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Muolo, Felice

26 gennaio 2010

Il ruolo dei gatti
Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta

“Il ruolo dei gatti”

L’incipit: “Da ragazzo ero un tipo esile, dall’aria vulnerabile, spesso con la testa fra le nuvole.” ricorda quello folgorante de “Il trono di legno” (1973) di Carlo Sgorlon: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento.”, uno dei più belli, se non il più bello, di tutta la letteratura.
Pugliese, intorno ai quarant’anni, Muolo ha girato l’Europa con l’autostop e lavorato nel Servizio Civile Internazionale. Ha fatto anche il direttore d’albergo, finché ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura. Sono già cinque i suoi libri: Magda, Angelo, Complanare putta, Cristo non si corica, e quest’ultimo, Il ruolo dei gatti. Ha trovato un piccolo editore serio e deciso, Azimut, che scommette su di lui. Più di un anno fa, pubblicai a puntate il breve romanzo sulla mia Rivista d’arte Parliamone: mi piace pensare che ciò abbia portato fortuna al suo autore.
Ci si domanda perché quel titolo insolito. Perché il protagonista, Franco Narracci, va a fare visita ad un compagno di lavoro, Mario, e lo trova riverso sul pavimento, morto. Intorno a lui i suoi gatti, una decina.
A lui viene chiesto dal commissario Jervolino di prendersene cura.
Franco è impiegato in un albergo; diviso da una moglie, Rossana, disinibita, ha un figlio di quattordici anni. Ha vissuto con trepidazione il famoso ’68, soprattutto l’amore libero, sperando in un cambiamento reale della società, che non c’è stato, almeno secondo le aspettative dei più. Cornificato dalla moglie, egli ha sopportato gli sguardi degli amici e dei vicini, “dalla mentalità ristretta”, convinto di essere un uomo moderno, non più prigioniero del passato, bensì aperto alle mutazioni dei nuovi tempi. Con questa idea in testa, però, diventa schiavo della moglie, lei libera di tradirlo e di disinteressarsi della casa e lui no: “In altre parole, sbrigavo tutte le faccende domestiche.” Finché si accorge che il suo tentativo di dare un senso alla propria vita è fallito, e così decide d’ora in avanti di infischiarsene di tutto.
Partiti la moglie ed il figlio per Verona, ospiti della madre di lei, anziana e benestante, Franco affitta l’appartamento situato nello stesso stabile dove lui abita, e di proprietà di Osvaldo, uno spretato, ad un suo compagno di lavoro, Mario, soprannominato Aga Khan “per la sua mania di sperperare tutto il denaro che guadagnava”.
È il segno del destino. La morte di Mario porterà indirettamente un profondo cambiamento nella sua vita. Perderà il lavoro, e quello stato di apparente libertà che ne consegue lo indurrà da lì in avanti a non prendersela più di tanto. Ci sono i gatti con lui, lasciatigli in eredità dal suo amico defunto: “Finirono col conquistarmi e rinunciai a sbarazzarmene.” Li tiene nell’appartamento che occupava Mario, e ci si trasferisce pure lui. Guardandosi intorno, si accorge che la gente più povera è più serena dei ricchi che scendono sulla spiaggia del suo paese per liberarsi dallo stress accumulato nelle grandi e opulente città. Sebbene abbia ancora delle ambizioni dentro di sé, la nuova esperienza lo matura. Diciamo che Franco è uno dei tanti giovani usciti dal ’68 che sta cercando la strada affinché quegli ideali che lo avevano pervaso non vadano del tutto perduti. Il desiderio di cercare ovunque quel minimo di libertà possibile non lo abbandona mai e costituisce il personalissimo filo rosso che lo collega ancora all’esistenza.
Quando appare Rugiada, la sorella di Mario, torna in primo piano la morte dell’amico. Suicidio o omicidio? E perché Mario teneva quei gatti se, come sostiene la ragazza, li odiava?
Anche Franz, un altro comune amico, viene trovato morto, soffocato in un busta di plastica. Intorno a lui una decina di gatti. Come mai? È una specie di rito? Di perversione? Jervolino manda a chiamare Franco e glieli affida. Ora ne ha una ventina, in più lo assilla un grosso dubbio: mica ci sarà in circolazione un pazzo che uccide tutti coloro che tengono dei gatti con sé?
Sono proprio i gatti, diventati così numerosi, che gli suggeriscono l’idea di trasferirsi in una vecchia casa di campagna, dove incontra una giovane donna, Jessica, separata dal marito, che ha due figli e che non tarda a entrare nel suo letto. Franco comincia ad affezionarsi alla nuova vita e non sente più il desiderio di andare in giro per il mondo: “Avevo capito che vivere da soli, occupandosi unicamente di se stessi, non porta da nessuna parte.”
Si rimette a dipingere, una vecchia passione, e quando ha l’idea di ritrarre il corpo di Jessica con la faccia di gatto, intuisce il perché delle morti dei suoi due amici Mario e Franz.
Ma la società non è cambiata, ancora resiste e Franco non riuscirà ad evitare le trappole e le contraddizioni della vita e dovrà subire molto, prima di tornare a sperare nel suo antico sogno di libertà.

“Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta”

L’ultima opera dell’autore, “Il ruolo dei gatti” risale al 2008. Prima ci sono, “Magda”, “Angelo”, “Complanare Putta”, “Cristo non si corica”, a riprova di una vena fresca e stimolante.

Muolo racconta una storia di adozione. Una bambina indiana di nove anni arriva in Italia. È lei la narratrice. Non sa che cosa vuol dire avere i genitori. In India, nel collegio in cui era cresciuta, la domenica vedeva arrivare i genitori delle sue amiche; uscivano insieme per tutta la giornata, mentre lei restava sola.

Ora, all’aeroporto di Milano li ha davanti a sé. Sono genitori adottivi. Le hanno portato due orsacchiotti di peluche, ma lei desiderava la Barbie: “Possedere una Barbie per me era più importante che avere dei genitori.” Una signora gliela aveva regalata in collegio. Le amiche gliela invidiavano e gliela volevano strappare dalle braccia, cosicché una suora la requisì e la rinchiuse in un armadietto a vetri “per metterla in salvo”.

Muolo accompagna la crescita di questa bambina che gradualmente scopre la sua condizione di adottata e si interroga sulla diversità, si sente “fuori posto”. È questo percorso di maturazione che Muolo ci mette sotto gli occhi, con una descrizione asciutta, ma meticolosa. Presto la velocità del vivere, la scuola, la Prima Comunione, le consuetudini, plasmano e in qualche modo modificano la sua natura. Ma nel contrasto tra il prima e il dopo, nel confine sottile del mutamento, si sprigiona una specie di magia. È l’anelito del sogno (che nella bambina è un sogno doloroso), che non ci lascia mai, che ci accompagna ad ogni crescita, ad ogni cambiamento: “Non è la prima volta che odo la sua voce”. Le proprie radici alimentano il sogno: “Fa’ che il tuo passato sia la luce che indichi il tuo cammino.”, il quale si colloca proprio in quel punto minimale che unisce le due esistenze (“In India ci sono i tuoi genitori che ti aspettano. Quelli che ti hanno messo al mondo.”) e che esternamente è rappresentato dalla saldatura tra il vecchio nome indiano, Pragasi, e il nuovo, Maria.

Valicare quella sutura, non avvertirne più le cicatrici, respingere le lusinghe del sogno, non è facile. L’adozione reca un sottile dolore con sé. Una battaglia intima, non breve: “La tua mente non può vagare nell’ignoto”. L’aggiustamento con il presente, l’assorbimento della nuova condizione, sono turbolenti, vi passano sentimenti contrastanti che tendono a confondere tanto la crescita che la personalità in formazione: “Spesso hai cercato di immaginare il volto della mamma che ti ha generato ma non ci sei riuscita.”; “Sempre mi chiedo: perché ho dovuto pagare un prezzo assai alto per vivere?”

Nel caso di un’adozione, sembra suggerirci l’autore, il legame con il mistero che avvolge il passato non potrà mai sciogliersi del tutto. Pragasi Maria ce lo conferma: “I vestiti che ho portato dall’India, la rupia e la bambola di cartapesta li conservo gelosamente. Rappresentano le mie radici. Nessuno può disconoscere le proprie radici.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart