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Mozzi, Giulio

6 ottobre 2009

Questo è il giardino
sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili

“Questo è il giardino”

Oscar Mondadori, 1998

Di questo giovane autore che, come Ignazio Silone, non apostrofa mai l’articolo determinativo, lessi Fantasmi e fughe e Fiction, e sono rimasto ammirato dalla intelligenza della sua scrittura. In questo libro, che è il suo primo, uscito nel 1993 per Theoria, tratta situazioni che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma da un punto di vista assolutamente originale.
Lettera accompagnatoria, che è il primo racconto, ci narra di un ladro galantuomo e sensibile che, avendo trovato due lettere nella borsetta della sua cliente, gliele restituisce, ma accompagnandole con una lettera sua, in cui in qualche modo si svela intimamente e svela le astuzie del suo mestiere. Ma non solo. Dall’osservazione di un fenomeno, sia di costume o di altro, Mozzi riesce a trarre riflessioni impensabili come un affabulatore che sia chiamato alla sfida di dire tutto il possibile riguardo ad un soggetto o ad un fenomeno.
E da un’intuizione dialettica passa ad un’altra e così via finché l’argomento non si consuma, scarnificato dal pensiero. È difficile raccontare come avviene il furto, perché nel momento del furto c’è qualcosa come una diversa coscienza che si prende la sua rivincita, ed è come se, quando questa diversa coscienza si ritira, si ritirassero anche i suoi ricordi.
In questo primo racconto si nascondono emozioni delicate che riescono ad imporsi ad una scrittura dalla personalità sicura e prepotente. La storia dell’anima che viene raccontata in una delle lettere restituite o quella del tappeto sono pezzi da antologia, e questo racconto, così bello anche nella conclusione, è davvero straordinario.
Tra i narratori italiani di racconti, uno di quelli che prediligo è il lucchese Vincenzo Pardini, che riesce a spandere nei suoi libri, come scrisse Cesare Garboli, l’odore della terra (Tratta gli animali meglio di London e di Kipling; li tratta da fratello a fratello, senza paternalismo, senza nessuna ombra di superiorità. Li tratta con parole fatte di terra, impastate di terra…eccetera eccetera), ebbene questo racconto, che si muove all’interno di un altro mondo, raggiunge sensibilità di questo livello.
Caratteristica anche degli altri racconti resta questa capacità ed abilità di girarsi tra le mani l’oggetto della sua osservazione, della sua messa a fuoco, per ricavare sempre, dopo un lungo percorso di parole e di pensieri, un monito – più che un insegnamento – per la vita. L’apprendista, che è il secondo racconto, non ha il volo del precedente, ma lo ricalca nello strumento narrativo che prima analizza ampiamente e forse esaustivamente il fenomeno e poi conclude mettendo l’individuo, il singolo, davanti al mistero, alla sorpresa, al condizionamento che sempre sono presenti ed ossessivi nella società.
Dunque: due figure presenti nella società sono state messe nella condizione di esprimere il loro disagio e la loro insicurezza.
Il successivo Per la pubblicazione del mio primo libro colpisce per la sincerità e umiltà di un’esperienza che viene offerta come la rivelazione di un dolore che sta nascosto dietro il fenomeno della pubblicazione di un libro. Per chi ama i libri, il racconto è molto bello: naturalmente anche qui l’operazione che viene eseguita è la medesima, ossia la scarnificazione del soggetto attraverso tutte le possibili combinazioni che lo riguardino. Questo che hai scritto non è solo tuo: è di tutti è una delle frasi chiave insieme con quest’altra: Vederlo stampato fa tutto un altro effetto. È un effetto di definitività, che nella mia vita incompiuta non sono quasi mai riuscito a provare, e quelle poche volte mi è sembrata un’esperienza di una grande perdita. Chi l’avrebbe mai detto che la tanto auspicata pubblicazione del primo libro (e di ogni altro successivo, ovviamente) che appare a tutti noi come un momento di grande felicità, di un dono che si trasferisce a tutti e si rivela, in realtà possa costituire per l’autore un doloroso momento di distacco. In questo bel racconto, che non è altro che il discorso che l’esordiente autore tiene in una libreria davanti al pubblico, intelligenza, verità e sensibilità si fondono meravigliosamente.
Sebbene il racconto L’unghia sia ambientato in una zona sperduta dell’India, le prime pagine che descrivono un vecchio che fuma la pipa seduto in una disadorna e vecchia casa davanti ad un tavolo, rammentano l’esattezza di certi quadri fiamminghi, in cui le rughe del personaggio, il suo sguardo fisso e lontano sono il risultato di una specie di transfert dello spirito presente dentro le cose apparentemente inanimate che gli stanno intorno. Mi viene in mente il pittore olandese Vermeer, ad esempio.
Quell’uomo è nientemeno che Yanez, il noto personaggio di Salgari, il fratello bianco della Tigre. L’unghia della Tigre dirà più avanti. È davvero invecchiato, è senza denti, isolato da tutti. Solo una donna viene durante il giorno ad accudirlo. Parlava solo per dire le cose che servivano.
C’è un cambiamento di stile, che si ricollega proprio a quella minuziosa descrizione della stanza, grazie alla quale abbiamo incontrato in quelle prime pagine Yanez. Vale a dire che vi è qui una misura caparbiamente controllata dell’uso della parola, che manca negli altri racconti. Ci si muove come se s’impugnasse una telecamera per descrivere e penetrare nelle cose allorché diventano azioni, gesti significanti. Perfino frasi come questa non sono casuali e ben si armonizzano con lo spirito del racconto: la donna che assiste Yanez ha tre figli; come ogni anno, quando arriva l’anniversario del suo matrimonio, porta i figli, vestiti come in un giorno di festa, a salutare Yanez. L’autore osserva una cosa ovvia: Anni prima i figli erano stati due, e prima ancora uno solo. Ma è questo obiettivo analitico, di un’indagine che penetra e non si limita a guardare, che rende anche questa frase perfettamente aderente al racconto. Il nome di Yanez ricorre come colpi di martello dati sopra un gong. È un racconto diverso; in un certo senso un racconto più vicino alla tradizione, che non reca con sé le novità presenti negli altri. Yanez qui è l’uomo che porta addosso il fardello del suo mito, e che rinasce solo quando il prete inglese capitato nel villaggio, con la confessione esercita su di lui il suo potere di liberarlo da tutte le vite di troppo, di spogliarlo, di ridurlo alla massima povertà. Ora Può morire. Quando l’unghia di dio vorrà colpirlo. Nella completa spoliazione di sé può ritrovare la pace.
È la volta di Treni ed è grazie a questo racconto che si riesce a mettere a fuoco, dopo il dolore, e l’insicurezza sempre presenti e in agguato intorno a noi, un altro motivo che in realtà già si trova dentro i precedenti e che qui prende una sua consistenza. Una lettera di una sua ex che vive a Roma, spinge Mario, un fattorino di libreria, a salire in treno per farle visita. Il viaggio è un’occasione che l’autore prende a pretesto per svolgere quella sua naturale predisposizione al dettaglio dei sentimenti e dei pensieri. Eppure, in certi giorni, gli sembra che il tavolo, il divano, la trapunta del letto, il tappeto lo vogliano odiare. È in questi giorni che Mario prende il treno e va via. Una fuga dalla solitudine, che fa il vuoto intorno a sé. Non c’è nessun pensiero che lui possa concepire che non stia dentro questo grande vuoto, a tremare di freddo. Il treno ha superato Bologna, forse sarebbe meglio interrompere il viaggio – pensa Mario -, tornare da lei è un errore. Sì, scenderà a Firenze, ma si addormenta e quando si sveglia Firenze è alle spalle. Il treno continua la sua corsa verso Roma. Mario cerca di pensare ma non ci riesce, gli si perdono i pezzi dei pensieri per strada. E subito dopo, a conclusione: Mario odia la sua debolezza, non vorrebbe mai aver nemmeno cominciato quel viaggio, pensa se ce la farà, se non ce la farà, arrivando a Roma, a tornare indietro, ad allontanarsi dalla causa dei suoi mali, dalla ripetizione delle cose sbagliate. Dunque: la solitudine, dalla quale è difficile liberarsi una volta precipitati nel suo gorgo. Non è dolore, non è insicurezza, è qualcosa di più, molto vicino ad una condanna.
Leggete che cosa ricava Mozzi da un’azione apparentemente banale. Nel racconto Vetri, una persona ha cambiato i vetri di una veranda. L’operaio ha fatto una cosa molto semplice, con un martello ha rotto i vecchi per mettere i nuovi. I frammenti sono caduti in giardino, e il nostro personaggio (l’io narrante, in questo caso) che fa? Si mette in testa, quando esce a fumare una sigaretta, di raccoglierli a poco a poco. Studia il metodo migliore perché non gliene sfugga uno e si accorge che fa questa cosa perché facendola raffiguro, in un modo che non saprei descrivere ma che mi dà una sensazione molto forte, un’altra cosa che sto facendo. Sembra un’affermazione quantomeno curiosa e di oscuro significato. Ma eccone il senso, davvero stupefacente e geniale: Ogni pezzetto di vetro mi è caro. Sono contento che questo sia un lavoro di quelli che non possono mai essere finiti, perché, veramente, credo che sarebbe molto triste finirlo, e trovarsi con un’anima che possa stare tutta in una mano. Ho pensato che ogni parte dell’anima è tutta l’anima intera, e che l’anima intera è composta da una quantità infinita di parti, come i frantumi di vetro, la ghiaia, la superficie del muro. Avevate mai pensato a questo, all’anima, nel momento in cui il vostro vetraio dava un colpo di martello al vetro della vostra finestra, riducendolo in mille frantumi?
Tana è il penultimo racconto. L’atmosfera di attesa che si respira e anche lo stile rammentano la storia su Yanez: L’unghia. Ma qui è un angelo che crea il mistero, un angelo che una ragazza incontra in un giorno di pioggia. È bagnato e sfinito, allora lo sorregge e lo porta a casa sua. Lo nasconde subito in camera e poi nel bagno perché nessuno dei familiari lo scopra. Sembra l’angelo che si è imparato a conoscere frequentando il catechismo, ma la sua conformazione non è proprio quella che immaginava. Anche il suo carattere è diverso: sfrontato e senza nessuna riconoscenza. La sua sosta di una notte in quella casa provoca dei mutamenti, delle accelerazioni dei tempi, come se ci si trovasse davanti alle immagini di una pellicola fatta scorrere velocemente.
Poi arriva il momento di andare a dormire, e la ragazza, che si chiama Tana, un’abbreviazione di Gaetana, dirà all’angelo, lo fa accomodare nel letto e quando torna dal bagno lo trova addormentato. È bello con quelle ali che lo avvolgono e Tana si mette a guardarlo e ricorda di una gita fatta coi maschi che, dopo un bagno, si erano messi nudi davanti alle ragazze. Lei si era avvicinata ad uno di loro e gli aveva toccato il sesso; si era accorta che questo ingrossava, poi quando il ragazzo l’aveva afferrata per la nuca per avvicinarla a sé, era fuggita. Ora, davanti all’angelo, le affiorano le medesime curiosità. L’angelo le aveva detto di chiamarsi Roberta, ma la sua complessione a tutto fa pensare fuorché a una donna. Forse si è preso gioco di lei?
Così lo scopre e vede il suo sesso, che non era circondato da peli. Sembrava quello di un bambino, ma era grande. E più avanti: Toccò il sesso con le labbra, un piccolo bacio, come si darebbe un bacio a un neonato che dorme, per baciarlo senza svegliarlo. Il sesso non si svegliò.
Al mattino l’angelo non c’è più. Tania lo ha sognato che se ne andava via volando e sotto il suo passaggio c’erano le case che si scoperchiavano, e dalle case verso il cielo nero della notte c’erano dei raggi di luce dorata, vivissima, che salivano.
Tania aveva desiderato il giorno prima che la pioggia le facesse venire la febbre, in modo da restare a letto una settimana, voglio stare a letto così tanto che poi il letto mi farà schifo per sempre. E quella mattina, insieme con la partenza dell’angelo, accade che il suo desiderio è realizzato: si svegliò con una febbre buona che le avrebbe consentito una settimana di vacanza mentre fuori dappertutto pioveva, ed anche suscitato l’invidia delle compagne di classe.
Si può riassumere che in questo racconto, come pure in Vetri, la solitudine, il dolore, l’insicurezza si sono allontanati per permettere un approdo verso una più marcata spiritualità da scoprire dentro di noi. Per usare un termine coniato forse per la prima volta dall’autore stesso: alla disperanza si sostituisce la speranza.
F. chiude la raccolta. Abbiamo di fronte un magistrato che ha alcune inchieste da portare avanti. Su di lui sono state adottate misure di sicurezza. È chiuso in una stanza e custodito da Arcangelo, capo assoluto di tutti gli angeli custodi, precisa l’autore. Si tratta, ovviamente, degli agenti di scorta a lui assegnati. Per ragioni di sicurezza, incontra la moglie Renna ogni tanto. È costretto a farla abortire per evitare la nascita di un figlio destinato alla sventura e così, questa sua condizione lo porta a rendersi conto che il suo unico sentimento verso lo stato è l’odio.
Ci troviamo di fronte a un autore dalla scrittura lineare, netta, esplicita, che può permettersi di scrivere: aveva pensato tutti questi pensieri, o: Lo sedette sul bordo; camminava lentamente, quasi alla cieca, con l’ombrello inclinato davanti per difendere il viso dall’acqua bruciante; o anche: A me piace guardare questo muro perché è una superficie minuziosamente lavorata, e io la guardo come se fosse stata lavorata intenzionalmente, anche se non penso che sia stata lavorata intenzionalmente da una persona, eccetera eccetera; l’aspetto di uno che si aspetta; o un termine come disperanza (disperanza nel futuro).

“sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili”

Mondadori, 2009

D’ora in poi quel lettore che di solito, per spostarsi da un luogo all’altro, utilizza il treno, sappia che non sarà difficile incontrarvi Giulio Mozzi (faccia attenzione, però: ho scoperto da Facebook che c’è anche un omonimo). In ogni caso lui si descrive così: “Sono basso, grasso, avviato alla calvizie, con sei difetti di pronuncia, la dentizione imperfetta…” Non so se le Ferrovie gli abbiano già dato una qualche medaglia; se ancora non lo hanno fatto, beh è il momento di rimediare. Giulio Mozzi non c’è giorno che non si rechi a una qualche stazione sparsa in Italia e attenda il suo treno, che lo porterà chi sa dove. Si dice che non abbia mai preso la patente proprio per non essere tentato di tradire il suo grande amore. Può essere un Eurostar (quello delle 6,54 per Milano è ormai famoso come la pipa di Sherlock Holmes), può essere uno di quei treni scassatelli che viaggiano da un paesucolo all’altro, ma Mozzi li ama tutti allo stesso modo. L’odore della rotaia lo manda in brodo di giuggiole. Quando sale la predellina, ha la sensazione di ascendere in paradiso. Dentro, guarda dappertutto, non c’è minima cosa che gli sfugga: “Dopo un minuto arriva un giovanotto grassoccio in completo grigio, camicia azzurra, cravatta blu, borsa di pelle cospicua e molto usata, due telefonini (uno con auricolare, uno senza)”; sembra abbeverarsi della vita che scorre anche sui treni; poi decide dove sedersi, difficile che si affidi al caso, è il treno piuttosto che gli bisbiglia il punto dove quel giorno la vita racchiusa negli scompartimenti pulsa di più. Parlano tra loro, i due.
A vederlo è l’uomo più serio del mondo. Raro sorprenderlo a sorridere; credo che nemmeno l’amico più caro ci sia mai riuscito. Se ha uno zaino con sé; se sta leggendo un libro (di solito di saggistica) o un dattiloscritto o una rivista letteraria, se gli leggete negli occhi quell’avidità della conoscenza che nessuno tra coloro che la possiedono può mai nascondere, è lui. Se volete un’ulteriore prova, attendete un momento e controllate se si comporta così: “Mi addormento. Mentre dormo ho dei piccoli risvegli improvvisi, di solito nelle stazioni. Mi sveglio e mi riaddormento. Il tempo di capire, sia pure in sogno, che non è quella la mia stazione. Il sonno del viaggiatore è fatto così.” Allora proprio non ci possono essere dubbi. Entrate e sedetevi davanti a lui. Non abbiate paura. In realtà è l’uomo più mite del mondo.
Conosco poche persone, anzi non ne conosco nessuna, che siano più altruiste di lui. Si fa in quattro per darti una mano. Però devi valere qualcosa, e non fare come il pivellino scrittore del racconto “Lasci perdere Piperno!”, che se le cerca, ricevendo una risposta risentita: “lei ritiene di avere il diritto di decidere i tempi della mia esistenza e del mio lavoro?” o come quell’altra signora dal nome curioso di Iodonna che vuole che le pubblichi un suo romanzo e glielo racconta al telefono (“Una storia travolgente, scritta con uno stile spigliato, che diverte e commuove”). Il suo mondo è quello dei libri, la sua passione è la letteratura, la sua malattia è lo scrivere. I suoi libri sono tradotti in molte lingue, perfino in russo e in giapponese. “Questo è il giardino” è del 1993; “La felicità terrena” del 1996; “Il male naturale” del 1998; “Fantasmi e fughe” del 1999; “Fiction” del 2001. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo.
Sappi anche questo: per entrare in contatto con lui, devi gioire e soffrire come lui.
Il prossimo anno Giulio Mozzi compirà 50 anni, essendo nato nel 1960. Se ti solletica la curiosità di sapere dove abita, oppure se vuoi conoscere il numero del suo cellulare, non è necessario rivolgerti a me. I suoi dati sono pubblici, li leggi nel suo sito, insieme con i titoli dei libri che ha scritto, tutti segnati dal dono dell’originalità. Vi leggi anche l’indicazione di tutti i suoi movimenti: se lo vuoi, puoi anche sapere dove si trovi il tal giorno o il talaltro. Comunque, se, incontrandolo sul treno, hai ancora qualche incertezza, chiedigli se è nato a Camisano Vicentino. Non ce ne sono due, di Giulio Mozzi, nati lì.
Se poi sei anche fortunato e non lo trovi in vena di mitragliarti con quelle sue domande che ti fanno girare la testa (mi viene in mente il poliziotto del racconto “Incontro” che dice al collega impegnato in una discussione con lui: “Giusé, andiamo. Che questo qui è filosofo.” E nel racconto successivo “Mille euro”: “Giusé. Questo è quello dell’altra sera”), allora hai proprio vinto al lotto, è il Giulio Mozzi che vive a Padova e a Camisano “non ho mai abitato”. Significa che è il giorno della tua buona stella.
Il raccontino “Nunc” ti darà solo una vaga idea della quantità di cartucce che può sparare la sua mitragliatrice. Ne spara anche di calibro diverso, e tutte di prima scelta. Non ci credi? Vai a “Socratico”, ma anche a “Precisamente” (stava leggendo, arriva il controllore; lui si accorge di aver perso il biglietto sul treno, finalmente lo ritrova e dice al controllore che intanto gli aveva sfilato dal libro un vecchio biglietto ferroviario: “Io le ho ritrovato il biglietto. Adesso lei mi deve ritrovare il segno.”) Le sue cartucce sono un assortimento da collezionista. Con un Mozzi così non la puoi spuntare. Un altro consiglio: non mancare di leggere e rileggere il breve (ma che dice tutto di lui) “Una”.
Lo considero uno dei migliori raccontatori italiani, come il mio conterraneo Vincenzo Pardini. Se leggi Mozzi, non puoi annoiarti. Mozzi sfida sempre la tua intelligenza. Non c’è cosa della vita che riesca a sottrarsi alla sua osservazione. In questo lo paragono a Ennio Flaiano. Sornione e arguto come lui. Se, come ti ho suggerito, ora ti trovi seduto davanti a lui, non credere che stia leggendo; ti ha sentito arrivare, ti ha osservato mentre riponevi la tua valigia, e ti sta misurando dal momento in cui ti sei messo in qualche modo a spiarlo. Non gli ci vuole molto. È dotato per queste cose. Sa già a che razza di individuo appartieni. Se conosci i suoi libri, sai anche che tutto ciò non può meravigliarti. Che Mozzi sia di una intelligenza rara e che sia un osservatore puntiglioso è il marchio indiscusso della sua scrittura.
Questa raccolta ne è un ulteriore esempio. Sono brevi racconti che sfilano sotto i nostri occhi come strisce di fumetto di gran classe (chi li ha contati dice che sono 131) scaturiti nel corso dei suoi viaggi per l’Italia in un periodo che va dal 30 maggio 2003 al 6 settembre 2007. È più esatto dire, però, che è una selezione di racconti: infatti, in quegli anni Mozzi ne ha scritti moltissimi pubblicandoli sul suo diario in rete. Il filo conduttore è il suo sorriso sparso a piene mani sulle incongruenze e sulle assurdità della vita. Mozzi non le denigra; le ama; sa che senza di esse saremmo dimezzati, dei manichini e non uomini.
Le storielle di vita quotidiana che vi sono narrate, con l’immediatezza e l’efficacia della struttura dialogica (tante avvengono al telefono. Confesso che nel leggere il libro mi è venuta voglia di fare il numero del suo cellulare per sentirmi rispondere anch’io: “Sono Giulio Mozzi”), si leggono con lo stesso piacere con cui si legge un buon romanzo, direi che addirittura formano un vero e proprio romanzo: quello della vita che ciascuno di noi incontra tutti i giorni e di cui molte volte non si avvede. Mozzi ci apre gli occhi, ci insegna ad osservare e a riflettere. È il lavoro di uno scrittore ironico, ma sapiente fino al punto di metterci a disposizione il suo intelletto ed il suo sguardo come antidoto alla malattia che tutti abbiamo contratto con la modernità. Significative al riguardo le poche parole di un racconto saettante, “Una camera”. È una febbre alta, la nostra, a cui l’autore offre un antipiretico di immediato effetto. Dopo non siamo più gli stessi: siamo guariti. Sono pillole di saggezza, di avvertimento, ma anche di rassicurazione. Non c’è niente che non possa risolversi in una larga e taumaturgica risata. Immaginatevi la faccia di Mozzi, nel racconto “Das ist mein Zimmer”, allorché mostra la chiave al giapponese che sta armeggiando con la serratura della sua camera. Mozzi, che non riesce a farsi capire, apre per dimostrare che quella è la sua camera e che il giapponese si sta sbagliando, ma il giapponese ringrazia, entra e lo chiude fuori. Mozzi se le fa, eccome, le sue belle risatine, e ogni tanto sceglie di giocare al gatto e al topo (anzi, “come il gatto col gatto”) con i suoi interlocutori, qualche volta anche un po’, se non del tutto, psicopatici, come in “Salutare”, “Emiliano”, “Di mattina presto”, “Qualche minuto fa”, “Giovanni”, “Un caffè” (quello datato 8 novembre 2005), per non dire di quel controllore del treno in “Collo”, o di quel turista in “Socratico”, e così altri. Esemplare è il racconto “Suonano” del 5 gennaio 2004, allorquando ad una ennesima intervistatrice si fa passare per handicappato con “una natica di legno.”; “Di palissandro. Sono le migliori. Non ho badato a spese.” Non sono da meno, però, “6,43”; “Uno e l’altro”; “Bocca”, “Antonio” (qui si mette a fare la gallina), “Xuszufuzx”, tutte da sganasciarsi dalle risate. Sono i più colmi di saggezza, i più raffinati addirittura. E quando usufruisce del bagno in prima classe e il controllore gli fa pagare il supplemento? (“Bigliettazione”, da mandare a memoria). Il fax di un avvocato che gli perviene per errore, il quale gli chiede di pagare dei danni; la signorina che al telefono sostiene di aver parlato con sua moglie “Circa un mese fa” (Mozzi non è sposato) e vuol vendergli dell’olio; e allora lui si diverte a fare il pazzo con lei; un’altra signorina che vuole affibbiargli una tomba nel nuovo cimitero del suo paese natale; il signore che bussa alla porta e gli chiede se può andare al gabinetto perché se l’è fatta addosso; la donna grassa che alla stazione di Padova, mentre lui è in attesa del treno, e legge accucciato sui talloni, per poco non gli siede sulla testa; o quando, intervistato da una radio non riesce ad entrare in onda e dopo vari tentativi nel corso dei quali lui strepita di essere collegato e di essere pronto a rispondere, il conduttore, finite le interviste, conclude il programma dicendo: “Questa sera Giulio Mozzi forse aveva altro da fare, o si è addormentato.”; il tassista che ogni volta piscia dentro una grata “a filo col muro” che dà su di una cantina; e così via, valgono nella vita quotidiana, come i dieci Comandamenti nella vita cristiana. Bisognerebbe impararli a memoria, questi raccontini, leggerli ai figli che, dopo aver finito le scuole, si credono di essere i padroni del mondo, di conoscerlo, anzi di conoscere tutto. Quando un controllore lo sorprende a leggere un fumetto giapponese, conclude preoccupato: “Non sarà mica un professore di mio figlio, lei?” Non se la scampano neanche i rapporti di coppia, soprattutto tra giovani, come in “Due”; “Treno, telefono”. Ci sono anche storie tristi, come in “Pancia”, “No”, “Dice che i ritardati mentali” (è il racconto che Mozzi preferisce), “Una felicità terrena”, “Saluto”, ed altre. Le storie tristi formano un gruppo compatto (pur non essendo vicine le une alle altre) con il quale il mondo mostra il suo volto malinconico, struggente: “Mi mancherai, amico mio. Mi sei sempre stato misterioso. Spero di esserti stato utile: tu dicevi che ti ero utile. Che la persona divina ti accolga.” Se si ride qualche volta della vita, dobbiamo anche pensare che essa è, comunque, immersa nel dolore. Sono racconti che fanno da cornice obbligata, rammemorano, ci invitano all’amore verso tutti: “tutti veniamo condotti fino a un orlo e poi si casca giù e dopo l’orlo tutta la vita è questo continuo cadere”. “Paola” è una ragazza che si fece scrivere la dedica su “La felicità terrena”, gli aveva confidato che per lei il suo contenuto significava molto; poi questo libro è finito in un remainder’s. Come mai, si domanda Mozzi, se ci teneva così tanto. Chiede al libraio: è il marito che gli ha venduto tutti i libri della moglie, perché lei è morta: “Ho comperato il libro.” conclude l’autore.
Le stazioni che incontriamo nel nostro viaggio in compagnia di Mozzi sono Padova, Reggio Emilia, Bologna, Pordenone, Mestre, Milano, Vercelli, Trieste, San Benedetto del Tronto, Napoli, Sermide in provincia di Mantova, Carpi, Vicenza, Firenze, San Giovanni Rotondo, Torino, Conegliano, Ferrara. Ma è Padova il cuore delle città, qualche strada, qualche scalinata, qualche piazza entrano dentro di noi: “A cinquanta metri dal Pedrocchi, in piazza Cavour, c’è effettivamente una casa di formaggi e salumi. Un lungo banco a L con alimenti vari, possibilità di assaggio, esposizione di vecchi attrezzi agricoli, e sonorizzazione delirante con suoni di bosco, campi e stalla. Cinguettii e muggiti.”; “Sono a Padova, in piazza Cavour, seduto su una panchina di pietra. Guardo la giostra con i cavallini, i bambini sulla giostra, i genitori attorno alla giostra. Guardo la gente che passa.” (Se qualcuno dovesse un giorno fare un ritratto a Giulio, sarebbe bello che si ispirasse a questa immagine).
Nel racconto “Ultimo”, troviamo la frase che dà il titolo alla raccolta.
Da questo libro sappiamo anche che cosa, di solito, Mozzi ordina al bar per colazione: “Un caffè macchiato, un cornetto semplice e una bottiglietta d’acqua da mezzo non gasata e non fredda.” Mentre io, le rare volte che faccio colazione al bar, mi prendo un cappuccino e due sfogliatelle ripiene di crema o di marmellata. In fatto di gola, son sicuro, lo batto. Non altrettanto a scrivere, però.
Nel mio immaginario (eppure quanti battibecchi ho avuto con lui! E chi sa che non mi abbia preso in giro alla maniera di questi suoi racconti, ed io, tonto, ci sono sempre caduto!), Giulio Mozzi è già una leggenda. Ha perfino letto “Il lattaio” di Peter Bichsel (Mondadori, 1967, L. 800, prefazione di Giorgio Zampa; traduzione di Bianca Cetti Marinoni). Ci sono tutti i presupposti perché lo diventi, e questo libro sarà presto un cult.
Dimenticavo. Dimenticavo di dirvi che, salvo uno, tutti i racconti sono di pura invenzione. Li firma Giulio Mozzi (“personaggio mio omonimo”, scrive) e sono la voce della sua vita, ma anche della nostra.


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4 Comments

  1. Comment by Felice Muolo — 7 ottobre 2009 @ 16:58

    Cinemascope. Il ritratto dell’autore e dei suoi libri che mi viene in mente, Bart, leggendo le tue recensioni.

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 7 ottobre 2009 @ 17:19

    E’ un bel libro, quest’ultimo di Mozzi. Ti consiglio di non perdertelo.

  3. Comment by cletus — 7 ottobre 2009 @ 18:08

    Bart, ti sei superato.
    Grazie

    Cletus

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 7 ottobre 2009 @ 18:32

    L’ho messo anche sulla Bottega, Cletus. Grazie.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart