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Mazzantini, Carlo

7 novembre 2007

Amor ch’al cor gentil  

“Amor ch’al cor gentil”

Marsilio, pagg. 168. Euro 13

Quanti bambini ancora, la sera prima di coricarsi, hanno accanto la mamma che li accompagna nella preghiera della notte? In quante scuole ancora, quando entra l’insegnante, il capoclasse grida: “Attenti!”, o agli alunni, prima di iniziare le lezioni, si fa recitare una preghiera? Non so, ma queste cose probabilmente non esistono più. La mia generazione del ’42 è una delle ultime che può ricordare i riti e le consuetudini che vigevano negli anni rievocati in questo romanzo della memoria. Esiste ancora “il quaderno di brutta”? Certamente è scomparso “il pennino che gratta sul foglio, incespica, s’impunta, lascia andare uno spruzzo di goccioline nere”. Oh, se me le ricordo, le macchie d’inchiostro, “le patacche”, che mi cadevano sulla pagina!

Gli anni visitati da Mazzantini, attraverso il suo personaggio autobiografico Claudio Marcantoni, sono anteriori ai miei e si snodano nel bel mezzo della retorica fascista, impegnata a rievocare la grandezza e la gloria della Roma antica. Mazzantini non tralascia di sottolineare questo aspetto che attraversa tutta la sua infanzia. Si veda la visita che la scuola organizza, a Roma, al Sacrario della Nazione: “Una serie di scosse scendeva dentro, suscitando ognuna un lungo brivido che scuoteva dalla nuca ai talloni.” E ancora: “dal ritmo lento del canto si sprigionava il fascino torbido di una virile religione di coraggio e di morte.” In questo modo il fascismo cercava, con una accurata scenografia di riti, di preparare la gioventù di allora. Leggete che cosa il maestro Paris dice ai ragazzi: “Tutti i più grandi artisti della Nazione hanno contribuito alla realizzazione di questo sacrario. E quelli che lì montano la guardia sono ministri, accademici, scienziati, artisti, tutta la nobiltà più pura del nostro popolo, che hanno chiesto e ottenuto l’onore di vegliare in armi su questo santuario del nostro eroismo.”

È una scrittura precisa, la sua, ordinata, senza sorprese, senza particolari accensioni, se non nella parte finale, e tuttavia risoluta e penetrante in quel suo gesto rievocativo che si accompagna ad una nostalgia tenera e accarezzata (come quei celebri versi di Dante del V canto dell’Inferno, che dànno il titolo al romanzo) verso un ricordo che si tramuta quasi sempre in testimonianza. Ricca di particolari e suggestiva la descrizione della cerimonia della traslazione della salma del Milite Ignoto dalla Cattedrale di Aquileia all’Altare della Patria, avvenuta il 4 novembre 1921.

I fremiti, i sussulti, i timori, le curiosità dell’adolescenza si fanno vivissime e separano nettamente il mondo domestico, quello all’interno della propria casa, della propria famiglia, dentro il quale il bambino si sente sicuro e rassicurato, da quello che sta fuori della porta di casa, gremito, brulicante di sensazioni e di scoperte, a principiare da quel formicolio interiore che lo prendeva ogni volta che guardava “la madre di Fabio”, una donna “avvolta in quell’aura speciale che la isola dalle altre, come fosse giunta da un altro mondo…” o ascoltava di nascosto i discorsi di Fabio e di Sandrone che parlavano di ragazze. Mentre i sensi prendono a muoversi, a vibrare e a crescere in lui immettendolo sulla soglia di una vita tutta da scoprire, la nonna Giuseppa, “dalle mille storie”: “Imponente, arcigna, esalante odori forti e promiscui, sedeva, circondata dalle sue donne, figlie, nuore e nipoti, su un gran seggiolone con alti braccioli di noce, nella sala da pranzo zeppa di vecchi mobili scuri.” e da qui si metteva a narrare favole e leggende che stupivano tutti, persino i grandi che, quando sentivano raccontare dello zio Adelmo che una sera incontrò il lupo mannaro, o della zia Amalia che era comparsa da morta, alzavano gli occhi dal loro lavoro di cucito e la stavano ad ascoltare incantati. Come incantati erano i ragazzi che, insieme coi sensi che li avvolgevano nella loro febbre, scoprivano la morbidezza, il calore e l’ebbrezza della fantasia: “Con Piero avvicinavamo allora le sedie e stavamo lì a contatto di spalla, scossi da sottili brividi di paura, eppure catturati da un fascino che somigliava a quello che mi avvolgeva quando Sandrone e Fabio prendevano a parlare di quelle cose che gli intorbidavano gli occhi.”

Sono, questi, i meccanismi che presiedono ad ogni crescita, intatti nel tempo, seppure esteriormente possano sembrare mutati con l‘avanzare del progresso. Sensi e fantasia restano la intricata e buia foresta, o anche la vasta e solare pianura, attraverso le quali, come seduto sulla groppa nuda di un cavallo in corsa, ogni bambino si scopre ad un tratto, dopo una trasfigurazione lenta e quasi inavvertita, un uomo.

È il mondo che nasce dai sentimenti quello che si sta aprendo al bambino “seduto lì al secondo banco della quinta elementare sezione A”: “A volte solo bagliori, lampi… che lasciavano segni profondi nella cera molle di quella sensibilità così vergine e plasmabile…” E anche quando sarà più grande e frequenterà il liceo (non sarà tenero con la scuola: “Ma che era quella roba lì?… Che c’entrava con me?…” E ancora: “Ma quando sarebbe cominciata la vita? Tutto era strutturato perché quella vita che tanto anelavi non cominciasse mai”), i sentimenti in lui vibreranno come avvisaglie di un mondo sconosciuto e da scoprire. Le ragazze, coi loro modi, coi loro sguardi, “colpivano come frecce zone profonde e ancora inesplorate di dove salivano turbamenti e inquietudini.” E più avanti: “La donna già lì in quei corpi acerbi e flessuosi, quelle risatine, quei capelli scrollati per farsi vento sul collo.” La ricerca di Mazzantini va così configurandosi non tanto come una rievocazione deamicisiana del tempo dell’infanzia, bensì una lettura attenta di quei momenti lontani, di quei palpiti, di quelle emozioni, attraverso i quali a poco a poco si è formato l’uomo di oggi. Ciò che siamo, spesso è determinato dall’attenzione che abbiamo saputo dare a certi moti dell’animo, a certi turbamenti, che bussavano alla nostra mente per essere osservati.

A malapena sappiamo il nome di uno dei genitori del protagonista. “Lui” e “Lei” li chiama quasi sempre, e ci dice solo che il padre aveva origini toscane, veniva da Spicchio, una frazione del comune di Vinci, “Dove è nato il genio più grande di tutti!” e la madre, che il marito chiama una sola volta Musi, era del Lazio. Vi è in questa scelta di anonimato l’espressione di una unità spirituale che ha intersecato, raccolto, e congiunto per sempre tutte le infanzie di quegli anni. Il ricordo diventa così una massa uniforme che il sentimento della memoria avvolge con tenerezza, dando alle immagini e alle emozioni evocate la solidità e il fuoco di una medesima sorgente: “Non avevo nome età, eppure mi sentivo aderire a tutto me stesso e a tutte le cose, le quali avevano contorni ma non volumi né peso, non interrompevano la continuità del tutto, anche se si distinguevano l’una dall’altra, e non c’erano spazi vuoti fra esse.” E prima ancora: “Lei trasformata radicalmente, la gioia dei suoi bambini che si trasferiva in lei, con lo stesso candore!”. Basti, come esempio, la lunga rievocazione di come si trascorreva in famiglia il periodo natalizio, con la quale Mazzantini dà vita a pagine assai suggestive e commoventi per chi, come me, ha fatto in tempo a vivere quei momenti, che l’autore descrive con sensibilità e precisione ammirevoli, senza mai cadere nella sdolcinata retorica che spesso, in racconti di questa specie, solletica e cattura. Ricordo anch’io di aver preso parte, nella mia sfrenata fanciullezza, armato di fionda, alle scorrerie tra bande rivali, e precisamente, nel mio caso, tra il rione di Pelleria, a cui appartenevo, e quello di Cittadella! Roma in quegli anni non era diversa da tante altre nostre città, e il parco inselvatichito del Brancaccio non era diverso dagli spalti e dalle sortite delle mura della mia Lucca. La rievocazione è talmente puntigliosa ed accurata (proprio così fabbricavo la mia fionda, anch’io, e il Baldinetti che trovo qui non corrisponde forse ad uno dei miei compagni di allora, Renato, tiratore formidabile? E il “cestello di vimini”, il panierino, non l’ho calato anch’io dalla mia finestra del terzo piano, attaccato ad una cordicella, per tirare su le lettere che il postino vi metteva dentro?) da sentircisi immersi come dentro una rinnovata giovinezza. Se ciò non bastasse a dare il senso della scrittura di Mazzantini, si veda la rievocazione del contrastato amore tra lo zio Gosto, “navicellaio d’Arno”, e la ricca contessina; o anche la storia del fratellino Piero, o quell’atto eroico, che troviamo nel finale, compiuto sotto gli occhi della compagna di classe Claudia Achillini, che dànno la misura del suo stile, sobrio e controllato, a cui sa aggiungere, quando occorra, quel pizzico di giocosità che ben si armonizza col sentimento.

Ci sono personaggi che paiono intagliati nel legno, come la zia Zelinda, moglie dello zio Gedeone, “notaio pontificio”: “impoppata sul suo sedione a braccioli”, o lo zio Filiberto “alto quasi due metri, colpito proprio in mezzo alla fronte da una pallottola austriaca, mentre usciva dalla trincea e gridava ‘Savoia!'”. Le frequentazioni parrocchiali profumano di sacrestia e d’incenso, che sono proprio gli odori di quegli anni. Anche le paurose storie che ascolta in collegio sull’inferno e sull’aldilà (“Alle Cappellette degli Imperiali Borromeo a via Liberiana, 16, anno 1936 di Nostro Signore”), predicate da un sacerdote nascosto nel buio (“spettro incappucciato sul pulpito”), sono documento di un’epoca che si è protratta almeno fino a tutti gli anni ’50; le stesse che ho udito anch’io raccontare! Una conformità dilatata nello spazio e nel tempo, e proveniente da tempi ancora più lontani, sfattasi poi del tutto solo sul finire del secolo, ma la cui suggestione resta intatta come quando si odono narrare le leggende della paura. Anzi, quei fatti, quella coreografia di stendardi, di canti, di lumini accesi, di processioni, di oscurità, suscitano ancora oggi, per chi li ascolta e li scopre per la prima volta, lo stesso incantato stupore, la medesima tenebrosa fascinazione. L’autore confronta questa cupa atmosfera respirata in collegio con la solarità dei miti classici, dove gli dèi scendevano a parlare con gli uomini: “Le loro ire e i loro furori potevano essere rintuzzati da altri dèi amici disposti ad aiutarti contro di essi, ordire con te un piano per sventare le loro insidie.”, a differenza di “quell’arcano inconoscibile Dio onnipotente e vendicativo, cui dovevi piegarti e basta.” Con un siffatto Dio rischiavi l’inferno per l’eternità: “Sì, per l’eternità. Che, come si sa, è quel bambino sulla riva del mare che con un cucchiaino da caffè si mette a vuotare l’Atlantico e il Pacifico e tutti gli altri oceani e quando ha finito, come sappiamo, dopo miliardi di miliardi di anni, l’eternità non è ancora nemmeno cominciata.”

La memoria di Mazzantini segue con scrupolosa precisione quella crescita dall’infanzia fino all’età in cui si poteva frequentare il bordello, rievocando atmosfere del tutto scomparse: “Là dentro, dietro quelle persiane chiuse con catenelle e lucchetti, c’era l’empireo, la beatitudine, il piacere sublime: la donna.” Una crescita, dunque, dove il sacro e il profano si mescolavano con estrema disinvoltura, fino a formare nell’individuo un torpido ma vitale sentimento della vita, anzi: “quell’interminabile storia d’amore che è una vita. Che sembra trovare compimento e poi si riaccende, si riaccende, ed è la vita stessa. Quella che, strumento di essa, trasmetterai ad altri, e altri continueranno…”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart