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Morale, Giorgio

25 marzo 2009

Paulu Piulu
Acasadidio

“Paulu Piulu” (2005)

Manni Editore
Questo romanzo esce nell’aprile 2005 e l’autore è al suo esordio. Non è più giovanissimo, essendo nato nel 1954 ad Avola in provincia di Siracusa. Trasferitosi poi, diciottenne, a Milano, vi insegna lettere negli Istituti di Istruzione Secondaria. Un esordio che avviene, dunque, in piena maturità e con alle spalle una già significativa esperienza di vita.
Quando il protagonista Paolo, che in siciliano si dice Paulu, ricorda la sua infanzia, infatti, non è neanche lui più giovanissimo: ha quarant’anni. Ci racconta che è nato in un cortile; il suo contatto è stato, dunque, all’aria aperta in una Sicilia che ha nell’estate il suo massimo fulgore. Il padre Giuseppe è bracciante agricolo e qualche volta resta senza lavoro. Il bimbo sta spesso seduto sulla soglia di casa e quando arriva il momento della colazione “la madre imboccava Paolo sul marciapiede davanti casa.”
Piuttosto poveri, decidono di trasferirsi nell’abitazione situata all’interno di una fabbrica dove il padre va a svolgere mansioni di custode. Una bella tavola grande, che non entra nella nuova casa, viene lasciata in consegna a certi parenti e la madre spesso va a trovarli e “Chiedeva di vedere il tavolo, ci si sedeva davanti e spiegava che quando avrebbero avuto una casa loro l’avrebbero ripreso. Poi tirava fuori dalla borsa un panno e puliva accuratamente il mobile, controllando controluce che non recasse macchie o impronte.” Pur risparmiando l’affitto, tuttavia, c’era sempre da fare i conti con i soldi che non bastavano mai. Emigrare in Venezuela, come fa un cugino del padre, avrebbe potuto risolvere i loro problemi, ma la madre di Paolo si oppone, ha paura di restare sola con il bambino, ancora troppo piccolo. La difficile situazione crea continue liti in famiglia, a cui Paolo assiste confuso e intristito.
Già in queste prime pagine è disegnato, con una scrittura pulita e semplice, un tratto di vita siciliana che è ancora dei nostri giorni e accomuna tra loro non solo le famiglie povere della Sicilia. Sono i problemi che la povertà reca sempre con sé, ma Paolo, ancora bambino, avrebbe voluto dire ai genitori che “La povertà non gli sembrava il peggiore dei mali.” L’autore struttura il romanzo in capitoli brevissimi, asciutti, nei quali è disegnata la crescita del protagonista sulle tracce e sulla linea dei suoi ricordi. Un esempio tra i tanti, quello che riguarda il suo compleanno. Compie due anni: “È una mattina d’inverno, l’aria è frizzante e libera. C’è il sole, ma non è ancora spuntato da dietro la casa. L’edificio proietta davanti a Paolo la propria ombra, ma in lontananza il creato ha colori vivissimi. La madre lo ha vestito e gli ha pettinato i capelli in boccoli di cui egli va orgoglioso. L’ha quindi messo a sedere sullo scalino.” Davanti alla casa c’è un pozzo e Paolo viene aiutato da un operaio a sporgervisi, e l’operaio gli fa anche “il verso di tirare su acqua dal pozzo”, cantandogli una filastrocca nella quale lo chiama Paulu Piulu. Ci dice l’autore che Piulu “era un sostantivo onomatopeico, che si dovrebbe tradurre con ‘lamento’. Indicava il verso di un uccello notturno e, per trasposizione, lo stesso uccello, che si diceva avesse il potere di dare la chiamata della morte”.
Il pozzo, dunque, lo stanzone del fuoco a casa dei nonni (“Il forno e la cucina a legna in anni di attività avevano reso la parete nera come il cielo in una notte senza luna”) e poi la stalla, diventano i luoghi magici che segnano per sempre un’età e un modo di vivere: “A Paolo piaceva la pace senza tempo della stalla, la penombra in cui le mucche agitavano la coda, le galline razzolavano, le mosche facevano le padrone, insieme all’odore grasso e pungente delle feci.”
Poi vengono i pescatori e il mare (“I tetti erano altissimi, reti brune pendevano alle pareti come arazzi, tutto odorava di tonnina. Niente distoglieva i pescatori dal lavoro. Erano scalzi, con risvolti ai pantaloni, petto nudo – o camicia aperta, stretta da un nodo a farfalla.”), il cielo (“Anche il tramonto era un’ora interessante per cercare segni nel cielo.”), la pioggia, e sono le sue prime scoperte, i suoi contatti di bambino che sta raccogliendo suoni, immagini, colori, di un universo nel quale dovrà condurre la propria esistenza: “Certi momenti la pioggia rendeva assorti, come un lungo racconto del cielo alla terra che cercavano di decifrare. Quando, a letto, Paolo la sentiva interminabile, gli sembrava che tutto il cielo volesse scendere giù e che l’indomani avrebbe visto cosa c’era dietro, oltre l’azzurro.” Più che la scoperta dei rapporti umani: con i genitori, con i nonni, con lo zio Saro, è soprattutto la conoscenza dell’ambiente che lo colpisce e lo affascina. La notte ascolta i rintocchi del campanile, “l’abbaiare dei cani e i richiami degli uccelli notturni, che, dicevano, venivano a raccogliere l’ultimo respiro dei morenti.” Sarà così anche per il Paolo adulto che, nell’epilogo della storia, ci ricorda che quando da Milano scendeva a trovare i vecchi genitori: “A volte era più penoso lasciare i luoghi. I luoghi gli sembravano l’anima buona delle cose. In essi si erano sedimentati gli affetti e le storie, svincolati dall’altalena delle vicende umane.”
L’ambiente non manca di lanciare al bambino, dunque, anche segnali di suggestione e di mistero, così importanti, al pari dell’osservazione, nella formazione e nella crescita. Gli stessi genitori contribuiscono ad una tale spinta attraverso le loro storie che raccontano al bambino. Il nonno, carrettiere, è quello tra tutti che ne alimenta la fantasia, narrandogli avventure suggerite dal suo mestiere che lo porta in giro per la Sicilia. I racconti diventano, così, la veste con cui egli riesce ad adornare la sua piccola anima, la quale si muove e cresce nel solco delle stagioni che punteggiano, con la loro diversità, e scandiscono, il trascorrere dell’infanzia. I fiori e i frutti dell’orto, nei confronti dei quali l’autore crea similitudini molto belle (“C’era poi l’ortensia, imponente nel vaso come una duchessa in carrozza” o “le angurie, le cui fette erano l’allegria dell’estate portata sulla tavola, come una grande bocca aperta a un sorriso”), le cicale (“la vera estate cominciava quando scoppiava il canto delle cicale e vinceva ogni cosa.”), la preparazione di marmellate, sughi, conserve, vino cotto, olive in salamoia per affrontare l’inverno (“tutta Avola risuonava del paziente rimestare delle donne nei larghi piatti delle conserve sui marciapiedi e sui terrazzi, con gli abiti macchiati di pomodoro e in capo bianchi fazzoletti per proteggersi dal sole.), i temporali, i lampi e i tuoni dell’inverno, dànno la misura di una vita miracolosa, sorgente di stupore e di sentimenti prima sconosciuti. L’autore, dunque, ci narra una crescita attraverso i ritmi della natura, mettendo a confronto il succedersi di avvenimenti che si ripetono dall’origine del mondo, con una individualità che, dopo che li ha incontrati per la prima volta, non li ritrova più.

Quando il protagonista scopre che “tutti dobbiamo morire”, nasce in lui “una nuova coscienza di sé”. Scopre così che “finalmente aveva trovato nel pensiero uno spazio tutto suo.” e inizia un percorso nuovo e più profondo della sua formazione. Iniziano le domande su tutto ciò che gli accade dentro di sé e intorno: “Sentiva, nel corpo, strade che andavano e venivano. Ma nulla, proprio nulla di quanto viveva era perso per sempre, perché tutto veniva assimilato e custodito fedelmente.” La scrittura di Morale segue la crescita di Paolo, cui, sebbene ancora piccolo, la natura non offre più solo suggestioni, ma segna già delle tracce indelebili nella sua anima: “A volte restava sospeso sull’uscio di casa, come un ladro, per rubare un ultimo raggio di luna.” E ancora: “Se Paolo si ferma, la campagna si ferma con lui e trattiene il respiro in ascolto.” Paolo e la natura stanno mescolandosi nel complesso di sensazioni che entrano dentro di lui: “Corri, e con te corre la campagna.” E: “Quando Paolo risponde ai suoi e torna a casa, si porta tanto azzurro dentro e trasparenti ali da corsa.” Paolo sente che non resterà bambino, anzi desidera crescere, avverte nella crescita una pienezza che ora non possiede: “Paolo anela all’età adulta come a un sole sempre acceso. È uno struggimento fisico, un desiderio d’altezza, un’altezza da cui si attende una rivelazione essenziale.” Allorché il padre si decide ad emigrare in Germania per poter guadagnare di più e costruirsi una casa tutta sua, e Paolo resta solo con la madre, si avvia la prima sfida della vita. Nell’abbracciarlo, il padre gli dice: “Sei grande ormai.” e: “Quel giorno Paolo non prevedeva venticinque anni di emigrazione.” Le lettere del padre fanno conoscere al bimbo, ancora così piccolo, il dramma dell’emigrazione, comune a tante famiglie del Sud: “Venne l’inverno. Il padre scriveva che si era trasferito nelle baracche, molto fredde. C’erano così tanti spifferi, che sembrava di dormire all’aperto. Parlava della neve, nessuno di loro l’aveva mai vista. Diceva che durante la notte la neve sui marciapiedi diventava ghiaccio e la mattina si scivolava.” La madre commenta: “È come alla guerra. È come essere al fronte.” Ha anche un timore e lo confida al figlio: “Se si dimentica di noi?” Il fratello del padre è anche lui in Germania, infatti, divenuto un ubriacone e un donnaiolo, scordandosi della sua famiglia. Paolo ha quattro anni, anche se il padre gli ha detto, partendo, che è diventato grande. Ora che il padre è lontano, la madre lo porta ogni tanto in visita dai nonni, ma sono più numerose le giornate in cui rimane in casa solo con lei, che passa il suo tempo a pulire continuamente i mobili e ogni tanto “cantava, con rabbia. Non voleva che i vicini indovinassero la sua tristezza. Si sentiva spiata, accerchiata, reclusa.” A quell’età così minuta, ecco che si allontanano già le fresche e rasserenanti fantasie dell’infanzia. Il Sud che ha vissuto il dramma della povertà e dell’emigrazione, dunque, ha anche conosciuto, ahimè, un’infanzia breve. È anche questo che ci racconta l’autore con la sua storia immersa in una quotidianità in cui le fatiche, le ansie, le sofferenze dei grandi, si sprofondano e si assimilano troppo presto nel cuore e nel pensiero dei piccoli. Così che, quando Paolo comincia ad andare all’asilo, suor Vincenza non riesce a fare altro che restituirlo alla nonna (la mamma è in ospedale, malata): “Questo bambino non gioca, non mangia. Tenetelo a casa.”
Un anno dopo il padre viene a trovarli dalla Germania, da Colonia: “è una città, ma pare un mondo. Il padre non l’ha mai percorsa tutta. Contiene una collina, tanti prati che ospitano pic nic e scampagnate, un fiume dove transitano navi che trasportano merci e turisti.” Il racconto che fa al figlio, spalanca davanti a lui un mondo sconosciuto, in cui non sembrano abitare altro che cose belle e fantastiche, e “Le notizie fanno il giro dei parenti.”
Viene in mente lo scrittore Carmine Abate che nei suoi romanzi disegna un Sud di memoria e di sofferenza, ma anche di ideali e di sogni.
Ripartito il padre, si ricomincia con la solitudine e la tristezza. La mamma, tornata dall’ospedale dopo un’operazione chirurgica, non sta bene. È assalita continuamente da dolori e da vomito. Paolo è stordito: “In una pausa del dolore, domandava a Paolo: ‘Se muoio, cosa fai?'” È Paolo che fa le faccende di casa, ora; la madre è costretta a letto dalla malattia e perciò i suoi giochi si sono ridotti a poca cosa: ogni tanto si trastulla con qualche soldatino di plastica o con le bollicine di detersivo che gli scoppiano tra le mani. Si arriva al 1 ottobre 1960, il primo giorno di scuola. Paolo ha sei anni. Cominciano le sue prime letture. Nei libri tutto appare “bello e a posto” e, invece, ha attorno a sé “i gesti sbilenchi, le parole sbagliate, le risposte arcane, la penuria dei pasti, i vestiti sulle sedie ad asciugare, le scarpe strette, i cappotti sui letti, i bicchieri rotti, i calcoli fino all’ultima lira.” La lettura e la scrittura riescono, tuttavia, a ricondurlo nel mondo fatato e meraviglioso dei primi anni. Con esse viaggia, s’incammina ogni volta verso emozionanti avventure. Ma non fa in tempo a gustare i nuovi sogni che i genitori – la mamma si era ristabilita – decidono di andare in Germania, e di lasciare il figlio in collegio. Va incontro, così, ancora una volta, ad un’esperienza di solitudine, pur in mezzo ad altri ragazzi, i quali in qualche modo lo emarginano. Si sente senza genitori, un “figlio di nessuno”, dubita addirittura che quelli che lo hanno lasciato lì siano i suoi veri genitori. Si guarda allo specchio, si confronta con i loro visi. Ha circa dieci anni, Paolo, quando vive questo momento drammatico, quando, ossia, dubita di se stesso e della sua vita: “Era come essere in nessun luogo. Sottratto al mondo.” A scuola va male, e un giorno viene chiamato in Direzione e vi trova la mamma. È venuta a prenderlo per portarlo con sé in Germania. “Ve ne andate tutti”, dice la nonna Maria. Il ragazzo non vorrebbe andare: “I suoi amici sono i libri”, dice la madre. Allora il nonno ha un sussulto, si commuove, indica il soppalco alle sue spalle: “Sarà la tua reggia”, gli dice. La scrittura di Morale è sempre controllata, anche nei momenti più amari del protagonista, limitandosi a delineare i fatti e lasciando sorgere da essi le emozioni. Sono gli anni più teneri dell’infanzia quelli che vengono passati al setaccio ed essi ci offrono uno sguardo d’insieme su di una vita che non è frutto di fantasia, ma è scorsa nelle vene di tanti bambini del Sud. L’autore ha conosciuto questa vita e Paolo altri non può essere che il bambino che lui stesso è stato in quei luoghi e in quei giorni lontani.

“Acasadidio” (2009)

Manni Editore

Dopo “Paulu Piulu”, uscito sempre per l’editore Manni nel 2005, Giorgio Morale, che vive a Milano ed è insegnante di Lettere negli Istituti di istruzione secondaria superiore, affronta questa seconda prova avendo alle spalle un esordio che ricostruiva una storia biografica attraverso la memoria.
Qui invece, alla memoria si affianca il presente, ossia la vita reale che scorre e esibisce il suo conto quotidiano, pieno di segni di umiliazione, di corruzione e di dolore.
Siamo in un Centro di volontariato, a Milano, “estrema periferia”. Alcune donne, Ombretta, Martina, Vanna e Teresa, con l’aiuto di alcuni giovani, si spartiscono le incombenze. Chi passa dal Centro ha bisogno soprattutto di lavoro. Si cerca di fare tutto il possibile per trovarglielo, anche poche ore. L’assistenza agli anziani è il lavoro per il quale c’è più richiesta, però non tutti sono disposti, ad esempio,  a vivere 24 ore su 24 in casa dell’anziano. Si vuole mantenere uno spazio privato per la propria vita.
Al Centro non son tutte rose e fiori come può apparire dall’esterno. Il clima che vi si respira è frenetico, perfino ossessivo. L’autore marca il presente con la sofferenza che sta dietro ciascuno dei protagonisti, e con le deviazioni che la vita impone pure a coloro che praticano un’attività rivolta al bene. La marcatura è anche grafica. Si trova il corsivo ogni qualvolta si entra nella vita delle persone.
La scrittura è secca, asciutta, quasi telegrafica. I personaggi vengono appena disegnati; i loro contorni sono resi da fatti e movimenti che li coinvolgono.
Si può anche dire che la precarietà della condizione che affligge i visitatori del Centro si trasferisce nei volontari, la cui integrità in qualche modo è intaccata. Compromessi, sotterfugi, spiate sono all’ordine del giorno e fanno del Centro un luogo di lavoro come tanti altri, se non addirittura peggiore. L’abnegazione, più apparente che reale infatti, non è il frutto di una vera e propria vocazione.  Riscuotono un compenso economico che li rende consapevoli di una fortuna che manca agli ospiti, molti dei quali sono stranieri fuggiti dalla miseria del loro Paese. Si  adeguano all’intrallazzo, sono bravi a carpire fondi dello Stato o della Regione, falsificando poi i rendiconti. Morale non ci nasconde il marcio che inquina iniziative che hanno almeno nel nome o nel progetto dichiarato ambizioni nobilissime. È dappertutto così? Il Centro di Milano può rappresentare una situazione diffusa? L’autore denuncia: “Per il lavoro usano la stessa logica. Indirizzano i poveretti da famiglie facoltose del loro partito o da aziende della Bassa della loro congrega – per essere più forti si sono messi in una Compagnia che ha sbaragliato la concorrenza. Così riforniscono i loro amici di manodopera a basso costo e per di più sono pagati dallo Stato perché trovano lavoro. Come se non bastasse, hanno il riconoscimento morale perché fanno del bene e li premiano con l’Ambrogino d’oro.”
Anche la Regione lombarda è presa di mira. Ci si torna a domandare, dunque, se l’obiettivo di Morale è finalizzato a evidenziare il malcostume di una parte politica in qualche modo espressione del cattolicesimo, o è più generale, giacché solo in quest’ultimo caso, nel momento in cui ci si addentra nel complessivo universo del volontariato, la denuncia può avere una qualche efficacia e rilevanza. Ciò che viene evidenziato, infatti, a carico della politica, e in questo caso a carico della Regione lombarda, è un malcostume noto e diffuso: “Pubblicizza bandi e appalti tardi perché un comune mortale possa usufruirne, e prima della scadenza convoca le associazioni amiche per decidere le parti.”; così pure il traffico ininterrotto di bustarelle, contropartite e quant’altro, rappresenta un illecito che l’operazione Mani Pulite non è riuscita, come è risaputo, a debellare. L’interesse più innovativo del libro, pertanto, sta nell’indagine sul volontariato, quand’esso però non si limiti ad una denuncia di parte. Guai, infatti, ad imputare ad una parte il tutto: “ha conosciuto il partito dei cattolici e ha fatto la sua fortuna.” Ne scaturirebbe un limite che inficerebbe le buone intenzioni dell’intera operazione.
Accanto di pari passo vanno avanti alcune storie di immigrazione, lo sfruttamento della donna, il consenso della famiglia che ne aspetta il guadagno, le violenze, le sopraffazioni, le vicende di Teresa, una collaboratrice del Centro, che racconta in prima persona. Anila è un’albanese che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori. Il Centro l’ha presa sotto la sua custodia. Difficile metterla sulla buona strada, finché sparisce, non se ne ha più notizia. File, che è la madre, è fuggita anche lei dall’Albania, non ha una buona opinione dei suoi connazionali: “Gli albanesi non hanno la logica del lavoro. Dicono di essere figli di conti  e duchi. Se hanno bisogno di una cosa, gli deve essere data, procurarsela lavorando è poco dignitoso. Il lavoro, nessuno lo cerca. Se gli viene offerto, lo prendono e poi lo mollano.”
Il Centro, attraverso le disgrazie degli altri, è un’occasione d’oro per alcuni: “Siamo o non siamo quelli che fanno soldi con gli sfigati?” Il Centro è un business: “Prima andavano forte i tossici, adesso non più. Idem per i malati di Aids – a che scopo costruire case per loro? Anche gli stranieri ormai non tirano, li bruceranno tutti. Bisogna pensare alla nuova frontiera del volontariato: i ragazzi di strada, gli anziani, le donne maltrattate.” È un business soprattutto per il Presidente che, personaggio a tutto tondo (ha sposato la moglie “perché aveva capito che con lei non avrebbe avuto problemi”), è riuscito ad accollarsi vari incarichi (perfino la presidenza di una finanziaria che gli concede prestiti) che gli consentono di accumulare soldi e di comprarsi case in luoghi ameni: “Poi ha comprato nel centro di Milano una casa di duecento metri quadrati. Possiede inoltre una casa a Lipari e una a Rapallo.”
Il lato grottesco della sua personalità sta nel fatto che lui gli extracomunitari non può neppure vederli. Dice alla sua collaboratrice Teresa: “Guarda che io sto parlando seriamente, io sono per le crociate.”
Qualcuno cerca anche di approfittare sessualmente delle ragazze che si presentano al Centro: “Cominciava con una domanda, una carezza, prometteva favori e qualcuna che ci stesse la trovava. Facevano sesso in uno sgabuzzino. Si sapeva, eccome!”
Ne esce una raffigurazione squallida di un’attività che avrebbe tutt’altro fine. L’altruismo, la bontà, la generosità, la carità, l’amore, si sono trasformati in vizio e corruzione.
Si prova sgomento. Si resta increduli. Ed anche se poi assistiamo alla tenera storia di Teresa, che aspetta un figlio da un albanese tornato in Patria e decide di tenerlo (l’unica ad avere la vocazione giusta per lavorare al Centro), l’ambiente disegnato da Morale lascia l’amaro in bocca. Il volontariato ne esce scornato.
Ciò che resta esaltante e luminosa, sempre, è la scrittura, scarna ma efficace, precisa, graffiante. Lo era anche in “Paulu Piulu”, ma qui la materia è più ostica, la trama più composita, e perciò più intrigante la sfida. Si può dire che, dopo questa prova, Morale sarà sempre pronto a darci il meglio di sé.
La storia di Teresa è quella che evidenzia più di ogni altra i vari timbri della scrittura, le modulazioni quasi musicali dei sentimenti. Il lettore vi si adagia come per una lenta ascesa spirituale: “Ieri sera sono rimasta a casa. Una giornata così buia, come se non fosse mai nata. Stavo accucciata, lasciando che il calore che saliva dal letto lottasse col freddo che avanzava con la sera. Via via che il buio aumentava, la musica cresceva d’intensità. Una fiammella nella notte. Mi sono addormentata così, con la radio accesa. Stufa del vis à vis con lo schermo. Non aspettavo nessuno. A tratti mi destavo indovinando la pioggia nello spessore della notte.”
Anche il ritratto della madre di Teresa, una donna ancora orgogliosa di sé, resistente alle sconfitte della vita, fermamente legata al passato, merita una speciale attenzione: “Cova con gli occhi la sua catasta di legna, serbandola per un’emergenza. Quando ha freddo va a letto. Se non prende sonno, è di nuovo in piedi: si fa scaldare un latte e siede davanti alla tv.”
La vicenda di Teresa, nata da una relazione favorita dal suo lavoro, si distacca a poco a poco da quella del Centro, fino a contrapporvisi. Teresa si domanda come i suoi compagni di lavoro preghino: “O forse è ancora peggio, pregano come prima e fanno finta di niente.” La sua storia va letta come una risposta al male, che non può invadere e soffocare ogni cosa. Teresa lascerà il Centro, a significare che il bene non viene mai sconfitto del tutto; quando meno lo si aspetti, ecco che compare con tutta la sua forza a donarci di nuovo la luce. Il figlio appena nato di Teresa è quella luce: “Una volta nato, mi basta lui. Rannicchiato, gambe incrociate, manine chiuse, sfumature azzurrine. È fatto giusto per il mio braccio, per la mia mano.”
Infatti, non è un caso che, mentre in Teresa s’accresce la luce, il Centro inizia la sua disgregazione.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart