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Martins, Julio Monteiro

7 novembre 2007

L’amore scritto
Madrelingua 

“L’amore scritto” (2007)

Besa editore, pagg. 224.

Dopo il romanzo “Madrelingua”, uscito sempre presso Besa nel 2005, lo scrittore brasiliano, ormai radicato a Lucca da anni, torna al racconto con questa raccolta nella quale fa la sua comparsa l’eros. Monteiro non abbandona tuttavia i suoi temi più cari che, quando emergono dal racconto (si veda “Pomeriggio a casa”), lo fanno sempre con la rabbia di chi si sente impotente a modificare le cose di questo mondo, “costretti come siamo a rinunciare alle nostre conquiste di libertà, risultato di tanti decenni di riflessioni e di lotte, per ritornare a paure e a istinti ancestrali, orrori tipici dell’Età delle tenebre”. Si legga anche: “La vecchia nave è naufragata da tempo, e ha portato tutte le voci con sé verso il fondo.” che conclude il breve racconto “Un giorno arriverà”. Il ballo del Pão de Açúcar, descritto nel racconto “Seppuku”, dove si sciolgono legacci e inibizioni e si scatenano al massimo livello le passioni degli uomini, è la risposta più efficace al futuro di morte che ci aspetta. È il “Paradiso Subito”. Quella di Monteiro è, infatti, una società marcia, e allo stesso tempo dolente, capace di avvertire comunque la china sulla quale sta scivolando senza alcuna speranza: “siamo passati a chiamare pace l’attesa vigile dello spavento.”; “vivere è dividere numeri primi tra loro.” Forse è nel recupero di una specie di bestialità dell’eros che si può cercare di dare un senso più nobile alla vita, attraverso l’affermazione dell’uomo e della donna “come spiriti eterni, al di sopra delle circostanze, al largo della Storia, al margine del pensiero.” L’eros fa, dunque, la sua comparsa decisa, risoluta, nella narrativa di questo autore, per il quale sembra che non ci sia altra strada che questa e Monteiro vi indugia con forza in alcuni dei suoi racconti, imprimendo al sesso un significato liberatorio e catartico. Succede così che, mentre taluni racconti ci immergono nella realtà della disoccupazione, del terrorismo, della malattia, dell’ingratitudine, della guerra, dell’immigrazione, del razzismo, altri tentano di segnare una nuova strada che ci guidi verso una realtà diversa, in cui il rapporto tra gli esseri umani si emendi di ogni zavorra per tornare ad essere l’originario rapporto tra un uomo e una donna.

La raccolta è divisa in tre parti, dai nomi che in qualche modo richiamano una religiosità adorante, quale può essere quella nei confronti dell’eros: Oro, Incenso, Mirra. L’autore si è, dunque, messo in cammino alla ricerca di un Dio che tutto redima e purifichi.

Uno dei racconti si distingue per la nitidezza della scrittura e soprattutto per un ritmo che riesce ad attagliarsi perfettamente al personaggio principale: una donna di affari, implicata anche nel contrabbando di droga, Janaína. Si fa viva con il vecchio amante, Hugo, dopo sedici anni che non si vedono. Janaína ricompare perché ha visto in una foto le terracotte create da Hugo e pensa che là dove vive, nel Mato Grosso, si possano vendere bene, ma nello stesso tempo è venuta anche – senza che l’uomo lo sospetti minimamente – per avere un figlio da lui. Il racconto è intitolato: “La tigre dai denti a sciabola”.

Un altro bel racconto, “La Battigia”, rimette al centro il sesso, come possessione destinata ad unire un uomo e una donna per sempre. Il sesso, cioè, è il legame forte, più ancora del sogno o del pensiero, che, travalicando i confini della realtà, può congiungere due entità diverse, una corporea e l’altra spirituale, facendole sentire di nuovo vive. Ossia, il sesso può compiere il miracolo di restituire un corpo immateriale ma sensibile a chi non è più con noi. Mentre, al contrario, “La morte del cuore” mostra le incomprensioni e i tradimenti della coppia, dove la donna è dipinta come colei che vi sta assumendo un ruolo dominante. È uno sguardo sul presente che viene proposto al lettore per una riflessione.

Sono quasi tutti racconti a tema che, nel loro dispiegarsi, marcano i mali della società moderna. La società è incapace di dare equilibrio ai valori di umanità, solidarietà, giustizia, rispetto, amore, che dovrebbero reggerla. Per colpa di essa, tutto è sbilenco, e non vi è niente che agevoli i rapporti tra gli esseri umani. Accompagna i racconti, inoltre, una dolente malinconia, come se nella mente dell’autore, nello stesso tempo in cui evidenzia il male, si stesse prefigurando la felicità possibile che la società ha precluso. Quella felicità così delicatamente rappresentata nel breve racconto: “Il richiamo”.

Monteiro è uno scrittore migrante. La sua esperienza in Italia è ormai longeva, ha potuto assorbire le bellezze e le brutture del nostro Paese e dei suoi abitanti, tutte le sfumature dei sentimenti e dei colori (è esemplare il racconto “Guerra fredda a Genova”), ma la sua scrittura produce qualcosa in più rispetto ad uno scrittore italiano: essa fonde insieme scenari e emozioni che appartengono a due civiltà diverse e lontane e quella migrazione produce, in realtà, una affascinante letteratura nuova con “uno spiraglio di lirismo campestre, di profonda memoria paesana, della nostalgia di una campagna stellata e orchestrata da rospi, grilli e civette che tutti i brasiliani conservano dentro.” Monteiro compone alcuni di questi racconti, taluni già sottolineati (ma si veda anche “Sunshine memories”), come scrittore non affatto in formazione in una Terra e in una lingua di cui debba ancora appropriarsi, bensì come scrittore che ha compiuto la sua parabola migrante per assumere quella di un artista ispirato da una creatività nuova. Non senza sofferenza e dolore, tuttavia, come traspare dal racconto finale “Uno spettacolo immenso”: “Dove ti porteranno, mondo mio, in quale nulla?”

“Madrelingua”

Besa, pagg. 100. Euro 10

L’autore, di origine brasiliana, insegna portoghese all’università di Pisa, e ha scelto come città d’adozione Lucca, dove ha fondato una scuola di scrittura creativa: Sagarana e una rivista web, che porta lo stesso nome della scuola.

In Italia ha già all’attivo due libri di racconti: “Racconti italiani”, del 2000 e “La passione del vuoto”, del 2003, sempre per Besa Editrice.

“madrelingua” (“proprio così, con la ‘m’ minuscola”) è il suo primo romanzo in italiano. Avverte con una bella introduzione che si tratta di scrivere un romanzo incompiuto: “Un libro che descrive la mutilazione di un altro libro”. Avremo personaggi che compaiono e spariscono, situazioni che rimangono sospese, frammistioni tra i personaggi e l’autore stesso.

Mané, il primo che incontriamo, compie sessant’anni. Ha un’amante che si fa chiamare K43 e chiama lui Y87, la quale torna a riprendersi il suo nome solo nel momento in cui lascia l’appartamento di lui per tornare a casa.

È quella l’occasione, per Mané, di guardarsi intorno. Non gli piace il conformismo che rode e consuma il nostro Paese. Il governo Berlusconi (“Lui”) è riuscito a diffondere una sonnolenza, un’apatia tra i cittadini, i quali una volta che hanno votato, si disinteressano e lasciano fare. Anche l’amico Salvo la pensa come lui e si scambiano le loro opinioni. Se potessero, entrambi lascerebbero l’Italia. Come già sappiamo dall’introduzione, l’autore si inserisce spesso con propri brevi commenti finalizzati a ribadire il pensiero dei suoi personaggi. I capitoli sono brevissimi, piacevoli a leggersi, e tali da costituire dei veri e propri lampi che illuminano una scena, un individuo, un pensiero, un’idea.

Sembra che l’autore si sia abbandonato ad uno stato semicontemplativo e metta per scritto ciò che la mente riproduce tra presente e passato. Una tecnica resa gradevole anche dalla possibilità che l’autore si è concessa di intervenire, tra due parentesi che in realtà diventano consustanziali al testo. Entra in scena la focosa Miranda, dai capelli rossi, si accenna a Carlo Giuliani, il giovane rimasto ucciso a Genova durante i disordini in occasione del G8, poi l’autore avverte che siamo arrivati al punto in cui il romanzo ha da sgretolarsi per avviarsi su di un percorso che condurrà “il lettore in bellezza a un vicolo cieco.”

Fino a questo punto, abbiamo assistito ad una specie di conversazione spontanea del sessantenne Mané con il lettore, filtrato dagli interventi dell’autore. Mané, in ogni caso, è ancora lui, l’autore, sicché ci troviamo di fronte ad un dialogo che è anche il monologo di una identità che si fraziona nei suoi multipli. È l’aspetto di gran lunga più interessante dell’opera. Un Monteiro Martins che si guarda allo specchio e si vede un po’ diverso da quanto immaginasse, e allora scherza col suo sosia, il quale gli appare più vecchio di lui, con una esperienza di vita che somiglia in tante cose alla sua, ma è trascinata più avanti nel tempo. I dialoghi-monologhi che attengono alla vita di tutti i giorni traggono una loro specificità proprio dal fatto che sono espressione di un individuo che si offre al lettore visibilmente suddiviso nelle sue molteplicità. Perfino l’amico quarantenne Salvo è un po’ l’autore stesso, quando esprime i suoi giudizi su un’Italia governata da Berlusconi. Salvo decide di lasciare tutto e di andarsene in Colombia, dove Marquez si dice tenga una scuola di scrittura, e dove vivono i fratelli e i cugini della sua amante Mercedes, che lo ospiteranno nella loro casa. Mercedes lo vorrebbe trattenere, perché è una donna a cui non basta un uomo solo e, a suo modo, ama Salvo. Ma anche perché in Colombia ha vinto le elezioni Artemio Ybarra e “il Paese è diventato un campo di battaglia.” C’è pericolo che Salvo venga ucciso nel corso dei continui disordini. Invece Mané è d’accordo con Salvo: “tu sarai meno straniero lì di quanto non lo sia di qua”, e aggiunge: “oggi è quasi impossibile non essere straniero a questo mondo. Questo mondo ci fa sentire stranieri perché ci esclude e non ci ascolta mai.” Che è il motivo che collega questo romanzo ai libri precedenti e forma con essi un corpo unico di rammarico e di denuncia: “Sì, perché non dobbiamo avere paura delle parole: va in esilio il mio amico Salvo Rizzo.” Non dimentichiamoci che è il giorno in cui Mané compie sessant’anni. Salvo, prima di partire, gli regala un dvd che contiene i film di Fellini, e allora lui ricorda quanto disse Fellini, in un’intervista, sul significato dei compleanni, e cioè che non avvertiva il passare degli anni: “mi pare di essere sempre con me stesso”. Non è un caso che sia proprio in questo momento in cui si ricorda il trascorrere e non trascorrere del tempo, che l’autore scriva: “E qua, con questo omaggio a Fellini, la nostra storia si interrompe.” Si dà la sensazione di una sparizione attraverso un salto nell’infinità del tempo. Tutti i personaggi non spariscono, non muoiono, ma vanno in quello spazio della indeterminatezza e della non conoscenza che appartiene al tempo. Questo libro si rivela l’opera più significativa di Monteiro Martins. Condotto sul filo di una leggerezza sorridente, contiene soluzioni strutturali e stilistiche di alto spessore; intuizioni che immergono il lettore in una fascinosa inconsapevolezza di sé, che lo proietta dentro un vuoto immaginifico che riguarda tanto il suo essere uomo che la realtà che lo circonda, così che egli intuisce che in quel vuoto si nasconde la sua esistenza nella parte più misteriosa e irraggiungibile, che è quella destinata alla sua immortalità. È la risposta che io, lettore, mi sento di dare all’autore quando si domanda: “Perché i miei romanzi più recenti, al contrario dei primi, mi si presentano all’immaginazione con un’architettura asimmetrica, irragionevole, ovvero con un bel vestibolo, il salotto ben arredato, un corridoio, e poi il nulla, porte che si aprono direttamente sulla strada, nell’aria, come quei palazzi palermitani mezzo distrutti dai bombardamenti americani degli anni ’40, che ancora oggi espongono ai passanti l’intimità delle loro stanze da letto con le carte da parati mezze strappate, dei bagni e delle cucine, senza la parete esterna che prima li proteggeva dagli sguardi della gente per strada.” Quest’ultima immagine, delle abitazioni, ossia, squarciate dalle bombe, mi fa ricordare l’incipit di quel bel romanzo di Guglielmo Petroni: “La casa si muove”, del 1950.

La conclusione a cui arriva Monteiro Martins è, invece, ancora una volta una denuncia: egli non riesce più a trovare la capacità, la probabilità e il desiderio di scrivere un romanzo compiuto “Giacché non le trovo più nella mia stessa vita, non posso esprimerle nella mia letteratura, la quale altro non è che luce irradiata sulla vita.” L’autore ha ora preso direttamente la parola, dunque; cerca disperatamente di capire le ragioni di quei personaggi spariti tra le suggestioni del tempo, si sforza di trarli a sé con una logica che, si rende conto, è, tuttavia, inadeguata alla grandezza del loro mistero. È uno sforzo che si riproporrà emblematicamente nel Post Scriptum. Gli era già successo in passato di lasciare un’opera incompiuta, e il ricordo di quei momenti, in realtà disvela l’inizio di una avventura che forse ha raggiunto, proprio con questo romanzo, la sua definizione. L’autore, infatti, sembra incamminarsi ora verso una scelta consapevole e definitiva: “L’adozione di una scrittura rivolta alla metaletteratura e senza mentire, mi permetteva di trovare l’evasione in un genere che, allontanandomi dal dramma della vita, mi faceva immergere nella letteratura stessa.”

Il romanzo continua con due parti solo apparentemente distinte: Appendice e Post Scriptum. L’autore confessa che “Due miei amici di fiducia” gli avevano consigliato di toglierle, soprattutto Appendice. Non sono d’accordo, e l’autore ha fatto benissimo a lasciarle. Appendice approfitta di alcune parole, personaggi e così via, ma non solo, contenuti nel testo principale, per dar vita ad un altro testo che in quello si incastra per la omogeneità dei temi trattati (e che spesso sono un’espansione di esso), con la stessa leggerezza, con la stessa soffusa, discreta, intima, memoria di sé. Ciò vale anche per Post Scriptum, in cui si riprende il dialogo tra Mané e Salvo, allorché quest’ultimo si trova già in Colombia, e Mané al telefono gli dice: “Forse a questo punto dovrei andarmene anch’io.”, ma soprattutto in cui l’autore ribadisce il tentativo di recuperare a sé, traendoli da quella specie di ignoto in cui sono scomparsi, i suoi personaggi, per poter affermare sopra di essi la sua ormai manifesta multipla identità. Quando lo fa, attraverso il Post Scriptum, essi non sono più gli stessi. Salvo soprattutto si rende conto, a Bogotà, che è necessario un suo impegno, non si deve restare a guardare o fuggire addirittura; e così tutto può ricominciare da capo, anche se l’esito resterà sempre lo stesso, come su di una piattaforma circolare sospesa nel vuoto, sulla quale chiunque può salire, ma, nel momento in cui si è costretti a scendere, si interrompe la visione della nostra vita, che non si esaurisce, tuttavia, ma si trasferisce nel mistero: “Cosa mi mostra davvero la mia sfera di cristallo? Oh, Dio! Mi mostra un uomo solo come un albero della savana. Solo fino alla vertigine. Davanti a lui c’è poco tempo, e io non riesco a scorgere la sua donna, né le montagne innevate, né il prato verde della villa toscana. Non riesco a vedere nient’altro che lui, fermo con le braccia aperte, un uomo vecchio con le braccia aperte, pronto ad accogliere l’etere, ad abbracciare il nulla.”

In Appendice, l’autore ricorda anche il fiume dei Lucchesi, il Serchio, diventato anche il suo fiume: “Il Serchio per me è un amico intimo, un vero compagno in questo mio soave esilio”. Sulle sue rive, seduto “su una seggiolina pieghevole che tengo sempre nel baule della macchina” “scrivo le mie cose (gran parte di questo stesso libro è stato scritto lì)”.

Vorrei aggiungere che Appendice e Post Scriptum, per come sono stati strutturati e per i loro contenuti, sono parte non indifferente di quell’originalità creativa che fa di questo libro un ragguardevole e stimolante punto di partenza, non solo per l’autore.

Julio Monteiro Martins: “La passione del vuoto”. Besa Editrice, pagg. 164. Euro 13

L’immagine che si fissa nella mente dopo le prime pagine di questa raccolta è quella del protagonista del primo racconto che, presa la bici, s’inerpica sui monti degli “Aghi Neri”, ancora segnati dalla neve e va all’Hotel Till, spintovi dalla bellezza di una ragazza che gli è entrata nel cuore, Carminha.

Questa ragazza è associata nella memoria del protagonista al verso di un uccello di quei luoghi, il Ben Tivì; così noi riceviamo la sensazione che tutto quanto avviene nella nostra vita non si perde mai, non solo perché conservato nella memoria, ma perché esso si è trasferito per sempre nella natura. C’è, ossia, nel complicato sistema dell’esistenza un meccanismo di eternità non percepibile sempre, che resterà anche quando chi ancora lo conserva nella sua memoria sarà scomparso.

In questi ventuno racconti si percepisce, infatti, l’atmosfera rarefatta della ricerca del mistero che avvolge, e spesso determina, i comportamenti umani, siano essi grandi o piccoli, gesti unici o quotidiani, la cui inspiegabilità sottomette ed umilia la nostra spavalderia e ci rende esseri piccoli e vulnerabili.

L’osservazione della realtà è l’imput con il quale l’autore costruisce i suoi racconti, che nel momento della loro articolazione si distaccano dalla realtà, dal tempo e dallo spazio che li hanno generati per involarsi in un altrove indefinibile, e che forse sta perfino dentro ciascuno di noi.

Non sempre questo risultato è conseguito felicemente, e gli esiti migliori si hanno – come accade nel primo racconto ricordato – allorquando la tensione ideale si accompagna e si esprime per il mezzo di una memoria che il ricordo trasfigura e rende universale. “La passione del vuoto”, che è il racconto che dà il titolo alla raccolta, nel momento in cui la denuncia e la lezione morale che ne scaturisce si fanno troppo pregnanti e dolorose, ossia troppo esplicite – come accade anche in “Istantanee italiane” e ne “L’irruzione”- di una contemporaneità tutta ancora da scoprire, non riesce a far recuperare compiutamente alla memoria quella funzione di trasfigurazione catartica che può e deve valere ad ogni latitudine. Ciò riesce invece in “Eriza Bay”, che è, a mio avviso, insieme con “La notte”, “Hotel Till”, “I campanacci”, “Metafore”, tra i racconti migliori, in cui le azioni e gli spazi hanno perso i loro riferimenti per divenire qualcosa di oltre, in un processo di smaterializzazione che li porta ad essere sempre intorno a noi, da qualsiasi punto e in qualsiasi tempo noi protendiamo la nostra osservazione.

“La viejamota” si pone all’opposto del precedente racconto “Istantanee italiane”: entrambi hanno uno stesso obiettivo di denuncia, ma questa volta l’autore è riuscito a mettersi da parte e ha fatto parlare la storia, vivificata da un sentimento che sappiamo percorrere l’intimo di ciascuno di noi: il desiderio di una semplificazione della nostra vita, divenuta complessa e generatrice dei nostri mali più profondi. Esso mette allo scoperto una delle ambizioni di Monteiro, che è quella di suggerire a tutti noi una riflessione su di uno sviluppo della società divenuto abnorme ed insostenibile. La puntura dello scorpione che causa tanta afflizione al protagonista di questo racconto, non è altro che il veleno che si scatena su di noi iniettato da un progresso e da uno sviluppo privi di quegli originali valori che furono alla base della nascita della società, le cui conseguenze potrebbero essere quelle descritte, ad esempio, nell’altro racconto “La feritoia e il volo”, in cui il protagonista migrante, sballottato da un universo all’altro, arriva ad affermare: “che la patria dell’uomo è l’uomo stesso, e che il suo territorio va dalla testa ai piedi”, che è, infine, la dichiarazione di una solitudine alla quale ci può condurre, appunto, una società malata. L’equazione società malata e solitudine si va così imponendo via via tra i temi toccati dall’autore, e il libro si riveste di una malinconia che si accresce a mano a mano che si riduce la speranza. Vittorio, il protagonista del racconto omonimo, mostra lo squallore di una vita che non ha più contatti, se non immaginari e virtuali, con la realtà, e in “Avvio” le conseguenze crudeli di una ipocrisia e di una ingiustizia che nessuno vuol vedere si ripercuotono su di una povera giovane partoriente. È questa la società a cui aneliamo? sembra volerci domandare l’autore quando ci racconta della morte in “Dietro la vecchia casa”. O “Sarà possibile una rifondazione del concetto stesso di esistenza, magari si potrà ridisegnare la vita, facendola diventare un’entità atemporale”? come scrive ne “I campanacci”, che è il racconto di un disperato tentativo di ridestare e rinvigorire la speranza, la sola che può illuminare, come avviene in “Magia”, la nostra vita.

Così, giunti al termine di questo libro, dalla scrittura nitida ed esemplare, ci rendiamo conto che, attraverso le piccole cose del vivere quotidiano, abbiamo posato gli occhi sui significati nascosti, sotterranei forse, che gridano e misurano il livello del nostro smarrimento e della nostra viltà.


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Bart