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MUSICA: I MAESTRI: Viaggio musicale

22 aprile 2011

di Giorgio Vigolo
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 25 giugno 1969]

« Il viaggio di Mózart a Praga », narratoci dal poeta Eduard Mörike, resta forse il più bel « racconto musicale » che si sia scritto, se non si vuole mettergli accanto qualcuno di E.T.A. Hoffmann, peraltro di ispirazione più fantastica e delirante. Ma fra i racconti musicali che avrebbe­ro potuto tentare la vena di Mörike o di Hoffmann, il più attraente è forse da scrivere ancora, ed è quello che si do­vrebbe intitolare « Il viaggio di Bach a Lubecca ».

Circa l’influenza esercitata sui pensieri, sulla musica o sulle arti, dal ritmo del passo, a parte i rapporti del moto con la respirazione e la circo­lazione, si potrebbero scrivere dei lunghi saggi; saggi sulla diversa ideazione o sul diver­so modo di narrare e di dia­logare che è solo di persone che camminano a lungo e di­scorrono come i peripatetici della Grecia: saggi, poi, o pri­ma di tutto, sulla musica che, più delle altre arti, è fatta di ritmo. Beethoven, si sa, era uomo che passeggiava mol­to, e anche Schubert, anche Brahms. Ma Bach poi, Gio­vanni Sebastiano Bach, nato ad Eisenach dove la tradizione del camminare cantan­do in coro era legata a Lu­tero, che gran camminatore doveva essere! Anche nel si­lenzio di qualunque notizia biografica, ce lo direbbe la le­na, l’andatura instancabile delle sue composizioni, met­tiamo anche quel suo alpini­stico pedalare sull’organo. Ce lo dice però specificamente e, questa volta, biograficamente il viaggio che proponevamo appunto per un tipico raccon­to musicale: il viaggio di Bach da Arnstadt a Lubecca, fatto naturalmente a piedi, una pas­seggiatina di almeno trecento chilometri, da Arnstadt nella Turingia, dove era organista e si fece dare quattro setti­mane di congedo.

Per quale ragione? Per ascoltare con le proprie orecchie il grande Dietrich Buxtehude, che occupava il posto di organista nella chiesa di S. Maria. Bach che appena passato da Weimar a Arnstadt si era messo a studiare accanitamente tutte le opere degli organisti celebri della sua epoca, Pachelbel, Böhm, Tunder, Scheidemann, non aveva certo trascurato Buxtehude, ma voleva sentirlo al fine di perfezionarsi nella pratica dell’organo.
Fu così che nell’ottobre del 1705 — un bel mese per camminare — il ventenne Bach prese la strada di Lubecca, dove però il suo soggiorno invece di quattro settimane doveva durare quattro mesi, lunga assenza di cui dovette rendere conto, al suo ritorno, dinanzi al concistoro di Arnstadt.

Bach era rimasto tanto tempo a Lubecca perché incantato dalla personalità musicale, invero singolarissima di Buxtehude. Può essere utile ricordare che Buxtehude era dane­se e, guarda caso, era stato organista a Elsinore, la città di Amleto, nella chiesa di Sant’Olao, dove già lo aveva preceduto il padre Johann. Ma quando a Lubecca morì il celebre organista della chiesa di S. Maria, Franz Tunder, Buxtehude aspirò alla successione e vinse il concorso nel 1668, con una condizione piuttosto curiosa: il successore al posto di organista doveva impalmare la figlia del predecessore.

Matrimonio e posto di organista erano come due colpi ad un bersaglio. Buxtehude sposò la più giovate delle figlie di Tunder, Anna Margherita, e, insediatosi a Lubecca, vi spiegò una memorabile e triforme attività musicale: come organista, come compositore di musiche sacre vocali e come organizzatore anzi fondatore (perché Tunder li aveva appena cominciati) dei primi concerti pomeridiani che la storia della musica conosca e cioè le celebri Abendmusiken (letteralmente musiche serali) per voci e strumenti, che si eseguivano le domeniche ed erano affollate dalla musicalissima borghesia di Lubecca. )

Il nome di Abendmusiken non deve ingannare sul loro orario, perché venivano eseguite dopo i Vespri che nelle chiese luterane cominciavano nelle prime ore del pomeriggio e finivano verso le cinque; ora, dunque, in cui avevano inizio i concerti che sono du­rati per circa tre secoli nella civiltà musicale europea. Ad essi era molto propizia l’ora del tramonto (poco prima o poco dopo tramontato il so­le) , l’ora « che volge il di­sio »; ora musicale per eccel­lenza, in cui è provato che si ha una maggiore ricettività fi­siologica per la musica e che è rimasta l’ora ideale per i concerti, fino almeno al 1960. Su quanti concerti, nella bel­la sala di Santa Cecilia a via dei Greci, non abbiamo visto lentamente declinare il gior­no mentre suonava il Quar­tetto Busch o il Quartetto Lener! Era in fondo la stessa aura che avvolgeva la « Let­tura delle Tenebre » nella Ba­silica Vaticana, quando il sole calava dietro i vetri gialli del­l’abside berniniana e il Coro a cappella intonava il Miserere dell’Allegri, dopo che l’ultimo cero veniva nascosto dietro l’altare.

Intorno al 1960, anche in questo c’è stata una svolta nel costume. E’ stato tolto il Miserere dalle musiche sacre che dicevamo e, per singolare coincidenza, anche il concerto pomeridiano è finito.
Quanto meno l’ora nottur­na si addica all’audizione di musica sinfonica e special­mente « da camera » è cosa intuibile. D’altra parte tutti i pomeriggi restano vuoti, né si riesce a capire, dato che è fi­nito l’uso del tè e dei caffè, né si costuma più farsi visita, come la gente passi decentemente il suo tempo libero. Co­sa fanno, dove vanno? Ma fra tanti concerti, tutti inesorabil­mente notturni, qualcuno di pomeriggio, per quelli che an­cora amano e desiderano la musica in quell’ora, non guasterebbe. C’è il caso, anzi, che lo affollerebbe un pubblico imprevedibile, giunto magari sulle sue gambe, se teme di non poter parcheggiare, con un piccolo viaggio musicale a piedi, sempre molto più breve di quello che fece Bach fino a Lubecca, per andare ad ascol­tare Buxtehude.


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