Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

MUSICA: I MAESTRI: Gli hobbies di Chopin

21 marzo 2012

di Luciano Chailly
[da “La Fiera Letteraria”, numero 8, giovedì 23 febbraio 1967]

Il primo hobby di Chopin si manifestò quando, fan­ciullo, udì eseguire da un pianista un accordo talmente lato di estensione che le sue piccole mani non arrivavano a seguirlo: ideò allora e co­struì un curioso apparecchio da applicarsi tra le dita, e che egli portava giorno e notte malgrado il fastidio che gli procurava, allo scopo di allun­gare le dita stesse e di disten­dere la pelle interdigitale.

Fin da ragazzo, inoltre, di­mostrò una enorme passione per il teatro di prosa: riusciva assai bene nella recitazione ed era dotato di una particolare fa­cilità nel mutare la propria fisionomia. Oggi si potrebbe di­re che avesse attitudini per il cinema. A quindici anni scris­se pure una commedia, che re­citò assieme ai suoi compagni di studio per festeggiare il compleanno del padre.

Egli sapeva imitare perfet­tamente i gesti, la voce, l’at­teggiamento delle persone. Una volta si sedette al pia­noforte e « rifece » Liszt tal­mente bene da poter essere scambiato con lui. Ma la sua migliore mutazione rimase quella del celebre violinista Pixis. Una sera, in teatro, Pi­xis in persona entrò nel palco in cui erano installati gli ami­ci di Chopin, i quali, creden­dolo Chopin travestito da Pi­xis, gli batterono violentemen­te le mani sulla schiena e gli risero in faccia dicendogli: « Ma va là, buffone! », provo­cando lo sbalordimento, prima, i poi la vivace reazione del Pixis, sorpreso e indignato di quella stravagante accoglien­za.

Cliopin ebbe anche l’hobby della pittura, in particolare delle caricature. Al Liceo di Varsavia si rese famoso con una caricatura del direttore che, finita proprio nelle mani del « soggetto » messo in bur­la, gli procurò, anziché il rim­provero che si aspettava, una lode per il tratto impeccabile del disegno e per la perfetta somiglianza.

Nel 1825 dimostrò una vera mania per l’« oelomelodicon », nuovo strumento a tastiera, poi passato in disuso, a cui si dedicava con un trasporto fa­natico e che volle far sentire persino all’imperatore Ales­sandro I., di passaggio a Var­savia, il quale, commosso dal talento del giovanetto-prodigio, gli fece dono di uno splen­dido anello di brillanti.

Chopin aveva il terrore che gli venissero sporcati i fo­gli di carta pentagrammata delle sue composizioni. Aveva la fissazione di conservarli sempre puliti, rigidi, come nuovi. Una volta dovette mo­strare una partitura manoscrit­ta di un suo Concerto a un di­rettore d’orchestra che aveva in animo di eseguirlo. Gli raccomandò subito di voltare le pagine lentamente e di non imbrattarle. Il direttore d’orchestra, per riguardo, si mise persino i guanti, e co­minciò a leggere la partitura. Ma a un certo punto, improv­visamente, Chopin divenne tri­ste e taciturno: il direttore d’orchestra, fumando, gli ave­va annerito con la cenere di­verse pagine.

Spendeva molto per la casa. Aveva la passione dei ninnoli, dell’argenteria, dei tappeti, dei lampadari di cristallo e dei fiori. In ogni stagione la sua casa era piena di fiori. E quan­do le sue amiche della nobil­tà venivano a trovarlo, aveva­no l’abitudine di portargli una rosa o un’orchidea, ch’egli metteva subito, personalmen­te, in un vaso, restando poi a lungo a contemplarle, come un innamorato. A Parigi, il suo appartamento di via Pigalle era rinomato per un magni­fico salone color caffè-latte, ric­co di meravigliosi vasi da fiori giapponesi, arredato con mo­bili verdi; in un angolo, c’era un grande scaffale in quercia carico di ogni curiosità, tap­pezzato sulle pareti da tele di gusto raffinato, tra cui egli pre­diligeva «  L’Aurora » di Ca­lamatta e i dipinti di Delacroix.

Adorava l’intimità della sua abitazione. Anche durante il periodo di Nohant raramente usciva di casa. Faceva qualche breve passeggiata per cogliere fiori, ma presto tornava a chiu­dersi nel suo studio. D’indole prettamente aristocratica, accettava soltanto allieve e ami­cizie dell’alta nobiltà. Lo urta­vano le risate volgari di certi amici della Sand appartenenti alle classi inferiori, le grida invadenti degli invitati, la con­fidenza dei domestici, le sbor­nie del fratellastro Ippolito. Non tollerava in particolare il frastuono, le voci alte, le di­scussioni.

Nessuno lo superava in di­stinzione ed eleganza. Ci tene­va in modo speciale, ai guanti. Vestiva come un prin­cipe tra i principi che lo cir­condavano nei tanti salotti di cui era l’idolo e dove si reca­va sul suo snello calessino per­sonale, ch’era uno dei suoi vanti. La prima cosa che lo colpì a Berlino, e che subito scrisse al padre, fu che « le berlinesi vestono male; cam­biano molto, è vero, ma è un peccato per le belle stoffe sciu­pate per tali pupattole ».

Dei vari musicisti del passa­to, ebbe una cotta, durante l’adolescenza, per Handel e Weber, ciò che un poco sor­prende trattandosi di nature così diverse dalla sua. In se­guito le sue preferenze s’indi­rizzarono a Bach e, piĂą di tut­ti, a Mozart, che rappresenta­va per lui il tipo ideale di mu­sica, il poeta per eccellenza. Aveva orrore del « fracasso pianistico »  come lo chiamava. Detestava il melodramma. Per­fino certe cose di Beethoven non rispondevano ai suoi gu­sti, perchĂ© troppo fragorose. Soffriva di vari complessi. Pri­ma di tutto, cosa insospettabi­le in un concertista del suo ca­libro, era soggetto al timor panico. La folla lo intimidiva, si sentiva paralizzato dagli sguardi curiosi, dai visi estra­nei.

Quando poi veniva invitato a pranzo aveva sempre paura che, dopo il pasto, lo si pregas­se di suonare. E una volta che la padrona di casa gli fece ca­pire ch’era suo dovere ricam­biare, si irritò al punto di smentire per un attimo la sua tradizionale distinzione: prese il cappello e uscì dicendo che aveva mangiato talmente poco che poteva anche andare sen­za rimorsi.

Era geloso. Non era, natural­mente, la sua, una gelosia co­mune, ottusa. Era come un bi­sogno di sentire suoi e soltan­to suoi i pensieri, le aspira­zioni, le fantasie dell’amata.

Sentì talmente forte la fiam­ma dell’amor di patria da arri­vare sino all’esaltazione. Nel 1830, da Vienna, lanciato a ve­locità pazza su di una carroz­za, inseguì l’amico Titus Woyciekowsky per correre a com­battere in difesa della Polonia, ma non riuscì a passare il con­fine. Il pensiero della patria in pericolo lo sconvolgeva ed era sempre presente nelle sue lettere e nelle sue composizio­ni di quel tempo.

Nutrì pure un amore scon­finato per le melodie popolari della sua terra, che soleva cantare dolcemente, con gli occhi perduti nell’infinito, e che troviamo spesso trasferite e trasfigurate nella sua musi­ca. Da ragazzo ebbe anche la passione della danza paesana e talvolta si recava, ballerino perfetto, a far « quattro salti » nei dintorni di Varsavia. Sulla base di quei ritmi e di quel folklore sarebbero nate le «  Mazurche » e le « Polacche ».

Durante gli ultimi tempi della sua vita, l’idea dell’im­perfetto e dell’incompiuto lo torturava. Bruciava spietata­mente tutto quello che iniziava. Ogni idea musicale gli sembrava, monca e stentata.

L’ultimo incubo della sua natura ipersensibile e tormen­tata fu quello di riprender vita nella tomba. Le estreme parole, scritte stentatamente di suo pugno, sono le seguen­ti: « Poiché la terra mi soffo­cherà, vi scongiuro di fare aprire il mio corpo perché io non sia sepolto vivo ».


Letto 2200 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart