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Mari, Michele

7 novembre 2007

Io venìa pien d’angoscia a rimirarti  

“Io venìa pien d’angoscia a rimirarti”

Marsilio, pagg. 124. Euro 5,16

Non sono molti i lucchesi che sanno che nella bella chiesa di San Giovanni, situata nell’omonima piazza, a due passi dallo stupendo Duomo di Lucca, nel 1541 avvenne un fatto straordinario, ossia il piccolo Carlo Diodati, figlio di Michele, anziano della repubblica di Lucca e membro di una delle famiglie più notevoli della città, venne battezzato nientemeno che da Papa Paolo III e per padrino ebbe addirittura l’imperatore Carlo V.

Rammento questo sontuoso episodio, giacché un Diodati è ricordato nell’incipit del libro di Michele Mari, e precisamente si tratta di Giovanni Diodati, che per primo tradusse la Bibbia in italiano (“la Santissima Scrittura”, come scrive Mari). Egli nacque, tuttavia, non a Lucca, ma a Ginevra nel 1576, giacché quel suo genitore che ebbe cotal celebrante e quel potente padrino, cattolici illustri, si fece protestante e dovette fuggire, come molti lucchesi riformati, a Ginevra, dove si costituì una vera e propria colonia di rappresentanti di insigni famiglie della mia città. Ma il riferimento alla Lucchesia non finisce qui, giacché nella parte finale, quella che racconta della caccia a Sigismondo e al lupo, vien nominata una terra bellissima, dalle colline e montagne dolci e amiche, la Garfagnana.

Il libriccino di Mari è una sorta di fantasioso diario che Carlo Leopardi tiene sul conto del celebre fratello maggiore; lo spia continuamente, sorridendo delle sue manie. Attraverso questa invenzione letteraria, Mari ci guida scherzosamente nella vita del poeta (chiamato qui col nome di Tardegardo), tra i nostri più grandi, divertendosi a ricostruire per il diario di Carlo (chiamato col nome di Orazio, come la sorella Paolina col diminutivo di Pilla) un linguaggio d’epoca. Ci lascia immaginare perfino qualche traccia di alcuni momenti che preannunciano sue celebri ispirazioni, tra cui quella da cui scaturì la poesia “Alla luna”, dalla quale sono tratti i versi che dànno il titolo a questo lavoro. Mari gioca e monelleggia più di Carlo, non esimendosi da qualche celia irriverente, come quella che si legge, datata 17 febbraio – Notte, appunto a proposito del sentimento che l’osservazione della luna ispira al poeta: “Io non ardii di raggiungerlo, ma vidi egualmente, da certo luccicore, ch’avea il guardo pieno di lagrime, e, al solito, ne provai viva pena. Mi parve anche che tremasse, e osservandolo meglio (pur discosto com’ero), che movesse le labbra alla volta della luna, splendidissima e tersa qual da tempo non si mostrava.” E sulla influenza della luna nella vita e nell’arte di Leopardi si continuerà a parlare ancora a lungo per tutto il diario, come se Mari avesse indovinato un ghiotto pretesto per stupire e menar scandalo, addirittura. Oppure lo sorprende a discorrere da solo: “tallotta parla ad alta voce fra sè medesimo”. Quasi sempre vediamo il Leopardi apprensivo, assente e distratto, scostante, scorbutico, di tutto disinteressato all’infuori dei suoi studi e dei suoi libri scelti e letti nella grande biblioteca del padre: “Tardegardo ha accumulati tanti volumi sul suo tavolo, che ormai formano delle torri.” Ma sempre il poeta resta punto di riferimento di ogni cosa. Bersaglio degli strani interessi e dei lazzi dell’autore è però un po’ tutta la famiglia e massimamente, dopo il poeta, i suoi genitori, estremamente severi e chiusi nelle loro rigide convinzioni.

L’operazione letteraria messa in atto dal Mari si ispira, a mio avviso, ad un bisogno di declamare in qualche modo talune erudite conoscenze di cui dispone, siano esse curiose o rare o indeterminate o irrisolte, e perciò si avvale di un personaggio che, più che per la grandezza della sua arte, vien qui scelto per l’amore verso i libri e per la sua erudizione, che in effetti furono notevoli: “quand’ei si concentra lungamente nel leggere o nello scrivere, e’ quasi si dimentica di respirare, e ‘l fa d’una guisa sì debole e corta ch’arriva al punto in cui si sente mancare.” Fatta la scelta, tutto il resto vi si innesta facilmente, consentendo all’estroso Mari di trarre perfino un certo divertimento, per suo proprio fine soprattutto, sia con l’uso della lingua anticata, sia col mettere in scena episodi che restano in qualche modo esilaranti, pur ridicolizzando talvolta il poeta, come nella scena in cui viene sorpreso nella “sellerìa”, o più avanti nella cantina, a far ginnastica (con la quale verosimilmente si vuol fare riferimento ai danni che sulla sua salute ebbe l’ossessiva ed ininterrotta dedizione allo studio), oppure le tracce di lui – quelle sue orme sull’erba e quei ramoscelli spezzati – lasciate sul colle dell’ “Infinito”. Viene da domandarsi se vi sia in ciò uno scopo schiettamente artistico, creativo, o non vi sia invece il limite, fors’anche sottinteso se non dichiarato, di puro e semplice, goliardico quasi (almeno per i primi due terzi del libro), esercizio scherzoso e provocatorio, riproponendo, ad esempio, alcuni argomenti trattati nelle opere del Leopardi e qui ripresi a volte sotto quella luce ammiccante e ironica con cui li si vuol riclassificare oggi che molta acqua è passata sotto i ponti. Avrei preferito personalmente un miglior impiego di un personaggio, di un artista, che ci sovrasta immensamente. Basti solo, per non citare altre sue liriche maggiori, compitare gli stessi pochi versi che hanno ispirato il titolo al libro, e che ne misurano la squisita sensibilità e l’immane grandezza. Quel farlo supporre o comunque apparire alla stregua di un lupo mannaro che ulula sempre alla luna, sottoposto ad una sua maliarda influenza, e mette in agitazione i cani da guardia della sua casa, o immaginare, indugiandovi con una storia a sé, un suo antenato, tal Sigismondo della Marca, ricercato per stregoneria e licantropia, mi pare una di quelle avventurose libertà che non si dovrebbero prendere mai, qualunque sottile intenzione o giullare pretesto si desideri accampare. Molti, ed io con loro, fanno nascere la poesia moderna da questo infelice e sfortunato poeta, e bisognerà arrivare ad Ungaretti per trovarne un altro della medesima statura. Ciò vale anche per il Tasso, verso il quale ben conosciamo l’amore del Leopardi (” ‘l suo cuore era con Torquato” fa scrivere l’autore), che gli dedicherà una delle sue “Operette morali”, del quale vengono riportati brani di lettere in siffatto modo da renderlo stupido e ridicolo, come se la follia che accompagnò gli ultimi anni della sua vita potesse far dimenticare la deferenza che si deve alla ricchezza del suo animo e della sua arte. Ma presentate queste riserve, diciamo che il Mari è scrittore virtuoso, e la sua è un’opera intellettuale, di pensiero, con alcune tesi raccolte e rilanciate che possiamo o non possiamo condividere, ma che restano suggestive, come individuare la sorgente della gioia e fors’anche della felicità nella paura; o distinguere il Vero dalla certezza, dalla quale lo differenzia una lunga gestazione che nasce dal nostro intimo, come nel nostro intimo si radica sempre la natura, che qui è rappresentata soprattutto dalla luna, il cui richiamo è tanto forte da riuscire a incantare, omologare e trasformare un uomo. Anche il linguaggio è accattivante, ma non fascinoso e funzionale, profondo, come quello, ad esempio, ricostruito da Pomilio nel suo “Il quinto evangelio”. Invero, esso incontra una sua aderenza e lucentezza proprio nella parte finale, quando per la prima volta la narrazione prova a distendersi e a quietarsi dentro una vicenda che attraverso le superstizioni e le credulità della gente imprime alla fantasia quegli stimoli grazie ai quali potrebbe davvero sostenersi che il reale è, se non sempre, talvolta, il risultato proprio di una fantasia. Il Mari è uomo colto la cui esuberanza speculativa e l’ironia impediscono comunque, almeno in questo libro, quel quieto respiro proprio dell’autentico narratore; altrimenti, dopo che ne è stato tentato con quella storia finale chiazzata qua e là di riferimenti vampireschi (“Scajaccia aveva portato un projetto d’argento, con sovra una tacca a forma di croce”) non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione di dare spessore a taluni personaggi: soprattutto – dopo che era riuscito a delinearlo e a tenerlo tra le mani – a quel misterioso e taciturno Rado, portato da Scajaccia per scovare il lupo, che avrebbe potuto essere un nuovo e sorprendente, stevensoniano, Secundra Dass.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart