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Mariotti, Giovanni

7 novembre 2007

Storia di Matilde  

“Storia di Matilde” (2003)

Adelphi, pagg. 224. Euro 15

Versiliese, nato nel comune di Pietrasanta nel 1936, Mariotti è narratore riservato, che aspira a far parlare poco di sé, nonostante la sua presenza nel panorama letterario italiano sia di lunga data e costante e significativo il suo impegno. In un’intervista che si trova nel sito www.adolgiso.it, egli dice: “Sullo scenario letterario italiano io non esisto, e lo scenario letterario italiano non esiste per me.” Collaboratore ancora oggi delle pagine culturali del “Corriere della sera”, ha diretto nel passato la famosa “La Biblioteca blu” (Lbb), la collana dell’editore Franco Maria Ricci, che annovera tra i suoi autori anche un altro lucchese, oltre che lo stesso Mariotti: Fabrizio Puccinelli con “Il supplente”, uscito nel 1972.

La produzione di Mariotti è numerosa (è anche traduttore) e dobbiamo limitarci a segnalare i titoli dei suoi romanzi più rappresentativi: “Classic Pursuit”, Bompiani, 1995; “Lazzaro e le tribolazioni di un risorto”, Mondadori, 1997; “Musica nella casa accanto”, Mondadori 1999; “Creso”, Feltrinelli, 2001, vincitore del Premio Procida dello stesso anno; “Storia di Alì”, Marsilio 2005; “Gabbie – Il romanzo di due compagni di banco”, Marsilio, 2006, in cui è contenuto un inedito dell’amico e compagno di banco al liceo classico di Lucca, Fabrizio Puccinelli, che dà il titolo al libro. “La storia di Matilde” fu pubblicato in una prima e più ridotta stesura nel 1993 presso Anabasi, con il titolo di “Matilde”. Adelphi lo ripropone, ampliato, nel 2003.

Comincio a leggere, trovo nomi di paesi e di luoghi della mia provincia e della mia città che conosco; mi lascio prendere dalla fascinazione che deriva da un sapiente mescolio di passato e di presente, allorché mi accorgo di una sorprendente novità: sto leggendo pagine che sono un unico interminabile periodo; non solo non trovo il punto, ma nessuno dei vari segni di punteggiatura che di solito consentono al lettore una pausa o di mettere a fuoco un’immagine, un pensiero. Mi spiego, così, il perché l’autore abbia intitolato questa lunga introduzione “Ouverture”. Mai titolo fu più appropriato. Si badi: non ci troviamo davanti ad un testo sperimentale o che rinuncia alla punteggiatura solo formalmente giacché nella scrittura si individuano le tracce delle virgole, dei punti e virgola e così via che non appaiono, ma ci sono. Qui abbiamo a che fare, invece, con una interminabile serie di proposizioni che, partite da una principale, si moltiplicano in una cascata di subordinate che si incatenano tra di loro proprio come le note musicali di una ouverture, che dà avvio senza soluzione di continuità ad un’opera che andrà avanti con modulazioni variegate ma ininterrotte per ben 220 pagine. Un testo in qualche modo oulipiano, alla maniera di Georges Perec (ad esempio: “La scomparsa”, del 1969), che immagino abbia conseguito un qualche primato di originalità.

La bravura di Mariotti, infatti, sta nel proporre un tale esercizio (non presente in altri suoi romanzi) con il minimo di appesantimento per il lettore, anche se, bisogna ammettere, l’insolita offerta richiede da parte di quest’ultimo un impegno costante e incisivo. Come se l’autore avesse voluto eleggere uno strumento diverso di raccontare, tale da sottolinearne l’importanza e la serietà, togliendo al lettore quegli spazi di divagazione e di pausa che di solito accompagnano la comprensione di un testo più tradizionale.

La lunga ouverture, come vuole il titolo, prepara l’atmosfera che accompagnerà la lettura del romanzo, narrando le vicende del contadino Jacopo, il trisnonno del narratore, di Matilde Sofiri e della marchesa di Massarosa. Chi narra si rivolge con il tu – come se appartenesse alla stessa famiglia – a chi ascolta, che è lo stesso autore (è denunciato il dato autobiografico dal medesimo anno di nascita, il 1936). In realtà si tratta di un espediente narrativo in virtù del quale sia il narratore che colui a cui si rivolge, ossia l’autore, sono la stessa persona. Si pensi che chi narra ad un certo punto, verso il finale, dirà al suo ascoltatore: “insomma di quanto hai raccontato sin qui restandoti ormai da raccontare soltanto l’epilogo”. E più avanti: “a quasi un secolo di distanza saresti andato con tuo nonno a far legna e una sera in cui camminate controvento chini sotto i vostri carichi avresti ascoltato la storia di Matilde Sofiri che anche tu hai tentato di raccontare in questo libro”. Dunque: chi narra, chi ascolta, nonché l’autore, ma anche lo stesso nonno da cui apprende la storia, finiscono per essere una sola identità sorta da quella stessa osmosi che, come vedremo, caratterizzerà tutto il romanzo.

Veniamo a sapere che il nonno dell’autore, figlio di Jacopo, dal quale eredita un orologio Bréguet poi malamente perduto, ha fatto lo chef nei più lussuosi alberghi italiani e francesi, conoscendo molte personalità del tempo, tra cui un Granduca di Russia, il re di Spagna, Josephine Baker, Guglielmo Marconi, il re Vittorio Emanuele II, la regina Margherita, Benito Mussolini. Una ouverture intinta nella memoria, dunque, venata di quella lieve malinconia che segna il ricordo di un tempo che non tornerà più. La madre dell’autore Angelina, da piccola, viene portata alle feste, che non gradisce. Ogni volta si sente “una e unica e distinta dagli altri” ed è “sopraffatta e accecata dall’odio e dalla ripugnanza” per i suoi genitori, e non solo: “per monsieur Demeule il cui sorriso da ragazzo timido e invaghito guizza come un piccolo pesce in fondo alla rete delle minutissime grinze che si sono formate intorno agli occhi mentre osserva madame Demeule ridere danzando spensierata e accogliere con quella naturalezza e disinvoltura che accompagna le parigine trasferite in provincia gli sguardi di ammirazione degli uomini e quelli invidiosi delle donne e per tutti gli altri infine che in attesa di disperdersi in direzioni diverse e tali da non permettere mai più di ricostituire lo stesso amalgama di voci e ricami di risa e ombre e nuvole rade alte nel cielo sono stati riuniti da chissà quale destino in località Tarragnoz nel pomeriggio di una domenica d’estate dell’anno mille novecento ventitré sotto gli alberi davanti a un’auberge sul Doubs”.

La triste vicenda del “Muto”, un mendico che bussava a tutte le porte per chiedere la carità e di cui durante l’ultima guerra si perdono le tracce, rievoca le atrocità compiute dai nazisti in Versilia e in particolare a Sant’Anna di Stazzema, dove potrebbe essere stato ucciso il Muto: “può darsi benissimo che proprio il giorno in cui Sant’Anna era stata circondata dai tedeschi vi fosse capitato con l’intenzione di chiedere l’elemosina e abbattuto da una sventagliata di mitra il suo corpo fosse stato buttato nel fuoco addosso ai corpi ammassati e all’intrico di gambe e di braccia degli altri”, oppure: “che fosse stato ucciso in un’altra occasione e per ragioni diverse come ad esempio non aver obbedito a un Alt! durante un rastrellamento non essendo in grado di udirlo o l’aver esasperato con la sua menomazione un soldato che non aveva esitato a mettere una pallottola nella nuca di quell’essere mugolante che si faceva spingere e sballottare mostrando di non capire cosa si volesse da lui”. È una parte, questa, che esalta la scrittura di Mariotti, il quale nella sua fluida corsa lascia disegni che creano come della ampie anse in cui si ergono immagini e movimenti destinati a rimanere nella memoria del lettore, come, ad esempio, il volo della poiana che “nel suo giro quotidiano ispeziona i territori a lei soggetti inanellando larghi giri pensierosi su lembi di campagna che a ogni cambiamento di direzione si inclinano e poi si raddrizzano e s’inclinano di nuovo ognuno scivolando via con tranquilla regolarità dopo aver sciorinato il suo contenuto di alberi e case e strade e viottoli ed esseri umani isolati o in gruppo da accostare e comporre con il resto ricostituendo come in un puzzle il paesaggio sottostante che il suo largo volo abbraccia e i suoi occhi perlustrano come un’unità mentre plana sopra le case vecchie e un po’ in rovina del paese di Casesi”. Lo sguardo si è trasferito magistralmente dal narratore alla poiana e noi stessi partecipiamo al suo volo. La poiana sorvola anche il corpo ormai in disfacimento del Muto.

È proprio grazie al volo della poiana che noi facciamo conoscenza con la principessina sordomuta che, pur nella sua brevissima apparizione, resterà un personaggio incombente su tutto il romanzo, quasi che il suo infelice destino nasconda un qualche misterioso e sotterraneo legame con i destini dei maggiori protagonisti. L’autore e suo nonno sono passati davanti ad una villa settecentesca ed hanno incontrato questa bambina quindicenne sordomuta, custodita da un vecchio maggiordomo e “confinata dalla famiglia in quel luogo fuorimano”. Essa dà inizio, in effetti, ad un nuovo cerchio di una lunga scrittura che si avvolge su se stessa proprio come una spirale, non essendoci interruzione tra un cerchio e il successivo. La poiana sta facendo il suo volo, i cui spostamenti: “in apparenza pigri ed erratici finiscono col rinserrare e sigillare boschi e paesi e un va e vieni nel paesaggio di figure minuscole anche appartenenti a generazioni e a epoche diverse ma che il rapace scopre una dopo l’altra ad ogni inclinazione di ala dentro un cerchio ferreo al cui interno il tempo si decompone e si annulla un po’ allo stesso modo di quanto sta per accadere nel cerchio di questo racconto ora che esaurita la presentazione degli sfondi su cui la storia è destinata a svolgersi e fatta conoscenza con un certo numero di personaggi non sei più tu ma la bambina bionda che Jacopo e Maria conobbero col nome di Matilde Sofiri a seguire con sguardo annoiato e blasé il volo uniforme dell’uccello”. Dunque, l’autore ci svela la struttura della sua storia: c’è un narratore principale, il quale però non osserva con i suoi occhi, ma si avvale di quelli degli altri, in primo luogo il discendente, come lui, di Jacopo, ossia l’autore, poi la bambina bionda e così via, i quali, sotto l’ampio volo della poiana, appaiono quali tessere di uno scenario immenso. Il narratore utilizza le parole, ossia, per suscitare immagini negli occhi degli altri e la poiana altro non è che lo strumento per far giungere loro le sue parole. Uno strumento, inoltre, in grado di collegare passato e presente, in una liquefazione del tempo che, più che annullarlo, lo rende meno diseguale: la poiana sta volando “con un’ostinazione che si direbbe oziosa e priva di qualsiasi scopo che non sia quello di decorare con un volo di rapace questo bel pomeriggio di metà Ottocento”. E ancora: “la poiana continuerà a rigare la conca di cielo sopra di lui tracciando linee senza dubbio immutabili e fissate da un determinismo feroce”.

Durante una festa in casa della contessa Gigliotti, viene chiamato Jacopo, che sta portando sulle spalle un carico di legna, e introdotto in “un prato dove una coalizione di visi e di stoffe e di ventagli armoniosamente disposti è illuminata dal sole del tardo pomeriggio”. La contessa ci tiene a presentarlo alla marchesa Massarosa, donna molto bella e ammirata: “Questo è Jacopo di cui ti ho tanto parlato”. Tornato a casa, Jacopo non riesce a dimenticare quelle parole. Entra in camera di Matilde e si mette a contemplarla mentre dorme con le “braccia intrecciate come su un cuscino di carne”. Matilde è una bambina di 10 anni, che è stata raccolta “dalle mani di una vecchia serva sciancata che a Lucca l’aveva aiutato a raccoglierla dalla bocca della Ruota”. Giunto Jacopo a casa, “dopo averla sollevata in aria perché Maria la ammirasse aveva esclamato Di sicuro questa non è figlia di contadini” Matilde, dunque, è una trovatella di nascita aristocratica. Una nascita clandestina frutto di un amore adulterino. È lo stesso narratore a raccontarlo e a farci intendere subito il nome della madre. Jacopo si domanda perché il destino “ha scelto di assegnare Matilde a lui e lui a Matilde”.

Sebbene noi intuiamo, grazie all’autore, il nome della madre, è proprio questa domanda di Jacopo ad interpellarci continuamente lungo lo svolgimento della storia e a dare vita ad un contenuto oltremodo suggestivo, i cui molti richiami hanno ricondotto anche me ad un’epoca lontana e ormai scomparsa, ma che ho conosciuto e amato. Si pensi alla passeggiata domenicale dei seminaristi e la loro sosta presso il fiume Serchio, ove il susseguirsi di una concatenazione di proposizioni in realtà traccia, al modo di un pennello, il disegno ben visibile di una scena che avveniva tanti anni fa, ai tempi della mia infanzia, e che l’autore rende memorabile. Ma tutta la descrizione della vita che si conduce presso “la fabbrica del Seminario Arcivescovile dei Tre Cancelli in Vallebuia”, situato su di una piccola collina appena fuori delle mura di Lucca, è da segnalare per quel continuo movimento tra luci e ombre in cui devozione, pietà e fede formano un amalgama singolare.

Si pensi all’incontro tra la marchesa Massarosa e la piccola Matilde sul grande prato dove la contessa Gigliotti intrattiene i suoi ospiti, disegnato come da un gioco di linee che le parole congiungono tra di loro, generando figure e perfino sentimenti: “Eccola che arriva!” si lascia scappare la marchesa vinta dall’emozione. Stesso incanto si prova subito dopo con la scena del ritratto che il pittore Coli, amante della contessa, si accinge a fare a Jacopo, dopo che ha lasciato Matilde nelle mani della marchesa Massarosa. Il Coli vuole che Jacopo torni subito a casa e si tolga l’abito della domenica per ricomparire davanti a lui vestito da contadino, con i consueti laceri indumenti che indossa tutti i giorni, e infatti “così abbigliato ritornerà alla villa dove finalmente verrà fatto sedere dal Coli su una poltrona collocata come un trono al centro del prato proprio di fronte al cavalletto e sotto il perpendicolo di un sole fisso”. Apprenderemo più tardi che tutta questa attenzione nei confronti del misero e stupefatto contadino non sarà altro che una messa in scena per trattenere Jacopo e Matilde alla villa, in cui la trovatella conoscerà sua madre.

Che dire poi del racconto che vede Jacopo e Maria partire di notte da Pedona per recarsi a piedi a Lucca e là ritirare alla Ruota la piccola Matilde, “una trovatella di pochi mesi”? Oltre che memorabile il viaggio, eccellente è lo spirito che emerge dall’incontro dei due campagnoli con la città: “Jacopo e Maria intraprendono il viaggio a Lucca uscendo di casa nel cuore di una notte d’ottobre buissima con una lanterna dondolante al cui interno risplende una fiammella subito investita e scompigliata da una folata diaccia”. E più avanti: “si sono inchiodati davanti a certe vetrinette da orafo in cui è esposta una profusione di argenti e oro che Jacopo e Maria osservano abbastanza a lungo perché dalle tenebre retrostanti affiori un vecchio pallidissimo con papalina che li saluta con un Buongiorno un po’ inquieto e vagamente inquisitorio a cui Maria risponde Si guardava e subito come se temesse che a una contemplazione protratta corrisponda un esborso o addirittura l’obbligo dell’acquisto preso Jacopo per una mano lo strattona via”.

Come a questo punto si può notare, ritroviamo nel romanzo il ricco curricolo di emozioni, risvegli e fascinazioni propri di uno spartito musicale. Le parole libere e fluenti si sono trasformate in note e in melodie, al punto che tutto ciò già appare come la caratteristica emergente di una tale scelta stilistica tanto particolare quanto insolita. Da notare che l’originale spartito pare diretto da una bacchetta che l’autore agita armoniosamente attraverso alcune immagini in movimento: la poiana, di cui già si è parlato, il volo della mongolfiera, quello della cetonia (“cacadoro”) legata ad un filo (“quasi nutrisse l’ambizione di imitare con i suoi cerchi ronzanti e scomposti il volo nobile e silenzioso della poiana”), il pavone e perfino la minuscola e vibratile vespa, nonostante che venga spiaccicata da Jacopo, “riducendola a una poltiglia sopra la braca sudicia e piena di rammendi”, ma subito sostituita da un coro di cicale. O anche l’ombra della villa che, a mano a mano che il giorno declina, “si allunga piano piano su tutta la campagna dilatando i suoi confini sempre più imprecisi sino alle montagne di fronte che sembrano perdere la loro consistenza e diventare da montagne vere montagne dipinte”.

Se si legge in questa chiave il romanzo, allora ecco che si può notare che gli accenti drammatici, come di un “fortissimo” incisivo e solenne, si presentano quali variazioni della fitta rete di mistero che intercorre tra la principessina sordomuta che abbiamo visto affacciarsi dalla “villa settecentesca di proprietà dei Borboni” e la piccola Maria Sofiri. Allo stesso modo deve interpretarsi l’apparizione del fantasma del Moro con l’ascia conficcata nel cranio, ucciso dalla moglie che lo aveva sorpreso a stuprare la figlia, fantasma che si dice faccia la sua apparizione ogni tanto in paese, e che a Jacopo pare di scorgere una sera che torna a casa tenendo per mano Matilde; come pure deve interpretarsi l’inselvaticamento di Maria, la moglie di Jacopo, diventata donna “ripugnante” che “per non consumare acqua ha ormai completamente rinunciato a lavarsi e non dice una frase senza farla precedere o seguire da Potta o Mozza o Della fica e la sera quando dopo cena esce sull’aia e si accoccola nel buio tra l’erba alta e a Jacopo che non vedendola tornare grida Ma che fai? risponde con voce beffarda Piscio e caco e guardo la luna e dopo essersi pulita il culo con una foglia di fico rientra”. Pure l’inasprirsi delle apparizioni che si riferiscono all’ultima grande guerra (dure ed efficaci le pagine che descrivono uccisioni e rastrellamenti nazisti) vanno associate a questo crescendo da cui sta per esplodere un esito che avvertiamo inquietante e doloroso, al pari del duello aereo a cui assiste la scolaresca di cui fa parte l’autore, che in quel tempo aveva sette anni.

Pedona è un paese molto povero, ci ricorda Mariotti, che nel 1496 si vendette al comune di Camaiore per “settanta sacchi di grano” e dove “ci si accontenta di lavorare per i tre mesi della stagione estiva negli alberghi di Viareggio o del Lido o di Forte dei Marmi e a settembre si torna a casa disponendosi a nove mesi di inattività anche se non si ignora che finiti i quattrini verso dicembre o gennaio si sarà costretti a vivere «a chiodo» facendo segnare la spesa su libretti da saldare al padrone della bottega con i primi guadagni dell’estate successiva”; ciò nonostante, Pedona è diventata una specie di occhio sul mondo attraverso il quale si penetra nei grandi e nei minuti avvenimenti, in cui lo spazio e il tempo, come sotto il volo della poiana, si sono liquefatti in una osmosi in cui il tutto è diventato vulnerabile, ma eterno: “come in quelle sere dell’estate del mille novecento quarantatré quando finita la cena tuo nonno ti portava alla fontana e ascoltando il rumore dell’acqua che a tratti pareva sul punto di esaurirsi ma poi tornava a rumoreggiare sul fondo dei recipienti ti sentivi scivolare nel sonno anche se di tanto in tanto aprivi gli occhi per osservare le stelle che apparivano e sparivano tra le foglie dei castagni”. E subito dopo, sempre presso la fontana: “a quel punto ti eri ormai addormentato profondamente con la testa appoggiata contro la spalla di tuo nonno che ti avrebbe svegliato solo quando il filo dell’acqua giunta al punto dove la damigiana si restringeva avesse mutato di sonorità trasformandosi da un ciangottare fra pareti di vetro in un sollecito scalpiccio e insomma la damigiana si fosse del tutto riempita il che avrebbe significato che per te era arrivato il momento di avviarti nella notte con la testa ancora gonfia di sonno e di tenere levata in aria la lanterna accesa per illuminare la strada mentre dietro di te nel buio ascoltavi un rumore di zoccoli tra i sassi e il respiro affannoso di un uomo già vecchio che un po’ ti faceva da padre ma senza esserlo e che curvo sotto il peso camminava lentamente alle tue spalle”. Sono, come si può vedere, descrizioni precise e vibranti, come fossero note musicali.

Arriva il momento in cui la vera madre reclama la figlia e Jacopo s’incammina alla volta del luogo dove gli è stato ordinato di condurla. Matilde è apparentemente calma. Nell’osservarla Jacopo riflette sui cambiamenti che la sua presenza così delicata ha prodotto in lui, ma non in Maria, che ne è rimasta sempre gelosa e incattivita. Ancora una volta è la poiana a presenziare con il suo volo, “bilanciandosi su una vertiginosa colonna d’aria”, quella attesa e quell’epilogo, “quei due puntini in movimento sulla strada”. Ed è sempre la poiana che da lassù vede per prima spuntare, quando ancora è lontana, “da sotto il grande e nuvoloso leccio che occupa il ciglio di Montemagno una carrozza nera tirata da sei cavalli”.

Poi, sulla piazza dove Jacopo e Matilde sono in attesa nel silenzio e nella solitudine più assoluta, “un’ombra in forma di croce che la attraversa in diagonale segnala il volo alto della poiana che scivola via come una foglia portata dal vento verso le montagne”. Allo stesso modo sparirà Matilde, che “una mano guantata di donna” afferrerà e farà salire sulla carrozza “nera e oro”, mentre Jacopo non avrà “la forza di seguire con lo sguardo quella scatola compatta e misteriosa”.

Seguono rabbia e delusione in Jacopo, che si ubriaca e si ammala fino al punto di ricevere l’estrema unzione, “avendo il medico dichiarato la situazione disperata e certa la morte entro brevissimo tempo”. Non sarà così, Jacopo si riprenderà, ma la sua vita non sarà più come prima.

Il contrasto tra l’illusione coltivata da Jacopo per tutto il tempo in cui ha tenuto Matilde e la delusione per la sua partenza; nonché il contrasto tra la sua povertà e l’agiatezza del mondo a cui Matilde appartiene dànno al romanzo il sapore amaro di una ineluttabile sconfitta destinata ad accompagnare sempre la vita dei più umili: affiorava in Jacopo “la coscienza di essere il solo povero e incolto e privo di delicatezza in mezzo a quella società”.

Non avrei mai immaginato che un romanzo scritto in questo modo tanto difficile quanto originale, potesse destare in me una massa notevole di emozioni, incantamenti e ricordi.


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Bart