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Moresco, Antonio

7 novembre 2007

La cipolla  

“La cipolla”

Il protagonista, senza nome, e una lei, anch’essa senza nome, prendono alloggio in una modesta camera d’albergo di una città della quale ci viene taciuto il nome. Quella stanza disadorna era stata una volta una cucina e, sui quattro lati delle pareti, sono restate, alte fino a metà, le mattonelle di un tempo, su alcune delle quali si scorgono ancora i resti di talune decalcomanie. Una di queste raffigura una cipolla. Lei trova un lavoro, lui bighellona per la città. Fanno sesso continuamente. Ma ci incuriosiscono subito due annotazioni: l’incontro con un motociclista che sfreccia davanti a lui, ed entrambi hanno la sensazione di conoscersi, però il motociclista non si ferma e scompare. L’altra riguarda la ragazza, di cui, una sera che lui le dormiva accanto, dopo aver fatto l’amore, e lei gli voltava la schiena, si accorge che piange.

La scrittura, qui, è pulita e tradizionale. Figuriamoci che, dopo che lo avevamo dimenticato leggendo molti scrittori di oggi, Moresco scrive ancora, riferendosi ad un nastro magnetico: “mi stupivo che nessun suono uscisse più da esso.” Qualsiasi altro autore avrebbe cercato di evitare quel “da esso”, ritenuto, a torto, antiquato, scrivendo, magari, “mi stupivo che non ne uscisse più alcun suono”. Questo uso, che si era perso, ricorre sovente lungo la storia.

Alcune cacofonie, certamente volute, balzano agli occhi del lettore: “c’è un forno del pane a pianterreno, in quest’ala della casa, e una canna fumaria corre evidentemente dentro uno dei muri della scala” (ala – scala). O: “continuando a contare i soldi dell’incasso con le mani seminascoste nel cassetto” (incasso – cassetto). E: “Il frigorifero dormiva della grossa, ma cadeva una goccia dalla rosa arrugginita della doccia” (goccia – doccia). Nel corso della lettura ne troveremo altre.

Ma torniamo alla storia. Qualcosa deve essere scattato nella mente del protagonista, giacché nel suo peregrinare, ad ogni cosa o persona che incontra, gli pare di ricordare di averla già vista o conosciuta. I suoi gesti cominciano a denotare un’attenzione per i particolari, per le minute cose: “Con un rapido gesto della mano ho radunato alcune pelli di salame rimaste sul tavolo.” Oppure: “mi sono accorto che un filo di pasta corta mi era rimasta appiccicata sotto la suola di una scarpa.”

Al ristorante vede un vecchio che “aveva cominciato a rigirarsi uno stuzzicadenti nella bocca.” Dirà: “mi sono ricordato di quell’uomo.”

Un processo di agnizione che assorbe tutto e tutti pare essersi innestato nel protagonista. Bussano alla porta della sua camera. È una coppia (ce ne saranno delle altre) che è venuta a vedere la stanza, che l’affittacamere ha messo in vendita. Lui osserva minutamente entrambi, cerca perfino di intuire i loro pensieri. Quando se ne vanno, ci accorgiamo di quest’altra caratteristica del romanzo: ossia, che, all’infuori del protagonista, tutti gli altri personaggi sono delle comparse, che entrano in scena poche volte, o una sola addirittura, e scompaiono come inghiottite dentro la vita del protagonista. Anche la sua compagna, che prende forma soltanto quando fanno sesso, ha un ruolo passivo, al servizio delle sue voglie. Allorché la riconosciamo, perché ci viene descritta, è con la parte del suo corpo destinata all’amore (in realtà ad una specie di estenuanti esercizi sessuali) che prendiamo dimestichezza. La decalcomania della cipolla, che sta proprio su una delle mattonelle vicine alla testiera del letto, diventa, per scelta dell’autore, il nostro occhio e il nostro orecchio voyeuristici – non solo quindi del protagonista – ai quali è stato assegnato un posto d’onore per osservare ed apprendere il meccanismo di questo rabbioso, e forse voluto e cercato, annientamento. Tutto e tutti, insomma, paiono ruotare intorno al protagonista svuotati dell’anima, quale risultato di un allucinante processo fagocitario. La tartarughina d’acqua, il maschietto Romeo, che vuol mangiare lui tutto il cibo senza dare niente alla compagna Giulietta può essere una esemplificazione efficace della personalità del protagonista, al punto che le loro storie parallele sono assimilabili.

Quando una coppia prende alloggio nella camera accanto, lui si accorge che l’uomo ha problemi di impotenza e allora mette il suo orecchio sulla cipolla dipinta sulla mattonella, e da lì trae spunto per mortificarlo, facendo sesso sfrenato con la compagna. Ancora una divorante volontà di fagocitare, di distruggere: un’ossessione forte, violenta, al limite della follia. Anche perché quell’impotente che lui sfotte con rabbia, in realtà, è l’altra faccia del suo “io”, una specie di futuro che sta lì, in attesa di realizzarsi. È qui, a mio avviso, che tutto il processo onnivoro e di agnizione (rappresentato in modo efficace da quella sensazione perenne di incontrare persone, volti e cose conosciuti) trova il punto più difficile e dolente. Che è lento a concludersi.

Perfino con la natura cerca di imporre la propria mania fisica: la notte sarà “sfinterica”; la luce “intestinale”, le mammelle “crateriche”, le formiche alate, con “un’autopsia, particolarmente accurata e minuziosa”, avrebbero rivelato “un identico e vistoso taglio fra le cosce, esattamente come quelle della scorsa primavera.” E anche: “A chiudere gli occhi e ad inspirare forte col naso, si coglieva ovunque un odore di orifizi inequivocabilmente innamorati.”

Quando quel processo infine sarà concluso, ci si renderà conto che quel percorso terribile è a tal punto degenerativo che il protagonista, nel tentativo di fagocitare e di distruggere gli altri, distrugge anche se stesso, creando nientemeno che il vuoto dentro di sé (“Quanti fili insospettati si devono ancora spezzare?”). E, vedrete, sarà attraverso la cipolla, uscita dalla decalcomania per materializzarsi, che il protagonista riuscirà a salvare, se non il se stesso ormai incamminato verso il nulla, almeno il valore e il significato della vita.

La lei senza nome, la donna oggetto remissiva e silenziosa, che piange di nascosto o spesso è sul punto di farlo, si prende così (“Piangeva perché io mi spezzassi”) la sua rivincita.


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