fare è che la scrittura di Mangano si è fatta più saporosa, rotonda, più classica, con quella quiete del raccontare che contraddistingue un narratore maturo. L’apertura del romanzo fa subito venire in mente il celeberrimo “I ragazzi della via Pal” dell’ungherese Ferenc Molnár, pubblicato nel 1907, che è diventato un vero e proprio libro di culto. Là i ragazzi, come è noto, avevano fondato la “Società dello stucco”, che era, anche lì, ovviamente, il pretesto per combinare monellerie. Ma pure il film del 1961, “La guerra dei bottoni”, di Yves Robert, può costituire un altro valido richiamo. Anche “La banda degli otto”, infatti, ha una banda rivale con cui prendersela, definita con il termine spregiativo di “quelli là”, comandata da Renzo Ciribelli, detto “il ciribrutti”.

Senonché, a partire dal capitolo successivo, ci troviamo immersi nella vita di uno di questi ragazzi diventati adulti. Si tratta di Giuseppe Longo, che ha una figlia, Anna Luisa, che non vede da molti anni e desidererebbe andare a trovare; pensa all’incontro e se lo immagina tenero e cordiale. Ma non ha il coraggio di farle visita. Non se la passa bene, si divise anni prima dalla moglie ed ora è una specie di barbone. È uscito da poco dal carcere; affetto da cirrosi all’ultimo stadio, è stato rimesso in libertà: “e quindi mi lasciano crepare fuori.” Come può presentarsi, perciò, in questo stato a sua figlia? Si siede su di una panchina dei giardini pubblici a riflettere, quando è avvicinato da un vecchio che gli tiene una specie di lezione sulla vita.

Ma capiamo presto che l’intendimento dell’autore è un altro: di rappresentarci, ossia, il ragazzo diventato adulto che ritorna sui luoghi che lo hanno reso felice per testimoniare dell’unico momento della sua esistenza degno di essere ricordato. Significativo è il momento in cui a ritornare su quei luoghi è Gabriele (un altro della banda, diventato – con un ben diverso destino – professore di “semiologia e semiotica”) accompagnato dal figlio Matteo. Nel rievocare quegli anni si lascia andare a questa confidenza: “la casa è di chi ci vive, però tra le mura si annidano anche brandelli di anima di chi vi ha abitato prima. In quelle stanze altra gente ha scritto la storia di ogni giorno, fatta di gioie e tormenti, ostacoli da superare e traguardi da raggiungere, amori e disillusioni. Questi sentimenti svaporano col tempo, ma lasciano tracce tra le pareti, ne sono sicuro. Nei palazzi antichi non si avverte spesso una strana energia, talvolta addirittura un’impalpabile presenza?” Dunque, noi restiamo sempre nei luoghi dove abbiamo vissuto, la crescita che ci accompagna lungo tutta la vita, lascia i propri segni nei luoghi attraverso i quali siamo passati. Fermatisi ad un bar, Gabriele e il figlio vi incontrano Giuseppe che, non riconosciuto da Gabriele, gli va incontro e “iniziò a parlare, mostrando una bocca devastata dal fumo e dall’alcool.” È a questo punto – dopo che l’autore ha sottolineato, con il presentarci Giuseppe e Gabriele adulti, il peso degli anni su due dei protagonisti di quell’età ormai lontana, come a volerla connotare di una qualche intrinseca tristezza e malinconia – che torna sulle pagine, tramite i loro ricordi, la frenesia, l’irruenza, la spensieratezza degli otto ragazzi che vissero insieme quel lontano periodo in cui tutti li conoscevano come “La banda degli otto”.

Dopo che l’autore ci ha descritto i luoghi dove la banda scorrazzava nonché disegnato i ritratti dei ragazzi, e di come vennero a poco a poco raggruppandosi quelli della scala A e quelli della scala B, ce li fa trovare tutti insieme nella prima vacanza dalla scuola. È estate, la stagione ideale per i giochi, con così tanto tempo libero a disposizione. Giuseppe, il più irruento e il più vivace, fa credere a tutti che: “l’acqua delle nuvole contenesse dei microbi fatti di luce che aiutavano la memoria e aumentavano l’intelligenza.” Questa proprietà è data all’acqua dai lampi, ecco perché è fatta bere ai malati di mente, sostiene Giuseppe. Così in un giorno di pioggia, “socchiudendo le palpebre, trovarono il sistema di rimanere con la faccia all’insù e la bocca spalancata. Ingoiavano la pioggia e la sentivano scendere lentamente nello stomaco.” È l’episodio che dà il titolo al libro. Naturalmente, non si riscontra alcun beneficio; ciononostante quel gioco sotto la pioggia “divenne un rito” e soprattutto un’occasione per sentirsi uniti. È, quella, anche l’età in cui scoprono che allontanarsi dal loro ambiente, magari per andare in colonia al mare, è come finire in prigione, sottoposti ad una disciplina che non conoscevano e assai sgradita. Quella de “La banda degli otto” è la generazione che vede arrivare, anche se per il momento in poche case, i nuovi elettrodomestici che rivoluzioneranno le abitudini, come il frigorifero e soprattutto la televisione, poi il telefono. Così che l’entusiasmo delle novità si mescola ad un certo sbigottimento.

Mangano rievoca un’età che molti di noi non più giovani hanno conosciuto molto bene: gli anni di “Lascia o raddoppia?” e degli sceneggiati televisivi, che raccoglievano davanti al piccolo schermo, nei bar soprattutto, molti spettatori, ma anche gli anni che avvieranno una rivoluzione industriale e sociale senza precedenti. Chi non li ha vissuti, può trovare in questo libro l’occasione di immergersi dentro un racconto che segue passo per passo la crescita di una generazione che si è trovata a vivere l’impatto con ciò che diventerà presto l’inizio di una nuova epoca. Anche un romanzo documento, dunque, che può lasciare qualche emozione nei giovani di oggi, messi a confronto con un trapasso che essi non hanno conosciuto, ignari dello stupore che pervase i loro coetanei d’allora figli di una civiltà ancora largamente contadina, nutrita di tradizioni e consuetudini secolari.

Giuseppe ha bisogno di aiuto, non ha avuto fortuna nella vita, al contrario di Gabriele. Lasciato l’amico, la sera, per andare a dormire, si rivolge alla comunità di fratel Erminio, che accoglie coloro che hanno bisogno di aiuto, poveri e malati. Non riesce a capire come un essere umano possa trovare gioia nel fare il lavoro di fratel Erminio, ma, sdraiato sul letto, ecco che tornano i ricordi di quando, insieme con gli altri, ogni giovedì, al pomeriggio, andava al catechismo. Anche allora era insofferente, non voleva rinunciare a fare la Prima comunione, tuttavia “si era solo stufato di seguire il catechismo. Non sopportava di stare a scuola, per cui il trascorrere altre ore seduto dietro un banco ad ascoltare parabole e vita di santi lo rendeva nervoso.” Però, in compenso, in quel tempo della sua infanzia, non c’erano solo il catechismo e la scuola; c’era il gelataio che passava “con il triciclo a baldacchino e il disegno di un cono gigantesco sui pannelli laterali.”; c’era Giacomo che si preannunciava con il suo organetto: “Si fermava, asciugava il sudore, prendeva fiato e finalmente ruotava la manovella. Il ‘carillon’ diffondeva nell’aria le note del ‘Carnevale di Venezia’ e dai balconi le donne lanciavano monete.”; ma soprattutto c’era “il masarìn”, il contadino che si fermava con il suo carro e vi faceva salire i ragazzi, che “si precipitavano di corsa fuori del cancello per saltare in mezzo al fieno”.

Gabriele è tornato anche lui a casa e concorda con il figlio Matteo nel giudizio sul vecchio compagno Giuseppe: “Sono stato contento di incontrarlo, però mi ha fatto pena. Era un fascio di nervi, robusto e sempre in movimento. Adesso è una larva. Poveretto.” Ricorda quando, in treno, con i genitori e il fratellino Vincenzo, andò in vacanza in Sicilia, dai nonni paterni. Per tutto il viaggio stette al finestrino a guardare il paesaggio, e quando fu sotto l’Etna, il vulcano gli apparve come “un immenso cono buio, con la cima avvolta da fumo e le falde ricoperte di vegetazione spessa e densa.”

Il romanzo a questo punto si colora delle luci e dei profumi della Sicilia, che fanno capire al bambino che la terra di suo padre vibra anche dentro di lui: egli, dunque, non era “solo un campagnolo lombardo che non temeva la nebbia, né il freddo dell’inverno, padrone del dialetto e inserito tra la gente del posto; le radici affondavano in un’isola lontana, abitata da gente con abitudini e costumi profondamente diversi. In famiglia l’essere meridionali non era mai stato esaltato, né vissuto come un valore. Le origini erano sempre state solo un dato anagrafico. Invece quel primo viaggio lasciò in Gabriele una traccia profonda.” Si tratta di uno dei passaggi più significativi del romanzo, nel quale il segno di una centralità dell’uomo supera, per fonderle, le barriere che hanno sempre diviso il Nord dal Sud. Il percorso di Gabriele, da questo momento assume anche i connotati, tramite il figlio, di una ricomposizione che passa attraverso una nuova sensibilità, maturata dopo una storia di lacerazioni e incomprensioni.

Continuano a scorrere davanti ai nostri occhi scene di una vita che non c’è più, consuetudini che si sono perdute. Mangano riesce in talune rievocazioni, con una scrittura che raggiunge in quei momenti il suo massimo livello espressivo, a riprodurne una vitalità e un sapore che paiono rimasti intatti negli anni. Si veda, ad esempio, il ricordo dei cinema parrocchiali, gremiti fino all’inverosimile, con il paese che aveva per tutta la settimana materia per discussioni e pettegolezzi e viveva l’attesa del prossimo film, di cui nel corso della programmazione precedente erano state trasmesse alcune anticipazioni.

Non è difficile riandare con la mente alla splendida rievocazione contenuta nel film di Giuseppe Tornatore, “Nuovo Cinema Paradiso”, del 1989. La passeggiata di Gabriele bambino con il nonno materno ai giardini pubblici di Milano, descritta al capitolo 9, è un’altra bella pagina da segnalare, in cui alcuni termini del dialetto siciliano adoperati dal nonno, un po’ alla maniera di Andrea Camilleri, rendono colorita e saporosa la conversazione tra i due. Ciò accadrà altre volte nel romanzo e “Gabriele continuò ad avere un nonno per amico sino a diciassette anni.” Il legame affettivo che unisce tra loro Gabriele e il nonno sarà uno dei temi più toccanti del libro. In realtà, una tale attenzione per la scrittura si va facendo ragguardevole in tutta la seconda metà del romanzo, in cui lo stile, che si mantiene sempre limpido nel corso dell’intero racconto, si carica di una accattivante e fresca godibilità.

La rievocazione di certi giochi oggi scomparsi non può che provocare, infatti, nei più anziani un sentimento di affettuosa nostalgia, e nei giovani una ghiotta occasione di conoscere i passatempi dei loro padri e dei loro nonni quando avevano la loro stessa età: “L’innovazione fu la gara di ciclismo su piste tracciate col gesso sul marciapiede, usando i tappi delle bibite. Sul fondo di sughero veniva iscritto il nome del corridore e sopra veniva aggiunto un disco di carta con i colori della squadra di appartenenza.” I “tappini” (così li chiamavano dalle mie parti in Toscana) venivano spinti “con lo schiocco tra pollice e indice.” Noi, a Lucca, mettevamo sul sughero del tappo la figurina del corridore, tagliata rotonda perché si adattasse alla circonferenza del tappino. Si collezionavano anche le figurine dei corridori, come pure dei calciatori, incollandole “con l’impasto di acqua e farina.” Un altro gioco da me dimenticato e che il libro di Mangano mi ha fatto ricordare è quello che lui chiama la “pita, ovvero chioccia”. Non ricordo come lo chiamavamo noi, ma il meccanismo era lo stesso: “Ogni figurina veniva tenuta con un dito contro il muro, all’incirca all’altezza degli occhi, e poi lasciata cadere per terra. Se finiva sopra a un’altra già lanciata, il giocatore le raccoglieva entrambe, altrimenti rimaneva sul terreno ad aumentare il numero delle prede possibili.” Erano giochi che si praticavano dappertutto in Italia, come il kinè, ad esempio (un pezzetto di legno appuntito che si colpiva con una mazza per lanciarlo il più lontano possibile), o le gare con i cerchioni di bicicletta, che si spingevano con un bastone. Giochi che non costavano nulla, adattissimi per quei tempi magri. Vi si trova perfino il ricordo di come si preparava con certe bustine l’acqua frizzante (chiamata acqua di Vichy, dal nome della cittadina termale francese), incarico che tocca a Gianna di espletare, la bella e sfrontata sorella di Giuseppe e di Antonio, che è la ragazzina che suscita nei compagni il primo desiderio sessuale: “Non aveva rossetto, né trucco e i capelli erano raccolti dietro la nuca. La maglietta sembrava dipinta sul busto e i seni non stavano fermi un secondo.”

La madre di Giuseppe, Eugenia, “Mentre cuciva ascoltava le commedie recitate alla radio”. Già, succedeva anche a me, che non cucivo, ovviamente – ché lo faceva mia madre – ma la sera mi coricavo presto e accendevo la radio. La fantasia correva a creare emozioni e immagini suscitate da quelle voci misteriose.

E ancora: “Cesarott girovagava per il paese su una rudimentale sedia a rotelle trainata da un cane, un robusto bastardo di nome ‘Caligola’”. Come non ricordare l’uccellaio, il venditore di uccelli, che viveva vicino a casa mia, al quale erano state amputate le gambe e che viaggiava su di una carrozzella trainata da un cane, proprio come l’autore descrive per il suo “Cesarott”.

Tutto ciò per dire che le rievocazioni di Mangano sono precise pennellate sul passato e la sua memoria ha davvero sfidato il tempo.

Certo, quella spensieratezza e quella libertà godute a piene mani dai protagonisti del romanzo sono diventate un malinconico ricordo, di fronte ai legacci che la vita ha preparato per loro e prepara per tutti noi, sempre. Dice Gabriele all’amico ritrovato, mentre stanno ritornando a visitare i luoghi della loro infanzia: “Ho cominciato a trainare il mio carro e la vita ha provveduto a riempirlo: il lavoro, la carriera, la famiglia, i problemi, i perché, i momenti bui e quelli sereni.”

Quando si trovano davanti al cortile dei loro giochi, sembra loro che il tempo non sia passato. Giuseppe, che nella vita è sempre restato “solo come una bestia randagia.”, rivela al suo amico che quando era in carcere lo psicologo aveva fatto risalire le difficoltà della sua vita alla famiglia, al padre ubriaco e soprattutto alla “difficoltà di socializzare con i coetanei. Invece se c’è un periodo felice nella mia esistenza è proprio quello trascorso qui in cortile con voi. Dopo non ci sono più stati i sogni a proteggermi. Qui ero tutto e tra breve non sarò più niente.”

Ci viene da pensare, allora, che proprio lo sfortunato Giuseppe sia stato, tra tutti quei compagni, colui che si è portato dentro, forse più degli altri, quell’età felice, senza dimenticarla mai, al punto che nessun’altra cosa è riuscita a superarne o solo a uguagliarne lo splendore. Così, il percorso della sua vita si è andato lastricando di rabbia e di malinconia per quell’inganno inatteso e perfido che lo aveva avvolto nell’illusione di una esistenza che sarebbe stata colma di spensieratezza e di libertà. “La banda degli otto” è la storia di questa illusione.

“Il mio amico Abdul “

Lupetti, pagg. 186. Euro 12

Michele, quasi un alter ego, è una voce che parla con un amico defunto che ha nome Renato, il protagonista, e commenta, con grafia in corsivo, il diario scritto da quest’ultimo su di un vecchio quaderno di scuola: “Copertina nera, carta di pessima qualità”, in cui racconta le sue esperienze, vissute insieme con alcuni amici in un viaggio che lo porta dal maggio francese fino ai Paesi poveri del Sud Est asiatico. Nel corso di questo viaggio si ha l’incontro con la meridionalità, considerata spregiativamente dai Paesi ricchi, dal Nord Europa soprattutto, a partire dai cugini francesi, così che Abdul, l’amico afgano, che dà il titolo al libro, incontrato a Parigi e ritrovato a Bangkok, siamo e sono (come suggerisce la stessa copertina, che ritrae un uomo senza volto) tutti i discriminati della Terra, senza alcuna ragione che lo giustifichi, sia essa il colore della pelle, o la propria fisicità, il censo, la provenienza, la religione, le proprie idee, e tutte le altre possibili ingiustizie che sono e saranno. Ma soprattutto discriminati dalla miseria, mentre vi è una parte del mondo “ricco e sprecone, che esibisce in modo osceno la sua opulenza senza riguardo verso chi soffre”. Si tratta di un protagonista speciale, dunque, che non è colpito dalle bellezze paesaggistiche che gli si aprono davanti, ma i suoi occhi sono attenti a cogliere la sofferenza e le umiliazioni che il nostro egoismo occidentale non vuole o non riesce a vedere. È scomparso l’allegro e ironico piglio che contraddistinse la scrittura di Mangano ne “Le lumache non bevono vino”. Qui vi è tutta la rabbia e la delusione per una viltà collettiva che ci ferisce singolarmente, anche se ci rendiamo conto che, pur tentando, nulla si può fare da soli per contrastare l’avidità dei potenti. Vi sono descrizioni agghiaccianti di povertà ridotta agli estremi, in cui perfino percepirla e soffrirla interiormente ci fa sentire ugualmente in colpa di trovarsi lì diversi da loro. Questo è un segno del particolare missaggio (stimolato da “un inconscio senso di colpa per i miei privilegi”) che l’autore riesce a dare al suo disegno, tale che lo stesso protagonista, sensibile verso quei discriminati, e pronto a sostenerli, in realtà è ancora e forse per sempre dall’altra parte, nonostante la forte volontà di attraversare la linea di confine tra due condizioni sociali che non hanno giustificazione di esistere così diverse. Ci si rende conto, ad esempio leggendo le immagini crude di Calcutta (“Un popolo di derelitti si contende lo spazio dove morire. Mi atterrisce l’atmosfera rassegnata, gli sguardi spenti, da dove è sparita anche la disperazione.”, e appena più avanti: “Due figure scendono, raccolgono un corpo e lo depositano nel cassone.”), che la sola scelta possibile di partecipazione e condivisione è quella di trasferire la esistenza degli “ultimi” nella propria esistenza e presto farla prevalere come l’unica possibile per dare un senso alla vita: si badi bene, non solo per dare un senso alla nostra personale vita, ma alla stessa ragione della presenza dell’uomo nel mondo. La scrittura è pulita, limpida, senza inflessioni in un italiano corretto e gradevole, e riesce a mettere a fuoco, con il nitore di un reporter che ha molto viaggiato ed affinato l’osservazione, personaggi e situazioni che balzano agli occhi fresche e comunicative. È senza alcun dubbio il pregio maggiore di questo libro, che mi ha ricordato i resoconti di viaggio pubblicati da Alberto Moravia sul Corriere della Sera, mi pare negli anni Sessanta. È una scrittura diversa e migliore di quella incontrata ne “Le lumache non bevono vino”, nella quale la materia palpita di un’esperienza reale, forte, e le parole sono vive: “Il parrucchiere lavora stando accovacciato sui talloni, mentre il cliente si accomoda su un sasso.” Gli stessi personaggi, come il ragazzo cieco Ravj, non sono mai spenti simulacri, ma dietro la scorza ruvida del dolore, s’intravede la ricchezza della loro gioia di essere vivi. Giganti, ossia, nello spirito, quanto più sono segnati e umiliati nella loro materialità. Il contrasto con noi occidentali diventa ora evidente: noi abbiamo l’opulenza delle cose e la miseria dello spirito, al contrario degli “ultimi”, che ci indicano che quella loro ricchezza si potrebbe spartire, se solo tendessimo la mano e il cuore in un gesto di solidarietà (“qui mi è sfuggito il senso della vita”) che non dovrebbe essere tanto difficile per essere tutti noi della stessa razza: “Respiro una grande umanità, un senso della vita difficile da capire per noi occidentali.”

Chi commenta, Michele, ricorda anch’egli, e avvia un’esperienza parallela che si alimenta dell’amicizia tra i due, e c’è un viaggio che affianca l’altro, e si svolge nel Sudamerica, e in altri differenti luoghi del mondo, coincidenti a volte proprio coi luoghi visitati dal protagonista, sempre tra la povertà, dove tuttavia l’occhio si leva a contemplare le bellezze della natura e dell’ingegno umano, che stanno sopra la sofferenza e l’umiliazione.

Nasce una specie di contrasto momentaneo, finché tra i due amici rischia di profilarsi un punto di incontro pericoloso e fuorviante, tale da trasformare uno sguardo attento e partecipe – quello del protagonista – in uno sguardo assente, affine a quello del turista ammaliato dalle bellezze del luogo che relega la povertà e la miseria in un angolo, come turbative incontrate di passaggio, vinte e abbandonate dalla brutalità del nostro egoismo, che si traduce al massimo in “commiserazione” per gli altri. Quel bambino gobbo che sorride (“era il sorriso della vita, era un fiore in un mare di fango”) fa parte delle cose belle e superbe della vita, nonostante la sua deformità, lontano dall’astio del dolore, di quel dolore che scava sempre profondità inaccessibili e percuote durevolmente una coscienza. Difficile, se non impossibile, appropriarsi del dolore, condividerlo per viverlo noi stessi. La bella prosa, che ha scatti descrittivi notevoli (ad esempio, il bambino visto all’aeroporto di Roma dal viso straziato: “Il demone che lo aveva corroso gli aveva probabilmente sottratto anche la voce. Incontrai gli occhi. Le pupille nere emanavano grande intensità. Una luce nel deserto di quel viso.”), ci accompagna piacevolmente lungo tutto il narrare, portandoci fin dentro il cuore degli “ultimi”, e mostra crudelmente come, tuttavia, ancora non riusciamo ad indossare quel loro patimento (“Siamo andati a dormire consci della mistificazione”). Perché? Perché prevale la nostra complessa e complicata diversità, e questa storia svela impietosamente il nostro limite e la nostra viltà nel riconoscere e soprattutto nell’addossarci le colpe dell’opulento e ingordo occidente. Difficile riuscire ad entrare nella “Città della gioia” al modo di Madre Teresa, ad esempio, e può essere questa la lezione che si ricava leggendo il romanzo. Difficile, difficile. Ma Mangano ci prova e gli va dato atto di una forzatura e di un tentativo che attenua, almeno per qualche momento (“il padre dei vizi si è impadronito di noi” oppure: “È stata solo una sorta di libera uscita?”), ma non elimina una colpa e un rimorso che ci teniamo dentro da troppo, lunghissimo tempo (“manteniamo per un’altra notte la ‘miglior’ camera dell’albergo.” e “Alla partenza dall’Italia avevamo preso un accordo con un amico commerciante per spedirgli camicie e foulard di batik.”, e ancora: “l’usuale torma di bambini mendicanti […] La solita baraccopoli di periferia, le scene già viste.”, o la estenuante trattativa per tirare sul prezzo col tassista a Bombay, e quella frase all’uscita da un improvvisato farmacista: “Mi guarderò bene dall’usarlo visto che la confezione non sembra uscita dalla fabbrica.”). Difficile, difficile passare, e soprattutto sentirsi dall’altra parte.

Ma il viaggio non è neutrale, si rivela tutt’altro che un’occasione vacanziera; lascia il segno. Una volta tornato a casa, il protagonista s’immerge nelle vecchie abitudini e si avvede della diversità, ossia di essere in realtà prigioniero di un tran tran esistenziale che non offre di meglio che l’angoscia fino a sfiorare l’annullamento di se stessi. Parrebbe che l’incontro di nuovo a Parigi con l’amico afgano Abdul, nel frattempo diventato medico, possa ridare la speranza ad un volo della fantasia. Tornare là dove si è stati insieme. Ritrovare il fuoco d’amore prodotto dalla loro amicizia, con il quale accendere la propria vita. Il viaggio metafora, dunque, non di un sogno, bensì di una speranza. Ma ancora una volta è difficile, difficile (“Potrei anche recuperare le mie aspirazioni infantili”) varcare la soglia, passare dall’altra parte. Il racconto ha cambiato registro. Calatosi nella quotidianità di un occidente opulento e parassita, la sofferenza intravista negli altri, sia pure occasionalmente e forse anche qualche volta distrattamente, sta lavorando dentro il protagonista come una trivella. Penetra, produce malessere, irrequietezza e soprattutto dolore. Ed è il dolore, questa volta il dolore di una guerra – quella degli afgani contro l’invasione russa – che riporta Renato fuggevolmente in oriente, a ritrovare Abdul, che ha lasciato la sua bella posizione sociale a Parigi per combattere a fianco del suo popolo, ed è rimasto ferito. L’amicizia: ecco, si può concludere che questo è il romanzo dell’amicizia, una delle rare virtù che possono affrancarci dalle nostre debolezze e fare un’anima sola di due (e più) individui che non riescono a ritrovarsi dalla stessa parte, giacché le differenti civiltà in cui sono cresciuti li hanno resi diversi per sempre.

“Le Lumache non bevono vino”

Editori di Comunicazione – Lupetti, Milano, pagg. 192. Euro 12,91

Mi sono molto divertito con “Le lumache non bevono vino” di Raffaele Mangano. Il suo stile è incalzante e non c’è un attimo di tregua per il lettore. Una delle storie che mi è piaciuta di più è quella tra Pugaciov e Luca a proposito della cinquina che poi esce e manda fuori di senno Luca. Ma nella parte finale il libro cresce addirittura con altre esilaranti trovate. A Puccio Lollis, il protagonista (incantevole l’album di famiglia), invidio di conoscere a menadito gli introvabili e preziosi scritti del filosofo Stifelius, che così tanto lo aiutano; e se potessi scrivergli a Villa Fiorita (la casa di cura per malattie mentali ove è rinchiuso), vorrei chiedergli un po’ di quella cioccolata fabbricata dagli Atzechi, così energica “che per consumare le calorie accumulate bisognava salire e scendere di corsa le piramidi a gradoni per almeno una decina di volte”.


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Bart