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Morante, Elsa

7 novembre 2007

Aracoeli  

“Aracoeli”

In Italia le donne narratrici forse non sono molte, ma è certo che il loro peso sui contemporanei è ed è stato notevole per la loro bravura e personalità: Serao, Deledda, Ginzburg, Bellonci, Ortese sono i primi nomi che mi vengono in mente. A cui va aggiunto quello maiuscolo della Morante. “Aracoeli” esce nel 1982, tre anni prima della morte della sua autrice, e fa seguito a romanzi di grande spessore e intensità quali: “Menzogna e sortilegio”, del 1948; “L’isola di Arturo”, del 1957, “La storia”, del 1977. Come Ortese, anche Morante visse tra molte difficoltà, soprattutto fisiche e materiali, e, negli ultimi anni della sua vita, alquanto isolata. Sono i colpi bassi che il destino riserva ai grandi artisti, temuti, invidiati, e raramente amati. Anziché destare rispetto e ammirazione, come dovrebbe accadere, essi suscitano, in una società irrimediabilmente malata come la nostra, gelosia e rancore.

Aracoeli Muñoz Muñoz (due cognomi identici, secondo l’uso spagnolo, giacché i genitori avevano lo stesso cognome) è la madre di Emanuele (Manuele), l’io narrante, il quale ritrova nel suo ricordo il mondo favoloso della sua infanzia, le ingenuità e i fervori, i sogni e le illusioni che furono non solo suoi, ma anche di sua madre. Questo dolcissimo rapporto tra madre e figlio, questa quasi identità del sentire, sono i solchi profondi nei quali noi intuiamo sin d’ora che camminerà la storia. Anche qui, come nei precedenti romanzi, la Morante si serve della memoria per far emergere, attraverso i ricordi, siano essi belli o brutti, la sua vocazione al mito, e soprattutto al mito dell’infanzia. Sono passati 36 anni dalla morte della madre, sepolta al cimitero di Campo Verano a Roma. C’è stata la guerra, ci sono stati i bombardamenti sulla città, e perfino sul camposanto. Dove sarà ora la madre di Emanuele?: “Dove potrebbe essere fuggita, se non verso l’Andalusia? E oggi, dopo tanti anni di separazione smemorata, è appunto là verso l’Andalusia, ch’io parto a cercarla.” E ancora, significativamente: “In quest’autunno nebbioso, io da qualche giorno sono tentato a inseguire la mia ragazza Aracoeli in tutte le direzioni dello spazio e del tempo, fuorché una a cui non credo: il futuro.” Tutta la poetica della scrittrice Elsa Morante è riassunta superbamente nelle due frasi sopra riportate, nelle quali noi ritroviamo, contrapposto ad un algido e opaco futuro, tutto il luccicante, magico splendore del passato, nel quale solo è possibile rinvenire una qualche forma di eternità della vita: “Non so come gli scienziati spieghino l’esistenza, dentro la nostra materia corporale, di questi altri organi di senso occulti, senza corpo visibile, e segregati dagli oggetti; ma pur capaci di udire, di vedere e di ogni sensazione della natura, e anche di altre. Si direbbero forniti di antenne e scandagli. Agiscono in una zona esclusa dallo spazio, però di movimento illimitato. E là in quella zona si avvera (almeno finché noi viviamo) la resurrezione carnale dei morti.” Noi ci accorgiamo sin da queste prime pagine di trovarci di fronte ad una narratrice che ha sonde profonde e sensibili per disvelare il fascino mitico e indistruttibile del passato, e per fare ciò si serve addirittura di un protagonista speciale: “forastico e misantropo, e senza nessuna curiosità del mondo”, che è quanto di meglio possiamo avere al nostro servizio per inoltrarci e conoscere il mondo leggendario e fantasioso del mito, “come un animale sbandato va dietro agli odori della propria tana.” La sensibilità che si avverte nella scrittura di Elsa Morante è della stessa forza e penetrazione di quella che scopersi nel bellissimo romanzo di Carlo Levi: “Cristo si è fermato a Eboli”. Due narratori che sanno dipingere e raffigurare più che il semplice sentimento dell’uomo, la sua sublime mutazione nel momento in cui si ritrova immerso nel tempo e nello spazio.

Il protagonista è riuscito ad individuare sulla carta geografica il luogo di provenienza della madre, Gergal, in Andalusia, “un piccolo centro, isolato in mezzo alla sierra, a una notevole distanza dal mare.” Aracoeli è nata lì vicino, a El Almendral, un luogo che non si trova indicato sulle mappe. Lavorando il protagonista come lettore di manoscritti in una piccola Casa editrice, si prende un periodo di ferie, ai primi di novembre del 1975, sale sull’aereo a Milano e inizia così il suo viaggio. Avverte dentro di sé che è Aracoeli, la madre, “la mia staffetta encantadora”, che lo chiama in quei luoghi lontani: “fra le sue braccia, essa vuole riportarmi finalmente al suo proprio nido, come l’aria porta il seme che vuole interrarsi.”

La madre, dunque, come aspirazione ad un ritorno che cancelli la vita?: “Vivere significa: l’esperienza della separazione: ed io devo averlo imparato fino da quel 4 novembre, col primo gesto delle mie mani, che fu di annaspare in cerca di lei. Da allora in realtà io non ho mai smesso di cercarla, e fino da allora la mia scelta era questa: rientrare in lei. Rannicchiarmi dentro di lei, nell’unica mia tana, persa oramai chi sa dove, in quale strapiombo.” Il 4 novembre di 43 anni prima è il giorno della nascita del protagonista. Quel ritorno significa anche il rifiuto, non solo della propria vita, ma anche della realtà: “Oggi io sono in partenza! E da voi non voglio più niente!” Ci si domanda, dunque, che cosa cerchi davvero il protagonista. È, la sua, la ricerca dell’annullamento di sé? No, ci dice. Egli ritorna “per un appuntamento d’amore.” E allora ci si chiede se l’amore non esiga la nostra dedizione totale, la spoliazione del proprio io, il ritorno ad un inizio in cui si scopre che il tutto era unicamente amore o “uno specchio, dentro il quale precipitano tutti i soli e le lune.” Ma è anche un viaggio in cerca di una guarigione, dunque un viaggio della speranza: “io mi domando perfino se con questo viaggio, sotto il folle pretesto di ritrovare Aracoeli, io non voglia piuttosto tentare un’ultima, sballata terapia per guarire di lei.”

Per partire in cerca di qualcosa, occorre sapere ciò che ci lasciamo alle spalle e dal quale è nata la nostra ansia di conoscere. Così il protagonista, non ancora giunto a destinazione, comincia a disegnare il suo passato, quando viveva a Roma, in un palazzo dei Quartieri Alti, in cui abitavano persone di un certo riguardo sociale. Aracoeli non vi si trovava a suo agio, spesso si appartava in un angolo e scoppiava a ridere, quando era fatta oggetto di riverenze e baciamani. Aracoeli viveva in una famiglia, quella del marito, di agiata borghesia, e in casa non solo zia Monda (Raimonda), zitella in attesa del “Principe Azzurro”, ma perfino la sua serva Zaira si adoperavano a mantenere le distanze dal popolino. La zia Monda era un po’ innamorata di Mussolini, mentre Zaira “non condivideva l’ammirazione della zia Monda per il duce Mussolini, giacché costui (e al pari di lui, tutti in un mazzo, i gerarchi principali del Fascio) secondo il suo sistema di valori era un arrivato, e non dunque un vero signore, ma un abusivo!” La Morante disegna il passato con lo stesso incantamento che abbiamo già conosciuto ne “L’isola di Arturo”, mitizzando le figure del padre Eugenio e della madre, il loro primo incontro, il loro innamoramento e il trasferimento di Aracoeli in Italia: “mia madre compié la traversata fino a Livorno (o La Spezia) nascosta sulla nave da guerra di mio padre, con la complicità dell’equipaggio. Ma la zia Monda, su tali soggetti, non sempre è attendibile.” La narrazione procede con la lentezza di chi ha una sacra storia da raccontare, nella quale si nasconda un qualche carisma interiore, e debba gustare e scegliere ogni parola che sia all’altezza della testimonianza e della ricerca. Non v’è dubbio che in questo come nei maggiori romanzi della Morante si avverte quel “respiro del narratore” nel quale io ritrovo il sigillo dei grandi cantori che in lunga fila si susseguono da Omero fino ai giorni nostri, uniti nella catena che li rende, senza più distinzione, un’anima sola, precursori ed epigoni ad un tempo.

Il protagonista è un omosessuale e non abbiamo difficoltà ad individuare tra le righe una sensibilità raffinata che non può che farsi risalire direttamente all’autrice. L’omosessualità, dunque, come veicolo inconscio della propria partecipazione alla storia narrata. Pare, ossia, che in questo suo ultimo romanzo, la Morante abbia cercato di fare della sua memoria uno scrigno appartenente ad un personaggio distante da lei, senza tuttavia volervisi del tutto separare, e ciò non può che significare, infine, un testamento, una consumazione di sé destinata a raccogliere definitivamente, e ad avocare, la propria esperienza di narratrice. La Morante non si consegna a noi, cioè, ma si trasfigura nel suo ultimo splendore prima di lasciarci per sempre.

Lo stesso viaggio del protagonista ha i contorni e le ambiguità del sogno: “E anche questo viaggio assurdo in Andalusia […] non è forse altro che un fantasma onirico della mia accidia: mentre in realtà il mio corpo dorme, istupidito dagli ipnotici, in una qualsiasi mia cameraccia d’affitto a Milano.”

In realtà, il vero movimento, la vera e consistente ricerca, avvengono nella memoria. L’andare verso il luogo natale di Aracoeli è in sostanza un rincorrere all’indietro la vita alla ricerca di quei contatti che hanno acceso per un attimo la propria esistenza. La scoperta della sessualità, ancora ragazzino, in occasione di una festa paesana, dà la misura della grazia e della lucidità di una scrittura consapevole di ridestare echi di una magia sempre legata alla scoperta di sé, come in “Menzogna e sortilegio” e ne “L’isola di Arturo”. La Morante non ha mai abdicato ai suoi temi ricognitivi e agnitivi, che proiettano l’individuo nel mistero di una forza titanica e universale che lo attraversa e lo scuote al modo di un essere che si è addormentato (“in verità io non volevo crescere e mi pareva scandaloso farmi uomo.”) e viene all’improvviso strappato dal suo torpore per riconoscersi: “bastava che i piccoli tumuli male ricoperti della mia infanzia venissero un poco rimossi, e subito ne prorompevano raggi di colori meravigliosi, che tornavano a trafiggermi con le loro terribili punte.”

Le pagine che descrivono lungamente la sua iniziazione sessuale sono di una esattezza psicologica e di una efficacia, morbosa e incantatrice ad un tempo, tali da offrire il paradigma della definizione di grandezza e maturità di questa autrice raffinata: “abbassai gli occhi sul corpo della donna. Sotto la vestaglia, essa portava un sottabito corto di merletto nero che le arrivava a mezza coscia; con calze nere, assai velate, in cui risaltava un rattoppo sul ginocchio. Il rattoppo e la magrezza scheletrita delle sue gambe, furono due particolari che per un istante punsero la mia attenzione, mentre il mio sguardo, che fin qui l’aveva sfuggita, inevitabilmente si portava sulla sua faccia. E questa, là sul momento, mi parve una maschera, piuttosto che una reale sembianza umana.”

Il protagonista è come sventrato da una analisi che lo penetra dolorosamente e ci si domanda quanto Aracoeli e il suo viaggio per incontrarla di nuovo non siano altro che una partenza ed un arrivo nell’unico percorso che conti qualcosa per lui, nell’unico viaggio possibile ossia: il viaggio dentro di sé, alle prese con una circolarità che insegue e mescola principio e fine, nascita e morte.

Quando in collegio, un ragazzino, Pennati, più piccolo di lui, minuto come un uccellino, si rifugia nel suo letto perché ha paura di stare solo, accogliendolo “io mi ero trasformato in una animalessa (pecora, mucca, rondine, cagna) che proteggeva il suo cucciolo dall’orrore della società umana.” Conosciamo a poco a poco di Emanuele lo smarrimento in cerca di una vibrazione della sua sessualità, che fallisce per ben due volte con le donne, finché non scopre l’attrazione per il proprio sesso nelle figure di ragazzi “la cui massima grazia che potevano, essi, concedermi, era di lasciarsi succhiare da me. A pagamento. Loro simili a statue regali. Io, come fossero santi, in ginocchio ai loro piedi.” Non è una vittoria, questa scoperta, ma di nuovo, com’era accaduto con le donne, una sconfitta, una umiliazione per il protagonista. L’autrice scarnifica il dolore del suo personaggio, lo rende pungente ed universale con una immagine implorante che può ben raffigurare l’umanità intera nella sua selvaggia sete di aberrazione e di dominio. Il protagonista è visto come un bambino disperso nel mare magnum della sua identità che non riesce a trovare, mentre gli si ride attorno e lo si umilia: “E la mia pupilla, a berli, si velava, nello sguardo adorante e assonnato che ha l’infante allattato dalla madre.” La scrittura della Morante procede come la gestazione lenta e dolorosa di una nascita rivelatrice. Le sue parole diventano gli smarriti vagiti di un contatto con la vita che sta lì pronta, arrogante, preparata, cinica e sorda, in attesa della sua nuova vittima da sacrificare. La crescita si trasforma, così, in una pena, in una perenne mortificazione, e il desiderio di visitare i luoghi della madre diventa il desiderio di poter tornare indietro, di rientrare in qualche modo nel seno materno e, dunque, di fuggire per dissolversi e non nascere mai più.

Scopriamo, così, che vi è un odio antico contro la vita che ha origine proprio nel momento della nascita, e Aracoeli ne è perfidamente colpevole: “Era meglio se tu mi abortivi, o mi soffocavi con le tue mani alla nascita, piuttosto che nutrirmi e crescermi col tuo amore infido, come una bestiola allevata per il macello.” Non è difficile trovare una somiglianza con la delusione che per la vita ha un’altra grande scrittrice, contemporanea della Morante, Anna Maria Ortese. Vi sono tracce ovunque di questa somiglianza nell’interessante materiale (articoli interviste, lettere), oltre che nei romanzi, che un appassionato e tenero amico ed estimatore della Ortese, Giorgio Di Costanzo, va pubblicando e ordinando in un sito dedicato alla scrittrice (http://insonnoeinveglia.splinder.com/). Spesso, nella comune visione esistenziale, l’onirico e il fantastico accompagnano la loro scrittura. Si noti, inoltre, che anche ne “L’iguana” di Anna Maria Ortese, che è del 1965, ossia quasi trent’anni prima di “Aracoeli”, il protagonista Daddo Aleardi intraprende un viaggio – di ricerca e scoperta anch’esso – verso la penisola iberica. Per non dire dello stesso nome, Manuele, che accomuna il protagonista di questo romanzo della Morante al titolo della poesia “Manuele” che la Ortese scrisse in memoria del fratello (e pubblicata sull'”Italia letteraria” del 3 settembre 1933, come si evince dal sito surricordato), nella quale si legge, ad un certo punto: “Ora dovunque parla un posto vuoto/malinconicamente, e da un ritratto/negli angoli deserti delle stanze,/parlano solo gli occhi tuoi sì belli,/sì belli,/sì belli e gravi di spagnolo. Tutto/che ci rimane ormai di te, Manuele,/è un nome solo; e dentro al petto un male/che a questo nome ci confonde. Tace.”

La vita, dunque, non porta felicità ma odio, perfino disprezzo verso la madre: “Tu nel fondo rimanesti sempre la bifolca che eri all’origine.” E subito dopo: “Ma il tuo misfatto imperdonabile fu di generarmi.” E ancora, significativamente: “Come fanno le gatte coi loro piccoli nati male, tu rimàngiami. Accogli la mia deformità nella tua voragine pietosa.”

Fuggire la realtà, rendersi conto della propria limitatezza, sono le strade larghe che conducono al sogno e al mito. L’odiata Aracoeli si trasfigura nel mito, come nel mito con il nome fanciullesco di Totetaco si rifugia la casa del quartiere di Monte Sacro, a Roma, dove il protagonista visse i suoi primi quattro anni di vita: “E Totetaco, nella giornata, cambiava luce infinite volte: non solo alla salida del sol, e a mediodia o al tramonto. Ogni minuto. Bastava un passaggio di vento, una nuvola. Il cielo si travoltava nella terra e nell’acqua, e sempre meglio si riconoscevano le parentele. Tutti i colori si scambiavano. Era un divertimento continuo vedere i mutamenti dello spazio.” Il romanzo anche nella scrittura, con l’uso di termini derivati dallo spagnolo, esprime questo percorso a ritroso del protagonista, alla ricerca delle sue origini. Eppure noi vediamo bene che attraverso la memoria si disvela un morboso ma allo stesso tempo delicato amore del protagonista verso la “madre-ragazza” che badava sempre a non mostrare alcuna nudità del suo corpo al figlio che le stava sempre attorno: “‘Vòltati’ mi diceva, se doveva sfilarsi una camicetta o una sottana.” Dunque, che cosa ha trasformato questo tenero amore in odio? Non vi è dubbio che la natura sensibile del protagonista non abbia trovato nella realtà che lo circonda la stessa corrispondenza di cui si era illuso nel rapporto con la madre, alla quale fa risalire, perciò, la colpa per l’inganno e la delusione. Ma si può odiare la propria madre per questa illusione fallita? Vedremo. Aracoeli, intanto, viene mostrata nella sua purezza e in una sacra castità che non viene alterata dalle nozze e dalla devota sottomissione al marito. È una sorta di Madonna agli occhi del bambino: “Né concepivo, del resto, che i padri sulla terra fossero necessari e inevitabili.” È una tale madre che egli va ricercando. El Almendral, questo piccolo sperduto paese della Sierra, è diventato ora una nuova Totetaco: “El Almendral mi riporterà a Totetaco. Da un pezzo ormai so che nel quartiere di Monte Sacro a Roma sarebbe inutile cercarlo.” El Almendral è una “sassaia bruciata dal vento. Però quella sassaia nasconde – invisibile ad occhi estranei – il mio giardino d’amore.” Eccolo svelato, dunque, il segreto di quel viaggio. L’annullamento che il protagonista ricerca con ansia è quello della vita a cui è andato incontro da adulto, in cui ha smarrito proprio l’amore, e tutto si è convertito in odio, perfino verso la madre: “L’unica vera mia esistenza starebbe alla sorgente, di là dagli innumerevoli specchi deformanti che me ne contraffanno la figura”. Quel viaggio gli consentirà lo smemoramento per lasciare il posto ad un amore incontaminato, spontaneo, giovanile, ingenuo, entusiasta. L’immagine ricercata nella memoria de “il mio giardino d’amore.” ha il significato di un’età preziosa ed indelebile che ciascuno conserva gelosamente in una parte recondita del proprio io e che – rimasta oscura per lungo tempo – è capace di risorgere per dare sollievo e speranza ad una vita disperata. Vi è dentro di noi nascosta un’età favolistica la cui luce non si spegne mai: “Come un’area fatata, difesa da guardiani aerei contro il passaggio successivo dei casi e delle sorti, essa deve contenere ancora, per me, i passi e i respiri di un’Aracoeli bambina. Tutti i momenti di quell’infanzia, vivi e incolumi nella loro fioritura, ne fanno un giardino di là dai sensi esterni, non meno ricco e colorato degli orti di Shiraz o dell’Alhambra.” E ancora: “Questa Aracoeli non è la medesima dello specchio, ma una anteriore alla mia nascita, la quale tuttavia sarà pronta a riconoscermi all’arrivo. Il corpo di cui mi vergogno mi cascherà di dosso come un travestimento da commedia, e in me, ridendo, lei riconosce l’infante di Totetaco. Uguali lei e io, tornati coetanei. Bambino? bambina? Certi dati, là, non hanno corso. Maschio o femmina non significa niente. Là, non si cresce.” La scrittura della Morante si è fatta intensa ed intima simile a quell’ancestrale richiamo racchiuso dentro di noi che, se percepito e ascoltato, ci restituisce le immagini del sogno in cui in principio tutta l’umanità era raccolta. La prosa della Morante si è trasfigurata nel canto sensuale e dolce che viene da lontano, e ci attrae come quello di una sirena. È diventata poesia di smarrimento e di speranza. A mano a mano che El Almendral si avvicina, l’amore per quell’età favolosa si accresce e la scrittura dell’autrice si colma di visioni come se la corriera che sta trasportando Emanuele verso il paese natio della madre attraversasse, anziché l’arido e roccioso paesaggio, la luminescenza di un sogno. Aracoeli si sta preparando nella fantasia del protagonista a divenire, dunque, una volta per tutte e a restarvi per sempre, la bambina che era stata per lui negli anni vividi di Totetaco, così che il protagonista, recandosi a El Almendral, possa non solo ritrovarla ma rimanere per sempre con lei bambino anch’esso, in una combinazione spirituale che li tramuti l’uno nell’altro in una immobilità radiosa e disvelatrice: “Era come se, per una volta, fosse lei, la mia bambina; e questo rovesciamento ci empiva entrambi di allegria mista di apprensione, al pari di un gioco ardimentoso.” Ma non è mai, questo della ricerca di un nido per la propria anima, un cammino facile e del tutto liberatorio, se non al termine del viaggio: “Io sono un animale schiacciato sulla schiena da una grossa pietra. Con le zampe disperate raspo la terra, e scorgo al di sopra, mezzo cieco, degli azzurri vapori. Non so perché sono incollato alla terra. Non so quale sostanza siano quei vapori. Non so chi mi ha scaricato addosso la pietra. Non so che animale sono.” La Morante non poteva rendere meglio uno stato ansioso e confuso proprio dello smarrimento esistenziale. L’immagine contiene una drammaticità penosa, una tenerezza disperata, in cui si racchiudono le qualità umane, trepidanti e irrisolute, della nostra debolezza. Non è un caso che nello stesso momento il protagonista rammenti l’autunno del 1944, quando l’Italia era in piena guerra civile.

Del resto, la guerra non fa che acuire la sofferenza individuale. Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny” ci ha rivelato l’aspro dolore racchiuso in quella sua terribile esperienza. Come lui, anche la Morante non tralascia di segnalare le irrazionalità della guerra, presenti sia da una parte che dall’altra: “C’era chi accusava i partigiani di gareggiare in soprusi e ferocia coi peggiori Tedeschi. Si raccontava di un pastorello assassinato perché il suo cane si chiamava ‘Alalà’. Le sue pecore sgozzate e «requisite» – e altrettali episodii.” E più avanti: “Il prete costretto a dire messa davanti a un pisciatoio e poi sùbito impiccato là sul posto. L’ostessa massacrata a bottigliate da una banda perché non aveva più vino rosso, ecc. ecc.” È in queste circostanze di sventure e di morte che il protagonista, ancora un ragazzo, sui dodici tredici anni, chiuso in un Convitto, percepisce “la nostalgia di morire.” Non si può che restare ammirati dall’architettura di questo libro che, attraverso la memoria, si allarga e si restringe continuamente passando dalle vicende personali a quelle più generali, le quali poi si riversano con l’irruenza di un fiume sotterraneo nei recessi dell’anima del protagonista. L’autrice fa del suo romanzo una sorgente continua di note come quelle che uscite da uno strumento musicale si diffondono dapprima nell’aria circostante, poi ci pervadono e costruiscono dentro di noi più immagini e più mondi nei quali ci muoviamo consapevoli della loro pluralità che li distingue gli uni dagli altri, e ciò nonostante li viviamo come se fossero l’abitacolo vasto, perenne ed antico del nostro unico sentire: “In certo modo, io scappavo verso l’infinito. Mi pareva che, a camminare e camminare fino a sfiatarmi, e raggiunte quelle nebbie e inoltrandomi fra i vapori, e sparendo alla vista dentro il loro vuoto: là c’era la sorpresa fantastica della morte.” E appena più avanti: “Dopo forse uno o due chilometri, e pochi minuti d’orologio, valutai di avere percorso età e lontananze a dismisura.”

Leggete un esempio fra i tanti di come la scrittura della Morante resti sospesa, grazie al filo della memoria e della visione, in uno spazio che non è umano ma fervidamente e splendidamente spirituale. Si parla di Sancta Maria e Corpusdòmini, due falsi partigiani che nel 1944 hanno giocato un brutto tiro a Emanuele, fingendo di processarlo come spia fascista. Essi tornano alla sua memoria: “Li chiamo tutti larve o miraggi: vale a dire fumo, zero. Però se a questo, veramente, essi sono ridotti, tanto più problematici mi si fanno i loro ritorni inaspettati: dove essi erompono accesi dalle loro mura di cenere. Io li rivedo attivi, e intatti nei loro corpi, come se, nella loro lunga latitanza, il mio proprio sangue li avesse nutriti; e mi si scoprono, anzi, più vividi e freschi di quando io li conobbi in persona: come se le correnti del famoso Oblio li avessero lavati e risciacquati, detergendoli di ogni crosta.” Ebbene, la scrittura della Morante ha raggiunto, con il filtro della memoria, il medesimo grado di purezza, ed ora essa ci trasporta in un mondo dentro il quale tutte le umane azioni sono rivisitate dopo che sono uscite nettate dalle acque del fiume dell’Oblio. Esse si rivelano nella loro ineludibile natura di irrisolutezza e ambiguità. Non sconvolgono più perché esse sono riconosciute e accolte come invincibili. E infatti: “Non si dà, infatti, riapprodo dall’Oblio se non attraverso il suo gemello, la Restituzione. È in quest’altro fiume che si ribevono le memorie perdute; ma come accertarsi che le sue acque non siano drogate, e inquinate da presagi o seduzioni, fabulazioni o inganni?” E ancora: “il mio risveglio è improbabile.”, il cui significato illumina il cammino del protagonista verso l’incontro con la madre, quell’appuntamento mai pronunciato ma pungente e vivo: “Ti aspetto, nella tua vecchiaia, a El Almendral.”, che noi sappiamo non potrà avvenire se non in quel mondo magico dello spirito che sovrasta e annulla la cruda logica della realtà. La madre – anche se il protagonista spesso è duro con lei – attraverso il ricordo acquista sempre più una fanciullesca leggerezza che si radicherà, nonostante tragici passaggi, nell’immagine definitiva che il romanzo va disegnando: “Non si fermava a osservare le vetrine (se non talvolta quelle delle bambole, oppure di merci fantasticamente luccicanti e vistose). Storceva lo sguardo dalle statue nude, e si segnava davanti alle immagini sacre, anche le più meschine.” Aracoeli porta nei suoi tratti fisici il disegno della memoria, e la descrizione che ne risulta in quel capitolo che principia “Io lo so, quando cominciai a piacerle di meno: fu quando, per la prima volta, mi vennero messi gli occhiali.” è mirabile per grazia e bellezza. Il romanzo, in virtù della memoria e di Aracoeli così come è disegnata dalla stessa memoria, si illumina sempre più spesso dei colori del sogno e della fiaba, così che esso viene definendosi come una fuga dalla realtà volta a raggiungere una estraneità purificatrice in grado di ricomporre un’armonia ed una unità primigenia che l’esistenza ha compromesso e può solo compromettere: “E allora che aspettiamo, Aracoeli, a rientrare adesso nel nostro feudo serràno?” E: “Eravamo integri prima della Genesi; e può darsi che la cacciata dall’Eden vada intesa, nel suo senso occulto, per un gioco ambiguo e provocatorio”. Un “frutto segreto” è nascosto nella realtà e trovarlo significa farsi “uguali agli dei. Gli dei non sono maciullati dalla macchina dei sensi. Sono integri. Passato presente e futuro – tenebre e luce – morte e vita – i multipli e gli addendi – i diversi e i contrari – per loro sono tutti uno. Forse il nostro traguardo è QUELLO.”

Aracoeli è tenera e fanciulla anche nel suo ruolo di madre. Quando nasce Carina, la sorella del protagonista, che morirà quasi subito, se, avvicinandosi alla culla, la sorprende “già sveglia, con gli occhi spalancati, ma silenziosa.”: “si udiva la voce di Aracoeli salutarla con parole d’invenzione, che parevano cantate nella lingua degli uccelli.”

Anche in occasione della morte della figlia, di appena un mese, il suo furore, il suo pianto e il suo delirio sono quelli di una fanciulla a cui sia stato sottratto un caro dono. Nella settimana che segue la morte di Carina, le sue arrabbiature hanno tutti i segni di un capriccio bambinesco: “Essa barcollava e sudava come in un attacco di febbre. La sua bocca faceva una mossa da bambina imbronciata, e in fronte le si infittiva una rete di rughe.”

L’immagine di questo dolore di Aracoeli, illuminato e colorato dalle luci di un’infanzia mai perduta, bensì viva e dominante, minutamente analizzato con una scrittura puntigliosa e indagatrice avvolta nella tenerezza di un ricordo amato, sono tra le più belle del romanzo e dànno, ancora una volta, la misura della grandezza di questa narratrice: “La sua testa riposava sul guanciale reclinando un poco il collo, e il suo volto, acquietato e attento, sembrava colorarsi di rosa ai respiri. Poi, con un piccolo movimento delle labbra, sporgendole come a bere, essa tremò nel sonno; mentre la sua mano si portava alla mammella scoperta, stringendone la punta fra due dita.”

Attraverso Aracoeli, non dimentichiamo, prende luce anche la figura del padre del protagonista, Eugenio, la cui tenerezza, i cui tremori, le cui ansie sono sempre il riflesso di quelli di Aracoeli: “Ricordo una piccola scena dove lui, coprendosi di rossore, chiedeva a lei – nell’ansia di una risposta: «Sei contenta che adesso rimango qui con te?» e lei scoppiava in pianto e gli baciava le mani. Credo che difficilmente sulla terra si potrebbe contemplare una simile espressione di affetto negli occhi di due amanti.”

Ma, ci avverte l’io narrante: “In quei giorni nel piccolo corpo di Aracoeli avanzava un’invasione smisurata, di cui nessun orecchio poteva avvertire il fragore.”

L’autrice disegna su Aracoeli una tessitura sottile e complessa che fa di lei un personaggio rilevante nel panorama letterario non solo di casa nostra. La delicatezza del ricamo, la penetrazione psicologica sono così cangianti, teneri e delicati, che non esitiamo a convincerci che la femminilità che sorge da Aracoeli, commista di innocenza, pudore, insicurezza, paure, impulsività e ardore dei sensi, è la rara femminilità che, pur racchiusa in tutte le donne, non sempre riesce ad emergere; tuttavia essa sta lì vigile e pronta al richiamo: “Io, difatti, cominciavo a paventare che mia madre, per la sua troppa bellezza, mi venisse rubata.”

Le pagine in cui Emanuele scopre la sessualità della madre e sorprende i genitori che fanno l’amore (il “ballo angelico”) sono tra le più vibranti del romanzo, dando anche la misura della sobrietà ed efficacia della scrittura della Morante. Una tale scoperta rimarrà impressa nella memoria del ragazzo, che osserverà, tremebondo ed impaurito, la trasformazione della madre, nella quale l’ardore dei sensi e una femminile aggressività vanno prendendo il posto dello smarrimento e dello stupore dell’innocenza: “È venuto il tempo che, in istrada, essa non soltanto si lascia guardare dagli uomini, ma li guarda.” Il suo corpo si è mutato in una fonte di desiderio e attrae gli uomini. Dopo la morte della figlia, Aracoeli non è più la stessa, è vinta dal desiderio (la “sua lebbra nascosta”) ed ora cerca gli uomini e si trattiene con loro. Emanuele assiste a quegli incontri e vede la madre allontanarsi in compagnia dell’uomo di turno, lasciandolo solo: “In fretta essa inventa pretesti per allontanarmi e appartarsi con lo sconosciuto nell’interno delle stanze.”

Vi è un cambiamento repentino in Aracoeli, come se quella gioiosa e irrequieta innocenza che l’aveva caratterizzata prima della nascita di Carina, con la morte di quest’ultima, se ne fosse andata e il suo corpo avesse stretto, a sua insaputa (“Ma che mi succede? Che cosa è mai questa che mi succede?”) un patto con il demonio per una vendetta rivolta proprio là dove la maternità di lei – il dono più alto della sessualità – era stata sconfitta: “Essa ormai non aveva più nessuna scelta; sotto gli accessi rabbiosi del suo morbo si dava nelle braccia di qualsiasi uomo, senza guardarne la classe né il modo né la figura, ma soltanto il sesso. La sola condizione a cui non trasgrediva, nonostante tutto, era che l’uomo fosse un ignoto di passaggio, straniero al nostro palazzo e alla nostra cerchia.”

Più che una malattia (sebbene ne sarà colpita negli ultimi mesi della sua vita), dunque, quella di Aracoeli è una mutazione psicologica, un prova esistenziale nella quale essa si trova coinvolta e sconfitta. Meno animale e più complicata di Pina, “La lupa” di Verga, ad esempio.

La corruzione lascia i suoi segni sul corpo in modo rapido e impietoso, un po’ come succede da ultimo a Dorian Gray, il protagonista del capolavoro di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”. Ecco come l’autrice segna questo passaggio: “La sua bellezza andava guastandosi. Il suo corpo sembrava affrettarsi ad una maturità precoce, consumando innaturalmente un tempo di anni in poche settimane.” Si avverte la inquietante e misteriosa fragilità della natura umana, così insondabile, nella degenerazione di Aracoeli, la quale si va configurando come il personaggio che di questa fragilità diventa il tragico paradigma, quasi che la figura di Aracoeli si sciogliesse, liquefacendosi, da una mascheratura posticcia per mostrare tutte le torbide venature che la imprigionano alla sua esistenza. Perfino Daniele, il fedele attendente del marito, il Comandante Eugenio, è irretito dalle voglie di Aracoeli, così che, assistendo allo scempio della madre, Emanuele comincia a provare odio verso di lei. L’odio matura nel momento in cui Emanuele non riconosce più nella voce e nei comportamenti la madre bambina, e identifica come un’estranea, una “invasa”, la donna che è diventata: “Non era la sua voce vera, l’unica e familiare di tutto il nostro passato; ma l’altra, la nuova, che mi si denunciava, ormai, quale un oscuro sintomo; e sempre ancora, a riudirla, mi tornava estranea.” Vi è un tentativo di distacco, allorché la madre gli grida: “Vàttene! non devi più guardarmi! non devi più toccarmi! sei sporco! sei brutto! vàttene!” Racconta il protagonista: “Di lì a poco, mi passò davanti, in un suo vestito succinto, e senza salutarmi uscì sola, come faceva ormai tutti i giorni.” Lui sa che la madre ha accolto l’invito della “Donna-cammello” a frequentare la sua casa di appuntamenti, dove tutti la conoscono come “Cielina”. Diviene molto forte in questo momento difficile per la vita del ragazzo la presenza del sogno e della visionarietà che, trasportandolo in uno spazio diverso, sono la continuazione, impregnati di una sensibilità multiforme e raffinata, delle sue angosce, paure, speranze. Il sogno è parte importante della narrazione in questo romanzo, tutto ricamato com’è sulle spigolature psicologiche dei due personaggi maggiori: “L’immaginazione è uno strumento multiplo e imprevedibile, che al solo tocco di una corda può rendere diverse e strane vibrazioni.” Assai rappresentativa la figura dell’Angelo custode che gli appare una notte: “Non era né maschio, né femmina (ma piuttosto femmina che maschio). Era tutto coperto di piume, e le sue piume sapevano di bagnato, come se, lungo il volo, avessero attraversato una zona di piogge. Rimase pochi secondi, rovesciato su di me; e io sentii nella sua carne, da vicino, una mollezza, quasi di mammelle pendenti. La sua bocca, dal movimento del fiato, sembrava bisbigliare; ma non dava nessun suono, per cui s’intese che il creduto bisbiglio, in realtà, erano baci; e me ne rimase, infatti, un sentore di saliva, ingenuo: da saliva di bambino.” Che è anche una descrizione bellissima.

Sono gli ultimi giorni che Emanuele trascorre a Roma. Aracoeli è fuggita e si è andata a nascondere nella casa di appuntamenti. Il ragazzo è ferito a morte nel suo animo: “Forse in quel punto mi accadde, senza saperlo, di avere già consumato, in anticipo, tutte le mie esperienze future.” È una scossa profonda, quella che lo colpisce, che lo rimbalza lontano da quella vita felice che conduceva a Totetaco con la madre, e lo rende solo e smarrito abitatore (prende atto definitivamente della sua bruttezza) di una realtà incomprensibile e cattiva: “in cui per la prima volta ho sperimentato la più nera infelicità terrestre: di esistere vivi dove non c’è nessuno che ci ama.” Trasferito a Torino presso i nonni paterni, non si trova a suo agio e diviene perfino balbuziente e tale resterà fino alla loro morte: “Tale era infatti la mia paura dei Nonni, che me ne tremavano perfino le orecchie.”, come a un “coniglio”. Emanuele sta combattendo con se stesso. Avverte la solitudine e il suo procedere incontro ad un’età della ragione che egli avverte capace di contaminare per sempre quella felicità goduta con Aracoeli. Come già sappiamo da altri autori (Alvaro, Bilenchi, fra questi) egli ha paura di ciò che lo attende, vorrebbe evitarlo. La figura della madre gli è sempre davanti, verso la quale spera ancora di trovare il suo nido e la sua salvezza: “È stata la tua misteriosa ambiguità, Aracoeli, che ti ha resa immortale; e non per caso, forse, quel tetro agosto della mia «villeggiatura» – che preparava il mio passaggio all’età della ragione – è stato il punto scelto per la tua morte. La tua morte tempestiva, nell’amputarmi di te, ha sbarrato la mia crescita, affinché la mia-tua invenzione bambina si serbasse immune eternamente dalla ragione.” Il ritorno di Emanuele alla terra natale della madre ha ora una sua lucentezza, un suo splendido fulgore. Nel momento in cui il dramma della madre, le sue angosce, le sue insicurezze si sono trasferite nel figlio, che le sta vivendo dolorosamente sulla sua pelle, ecco che l’unica liberazione possibile è ritornare al principio, dove si è conservata la purezza e il sogno originario della sua esistenza. Solo là è possibile incontrare Aracoeli così com’era, e lui stesso per mano di lei. Del resto, quando accorre al capezzale della madre, proprio questo è ciò che pensa: “L’idea di ritrovarmi con Aracoeli bastava a promettermi una guarigione, al posto di una malattia. Come se al nostro nuovo incontro l’allegra salute di prima dovesse tornare a risanarci insieme; e la strana belva che ci aveva infestato per tanti mesi dovesse finalmente ritirarsi nei suoi deserti.” Ma non è facile perdonare la morte di una madre, e così Emanuele (che a quel tempo aveva sette anni) la interpreta come un modo crudele che Aracoeli ha voluto scegliere per vendicarsi su di lui. Si sente minacciato, la teme: nella sua fantasia scompaiono tutte le Aracoeli che ha conosciute per lasciare il posto all’Aracoeli “vecchia laida, cascante e imbellettata, che si dava a mimare una frenetica indecenza. Tutti ridevano di lei, scostandola con orrore”. Ne scaturisce un’ossessione repulsiva: “Aracoeli era il nostro disonore.” Non riesce a dimenticare e a perdonare alla madre di essere mutata. Ma il rancore non si rivolge solo contro la madre, bensì anche nei confronti del padre: “Di mio padre non provavo nessuna pietà, anzi rancore e antipatia. Mi sorpresi addirittura a desiderare che una prossima guerra lo uccidesse.” È la Seconda guerra mondiale che bussa alle porte, e di cui sentiamo battere i colpi lungo tutte le pagine del romanzo, fino alla sua esplosione nella parte finale, quando Emanuele ricorda la sua fuga da Torino a Roma, appena tredicenne: “mi permane fissa, di quell’avventura, la sensazione continua che il mondo intero fosse ridotto a un’apocalisse di macerie, crolli, motori sibilanti, frastuoni, fumo e polvere cieca. Supponevo ormai che Roma non esistesse più: una spianata di cenere e detriti.” La vista di una deserta e abbandonata El Almendral, gli richiama alla memoria il suo ritorno a Roma a fine guerra, dunque, quando non trova più nessuno dei vecchi inquilini dello stabile dei Quartieri Alti.

Come si vede, è una degenerazione contigua con la guerra quella che avvolge la famiglia di Emanuele, con un contagio che irradiatosi da Aracoeli si propaga prima al padre (“là dove pareva grasso era, invece, gonfio.”), il quale lascerà la divisa in seguito alla fuga del re, iniziando una parabola di abbrutimento descritta dall’autrice con il ritratto superbamente reso della sua figura, e infine si estenderà a lui stesso: “diventavo sempre meno bello; e ancora mi fa meraviglia che una qualche malattia dell’anima (di quelle dette dai medici «psicosomatiche») non attaccasse allora il mio corpo intristito.”

Ora che si trova a due passi da El Almendral, il paese natale di Aracoeli, sono trascorsi, lo ricordiamo, trentasei anni circa dalla sua morte. Emanuele ha 43 anni e un carico di storia personale angoscioso: “Perfino i miei più effimeri incontri serali, di quando a Milano battevo a caccia le strade, potevano essere incarnazioni di Aracoeli. Forse, anzi, mai nessun incontro, nella mia vita, è stato un caso. Tutti erano preordinati e recitati da una sola donna. Era sempre Aracoeli travestita, che li seguiva.”

Non v’è dubbio che questa convinzione del protagonista è frutto di una presenza duratura di Aracoeli nel suo cuore, quasi una assimilazione di lei, che ha inizio sin dalla nascita. Emanuele è sempre stato contemporaneamente anche Aracoeli. Nell’avvicinarsi al luogo delle sue origini, la vede scendere da longitudini remote, chiusa in un sogno, e la sente parlargli e ridere delle sue debolezze. Gli risponde, prima di scomparire rapidamente: “«Ma, niño mio chiquito, non c’è niente da capire.» La sento che manda un riso, tenero. E questo è l’addio. Vedo il sacchetto d’ombra afflosciarsi e sciogliersi nel vuoto. Fino all’ultimo rimasuglio che sussisteva, di lei, si è consumato. Ormai non le serve più nido, né tana da ripararsi, a El Almendral.” El Almendral, quando vi giunge, è “il solito deserto calcareo del colore di sangue rappreso.”, con poche case: “Le casupole qua visibili saranno, a contarle, non più di sei o sette.” Un vecchio, sull’uscio dell’unica bottega, allarga le braccia e gli dice: “È tutto qui.” Praticamente non vi abita più nessuno: “Qua non c’è più niente da fare per nessuno.” È ancora il vecchio che gli parla. E quando Emanuele domanda “se per caso abbia avuto mai notizia, in questi paraggi, di una famiglia dal cognome Muñoz Muñoz.”, il vecchio gli risponde: “Qua in giro tutta la gente porta questo cognome.” Che ne è stato di Aracoeli, dunque? Può quella visione significare che essa se n’è andata per sempre dal cuore di Emanuele?

Aracoeli non esiste più? Non è così. Essa è scomparsa dalla memoria degli altri, ed esiste soltanto dentro di lui, ora. Non c’è più, ossia, una Aracoeli distinta dall’uomo adulto che è andato a cercarla. Non Emanuele è rientrato nel ventre della madre, ma le due anime si sono unite per sempre attraverso quel sogno che ha definitivamente trasferito Aracoeli dentro di lui, l’ha fatta diventare parte di sé. Aracoeli si è donata al figlio, come si era donata al padre. Non è affatto un caso che proprio in quel momento s’insinui in lui, oltre al ricordo di una Roma deserta come El Almendral, quello dell’incontro, negli stessi giorni di trent’anni prima, lui tredicenne, con il padre, sempre a Roma, in un palazzo semidistrutto dalla guerra, in quell’appartamento buio e maleodorante, nel quartiere di San Lorenzo, dove il padre ha deciso di percorrere tutta la strada infame dell’abbrutimento che lo condurrà, appena un anno dopo aver rivisto il figlio, alla morte. È proprio a El Almendral che l’Emanuele adulto comprende all’improvviso il significato del pianto che lo afferrò quel giorno, una volta lasciato il padre. È solo ora, nel paese di El Almendral, dove si sono disperse le tracce materiali di Aracoeli, che Emanuele scopre che quel suo pianto era non un pianto di disperazione e di paura, bensì un pianto d’amore. Per Aracoeli? “NO. Di lei no. Amore di un altro, invece. E di chi? Di Eugenio Ottone Amedeo”. Amore, dunque, verso il padre; ossia nei riguardi dell’uomo che ha rinunciato alla sua vita per morire non lontano da Aracoeli. “Tuo padre vuol tenersi vicino a lei.”, gli aveva detto la zia Monda. Quel giorno non aveva capito chi fosse questa misteriosa lei, ma ora che si trova a El Almendral, ora che ha incontrato nel sogno Aracoeli, ora che ha capito che quella misteriosa lei era sua madre, si accende in lui, dolorante ma irresistibile, l’amore per il padre (“Mai finora nel corso del tempo avevo amato costui”), un amore – si deve ancora sottolineare – che esplode soltanto allorché in Emanuele è entrata e torna a vivere per il suo tramite Aracoeli. Nella decomposizione dell’esistenza, nell’attraversamento della sua più profonda aberrazione, con l’amore si ricompone, dunque, quella felicità, sofferta, perduta e riconquistata, che aveva unito la famiglia di Emanuele nella loro casa di Totetaco.

Il romanzo, l’ultimo scritto dalla Morante, rivela, con la sua storia di vita e di morte, il forziere prestigioso e inesauribile di questa narratrice, così ricca di sensibilità e di umori, di percezioni, di sogni, di dolori e di speranze, da renderla una delle espressioni più alte della nostra letteratura.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart