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MUSICA: I MAESTRI: Joan Baez. Siamo un fallimento glorioso

2 gennaio 2013

di Romano Giachetti
[da “La fiera letteraria”, numero 40, giovedì, 3 ottobre 1968]

New York, settembre

Joan Baez doveva rimediare alla frattura di sé personaggio pubblico e personaggio privato. Doveva far tutt’uno del suo mondo di pacifista, espresso in canzoni e giorni di prigio­ne, e della sua vena sottile di ragazza del nostro tempo che ama le. cose e gli uomini e vorrebbe trovare poesia per far partecipi gli altri del suo amo­re totale. Come Bob Dylan, l’altro can­tore della protesta dei giovani, ha ri­trovato recentemente il filone del suo « americanismo » in un ritorno alla te­matica popolare del West, così Joan Baez, in un’apparente battuta d’arre­sto, riflette sulle condizioni del suo Paese oggi, e trova un istante di pro­fondo raccoglimento nel suo turbolen­to inseguire un ideale che a molti, in grande amarezza, pare ora svanire alle soglie di un fallimento collettivo. Joan Baez ha conseguito tutto questo in un libro disarmante e insieme spietato che esce con il titolo Daybreak.

Davbreak: l’aurora, lo spuntar del giorno. Ma sembra un meriggio inol­trato. Il tono che lo percorre è come la piega del sorriso della cantante: ora ironico, ora stupefatto, ora intimorito, e sempre forte. C’è forza e bellezza, senza dubbio, in queste pagine; c’è uno stridente candore che deturpa il tentativo letterario in sé, tanto che al­cuni lettori di professione se ne sono adombrati e hanno battuto i piedi, per non saper leggere nella chiave adatta. C’è la stizzosa malattia di questo decennio; ci sono le ingenuità di chi non vuol crescere mentre intanto si porta dentro, senz’avvedersene, la sconfitta della maturità. Joan Baez non ha re­ticenze, non vuole e non sa averne; mette in pubblico i suoi dolori, le sue gioie, e par che dica: « Eccoci qua, sia­mo forse storti ma siamo così, non giudicateci, amateci come noi vi amia­mo ».

Tom Wicker, un noto columnist del New York Times che fruga quotidia­namente nelle vicende americane dal­la sua sede di Washington, all’indomani dei fatti di Chicago scrisse amara­mente: « Eppure sono i nostri ragazzi che la polizia bastona ». Sono gli stessi ragazzi che balzano, sapientemente tratteggiati, dalle pagine migliori di Joan Baez: quando dicono no alla guerra, quando si rifiutano di andare sotto le armi, quando vengono condan­nati a cinque anni di prigione, quando cercano nel folklore americano le can­zoni che, per non essere sospette di modernismo opportunista, meglio esprimono il loro sarcasmo e la loro protesta.

Ma certo, queste cose le sapevamo. Ma le sapevamo male, in modo distor­to. Si fa presto a dire che è quasi logi­co che in un periodo di prosperità i figli della borghesia si stancano del­l’assenza di una sfida vera da parte della società, e quindi passano al boi­cottaggio della stessa. Di fronte ai « miraggi » di una ragazza come Joan Baez, un’analisi del genere sembra fredda e superficiale. A Chicago, que­sti ragazzi sono stati definiti fascisti o fanatici comunisti. E’ ovviamente una semplificazione. In realtà i meno squi­librati, quelli che in definitiva conta­no, approdano a dimostrazioni simili dopo essersi arroccati più volte, gli an­ni passati, in ricerche disperate di una propria identità in un mondo che a pa­rer loro tende sempre di più ad ap­piattirli in una massa uniforme. Allora? Condannarli e passare oltre? Dopo la morte di Robert Kennedy, il solo che desse loro speranza, questi giova­ni si trovano oggi di fronte al muro Nixon-Humphrey. Che cosa scapperà fuori dalla loro sconfitta del momen­to? Domani lo sapremo.

Oggi, intanto, Joan Baez scrive: « Ci manca il tempo. Finora siamo stati un fallimento glorioso. L’unica cosa che è stata un fallimento anche più grande dell’organizzazione della non-violenza. è stata l’organizzazione della violen­za ». E la cantante-scrittrice continua riaffermando la sua fede nel pacifismo ad oltranza, nella forza dell’amore, e cita Gandhi, Budda, Cristo. Ma da do­ve viene, questa ragazza « dal corpo sottile di danzatrice » che ieri non sapeva nemmeno di essere bella, e che la propria bellezza l’ha scoperta « a forza di rinunce »?

Figlia di uno scienziato che « per un momento pensò di vedere in un ente come l’UNESCO la soluzione a uno dei problemi più gravi dell’umanità. quello della fame » ereditò dal padre la carnagione bruna, messicana, che la isolò subito di città in città, di ghetto in ghetto, finché non trovò nel miscu­glio di razze della California il modo di « avvicinare la gente ». La madre, che imparò ad amare assai presto, le portò nel sangue l’irruenza della Scozia e dell’Irlanda, oltre a una dose no­tevole di buon senso. Ma, vero o no, artificiosamente costruito nel tentati­vo di fare poesia o fatto reale che dà connotati da donna precoce, è dell’a­more che Joan Baez parla soprattut­to quando descrive la sua famiglia, quel padre distratto dalla scienza e dalla religione, quella madre che non esita a seguirla in prigione quando « si tratta di dare coraggio ad altre madri che altrimenti non appoggerebbero i loro figli che non vogliono andare in Vietnam e poi tornare in forma di te­legramma ».

L’amore, un amore quasi perverso, romanzesco, d’altri tempi, è anche il lievito che la lega « da sempre » all’uo­mo che l’ha fatta, si può dire, nel pen­siero pacifista, nella ribellione ai cano­ni (perfino) della vita pubblica, Ira Sandperl, l’ebreo che un giorno capitò sulla sua strada e la avviò alle dottri­ne orientali. Strano essere, questo Ira che lei teneramente ama, e mai al di lĂ  del sentimento. Anche lui rimbalza­to dal cuscino protettore di una fami­glia borghese tutta calore e sicurezza, anche lui alla ricerca di « un modo piĂą bello di essere vivi ». Un giorno la va a trovare in classe, quando lei non ha che sedici anni, e siccome l’insegnante è in ritardo, comincia a far lezione lui, a modo suo, rispondendo alle domande degli altri studenti. Si possono anche immaginare, quelle domande: sulla guerra e la pace, il patriottismo e l’u­manitĂ . Cacciato lui dalla scuola, lei lo segue, e lo seguirĂ  sempre, tra un con­certo e l’altro, tra un volo e l’altro, tra un’avventura sentimentale e l’altra («E’ così difficile, per una donna co­me me, mescolare il sesso all’amore »).

Joan e Ira non si raggiungeranno mai come uomo e donna. Ira si sposa anche, diverse volte, con donne che « lo detestano ». Ma la sua figura sbi­lenca, da predicatore risecchito dai digiuni e dalle illusioni, è in un certo senso simbolica. In lui non si fa fatica a rintracciare la rivolta beatnik degli Anni Cinquanta, e perfino il grano del­la droga, che pure Joan respinge per altri motivi. Siamo di fronte a ciò che qualcuno ha definito « la diabolica ri­vincita dell’Asia che, oppressa dalla forza materiale dell’America, si vendi­ca inquinando le acque del protestan­tesimo con le lusinghe del pensiero orientale ». L’operazione dare-avere tra Asia e America è nota. Ma lampan­te appare ora, nelle pagine di Daybreak, il debito che il pacifismo ameri­cano ha contratto con il gandhismo, piĂą che con lo zen-buddismo di un de­cennio fa.

Eppure si tratta di una guerra, la guerra dei pacifisti, combattuta non solo nella resistenza passiva e nella violazione delle leggi, cioè nei modi che infuriano l’America, oggi sempre di piĂą propensa alle soluzioni di forza, ma con le armi che costituiscono il fa­scino e la debolezza del movimento: le armi della meditazione. Joan Baez così ne scrive: « Ciò che intendiamo per meditazione è in fondo molto sem­plice da spiegare. E impossibile da fa­re. Intendiamo fare attenzione. Fare attenzione, ma non concentrarsi; stare immobili, ma allo stesso tempo la­sciarsi andare.. Smetterla di recitare, di fantasticare. Guardare con i propri occhi. Anche se io non so cosa ci sia da vedere. Ascoltare con i propri orec­chi tutto quanto è vivo. Forse si può anche sentire, quanto è vivo… Non aspettarsi nulla. Quando si aspetta qualcosa, si è delusi, si è delusi… For­se ci si accorgerĂ  che abbiamo solo questo momento. Tutto qui: un mo­mento. Gli altri momenti sono giĂ  pas­sati. Quelli futuri possono non arriva­re mai ».

Il fascino della meditazione ha rag­giunto anche altri strati della vita, ba­sta pensare ai numerosi guru che aprono scuole di meditazione, qui, in ogni città. Ma sono ricette plebee, è ovvio: come le sedute di terapia collet­tiva attraverso le quali la stessa Joan Baez è passata (e una ne descrive con il tocco, quasi, dell’osservatore di co­stume). Ci sono anche i monaci viet­namiti che, la testa rasata, le fragili spalle coperte di ruvida stoffa arancio, arrivano a comunicare la scoperta del- l’indistruttibilità dell’essere umano. Un grande fascino, indubbiamente, lo esercitano soprattutto su chi è predi­sposto all’evasione (Daybreak contie­ne a intermittenze regolari certi capi­toletti del tutto inutili, intitolati « So­gno » che i recensori non mancheran­no di bollare; e inoltre, Joan Baez sembra attratta in modo particolare dal « sogno ad occhi aperti », ma certo, la conclusione a cui non si può fare a meno di arrivare è che esiste una pro­fonda contraddizione tra questo modo di pensare e i fini pratici che il movi­mento pacifista si prefigge.

Di qui la constatazione di una inevi­tabile debolezza. Di qui la spiegazione delle dimostrazioni violente, giocate nelle mani degli agitatori di professio­ne che si impegnano nello sgretola­mento del movimento di resistenza passiva. Di qui, certamente i fatti di sangue, le colluttazioni, le bombe la­crimogene, i morti, la polizia che rea­gisce. Perché un fatto è certo, e cioè che non si può pensare, oggi, di tra­sformare un gigante come l’America con la sola forza della meditazione (« alle droghe non ci sono arrivata e forse non ci arriverò mai », scrive Joan Baez, « perché preferisco la forza dell’immaginazione ai reagenti chimici »), e quando allora si sente il bisogno di scendere in piazza o di andare in prigione, si compiono atti di forza e si rinuncia, consapevolmente o no, alla catarsi della meditazione. « La rivolu­zione fatta e non voluta », ha definito tutto questo un articolista anonimo su un giornale dell’Illinois. Ma si potreb­be anche definire: « La rivoluzione vo­luta e non fatta ».

D’altra parte, questo « amore di ra­gazza che corre libera tra le erbe alte di una natura non contaminata dalla civiltà industriale » (e corre incontro a coloro che più ama, i ragazzi che giocano sull’equivoco eroico del rifiu­to, le bambine che conservano « una purezza di farfalla », le ragazze che af­frontano la vita, sesso compreso, sen­za le tergiversazioni della morale cor­rente, gli uomini dotati del « grano poetico della pazzia »), e questa medi­tazione che la rende debole come indi­viduo sociale, quando nel contempo s’arrabatta a voler trasformare pro­prio questa società, hanno dato a Joan Baez l’altissima qualità del suo canto, che rimane ancora, anche dopo aver letto Daybreak, la sua espressione più genuina.

Incerta agli inizi tra l’impegno della canzone di protesta e il colore della rapsodia dialettale, Joan Baez trovò ben presto la vena che ancora l’accom­pagna: una vena fatta di ballate ingle­si classiche (quelle per esempio rac­colte nell’Ottocento da Francis James Child), di liriche folkloristiche delle più poetiche, delle cosiddette broadside ballads, dal formato dei volantini di­stribuiti agli angoli delle strade dai menestrelli cari alla memoria popola­re, e poi di ballate composte dai primi pionieri da questa parte dell’oceano, e infine di spirituals negri, di inni reli­giosi, di ninne-nanne. Il suo repertorio comprende oggi quanto di meglio si conosca nel campo della musica popo­lare in lingua inglese e alcune tra le più famose composizioni moderne che ricalcano i modelli passati. A volte la cantante impugna con la sua chitarra i motivi di un episodio di attualità, a volte sembra riprendere il filo del di­scorso dell’antica leggenda anglosasso­ne. Il suo, però, rimane un modo per­sonalissimo di interpretazione. Spesso si unisce a Bob Dylan, e allora, in quel binomio, è l’America più pensosa che canta: se di Dylan non ha, Joan Baez, né la forza inventiva né la gran­de scaltrezza musicale, ha però l’ele­mento che a lui manca, una « lumino­sa innocenza », come qualcuno ha scritto.

In Daybreak, tutto questo viene di­menticato a vantaggio dell’annota­zione semi-distratta delle cose di tutti i giorni. Ma, a parte i meriti e i deme­riti del libro, rimane il fatto che il dia­rio aggiunge un pugno di consapevo­lezza alla tortuosa protesta della gio­ventù di oggi, specialmente quando l’autrice scrive: « Ed eccoci qui, noi tutti, in attesa alle soglie della distru­zione, con tutto che congiura contro noi viventi perché non possiamo vede­re, presto, il sole sorgere ». E più avanti conclude: « Ti imbarazzerebbe davvero troppo, lettore, se ti dicessi che ti amo? ». Questo tono è stato cri­ticato come « un pasticcio mancato di infantili ambizioni poetiche ». Come non essere d’accordo, al giorno d’oggi, quando la tavolozza del letterato sfo­dera di solito tinte ben più cupe? Ma come non capire che se vogliamo rad­drizzare le cose del mondo dobbiamo fare i conti anche con questa smisura­ta ingenua ambizione di semplicità? Joan Baez può anche essere considera­ta una scrittrice di scarso rilievo: co­me rappresentante della sua genera­zione va ascoltata.

__________

Accetto il rischio

La mia vita è una goccia di cristallo.
In essa ci sono fiocchi di neve che cadono, e piccole figure che si trascinano come al rallentatore. Se potessi guardare in questa goccia per un milione di anni, probabilmente non capirei mai chi è questa gente, né cosa fa.
Mio padre è il santo della famiglia.
Si lavora fino all’esaurimento, in modo da riuscire a far bene qualcosa, e poi con quello che si sa fare, si cerca dì migliorare la sorte degli Infelici, dei malati, degli affamati. Si educano i figli cercando di insegnare loro l’onestà e il rispetto per la vita umana. Una volta quando avevo tredici anni mi chiese se avrei accettato di ricevere una somma di denaro per la morte di un uomo che comunque era già condannato a morte. Non capii bene. Se mi occupavo dei fatti miei e quell’uomo veniva ucciso da qualcun altro, perché non avrei dovuto accettare un paio di milioni? Gli dissi che avrei accettato il denaro, e si mise a ridere a crepapelle. « E’ immorale », mi disse.
Non sapevo cosa volesse dire « immorale » ma capii che non era giusto accettare del denaro per la morte di un uomo.
Mia madre è stata due volte in prigione con me. Abbiamo fatto una manifestazione per la « disubbidienza civile » insieme al centro di Oakland. Mi disse che non sapeva se sarebbe servito a qualcosa ma forse avrebbe potuto dare ad altre madri il coraggio di fare lo stesso o qualcosa del genere. E questo avvenne. La seconda volta che ci portarono alla prigione di Santa Rita c’erano con noi almeno tre donne che ci dissero che l’esempio di mia madre aveva dato loro il coraggio di agire secondo le loro convinzioni.
Cantare è amare e dichiarare, volare e raggiungere il cielo, è entrare nel cuore della gente che ascolta, dir loro che la vita è amore, che l’amore esiste, che non esistono promesse, ma che la bellezza c’è, è viva, qui, e va cercata e trovata. Che la morte è un lusso, meglio romanticizzarla e cantarla che starci su a pensare mentre scorre la vita. Cantare e lodare Dio e i fiori, e lodare Dio è ringraziarlo, in ogni nota che io posso emettere, in ogni tono della mia voce, con ogni sguardo negli occhi del mio pubblico, per ringraziarlo. Grazie, mio Dio, per avermi fatto nascere, per avermi dato occhi per vedere i fiori che si piegano al vento, e tutti i miei fratelli, tutte le mie sorelle, e grazie per avermi dato orecchi per udire chi piange, gambe per correre, mani per ripararmi dall’aria umida, una voce per ridere, e con cui cantare…
Un amico mi disse una volta che scrivere di GesĂą poteva rivelarsi rischioso. Accetto il rischio. Mi domando se GesĂą sa cosa sta succedendo sulla terra di questi tempi. GesĂą, meglio che Tu te ne stia lontano.

Come posso descrivere il modo con cui Marisa coglieva fiori nella valle? Il suo golf era rosato come il tramonto, e le sue scarpette di vernice rossa scivolarono sul dorso erboso della collina.
Forse ci sarĂ  un altro secolo di esseri viventi… bambini e erba verde, insetti estivi e vecchia gente… non un pianeta distrutto che galleggia nell’universo, dimenticato come un cratere secco. Se, per volontĂ  di Dio e una serie di miracoli, uno sforzo tremendo e una prova di intelligenza, sopravvivremo all’epoca nucleare e il 1967 troverĂ  posto in una pagina di un futuro libro di storia per ragazzi, quella pagina potrebbe dire qualcosa come:
« Verso la metĂ  del ventesimo secolo la razza umana aveva raggiunto il suo culmine massimo di follia. Gli uomini si organizzarono in nazioni-stato di carattere assolutamente primitivo che concepivano l’assassinio organizzato come il solo modo per risolvere le varie divergenze internazionali. Tra il 1914 e il 1960, una serie di guerre e di rivoluzioni provocò la morte di oltre centocinquanta milioni di persone. Tra le nazioni piĂą forti, alcune devolvevano addirittura l’83 per cento del loro bilancio annuo alla costruzione di armi che tutti consideravano troppo distruttive per essere mai usate. Nonostante il fatto che la violenza non era riuscita a dar loro ciò che piĂą desideravano, cioè la pace, la libertĂ , la fratellanza, gli uomini continuarono a ricorrere alla violenza… Quando finalmente fu scoperto il concetto della non-violenza, dapprima fu, naturalmente, frainteso e respinto per molti anni, e i suoi soste¬nitori accusati di essere idealisti, malvagi, non-patriottici, non-realisti, quando non considerati pazzi… ».

Stanotte ho pianto a lungo
perché un certo Mr. Beaumont
mi ha scritto una lettera
e nella lettera mi loda
e mi ringrazia per le cose che fo
nella lotta per la pace…
Ma non vi dice nulla il suo nome?
Sua moglie
Florence
si appiccò fuoco
di fronte al
New Federal Building
a Los Angeles.
S’inondò
di benzina
benzina su tutti ì suoi vestiti
e poi un fiammifero
per far luce sul fatto che
bambini
bambini dico
piccoli bambini
son bruciati ogni giorno dal fuoco
un fuoco giallo…
Ella dette tutta se stessa
in dono
per ricordarci che,
qualunque cosa facciamo,
non è mai abbastanza.

Joan Baez


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart