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Cancogni, Manlio

6 novembre 2007

Parlami, dimmi qualcosa

“Parlami, dimmi qualcosa”

Feltrinelli, 1962, pagg. 208

Tra i tanti libri che ho letto di questo autore nato a Bologna, che ha fatto della Versilia la sua terra d’adozione, “Allegri, gioventù” (Premio Strega, 1973) è tra i suoi migliori, se non il migliore, ma qui desidero parlare di un romanzo che scrisse più di dieci anni prima, nel 1962, dopo “Delitto sullo scoglio” del 1943, “L’odontotecnico” del 1957, “Cos’è l’amicizia” del 1958, “Una Parigina” del 1960.

Cancogni fu anche direttore de “La fiera letteraria”, prestigioso settimanale che fu fondato da un altro lucchese, Umberto Fracchia, di cui si parla in questa stessa raccolta. Vi teneva una rubrica tutta sua, grintosa, che firmava con il nome di Carpendras.

Il racconto è condotto in prima persona, siamo in un piccolo paese, Ripa, a pochi chilometri da Firenze, all’indomani della Seconda guerra mondiale. Ancora sono evidenti le tracce dolorose della guerra e più ancora i mutamenti conseguenti, che stanno creando un diaframma tra i più anziani, che mal vi si adattano, e i giovani, ansiosi del nuovo. Anche il protagonista, sebbene non giovanissimo, ma già sposato con Nora e padre di due bambine, Milla e Nina, vuol dare una svolta al passato ed ha abbracciato le idee socialiste.

Chiusi nella casa di campagna di questo piccolo paese toscano, il romanzo traccia le linee di un confronto fra l’entusiasmo di Nora per quella vita isolata e tranquilla, e le frenesie dell’intellettuale e scrittore che non si rassegna a vivere tra le quattro mura domestiche. Così il dialogo tra i due si fa sempre più raro, e la moglie, ormai, è diventata molto abile a sfuggire il confronto, ben sapendo dove il marito vorrebbe andare a parare: allontanarsi, cioè, da lì, da quella casa (“Bella la campagna, comoda sì, ma che noia specie al mattino”) che invece per Nora, essendo essa appartenuta ai suoi antenati, rappresenta tutto il suo mondo.

Cancogni si rivela subito uno scrupoloso osservatore dei particolari, soprattutto minimi, quelli ossia sfuggenti e nascosti, ai quali assegna la funzione di determinare non solo i caratteri dei personaggi, bensì anche i loro destini.

Al mare, quando vi si reca in inverno, a Fiumetto (che è una località nel comune di Pietrasanta, Lucca), cerca un’alternativa alla vita di Ripa, dove lui e la moglie vivono insieme con altri parenti in una grossa villa che ha “trenta, quaranta, Dio sa quante” stanze. A Fiumetto vuol stare più a contatto con la moglie, e lasciano le bambine a Ripa dai nonni.

La vita che vi conducono poco giova, però, alla loro quasi incomunicabilità; i baci, le notti d’amore sono accadimenti rari; Nora è più attratta dai vicini, una anziana inquilina soprattutto, con la quale si ferma spesso a conversare. Il marito invece, come a Ripa, trova sempre di più nella curiosità morbosa per ogni cosa, nella sua ironia, la fonte della sua fragilità e della solitudine: “Sanno ch’io soffro, qui, solo?”. È pervaso da una inquietudine e da una insoddisfazione che sono la sua malattia interiore e lo condannano a non trovare mai un luogo dove sentirsi in pace e appagato.

Dopo Ripa, dopo Fiumetto, ora viene Parigi. È lui il viaggiatore, più che la moglie, la quale, di indole accomodante e pacifica, lo asseconda, e lo lascia partire solo, preferendo la sua casa di Ripa e la vicinanza delle figlie. A Parigi, ci va con Margherita, invece, con la quale condivide una stanza d’albergo in attesa di trovare un appartamentino adatto e scrive ogni tanto alla moglie per rassicurarla che il suo lavoro (sta scrivendo una commedia) va bene: ” A volte mi chiedo se non sappia tutto, anche di Margherita, e che stiamo qui a spendere i suoi soldi.” La moglie, infatti, di famiglia benestante, gli manda un assegno mensile più che sufficiente per vivere discretamente a Parigi, ma il nostro scroccone, così nauseato della monotonia della vita, pensa bene di richiedere di nascosto soldi anche al fattore che amministra (rubandoci su) le loro proprietà.

La scrittura asciutta, risicata, veloce, fa pensare ad un giornalista che si disponga a radunare appunti, analisi rapidissime, per stendere il suo pezzo. Sono numerosi, si rincorrono e pulsano di irrequietezza allo stesso modo del protagonista che li annota: “Ma riprendiamo l’analisi delle nostre giornate.”

È una specie di dolce vita e, insieme, di vita scapigliata quella che i due amanti trascorrono a Parigi, e se ne ricava una sensazione di ozio e di noia che ricorda un po’ i romanzi di Alberto Moravia (“La noia”, di cui si parla in questa raccolta, è del 1960, appena due anni prima), salvo la differenza di stile che in Moravia ha ampiezza e approfondimenti più marcati. Cancogni vuol far trasparire il nulla che spesso si annida nei gesti, nelle parole e nei comportamenti dell’individuo, il quale, se difetta di una reazione, di uno scuotimento interiore, rischia di essere travolto e disintegrato dall’irruenza della vita. Occorre, ossia, fare attenzione a come si decide di affrontarla, e mai distrarsi, mai abbassare la guardia e credersi fuori da ogni pericolo e magari portatori di un atteggiamento in grado di prevaricarla e dominarla. La scrittura di Cancogni si carica di ironia proprio per sottolineare le eccentricità e, insieme, le miserie, dei nostri comportamenti: “Qui a Parigi la paura di essere fuori dal gioco è più forte di qualsiasi cosa.” Il modo di rappresentare Parigi nelle curiosità rappresentate dai suoi personaggi più eccentrici (Madrà, Mazzarò, Raton, ad esempio), fa venire in mente “Il piccolo amico” di Paul Léautaud, uscito nel 1903.

Una tale vita intrisa di falsità ed ipocrisie può essere innocua? Il protagonista è nella noia e nell’ozio parigino che comincia a provare un sentimento di repulsa ed un desiderio di confessare tutto alla moglie: “Pensando alla casa e ai suoi teneri abitanti, moglie, figlie, donne di servizio, contadini e animali mi si riempiono gli occhi di lacrime.”

Ma non confessa, va invece a trovarla in occasione delle feste pasquali e le parla di Parigi e di come là si trovi bene, e la moglie “mi guardava con i suoi grandi occhi buoni, e annuiva e sembrava mi ringraziasse di essere venuto lasciando tante cose belle e interessanti. Grazie anche per le bugie che raccontavo. Dio, che rimorso. Che dolore.” Sta assumendo rilievo, dunque, la contrapposizione dei due caratteri: dolce e remissivo quello della moglie (“Nora mi stringeva la mano come un’innamorata.”), ipocrita, cinico, stravagante, nevrastenico e di torbida ambizione quello di lui. Il contrasto fa emergere, in realtà, le debolezze del protagonista: “desideravo di restare con loro, per tutta la vita, ma sapevo anche che appena avessi deciso di restare rinunciando a Parigi sarei stato il più infelice degli uomini.”

A Parigi Margherita vive il suo silenzioso e intimo dolore. Al ritorno del protagonista, non domanda niente e tocca a lui di raccontare qualcosa della sua visita a Nora, e lei non commenta, tace. Diventa una figura eccellente, questa di Margherita; lasciata presto in disparte, non la si dimentica.

Il protagonista scambia il suo silenzio per “Pigrizia. Anzi: è qualcosa di peggio.” Arriva a dirle: “Tu sei un essere amorale, ecco.” L’insofferenza del protagonista, di cui non si conoscerà mai il nome, si scontra ora non più con la remissività di Nora, bensì con il mutismo di una sofferenza assai più grande e oscura. Le dice il protagonista in uno dei suoi eccessi di cinismo: “Sai che la nostra vita qui è falsa, stupida, che non ha uno scopo: e non fai nulla per correggerla. Io ti amo, dici, ci amiamo. Tu dici così, ma non sai nemmeno se è vero.” La vita, insomma, chiede conto ad entrambi di quanto in loro non sono ancora riusciti a definire; e non ammette paure e mascheramenti. Se noi possiamo essere ipocriti o vigliacchi, non lo è la vita. Essa, con le sue furie e le sue inesorabilità, la sua inclemenza, la sua ostinazione, sta nel romanzo come un vero e proprio personaggio: “Ma nel mondo non pensi che ci sia qualcosa, un pensiero, una mente, una specie d’occhio aperto nel cuore di ciascuno e che ti dice se ciò che fai è bene o è male. Sì, proprio così, un occhio aperto su tutti noi, che ci guarda e ricorda tutto.” Il Dio di Cancogni non è altro che la vita. Mentre lui sta ancora inveendo, Margherita tace: “stavo in piedi accanto al letto e lei immobile, con la mano sul viso.” Nasconde sempre il viso allorché lui scatena la sua ira, anche quando le grida: “Si fa all’amore perché non sappiamo fare altro: lo si fa per non parlarci.”

Il romanzo, nella sua scrittura essenziale (“Ci sono olivi e castagni. La gente siede sulle balze, fa merenda, e guarda la pianura e il mare mentre il sole cala”), sta trascinando nelle parole le miserie che si annidano nelle nostre coscienze e che la vita non permette di tenere segrete: il muro che si leva tra gli individui altro non è che uno specchio che la vita ci pone davanti affinché si possa osservare ciò che ci dilania e ci consuma.

Cancogni prepara lo scioglimento dei drammi interiori attraverso delle pause, degli intermezzi, nei quali sembra accovacciarsi in trepida attesa la normalità. Tutto pare acquietatosi. Il protagonista è tornato a casa, la famiglia ha lasciato Ripa per trasferirsi a Tonfano e lui se ne va in giro con il suo nuovo cane, Pilo, un cocker, sulla spiaggia o in palude, lastricando il suo cammino di risentimento e di insoddisfazione. Deve fare i conti, infatti, con una situazione nuova: sente che la moglie, che è sempre dolcissima con lui, non lo ama più. Perfino nel fisico avverte che egli sta cambiando; ha quarant’anni e sta “diventando lento nei movimenti.”

La famiglia gli appare estranea, allora, e la narrazione cerca un passaggio, che è quello di provarsi ad immaginare la stessa famiglia come se fosse osservata da un altro e non dal protagonista. In questo nuovo e rapidissimo quadro, ha gran parte la figura del cane Pilo, che dà brio e movimento alle scene di vita familiare che si susseguono, che ritroveremo anche più avanti, e il rilievo che viene dato all’animale ci fa ricordare che qualche anno più tardi Cancogni scriverà un romanzo sulla storia di un cavallo: “La carriera di Pimlico”, che è del 1974 (qualcuno dà il 1956, ma la prima edizione Rizzoli in mie mani porta la data del giugno 1974).

È una parentesi, il quadretto familiare: una fotografia scattata da un visitatore non visto. Cancogni sta prendendo le misure per quello stile che si combinerà armoniosamente con il contenuto in “Allegri, gioventù”, del 1973, forse il suo capolavoro.

La noia la fa ancora da padrona, dunque, non se n’è mai andata anche quando la famiglia era intenta al gioco, un gioco forzato, per necessità di sopravvivenza, si potrebbe dire. All’esterno il mondo sta cambiando, in peggio secondo il protagonista, che in questo modo aggiunge risentimento a risentimento, e va sempre più assomigliando ai personaggi di quella generazione di arrabbiati che furono ben rappresentati da autori come, ad esempio, il drammaturgo John Osborne (“Ricorda con rabbia” è del 1956).

Tocca all’amore addolcirne il carattere, e succede quando, inviate le figlie a sciare in Svizzera, una di esse, la più grande, Milla, torna innamorata di un ragazzo di Losanna che ha conosciuto nel corso della vacanza: “l’amore s’era affacciato un momento in mezzo a quel grigiore e aveva sorriso, e era come se avesse sorriso a me.”

Gli occhi rivolti alle trasformazioni che la crescita imprime alle figlie, acutizzano in lui la sensazione del cambiamento generazionale. Ora non è più così sicuro che i giovani stiano sbagliando: “hanno ragione i giovani d’oggi a non voler ricordare. Se ricordassero non avrebbero quelle facce, quegli occhi dove si riflettono solo le immagini del presente; non riderebbero a quel modo.”

Manda le figlie a Londra a studiare, in “un collegio magnifico, misto, non manca loro nulla, piscina, tennis, cavalli, compagnia, balli, tutta la libertà che vogliono, proprio tutta, sì anche quella.”

Il desiderio che si respira nelle nuove generazioni di veder mutate le regole del passato, e che aleggia un po’ dovunque nel mondo, a poco a poco ha preso il suo posto al centro del romanzo, anticipatore, anch’esso come altri, dei movimenti giovanili che attraverseranno l’Europa, e non solo, alla fine degli anni Sessanta.

Tuttavia, attenzione: “In fondo alla libertà assoluta, senza scopo, senza guida, senza ostacoli da abbattere, credetemi, c’è la pazzia.”

E ancora: “Date la libertà si dice e l’istinto di rivolta si placherà; […]. L’istinto di rivolta è eterno, non si placa mai.” Così nell’uomo come pure nella bestia: Pilo, il suo cane, ad esempio: nel romanzo esso non sarà soltanto un cane, ma finirà per trasformarsi in una metafora.

Liberatosi del cane, regalato a un cacciatore, Tonino, come delle figlie, mandate in collegio a Londra, il protagonista resta solo con la moglie. L’incomunicabilità del passato non fa un passo avanti, tuttavia; anzi: “Parlami, dimmi qualcosa” gli ripete Nora, ma tra loro non si scambiano che banali parole e subito dopo cala, inesorabile, il silenzio.

Si scopre che è stato così anche nei tempi del fidanzamento. Lei cercava un dialogo con lui, ma lui, quando parlava, lo faceva piuttosto con gli altri: “Dopo due o tre mesi che s’era fidanzati, in mezzo a tutti quei baci e quegli abbracci a lei non avevo ancora detto che l’amavo.”

Un uomo duro, il protagonista, pieno della sua rabbia e della sua superbia, intollerante, che si accorge troppo tardi di ciò che ha perduto; e un romanzo gelido, espressione riuscita della insofferenza e della incomunicabilità.


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