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Mestrovich, Stelvio

28 agosto 2009

Il caso Palinuro
Delitto in casa Goldoni
La sindrome di Jaele
Suzanne e altri racconti

“Il caso Palinuro”

Ancora una volta Venezia è la cornice suggestiva di questo nuovo giallo di Stelvio Mestrovich, nato a Zara, ma ormai lucchese di adozione. Conosce Venezia al pari di Lucca, ed è lassù che forse è rimasto il suo cuore, tanto che ha voluto creare un personaggio indissolubilmente legato alla città, il commissario Giangiorgio Tartini, “alto, la fronte spaziosa, i capelli lunghi, il naso aquilino”, pronipote di quel Giuseppe Tartini, “violinista e compositore”, autore del “Trillo del diavolo”, dal quale ha evidentemente ereditato la sua passione per il violoncello.

Si respira aria di seduzione, di adulteri e di eros sin dalle prime righe, quando, sotto gli sguardi del Dio della Cappella Sistina, s’incontrano Alberto Dodero, uno scrittore ai suoi primi successi, una specie di dongiovanni facile preda delle donne, e Valentina Lotto, una quarantenne, amica della moglie Maria Pia Angaran, spigliata, e soprattutto bella e disposta a tradire il manesco e rozzo marito, Ciro Panigalli. Ma Valentina è femmina scaltra e al primo appuntamento con Alberto, gli fa buca; non si lascia più vedere ed è Alberto che va a cercarla; così conosce il burbero Ciro che gli spiattella che la sua bella mogliettina ha il “vizio” di fargli le corna, e soprattutto riesce ad intravedere finalmente Valentina che sale sul peschereccio Palinuro, in compagnia del giovane proprietario, Vincenzo Chiaravalle, un calabrese trapiantato a Venezia che “aveva un che di mitologico, a cominciare dalla barba e dai capelli ricci. Completava il resto un fisico atletico, forte e ben proporzionato.” Questo giovane pescatore, “buono come il pane”, ha un mistero alle sue spalle, la morte del padre Antonio, assassinato in circostanze rimaste misteriose quando ancora vivevano in Calabria, e il cui caso è ancora irrisolto.

Ma c’è un’altra inquietante coincidenza, che Valentina è amica di Chiara Melegari, una giovane infermiera divenuta la convivente del commissario Tartini, anche lui “buono di cuore”, dopo che questi, lasciata un’altra amante di nome Camilletta Franco, era rimasto a vivere solo con il suo gatto Annibale. La tessitura comincia ad avere ora una propria fisionomia e ci consente di seguire meglio i passi dei protagonisti, che si dirigono tutti, prima o poi, alla volta del Palinuro, il peschereccio di Vincenzo.

Ed è lì che una mattina viene trovata uccisa Valentina, con un colpo sparato alla fronte da una Beretta calibro 9. Comincia la caccia all’assassino ed entra in scena Giangiorgio Tartini, ma ad un attento lettore non sfugge che Mestrovich sta già seminando alcune piccole, minutissime tracce apposta per noi. Fuorvianti o vere? Le indagini del commissario filano veloci ed incalzanti, e così pure la nostra lettura, facilitata da una scrittura limpida e da dialoghi asciutti ed efficaci, che non attende altro che il momento di veder confermata l’ipotesi che ciascuno di noi si è fatta sulla base di quelle labilissime tracce. Non c’è dubbio che l’autore sta orientando vistosamente i sospetti su Alberto; perfino sua moglie Maria Pia ha paura di lui e crede che sia colpevole. Ma è davvero Alberto, l’assassino? O ci sarà una sorpresa proprio sul più bello, e Mestrovich si è un po’ divertito con noi?

“Delitto in casa Goldoni”

Nato a Zara nel 1948, l’autore vive a Lucca da molti anni, ma “mi sento viennese. Mio nonno paterno lo era veramente. Infatti, la mia famiglia, nonostante il cognome slavo, discende dalla Stiria, precisamente da Graz. Dal mio nonno Giovanni ho ereditato l’amore per Vienna, per l’Austria, per la storia dell’Impero Austro-Ungarico.”S’interessa anche di musica, soprattutto quella dei secoli XVIII e XIX e a lui si deve la rivalutazione del genio di Antonio Salieri, a ricordo del quale, nel 2000, fece porre, a spese del comune viennese, una lapide sulla facciata della casa in cui visse, situata al numero 1 di Goettweihergasse, nella capitale austriaca. In occasione di un concerto dedicato a Salieri, tenutosi nel 2004 nel celebre teatro Konzerthaus dove si svolge l’altrettanto famoso Concerto di capodanno, a Mestrovich fu affidata la presentazione delle tre opere in programma scritte dal compositore di Legnago. La sala era gremitissima. “Anton Diabelli – un genio tranquillo” (2000), “Appunti di archeologia musicale” (2002), “Wolfang Amadeus Mozart – IL Cagliostro della musica” (2006) sono alcuni titoli esemplificativi del suo interesse per la musica.Ma è soprattutto al genere noir che l’autore si è dedicato da qualche anno: “L’assassino del confessionale” (1998), “Il filo della sinopia” (1999), “Il caso Palinuro” (2003), “Venezia rosso sangue” (2004), sono solo alcuni titoli.

Venezia è la città che fa da cornice alle sue storie che hanno come protagonista l’ispettore capo Giangiorgio Tartini, “un uomo sulla cinquantina, alto, con la sigaretta in bocca, la fronte spaziosa, il naso adunco, i capelli lunghi e bianchi”, che l’autore fa discendere dall’illustre antenato Giuseppe Tartini (1692-1770), autore della celebre sonata per violino in sol minore “Il trillo del diavolo”.”
Delitto in casa Goldoni” è del 2007.
Il titolo fa riferimento ad un omicidio avvenuto nella casa museo del celebre commediografo. Il morto, colpito al collo con un freccetta avvelenata, di nome Santi Cangelosi, appassionato studioso di Goldoni, era comproprietario, insieme con Vincenzo Cicero, di un’impresa di onoranze funebri situata in Sicilia, ove si sposteranno anche le indagini, in un paesino, Castelbuono, dal quale sarà il maresciallo dei carabinieri Carmelo Celso (“alto, bell’aspetto, aveva i capelli brizzolati, testa piccola, bocca grande, labbra molto grosse, braccia lunghissime che lasciava ciondolare goffamente.”) a tenere i contatti con Tartini. Il cadavere in casa Goldoni è stato scoperto da Beppe Nardin, l’addetto alle pulizie, un uomo corpulento già avanti con gli anni.
Tartini, più come Maigret che come Poirot, non ha fretta di indagare; abitualmente, “col solito passo lento”, si guarda intorno, si immerge nella scena del delitto, ne respira gli odori, con lo sguardo curioso e attento. È solito fumare sigarette di marca Memphis White, cui ricorre immancabilmente nelle occasioni di maggiore stress e di riflessione.
Mestrovich ne accompagna il movimento con la scrittura, allo stesso modo che le parole di un libretto accompagnano la musica. Tartini è l’espressione musicale generata da Mestrovich, scritta sopra un pentagramma d’eccezione: Venezia. Dice Mestrovich a proposito del metodo con cui affronta i suoi gialli: “non parto se prima non ho visitato accuratamente i luoghi, di cui scriverò. Se dico che tra calle della Mirandolina e Piazza San Marco ci sono tot metri, state tranquilli che è così.” Infatti, è una Venezia conosciuta e amata quella che fa da sfondo alla storia. Palazzi, calli, canali, balconi, piazze sono vissuti nel chiaroscuro di un sentimento intimo, misurato, trattenuto solo per pudore: “L’aria cominciava ad essere respirabile, quell’angolino della vecchia città era davvero pittoresco. Il buio e la quiete notturna ridavano smalto a Venezia. La musica del silenzio riportò a Tartini la musica di Vivaldi del Largo della Primavera.“; “Nessuna città al mondo, pensò, metteva le proprie intimità a nudo come Venezia. Trasparente e delicata come una filigrana, che si vede o non si vede, a seconda che la si voglia o meno vedere.”

Dario Farsetti, agente scelto, è il suo braccio destro, obbediente come un fedele servitore, un uomo brutto, “più largo che lungo”, ma con “due occhi meravigliosi, due vere perle azzurre”. A casa, a tenere compagnia a Tartini, essendo questi scapolo (mantiene una relazione altalenante con Camilletta Franco), è il gatto Annibale, che viene però accudito dalla vicina di casa, la signora Rebetz. Nel suo ufficio tiene sulla scrivania “il piccolo busto in gesso di Antonio Salieri. Era l’unica nota bianca e linda in quel grigiore polveroso.”
Parallelamente alle indagini del delitto si avviano altre indagini che riguardano la minaccia di rapimento della figlia di un importante armatore veneziano, Carlo Dolfin. Si chiama Gabriella, una ragazza “Alta, snella, capelli corti e biondi, belle mani.” Un’altra ragazza, sua sosia, Sabrina Gianfranchi, è stata assunta dall’armatore per coprire la figlia. Tartini rileva come sia strano che i rapitori si annuncino prima ancora di aver eseguito il rapimento.
Si aprono, dunque, vari percorsi in cui il lettore è subito chiamato ad esprimere suggestioni, ipotesi, attenzioni speciali ai movimenti dei vari personaggi. S’intavola presto una partita a scacchi tra l’autore e il lettore, dalla quale traspare chiarissimo l’intento di Mestrovich di confondere con trappole e con deviazioni l’intelligenza del giocatore avversario.
Gabriella, infatti, sembra che si sia innamorata a prima vista di un madonnaro (“Sembravano due fidanzatini”), di nome Domenico Biundo, incontrato in campo S. Agnese, che, guarda caso, è siciliano, come il morto di casa Goldoni. “Troppi siciliani in queste due storie.” è il suo primo commento a caldo.
Il racconto è impreziosito ogni tanto da descrizioni mai occasionali, ma finalizzate a circondare i personaggi di specifichi gusti e raffinatezze che siano loro complementari. Si potrebbe anche dire che essi riflettono nella scrittura la particolare predilezione dell’autore per le belle e rare creazioni dell’arte. Qui Tartini va a far visita alla sua innamorata Camilletta: “Giangiorgio approfittò della momentanea assenza della donna, che era andata a posare la bottiglia da qualche parte, per ammirare la scrivania a tamburo Luigi XVI, il caminetto con lo stemma di famiglia, due dipinti di Giambattista Piazzetta, gli stucchi, il lampadario di Murano a venti braccia e la bibliotechina veneziana del diciottesimo secolo. Era lì dentro che Camilletta custodiva la preziosa edizione delle “Terze Rime” dell’antenata Veronica, poetessa e cortigiana.” Come si può notare la descrizione, in realtà, è molto asciutta, e tuttavia ha la sua eleganza connotata in modo molto semplice mediante la citazione dello stile del mobile o dell’autore dell’oggetto d’arte. Quando i due fanno l’amore: “parevano due nudi di Otto Mueller.”

Ma non ha peli sulla lingua, quando il suo personaggio incontra i guasti causati dal cosiddetto progresso: “L’acqua del canale che scorreva nei pressi della corte Malibran era verde e sudicia. Tra i riflessi delle case galleggiavano cassette di legno, lattine di birra, cartaccia, varie scovazze. Il caldo e i gatti la facevano da padroni.”; “Sul lungo budello d’acqua stantia e verdastra del piccolo canale c’erano capi ad asciugare, stesi a macchia di leopardo, e stanche imbarcazioni a ridosso di muri screpolati e rósi dal salmastro.”
Mestrovich dosa sapientemente la trama, aprendo percorsi che, destinati a confluire nella soluzione finale, inoltrano il lettore sempre più nel folto mistero che avvolge il caso. Si parla addirittura del fantasma di una bella giovane, Valeria Navagero, che circola in un convento, che somiglia a Gabriella. Anche la ex fidanzata di frate Emidio, Maria Amalia Galliòn, trovata uccisa una decina di anni prima, somigliava a Gabriella. Una volta una parte di quel convento apparteneva all’antico e contiguo palazzo della famiglia patrizia Navagero, che aveva avuto illustri rappresentanti, tra i quali “Bernardo cardinale morto nella seconda metà del Cinquecento.” Nel frattempo, il socio dell’ammazzato Santi Cangelosi, Vincenzo Cicero, è stato trovato morto in un elegante appartamento situato nel centro di Palermo. Sgozzato. Tartini comincia a credere possibile un collegamento tra questa storia e quella della minaccia di rapimento nei confronti della bella Gabriella Dolfin. Proprio Gabriella sembra innamorata di un madonnaro, Domenico Biundo che, guarda caso, è pure lui siciliano e più volte minacciato di morte se non lascerà la città.
Dirà Tartini al maresciallo Carmelo Celso: “Qui i rami si intrecciano. Rami dello stesso tronco, caro mio!”
Il giallo, in fin dei conti, è sempre il gioco del gatto con il topo, dove l’autore è colui che ha in mano le carte per vincere la sfida, e il lettore colui che è chiamato abilmente a raccoglierla, vigilando e cercando di capovolgere il risultato.
Tartini ama frequentare l’ambiente alto borghese con quarti addirittura di nobiltà, talvolta; non si tira mai indietro di fronte ad una buona tavola (Mestrovich, alla maniera di altri autori, in particolare il suo amato Camilleri, ce ne fa sempre un’accurata descrizione), legge autori come Marco Aurelio, oltre ovviamente a nutrire un’adorazione speciale per la musica. Suona perfino bene il violoncello: “Giangiorgio prese il violoncello e si mise a suonare l”Andante” del quinto divertimento di Paisiello.“; “eseguì i pezzi da esperto concertista.” Ma il suo carattere è brusco e spesso trascura le buone maniere, quando vi si trovi costretto. È un fumatore accanito. Ama le belle donne (“l’asse Camilletta-Tullia-Valeria-Nunzia.”) e, se capita l’occasione, non si tira indietro, come nel caso dell’assatanata Valeria Congi, incontrata sul treno diretto a Cefalù. È allergico, tuttavia, al matrimonio e alla convivenza. “Le note della Marcia Turca di Mozart in forma di banda” annunciano le chiamate al suo cellulare.
C’è una certa rassomiglianza tra Venezia e Tartini, e non v’è dubbio che anche su questa rassomiglianza, oltre che sulla trama attraversata da tanti delitti come la città è attraversata dai molti canali, si gioca il fascino della storia e di tutte le storie che ruotano intorno alla figura dell’ispettore capo Tartini (“Il segugio dei canali”), ormai personaggio simbolo di questo autore di origine dalmata, al quale somiglia un po’ (l’avversione di entrambi per il tè, ad esempio, o l’ammirazione per Salieri, o la comune simpatia per un personaggio politico scomparso), formando così, con la città di Venezia, un trio perfettamente amalgamato.

Allorché si trova ad indagare in Sicilia, insieme con il maresciallo Carmelo Celso, il fascino dell’isola lo conquista a tal punto da suscitare in lui molta simpatia per la sua gente. A Camilletta, che ancora considera la Sicilia una terra “dell’Africa del Sud”, risponde arrabbiato che la Sicilia è: “Terra ospitale e bellissima. Noi del Nord-Est dovremmo imparare l’Abc da loro!”
Quando poi giungerà il momento di tirare le fila delle indagini, ci renderemo conto con piacevole sorpresa dell’ampio mosaico di intrecci e di delitti che Mestrovich ci ha fatto attraversare, le cui immagini, come tanti flash rievocativi, ripercorreranno suggestivamente la nostra memoria.
Anche in ciò risiedono l’accortezza e la bravura dell’autore.

“La sindrome di Jaele”

Mestrovich è uno degli scrittori che seguo con molto piacere. Intanto perché vive a Lucca e ne è ormai cittadino a pieno titolo, anche se è nato a Zara nel 1948, e poi perché scrive bene e sa accompagnare con dolcezza ed eleganza il lettore lungo il percorso accidentato delle sue storie. Appassionato di musica e autore di testi al riguardo, Mestrovich ha trasmesso questo suo sviscerato amore al suo personaggio, l’ispettore capo di Polizia Giangiorgio Tartini, discendente di quel Giuseppe Tartini (Pirano, 12 aprile 1692 – Padova, 26 febbraio 1770) autore della celebre sonata “Il trillo del diavolo”. Addirittura sulla scrivania, l’ispettore tiene una statuetta in gesso di Antonio Salieri (di cui Mestrovich è grande ammiratore). Ha un fratello di nome Mirko, “che era stato un celebre pianista jazz”, un gatto che si chiama Annibale; è un gran fumatore di Memphis Lights, e ha un naso aquilino.
L’ambientazione è ancora a Venezia, e ancora una volta il risalto che viene dato alla città è tale che questo autore meriterebbe di ottenerne almeno la cittadinanza onoraria.
È una Venezia attraversata da gondole e vaporetti, con la gente in attesa sugli imbarcadero; la Venezia dei sottoportici e delle calli, dei canali stretti e bui, dei campielli, delle case con i muri scrostati, dei palazzi corrosi dall’acqua e dal tempo.
Un uomo è stato trovato morto, ucciso con un grosso chiodo conficcato con un colpo di martello nella tempia; è un musulmano che aveva fatto sesso poco prima di essere assassinato. L’omicidio richiama alla memoria un quadro di Jacopo Amigoni, “Jaele e Sisara”, conservato al Museo del Settecento Veneziano e quello di Artemisia Gentileschi, con lo stesso titolo, conservato al museo di Budapest. Tartini sospetta che il delitto possa essere il primo di una serie. Non si sbaglia. Le vittime sono tutte musulmane e le lettere iniziali del loro cognome vanno a comporre il nome di Jaele, l’eroina biblica che uccise nel sonno Sisara, lo  sconfitto generale dei Cananei, suo nemico.
Mestrovich è rispettoso del suo personaggio, il quale mantiene le sue maniere brusche, che stempera solo quando ha di fronte una bella donna, che subito si mette a corteggiare e spesso con successo. Le sue domande nei suoi interrogatori sono secche, perentorie; s’infastidisce se la risposta non è pronta. La sollecita in malo modo, la pretende immediata. Qualche volta si ferma “Al Buso”, il ristorante accanto al Ponte di Rialto, poiché ne apprezza la cucina raffinata; non disdegna di accompagnare il pasto con vini di marca come il Mueller Thurgau, non perde un concerto e quando è nervoso si calma o fumando una sigaretta Menphis Lights o suonando il violoncello.
I suoi movimenti, le sue indagini, le sue passeggiate, più che alla ricerca dell’assassino, sembrano rivolte a respirare e a far respirare Venezia, “dormiente e sorniona.” Venezia, col suo fascino, il suo malessere, i suoi misteri, si desta ogni volta che i passi di Tartini risuonano nelle sue calli, o indugiano sopra un ponticello: “La città sembrava una di quelle anziane signore che indossano uno scialle bianco trinato, un po’ rattrappite sulla sedia a dondolo, che il tempo venera senza ragione.”
Mestrovich ha fatto del suo ispettore capo un archetto di violino al cui passaggio resuscitano nella vecchia città le note di una bellezza ammaliatrice e malinconica: “Andare in gondola di notte significa vivere un’esperienza unica. Giangiorgio la godette sino in fondo. Fece suo il silenzio irreale che gli era entrato nei pori quando quasi toccò i muri scrostati delle case che incontrò e lasciò dietro di sé nelle serpentine dei canali semibui. Unico rumore, se così si poté definire, fu il frangersi dell’acqua gorgogliante mossa dal remo.”
Il romanzo ha una novità rispetto al passato. Ogni tanto appaiono delle pagine scritte in corsivo. Da esse si evincono talune situazioni più intime relative al delitto e alle indagini; addirittura assistiamo, per il loro tramite, all’omicidio di altri due musulmani i cui cognomi cominciano con la lettera E e la lettera L. È una donna a compierli. Attira le vittime, ci fa all’amore e poi le uccide con un grosso chiodo e un martello, colpendole alla tempia.
La situazione diventa insostenibile e pericolosa. I musulmani sono anche loro a caccia della serial killer. Suppongono che sia una fanatica ebrea che vuole imitare le gesta dell’eroina biblica Jaele. Se la prendono anche con Tartini e il suo aiutante Farsetti, vittime di intimidazioni. Bisogna far presto, dunque. La tensione sta salendo. Un’altra novità è che Tartini, incallito dongiovanni, questa volta s’innamora. Si tratta di una prostituta, Mitzi. Se la porta a vivere con sé, a casa sua, a Cannaregio, in corte Colombina: “A casa sua adesso c’era una donna che l’aspettava. Non era più solo. Non era più il trastullo di amanti occasionali e viziate.”
Tutto sta girando per il meglio. La sera di San Silvestro, mentre nella città già si odono i botti di fine anno, Tartini entra nella tana della donna killer, sa chi è. Ormai non potrà più sfuggirgli. Sarà Mitzi, l’amata Mitzi, a guastargli la festa.

” Suzanne e altri racconti “

Suzanne è il racconto principale (potrebbe essere definito un romanzo breve) di questa raccolta; è il più lungo (100 pagine su un totale di 133), ma anche il più significativo. Fu pubblicato per la prima volta vari anni fa, quando Mestrovich era praticamente agli esordi (vinse il Premio Viareggio Giovani-Farabolina, con il titolo di “Suor Franziska”) e già vi si riconosce quella gioia dello scrivere che contrassegna il marchio d’autore, confermato poi dalle opere successive.

Ci prepariamo, dunque, a seguire la vita di suor Franziska (al secolo Suzanne von Ritter), ritiratasi nel convento di clausura delle Carmelitane Scalze seguaci di Santa Teresa d’Avila che sorge là dove si compì la tragedia di Mayerling, in cui morirono l’erede al trono d’Austria, Rodolfo d’Asburgo, e la sua amante Maria Vetsera. La loro presenza, con il proprio dramma d’amore, si fa sentire nel pensiero e nell’anima della suora. Prenderemo conoscenza del suo diario e dei sentimenti che hanno attraversato la sua esistenza, sin da prima che prendesse i voti.

La struttura scelta è dunque semplice e ci consentirà di raccogliere a piene mani timori e gioie, rassegnazioni e speranze di questo personaggio che, oltre che suora, è anche donna. Si alterneranno pagine dedicate alla vita giovanile secolare, quando il suo nome era Suzanne, a pagine che ci consegneranno le sue giornate al convento.

Lo stile dell’autore, che non tradisce mai le regole della semplicità e della chiarezza, esalta tali qualità in alcuni tratteggi di raffinata delicatezza e poesia. Qualche esempio: nel convento c’è suor Natalia, già anziana, badessa e discendente del fratello della madre di Maria Vetsera. Ecco come viene descritta: “I suoi occhi di un azzurro intenso, sembravano frammenti di luce divina. È impossibile descriverli. Non vi si leggeva né passato né presente, bensì un rilassamento di eternità, che oltrepassava i confini della comprensione. Da loro scaturiva il bagliore intermittente di quel faro che è la Fede.”. Più avanti troveremo un’altra descrizione meritevole. Zlato e Suzanne sono nel cimitero dove è sepolta Maria Vetsera: “Il freddo era pungente e il tempo minacciava nuove nevicate. Ci guardammo attorno. Poche persone stavano chine sui loro cari come fiori viventi che il vento piegava in giù. File di statue, raffiguranti angeli, madonne e cristi, dominavano dall’alto il cimitero in un monito che la solitudine rendeva corale.”.

La madre superiora è perseguitata dall’idea di vedere apparire ogni tanto nella sua camera il fantasma del principe Rodolfo, e questi le ha perfino rivelato che entro breve una catastrofe si abbatterà sul convento: “Alla reverenda madre superiora apparve di nuovo il fantasma di Rudolf, questa volta in abito da viaggio, all’epoca in cui il Principe Ereditario soggiornò in Egitto e in Palestina. Sghignazzava in modo volgare, mentre faceva dondolare un crocifisso d’oro che gli pendeva dal collo.”.

Franziska non sa che pensare, è turbata. Già vive nei tormenti e la sta attraversando anche il pensiero del suicidio.

Nella storia della letteratura diaristica, abbiamo già trovato vicende e riflessioni drammatiche; per citare una lucchese, ricordiamo quello di Gemma Galgani, che riceveva le visite del demonio, suo acerrimo nemico e persecutore.

In questo diario i tormenti sono generati da crisi di Fede e da ricordi del passato e mostra due volti e due anime. Affronteremo, infatti, la Franziska vacillante nella Fede, e quella più intima e segreta che ci rimanderà ad una letteratura erotica e scandalistica che ebbe il suo apice nel XVIII secolo.

Zlato è uno zingaro, conosciuto quando aveva circa 19 anni; se n’era innamorato e ci aveva fatto all’amore, ora è morto: “Nuda, stesa sul letto, il giovane disse che il mio corpo assomigliava a un famoso disegno di Klimt.”. Poi commenta, con la grazia che può nascere da un piacevole ricordo: “Due lepidotteri nella magica fusione di nervi e di livree di giovanile splendore.”.

Franziska (che sta per compiere 22 anni) scrive in segreto, ha paura di essere scoperta, sa che nelle parole che si trasformano in scrittura c’è la lotta tra il Bene e il Male, quella ossia tra Dio e Satana. È il mistero che sta dentro l’uomo, e riesce a lacerare le anime più sensibili, come la sua. Franziska ne sarà, infatti, il simbolo tragico: “non voglio più rimanere prigioniera in questo lager di Dio.”. Un giorno che riuscirà a giungere all’aria aperta, grazie ad un passaggio segreto (di cui approfitterà altre volte), riderà e piangerà: “Avevo la luna sopra di me, il chiarore delle stelle, il profumo della notte. E la libertà! Mi mossi tra gli alberi come impazzita.”. Il diario è lo specchio che le manca (“Sento la mancanza di uno specchio.”), il suo confidente, che però non può darle risposte, è muto, e la lascerà sempre sola con se stessa. Il pensiero del suicidio diventa una costante da che si è data a Dio. E allora la domanda che viene sollecitata è questa: Ci si può dare a Dio e concepire il suicidio? E anche: Ci si può dare a Dio e persistere nel piacere della carne?

Abbiamo conosciuto suore che non riuscirono mai a liberarsi dalla passione e dal peccato. La più celebre è Gertrude, la Monaca di Monza di manzoniana memoria, ma anche a Lucca, negli stessi anni del XVII secolo, abbiamo avuto un esempio di pari intensità nella figura di Lucrezia Buonvisi, peccatrice caparbia anche quando si ritirò in convento con il nome di suor Umilia, dopo che fu complice nell’assassinio del marito da parte del suo amante.

Ma Franziska ha avuto un solo amore, non conosce il vizio; quando suor Eletta, una lesbica, le si avvicina con intenzione, lei “con uno strattone la respinsi malamente.”. Eppure il suo cammino è un tragico percorso di morte (“tu sei sempre afflitta.”, le dirà suor Ilaria). Il lettore sentirà avvicinarsi la morte nel mescolio di pensieri ed emozioni che metteranno a fuoco i tormenti e le inquietudini di una umanità che può in ogni momento della vita essere travolta: “Pretendere di trovare Dio e la Fede in questo Lager è come voler cercare giustizia nei campi di sterminio nazisti. Dio non c’è e questi luoghi sono abbandonati da tutti. Noi, monache di clausura, siamo anime aride, che abbiamo fatto della preghiera un sacrilegio. Della morale uno scempio. Dell’onestà, un vituperio. Dell’ipocrisia, una ragione di sopravvivenza.”. Sembra di leggere pagine del marchese De Sade. Troveremo più avanti la seguente descrizione dello stato di privazione in cui è costretta suor Eletta, la suora lesbica, sorpresa a letto ad amoreggiare con una consorella. Aveva poi sputato in faccia alla nuova badessa, la severa e dispotica suor Ilaria (“Quell’essere sbilenco”), e perciò era stata rinchiusa nella cella di rigore: “La poveretta giaceva per terra mezza nuda e in preda ai fremiti. Singhiozzava e bestemmiava con trivialità. Vicinissimi a lei, una ciotola di nera brodaglia e un orinale. Il buio era quasi totale e l’umidità enorme.”.

L’amore per Zlato (“figlio del vento”) è occasione per disegnare anche il mondo dei nomadi, con qualche illuminazione ogni qualvolta abbiamo a che fare con un gruppo che di sera sta attorno al fuoco e danza e canta: “I fuochi del campo sembrarono stelle in terra e i carrozzoni mi ricordarono le primitive caverne. Una zingara della stirpe di Salmanassar allattava uno dei suoi figli.”. L’autore ritorna spesso a illustrarci con un delicato sentimento di affetto, la storia, la vita e le consuetudini di questo popolo: “Le zingare, con le loro tradizionali gonne lunghe, formarono un cerchio e due di loro iniziarono a danzare. Ogni ballo rappresentò la storia gitana di quel Paese. Cioè Spagna, Ungheria, Romania, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, India, Nepal. Ogni suono una nazione diversa, ma lo stesso popolo.”; “Come si starà nel paradiso degli zingari? Zlato mi raccontava che è talmente vasto che vi scorrevano sei fiumi. Le praterie ospitavano migliaia di cavalli e dalle stelle scendevano note di musica gitana. C’erano olmi e faggi, pascoli abbondanti con pecore e buoi, ricche sorgenti e trote guizzanti.”.

Il convento di Mayerling (“Mayerling è il capolavoro del destino.”) è anche un riflesso dei tormenti della protagonista. Un altro specchio, oltre al suo diario: “Forse il vento mi sussurrò che Mayerling mi apparteneva e che non potevo scappare. Dal mio annullamento, la sublimazione.”. La tragedia che vi è racchiusa è diventata, dunque, ben più di un ectoplasma che gira nel convento, ma un esempio per il mondo, il quale è facile ad ogni contaminazione. Franziska ne è vittima e messaggera. La morte è libertà, è resurrezione. Quando muore l’anziana suor Giulia, leggiamo: “lei allontanò da sé il crocifisso e guardò fuori della grata di ferro. Fui l’unica a capire il suo pensiero. Immaginai i rami del pesco fiorito. E l’azzurro del cielo. Le labbra di suor Giulia si mossero impercettibilmente, forse fu un amen o una parola di gioia male articolata, dopodiché cessò di vivere.”. Mayerling è il passaggio dalla felicità alla tribolazione, alla sofferenza come modello espiatorio e catartico: “A Zlato mancò il coraggio del Principe Ereditario. Perché non mi aveva proposto di morire con lui?”.

Dal diario emerge una parabola discendente e triste della vita. L’amore tra Suzanne e Zlato si fa sempre più scialbo e tragico. Non innalza, ma comprime, soffoca e crea incertezza e disperazione. Il legame tra Suzanne e ciò che dentro di lei l’ha spinta a diventare suor Franziska è rimasto intatto. Il suo, è stato un volo che, dopo i primi anni, quando era una spensierata ragazzina, non è riuscito più a staccarsi da terra (ricorda di aver visto nella cittadina di Rust un nido di cicogne: “I miei pensieri non posseggono il piumaggio bianco e nero di quegl’uccelli e non hanno voli leggeri.”); il cielo, il suo azzurro, lo spazio infinito che può dare solo la speranza si sono trasformati in un cupio dissolvi, in un tormento in cui anche i ricordi dei momenti felici, ora sono diventati spine dolorose e sanguinanti. Il suicidio a cui pensa Franziska è, dunque, generato da un desiderio di riconquista, una riconquista più laica che mistica, con il pensiero rivolto più a Zlato, simbolo dell’amore terreno, che a Dio.

Quello tra Zlato e Suzanne è un amore contorto, ostinato e tragico. La ragazza non riesce a privarsene. Si è concessa all’amico Hans, ma il sentimento che la pervade per Zlato è come una maniaca e diabolica ossessione. Lo zingaro è arrivato ad un livello di degrado inimmaginabile (è diventato un ubriacone incallito), e tuttavia Suzanne continua a cercarlo nel suo girovagare e a concedersi a lui: “Mi sentii salire dentro quella voglia incontrollabile di fare sesso.”. Il sesso è una componente significativa della personalità di questa suora. Il suo diario ne è impregnato anche quando non è citato espressamente. Ci rendiamo conto, così, che Franziska resta una donna, non è mai diventata una suora.

Nei giorni che precedono quello da lei stabilito per il suicidio il suo pensiero si rifugia talvolta negli unici momenti in cui la gioia di vivere era pura felicità: i giorni dell’infanzia. È una regressione che anela alle origini della vita, alla purezza che ha segnato l’avvio dell’esistenza umana; il tempo di un Eden troppo breve e fuggitivo: “per me c’erano sempre un sorriso, una carezza, una risposta alle mie domande da bambina.”. Risposte che non trova più, e che la clausura ha trasformato in ferite: “Che bisogno ha Dio di simili spose? È tutto ciò un atto d’amore o un’offesa spudorata?”.

Nella lettera indirizzata al capo zingaro Jozsef prima di impiccarsi ad un albero del convento, un pesco, leggiamo: “morta lo fui già il giorno in cui Zlato mi lasciò. Poi la disperazione nata in convento ha reso maturo il suicidio e il farmi violenza altro non sarà che il ritorno al recente passato (…) Il pesco sarà maledetto e forse tagliato. Non sarà bello vedere il corpo nudo di una suora penzolare da uno dei suoi rami.” Jozsef, in una lettera indirizzata alla madre superiora del convento per trasmetterle il diario lasciato da Suzanne-Franziska, chiederà preghiere per “quella sventurata che, il sottoscritto ne è convinto, si trova adesso non tanto lontana dal soglio di Dio.”.

Il primo racconto finisce qui. La complessità psicologica della protagonista emerge via via con forza e con tratteggi perfino virulenti, e ne fa una lettura di intenso valore e significato.

A “Suzanne” fanno seguito altri otto racconti brevi, in cui si confermano la bontà della scrittura e della capacità di rievocazione. Il primo, “Accadde a un camionista”, ci ricorda Edgar Allan Poe: a un camionista appare, tra la nebbia, una ragazza, scoprirete chi fosse in realtà. “Emilio Bezzi”, invece, un pittore, “morì pazzo in un’osteria”; aveva un solo compratore che gli aveva consentito di accumulare molto denaro, però ad un caro prezzo.

“Filobus 64 di Mosca”, uno strano racconto, era già presente in un’altra raccolta, “Janko e racconti russi”, del 2016, in cui apparve anche “Il danzatore di prisjadka”, la storia di uno sfortunato ballerino, Kazimir Balaban: è un racconto brevissimo dalla scrittura veloce, ma tra i più belli, se non il più bello tra gli otto. “Guida di Mosca”, come lascia intendere il titolo, si condensa in una visita turistica ai maggiori monumenti e luoghi di Mosca, a partire dalla Piazza Rossa e dalla Cattedrale di San Basilio, fino al Mausoleo di Lenin, alla Collina dei Passeri (il più alto dei sette colli di Mosca), al Teatro Bol’soj, al Monastero di Novodevicij, e altro ancora. Ai turisti, tutti bavaresi, capita più di una disavventura, che un po’ si sono andati a cercare. Simpatico “L’uomo che non vedeva i mandarini”, ambientato a Astana, la capitale del Kazakistan. “L’uomo senza ombra” ci narra il dramma di un uomo a cui manca l’ombra e che viene evitato da tutti. Si sente solo e darà una conclusione drammatica alla sua vita. Trae ispirazione dal romanzo del tedesco Adalbert von Chamisso pubblicato nel 1814, “Storia straordinaria di Peter Schlemihl”. “Santino” ci racconta della sventura di un gatto nero che porta quel nome e della sua vendetta. Di nuovo pensiamo a Poe.

Tutti i racconti che hanno come scenario la Russia sono suggestivi, e vi traspare l’amore di Mestrovich per questa terra ricca di storia, di bellezza e di arte. Caratteristica di questi racconti è la descrizione dei vari menù che si susseguono, tutti resi con il senso del gusto e del piacere.

La sovracopertina è disegnata dal bravo pittore viareggino Lisandro Ramacciotti.

 

 


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3 Comments

  1. Comment by Maria — 8 dicembre 2007 @ 19:22

    Ho letto entrambi i libri tutto d’un fiato e debbo riconoscere che la figura dell’ispettore capo di Polizia Giangiorgio Tartini è affascinante e azzeccatissima.
    “Delitto in Casa Goldoni” è un giallo ‘classico’, di quelli di cui si era persa la memoria.
    Consiglio vivamente a tutti gli amanti del genere poliziesco entrambi i libri di Stelvio Mestrovich

  2. Comment by Daniele — 8 dicembre 2007 @ 19:28

    Ottimi entrambi i romanzi gialli.
    Il secondo, poi, “Delitto in Casa Goldoni” è un vero classico della narrativa noir.
    Mestrovich ci porta da Venezia a Castelbuono di Palermo in un viaggio in treno assai avventuroso. Poi la Polizia di Stato, nella figura di Tartini, si abbina ai Carabinieri, nella figura del maresciallo Celso della stazione di Castelbuono. E nasce una amicizia molto fruttuosa anche nel campo delle indagini.
    Libri da acquistare e da leggere!

  3. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 8 dicembre 2007 @ 21:08

    Grazie Maria e Daniele per avere letto i due miei articoli.
    Voglio segnalarvi che il sito ospita anche la Rivista d’Arte Parliamone: http://www.rivistaparliamone.it dove trovate il pezzo su Delitto in casa Goldoni, commentando lì, il vostro giudizio sui due romanzi potrà essere notato anche da Mestrovich.

    Grazie di nuovo.

    Bart

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart