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Michilli, Roberto

14 agosto 2009

Desideri
Fate il vostro gioco
La chiarezza enigmatica – Conversazione su Giuseppe Pontiggia  

“Desideri” (2005)

Fernandel, pagg. 352, euro 16

Classe 1949, Michilli esordisce nel romanzo ad un’età già adulta, ma non è nuovo alla letteratura. Alle sue spalle ci sono: alcuni libri di poesia, l’aggiudicazione, nel 1997, del Premio Teramo e la partecipazione come finalista al Premio Assisi per l’inedito. È abbastanza per affermare che egli giunge a questo esordio con una buona esperienza formativa.

Il romanzo è ambientato a Teramo, la città in cui l’autore vive.

È costituito da un insieme di quattro storie (Valerio e Angela; Elio; Claudia; Deborah) legate l’una all’altra da una sorta di mal di vivere e di desideri da realizzare, spesso spinti all’eccesso.

Tutte fanno capo al negozio Foto Ottica degli amici Antonio e Claudia, giacché questi personaggi hanno un’altra cosa in comune, la passione per la fotografia. È in questo ambiente che il destino riserva ai protagonisti l’occasione di trasformare il loro malessere in un forte desiderio, in un progetto. La vita pare allora illuminarsi, l’energia e la voglia di protagonismo ritornano come da un nascondiglio segreto; sul volto ricompare il sorriso, ci si libera, almeno per un tratto di strada, di quella “scimmia” che ci era salita sulle spalle e sembrava non volersene andare più.

Ma se ne va davvero? No. È tutta apparenza. In realtà, l’autore crea intorno alle storie un alone di mistero. I personaggi sembrano appartenere a un mondo che non è proprio il nostro. Si muovono a contatto di sensazioni, incertezze, timori, anche paure, che fanno presagire l’ignoto, l’arcano, il non razionale. È, questa, la cifra stilistica che Michilli imprime alla sua scrittura, peraltro piacevole e limpida, consumata già da un’abilità e da una esperienza che meravigliano in un esordiente. La storia intitolata “Elio” ne è un esempio.

Si è già detto che il romanzo è costruito su storie che s’intrecciano. L’autore le avvia, ci lascia col fiato sospeso e le riprende al momento giusto, con una sapiente bravura. Le interruzioni, infatti, sono scadenzate in modo tale che non avremmo voluto che succedessero in quel punto, così che resta in noi, accanto ad una impazienza che comincia a dominarci, il desiderio di conoscerne il seguito quanto prima. Un tale modo di strutturare il libro, che ha i suoi precedenti nei grandi autori del passato che facevano anticipare l’edizione definitiva delle loro opere dalla pubblicazione a puntate, si rivela la molla che imprime il movimento perpetuo al romanzo. Si può anche cogliere una certa rassomiglianza con la struttura dei testi teatrali, divisi per atti e, in particolare nel nostro caso, in scene. Tracce di Hoffmann si riscontrano nell’atmosfera che circonda le storie, in particolare quella di Elio Santi, in cui fa capolino qualche reminiscenza de “Il mastino dei Baskerville” di Conan Doyle.

Una scrittura pulita, di stampo tradizionale, senza scosse, ed una insospettata padronanza nella descrizione delle scene ci accompagnano nel viaggio, rendendocelo gradevole e ricco di suspense. Si pensi, ad esempio, alla scena che si svolge tra la maga Armida e il personaggio ossessionato dalla conquista di Deborah, la bella ragazza di cui si è invaghito. La lunga scena che si svolge tra quest’ultimo e la vecchia laida è resa con mano ferma, controllata, da cronista dell’evento; come pure allo stesso modo è reso l’appuntamento di un altro personaggio, Angelo, con la prostituta Lisa. Anche la storia della casa misteriosa che Elio decide di acquistare denota un’abile tessitura condotta su di un registro che si muove in sintonia con i tempi lenti e misurati degli accadimenti.

Il desiderio è il punto d’indagine dell’autore. E il desiderio

è sempre mosso da un istinto che ha a che fare con il mistero che è dentro ciascuno di noi, in grado di sorprendere e scandalizzare perfino noi stessi, come accade a Claudia.

I racconti, che fotografano situazioni ricorrenti nel quotidiano e perciò non sconosciute al lettore, riescono ciò nonostante a sollevare quel pizzico di curiosità e a scuotere la latente morbosità che si nasconde in noi. Sono molle che si tendono per tutto l’arco del libro e ne determinano il piacevole risultato. Ad esempio, la relazione tra il marito di Margherita e la cugina di lei, Deborah, pur connotata da una attrazione prettamente sessuale (“Le gambe sono il suo punto forte. Le ha lunghe e tornite, e portano a spasso il più bel culo del mondo”) riesce a trasformarsi in un incubo anche per il lettore, che si domanda come quella relazione possa concludersi e si cimenta in congetture che mettono in realtà allo scoperto una partecipazione che lo accomuna e lo lega al protagonista. Ossia, il desiderio ci spinge verso una ancora più potente irrazionalità, capace di incantarci fino a distruggerci, se non riusciamo a fermarci in tempo. L’irrazionalità lotta continuamente con la ragionevolezza che guida la nostra vita, nell’ostinato tentativo di scavalcarla e prenderne definitivamente il sopravvento. È qualcosa, insomma, di più terribile della lotta perenne tra il bene e il male. Va detto che l’autore racconta il desiderio come fatto normale e naturale, non v’è forzatura né compiacimento, tutto accade perché sta nei disegni segnati e nascosti nella esistenza di ciascuno di noi, ma gli avvenimenti che si susseguono tracciano proprio dentro lo stesso desiderio la soglia invisibile superata la quale ci si trasferisce altrove, nel mondo che non conosciamo e ci spaventa.

Non a caso, nella storia di Deborah, il protagonista ad un certo punto si domanda: “Dove saremmo andati a finire di quel passo? Una parte di me lo sapeva, e ne era terrorizzata.”

Il desiderio è, dunque, una componente essenziale ed irrinunciabile della vita, ma è al contempo la minaccia che incombe su ciascuno di noi, ove fossimo tentati di esplorarlo fino in fondo. Scopriremmo che il piacere e il dolore, la ragione e la follia, si congiungono là dove si scorge la luce di un altro mondo in cui è possibile vivere solo se siamo disposti a non essere più noi stessi.

“Fate il vostro gioco” (2008)

Fernandel, pagg. 124, euro 12

Questo romanzo viene dopo “Desideri“, pubblicato sempre da Fernandel nel 2005.
Il caso e la passione del rischio – l’azzardo – sono messi dall’autore sotto una lente di ingrandimento per cercare di capire quanto taluni cosiddetti vizi siano ingovernabili dall’uomo e quanto sulla fortuna o la sfortuna giochi molto il caso, al di là e al di sopra, perciò, della nostra volontà e della nostra intelligenza: “ Non c’è modo di evitare questa soggezione al capriccio del caso.”; “una certa dose di rischio è ineliminabile dalla nostra esperienza umana, una larga parte della quale continuerà, a dispetto dei nostri sforzi per programmarla e pianificarla, a essere governata dal caso.”
La sfida che qualcuno tenta al rischio e al caso congiuntamente, determina il “vizio”, la passione inestinguibile ed inesauribile del giocatore.
Siamo in uno scompartimento di un treno qualsiasi ed è un ex giocatore, di nome Alberto, poi diventato croupier, ispettore e dirigente, ed ora in pensione, che racconta questa sua esperienza ad un passeggero che non ha niente di meglio da fare e si presta perciò all’ascolto.
La domanda che pone è di estremo interesse: Possibile che non ci sia un modo per asservire a noi stessi il caso?
“Che non si potesse, per esempio, escogitare un sistema sicuro per vincere su quel maledetto tavolo della roulette al quale m’ero ritrovato ad appendere la mia vita intera, da giocatore prima e da schiavo asservito dopo?”
Alberto, dunque, ci fa capire che ha speso buona parte della sua vita alla ricerca del “sistema perfetto”. Ci domandiamo: L’avrà trovato? Ce lo rivelerà con il suo racconto? Ci dice pure che “dopo aver tanto letto e riflettuto, alla fine mi convinsi che era possibile mettere a punto un sistema sicuro. E infatti ci riuscii.”
Michilli, con una bella scrittura chiara e lineare, ci sta seducendo abilmente, aiutato in questo da una ambientazione, quella di Venezia, nello stesso tempo discreta e complice, e noi affondiamo i nostri occhi laddove sentiamo il profumo di un mistero che sta per svelarsi, di una conquista che ci è sempre parsa mitica e impossibile.
L’autore ricorda lui stesso il celebre racconto di Dostoevskij, “Il giocatore”, ma viene in mente anche la suspence che vibra nel romanzo di Maurensig: “La variante di Lüneburg“, del 1993.
È la sua una volontà determinata: “una volontà addirittura incrollabile”; quella cosa la volevo e la dovevo fare: dovevo batter il casinò, e attraverso il casinò dovevo sconfiggere il caso, la sorte, il mio stesso destino.” Ecco scoperta, dunque, la chiave di lettura: in realtà non si tratta di una sfida (“affondare i denti nella giugulare della roulette”) per conseguire una ricchezza materiale, bensì per tornare ad essere l’artefice della propria vita: “non pensavo affatto al lato pratico della faccenda, glielo giuro. Ero riuscito in un’impresa impossibile: questo contava.” Una sfida quindi all’imprevedibile e al mistero.
Quando il narratore comincia a spiegare al suo interlocutore le procedure seguite per giungere al risultato, ci meravigliamo di quanto la scrittura di Michilli sia leggera ed intrigante su di un argomento quale quello sulle probabilità che non è facile rendere chiaro ed accessibile. Inoltre non dobbiamo dimenticare che abbiamo di fatto un solo protagonista, che non solo racconta ma in pratica è il factotum. È lui che fa sembrare animate le roulette, è lui che traforma il lavoro di Sandro (“il giovanotto dai capelli rossi”, con “il cervello di un genio del crimine“) nel percorso ostinato e ansioso che governa la vita di ciascuno di noi; è sempre Alberto che senza dargli mai la parola, ci fa lo stesso immaginare l’interlocutore che gli sta seduto davanti in quel vagone diretto chi sa dove. È ancora lui che, attraverso Franca, dà la risposta più importante alla sua sfida. Notate, infatti, come sa rimettere in scena la ex fiamma, necessaria al suo progetto (vedrete in che modo!), ancora bella, svelta e intelligente, e non avrete dubbi che vi siete trovati fra le mani un romanzo speciale. Franca lo illumina al pari di una stella che, spuntata all’improvviso tra le parole del protagonista, rivela con la sua luce la complessa e inafferrabile realtà in cui sono immersi i nostri destini.

“Roberto Michilli – Simone Gambacorta: La chiarezza enigmatica – Conversazione su Giuseppe Pontiggia”

Galaad Edizioni, pagg.124, 2009.

Dopo “I Meridiani” Mondadori che hanno dedicato a Giuseppe Pontiggia (morto il 27 giugno del 2003) il volume intitolato “Opere”, curato e introdotto dalla bravissima lucchese Daniela Marcheschi (che fu sua estimatrice ed amica), questo è un nuovo omaggio che ci riporta alla memoria, così avara ai nostri contemporanei, l’autore de “La grande Sera”, del 1989 e di “Nati due volte”, del 2000, usciti entrambi per Mondadori.
Ci pensano due scrittori a rendergli omaggio, di uno dei quali mi sono occupato da quando uscì il suo romanzo “Desideri”, Fernandel 2005, l’altro, Simone Gambacorta, classe 1978, è giornalista impegnato in molte riviste culturali. Entrambi sono membri della giuria del premio Teramo, di cui fece parte fino al 2001 anche Giuseppe Pontiggia.
La forma scelta è quella dell’intervista. Simone Gambacorta rivolgerà alcune domande al più anziano Roberto Michilli circa il suo rapporto di amicizia con Giuseppe Pontiggia.
Veniamo a scoprire così che l’uomo non era diverso da come appare nei suoi libri: intelligente, severo con se stesso, scrupoloso, di grande cultura. Non esitava, tuttavia, a mettersi a disposizione di chi amasse la letteratura. I suoi consigli erano preziosi e formativi. Sosteneva che “Scrivere per lui non significava sceneggiare un’idea, ma compiere un viaggio di conoscenza alla ricerca di una rivelazione.”
Michilli conosce Pontiggia in occasione del premio Teramo del 1997. È Michilli che vince quell’edizione, e Pontiggia ha parole lusinghiere per il suo lavoro. Ne nasce una amicizia che si rinnoverà ogni volta che Pontiggia tornerà nella città abruzzese per ricoprire l’incarico di membro della giuria del premio, che mantenne dal 1993 fino al 2001, quando lasciò per ragioni di salute. Michilli lo andava a prendere alla stazione e con lui passeggiava negli intervalli, accogliendo le sue confidenze, che poi continuavano per corrispondenza: veniva a conoscere così le fatiche che incontrava nel suo lavoro, la sua difficile accontentabilità, la corsa con il tempo per consegnare il lavoro agli editori.
Apprendiamo che Pontiggia era legato alla città di Teramo anche per un altro motivo: lì vi aveva pubblicato nel 1979, per i tipi di Lisciani & Zampetti, la favola “Cichita la scimmia parlante”, “che aveva inventato per i nipoti”.
Un’altra curiosità che aggiunge simpatia al grande scrittore: a tavola preferiva mangiare cose sostanziose e storceva il naso quando si trattava delle cosiddette cucine raffinate, che ti offrono sul piatto “rari lacerti di non facile identificazione” e poi stanno lì mezz’ora a spiegarti di cosa si tratti e quanto impegno abbia richiesto la preparazione e la cottura. Allora Peppo Pontiggia rispondeva sbrigativo: “Posala lì senza tante chiacchiere e lasciamela mangiare, che poi lo vedo da me se è buona!”
Una delle frasi che amava dire è che “Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile.”
Ce n’è anche per i lettori delle case editrici: “i lettori editoriali di oggi sono spesso i meno indicati per dare un giudizio attendibile.”
Appassionato lettore, la sua biblioteca contava “oltre quarantacinquemila volumi.” Da ragazzo, fu Salgari uno dei suoi autori preferiti. Ci racconta Michilli: “Quando a diciassette anni cominciò a lavorare in banca e prese il primo stipendio, Peppo aprì un conto alla libreria Bocca di Milano. In seguito i suoi investimenti in libreria aumentarono. Raccontò che ricorreva persino a prestiti bancari, pur di acquistare i libri che gli interessavano.”; “Diceva che la costruzione di una biblioteca è la distruzione di un reddito.”
L’amore per i libri e per la lettura fu fondamentale in Pontiggia. Egli arrivò al punto di non nutrire “una grande considerazione per quelli che non leggono, e nemmeno per quanti sono convinti che amare i libri significhi provare nostalgia per un oggetto inutile.” Invece “il libro è un oggetto perfetto, quindi eterno, che può essere sostituito ma avrà sempre i suoi cultori.”
La sua biblioteca, dopo la sua morte, finì prima in Svizzera, poi finalmente riprese la strada per l’Italia. È stata acquistata dalla Fondazione per la nascente Biblioteca Europea di Informazione e Cultura. Vi sono conservate anche le copie di tutte le letture che Pontiggia inviava a Mondadori e Adelphi quale consulente delle due case editrici.
Le risposte di Michilli all’intervista offrono temi che furono affrontati con grande competenza e passione da Pontiggia, come quello del linguaggio, un’attenzione che sfiora il limite del puntiglioso e del maniacale. Ma grande era l’importanza che lo scrittore dava alla selezione delle parole in un testo di scrittura. La parola è rivelazione e in quanto tale può determinare mutazioni in chi legge, la sua scelta deve essere, dunque, meditata e consapevole: “il problema non è quello che si legge, ma quello che uno ‘diventa’ dopo aver letto.”
Il rapporto con il lettore è indispensabile: “il momento più importante della letteratura è la verifica, il contatto fra il testo e chi lo legge.”
E ancora: “Quello che bisognerebbe evitare è un interesse per la trama che prescinda dalla qualità della scrittura, oppure un interesse per la scrittura che sia di tipo puramente sperimentale e linguistico senza che siano espressi temi e motivi che ci riguardano personalmente.”
Michilli ci sta offrendo un’ampia rassegna del pensiero letterario di Pontiggia. Attraverso di lui e delle confidenze ricevute, ci rendiamo conto che lo scrittore era dotato di una sensibilità profonda che gli consentiva di scendere fin dentro l’anima dei problemi affrontati. Passione e intelligenza facevano il resto: “Pensava che uno scrittore non dovesse scrivere né per sé né per gli altri, ma per quel sé che coincide idealmente con gli altri.”; “la scrittura è transitiva, presuppone un lettore come termine critico, come vaglio, come risposta.”
Nella sua veste di consulente editoriale per Adelphi e Mondadori contribuì alla scoperta di Guido Morselli, Paolo Maurensig e Stefano D’Arrigo. Una speciale attenzione dedicò sempre alla poesia scrivendo le prefazioni ad alcune raccolte di Antonio Porta, Leonardo Sinisgalli, Renato Minore, Paolo Ruffilli e Daniela Marcheschi, che sarà poi la curatrice del volume dei Meridiani a lui dedicato da Mondadori.
Interessante è un giudizio di Pontiggia che Michilli riporta tra virgolette, estratto da una lettera ricevuta dallo scrittore. Se ne riporta uno stralcio: “Una volta i consulenti o i cosiddetti esperti venivano ascoltati perché la qualità letteraria giocava un ruolo importante nelle scelte. Oggi è uno dei fattori più marginali che entrino in gioco: gli altri sono la commerciabilità, gli echi sulla stampa, l’associabilità ad eventi o notizie eccetera.”
Si tratta di un libro prezioso, dunque, che ci fa conoscere un Pontiggia più intimo. Le accorte domande poste dall’intervistatore Simone Gambacorta spingono Michilli a rivelarci aspetti meno noti dello scrittore, al quale si sentì legato da una forte amicizia.
Il libro è corredato da un’ottima appendice in cui appaiono, tra l’altro, gli articoli di alcuni autori che lo commemorarono in occasione della morte, e un articolo di Pontiggia che ricorda il suo incontro con il vincitore di una edizione del premio Teramo per la narrativa inedita straniera, l’albanese Ylliet Aliçka.


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Bart