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Myû, T.

7 novembre 2007

Le memorie di una geisha – ‘Fuku-Ko  

“Le memorie di una geisha – ‘Fuku-Ko”

(Trad. B. Balbi)

Di questo romanzo ho la seconda edizione stampata nel 1918 dalla Casa editrice l’Estremo Oriente con sede a Brescia e, nel momento della stampa, con sede provvisoria a Napoli. Scrivo tutto ciò poiché confesso di non essere riuscito a trovare nessuna notizia né dell’autore giapponese né del suo traduttore. Spero che qualcuno che ne sa più di me, voglia essere così gentile da fornirmene.

Il libro mi ha incuriosito poiché ha il merito di portare per primo un titolo conosciuto dai lettori per il successo avuto da un romanzo omonimo, “Memorie di una geisha”, uscito nel 1997 e scritto da Arthur Golden, dal quale, fra l’altro, nel 2005, è stato tratto un bel film dal regista Rob Marshall, con lo stesso titolo, ovviamente.

Ci troviamo però, in questo caso, in presenza di due romanzi completamente diversi per scrittura e per ispirazione, sia pure con alcune analogie che fanno pensare che lo scrittore americano, pur basando la sua storia sulla vita della geisha Mineko Iwasaki, conoscesse l’opera di Myû

Non sapendo niente di questo T. Myû (salvo che, come si apprende da una nota del libro, egli ha composto un’altra opera intitolata “o-Ai-san”, che significa “L’onorevole signora Ai”, personaggio cui si fa cenno anche in questa storia), mi sono immerso nel romanzo come se percorressi una strada buia la cui luce minimale provenisse dalle parole che via via scorrevo nel corso della lettura. Quando non si sa nulla dell’autore, si ha la curiosa sensazione di trovarsi come smarriti su di un sentiero tracciato in un punto oscuro dell’universo, da cui ci muoviamo in cerca del punto, sperduto chi sa dove, da cui cominciarono a scaturire, come da una sorgente sconosciuta, le prime parole di una storia che si è misteriosamente e miracolosamente messa in contatto con noi. In realtà, dunque, mi trovo ad affrontare, al modo di un esploratore di altri tempi, un curioso e per me nuovissimo percorso all’indietro: la storia ha raggiunto me ed io voglio conoscere dove si trovi la sua sorgente.

L’autore finge che esista un diario in cui la geisha Fuku-ko (“la signorina Felicità”) ha lasciato tracce della sua vita. È un testo che si apre con iperboli, metafore e delicati ricami di un mondo lontano dal nostro, i quali ci immergono in un’atmosfera di cui forse si è perduto il ricordo nello stesso Paese d’origine, il Giappone, che oggi vanta scrittori di tutt’altro piglio e ispirazione, come ÅŒe, Kawabata, Mishima, Muratami, per fare solo qualche esempio.

Tuttavia la scrittura si dipana con suggestiva semplicità a partire dagli accadimenti che vedono la protagonista ripercorrere la sua vita a cominciare dall’infanzia, quando nasce la sorellina o-Gozen-san (da lei ribattezzata Kimono di sole), o la madre viene assalita da una febbre cerebrale e ogni giorno grida il nome del marito Tetsuo-san, di cui non sa più nulla: “quelli non erano più gli occhi di sua madre: un tempo limpidi come la fonte, essi erano ora torbidi come il ruscello dopo la pioggia.”

Poiché la bambina ritiene importante che il padre torni a casa, riceve l’autorizzazione dalla nutrice di andarlo a cercare; ci penseranno gli dei a guidare “i tuoi piedini di bimba”.

Il mondo che da questo momento si apre davanti a noi è quello simile ad una fiaba dove, come in Andersen o nei fratelli Grimm, i fatti accadono in una dimensione più poetica e fantastica che reale, così che l’interpretazione di essi si fa portatrice di una singolare misteriosità, del tutto inidentificabile e irrisolvibile.

Pare, ovvero, che la scrittura di questo autore sia intrisa di quella leggerezza che può essere attribuita ad una sorgente pura, in cui le scorie e le pene della vita sono state miracolosamente filtrate e disperse. Il dolore vi è sempre sublimato come una delle più rare virtù.

Il pellegrino che in una notte di bufera la guida alla casa Yasonobu, dove vengono educate le geisha, e che sembra alla bimba essere suo padre, assume la valenza simbolica di colui che, tenendola per mano e guidandola nella notte, segnerà il suo destino.

L’autore interviene spesso nella narrazione al modo di una coscienza sospesa sulla ragazza, la quale agisca ogni qualvolta ci si trovi di fronte ad un ostacolo o ad una scelta. Si può anche paragonare questo ruolo a quello antichissimo del coro presente nella tragedia greca. Come pure la leggerezza e il candore della narrazione inducono a paragonare la scrittura di Myû a quella dei primi romanzi della classicità. Si pensi a Caritone, a Senofonte Efesio, a Luciano di Samosata, Eliodoro, Apuleio.

È bene dare un esempio. Fuku-ko ha appena ricevuto i complimenti della padrona, che la trova carina e che, se curerà certi suoi difetti, prefigura per lei un avvenire strepitoso come geisha. La bambina è imbarazzata poiché il samurai che l’aveva educata aveva previsto per lei un avvenire diverso, da “insegnante perfetta.” Ecco come interviene la voce fuori campo: “Suvvia Fuku-ko, non tremare, anche se intendi ciò che bene non sai. Ti insegnerà, se sia necessario, il tempo a sostituire la fiera rigidezza del pino con la flessibile grazia del salice piangente. Come lui lagnandoti, ti curverai sotto l’impeto del vento e sfiorerai la terra anche se essa sia fango. Ma pure curvandoti, guarderai oltre la terra; sempre ove fioriscono i salici, corrono ruscelli e fiumi o scaturiscono fresche sorgenti. Alla loro onda tenderai i tuoi flessibili rami e nella sua limpida trasparenza essi si purificheranno del fango che videro, ma non li macchiò.”, in cui troviamo magistralmente riassunte la qualità e la poetica del romanzo.

La condizione della geisha non è comunque esaltata dalla voce fuori campo, anzi: “Sei geisha!” le esclama, e quindi “meglio è scordare come tremasti di dolcezza sotto lo sguardo di due occhi umani e alle stelle cadenti meglio è non sussurrare più”. Fare la geisha significa che “anche se il tuo cuore e il tuo corpo rimangano puri, pochi saranno quelli che con cuore puro verranno incontro a te”.

La stessa vergogna colpisce la ragazzina allorché incontra alla stazione di Nagoya (la città che fu visitata anche dal poeta del XVII secolo Matsuo Basho) un ragazzo, Ume (che significa pruno), che le si rivolge cortesemente e le fa capire, non sapendo di lei, che le geisha sono donne emarginate. Come nelle favole anche la natura prende parte con una propria voce alle varie vicende della protagonista. È una leggera brezza che accarezza i fiori di un ciliegio che confiderà ad essi che quello che sta spuntando tra la giovinetta e il ragazzo è amore. Ci si trova in presenza di una natura la cui rappresentazione è sempre rarefatta, affidata a boschi di criptomerie, ai pini nani, ai castani, ai ciliegi, ai peschi, ai salici, ai gelsi, alle magnolie in fiore, alle mimose, alle camelie, ai campi di azalee, al vento, al canto degli uccelli, alle risaie. Vi è diffusa la delicatezza di un romanticismo che si fa poesia del candore e dell’innocenza: “Il vento, come spesso avviene al tramonto, aveva in realtà perduta un poco della sua violenza; la sua voce non era più urlo, ma pareva canto e le foglie che esso raccoglieva da terra e staccava dalle piante, non stridevano dolorose in sua balìa, ma mormoravano lievi con tono di tenerezza soave.”

Così come il romanticismo che affiora nei pensieri di Fuku-ko per Ume è quello tenue che segnava l’amore tra i giovinetti dell’antica Grecia, puro e nobile, fatto di rossori e timidezze, di silenzi e palpiti. Grazie a questo delicato ed innocente tessuto della storia, non appare difficile rinvenire i canoni di una tale scrittura molto lontani nel tempo, nonostante il romanzo sia stato composto ai primi del Novecento, come si evince da vari riferimenti: i treni, il telegrafo, la guerra russo-giapponese in Manciuria negli anni 1904 e 1905. Una scrittura che si colloca addirittura agli albori di un’arte, quella del romanzo, che avrebbe, con sviluppi repentini e complessi, a partire dal Settecento, preso altre vie. Appare bizzarro, ad ogni modo, ritrovare nel nostro tempo un’opera così composta, quasi che l’autore fosse rimasto fermo a quegli albori, del tutto immune dal contatto con la modernità. L’interesse maggiore del libro sta in questa incredibile incontaminazione, che consente al lettore di ritrovare, in un Giappone che è stato al passo come pochi altri della evoluzione scientifica e tecnologica, la sua anima antica, che evidentemente ancora lo pervade e lo ispira.

Del resto narrare la vita di una geisha è forse anche e soprattutto narrare la storia di questo Paese attraversandone la complessa spiritualità che sopravvive alle insidie e alle trasformazioni del presente: “sei geisha e devi scordare di avere un cuore e devi sorridere sempre anche se esso ti dolga sino a spezzarsi, confortandoti nel pensiero che anche questa è virtù.”

Fuku-ko, al contrario di altre compagne, come, ad esempio, o-Haru-san, avverte il contrasto tra la sua condizione e quella del mondo che la circonda e che la discrimina. Ne patisce a tal punto che si domanda: “Di chi sconto la colpa io? Di chi rivivo il dolore?”

Deve resistere al corteggiamento insistente degli ammiratori e in particolare del barone Yamazaki, che vorrebbe riscattarla dalla sua padrona e portarla nel suo palazzo. Fuku-ko non è arrendevole come la compagna Haru, e non vuole cedere, in nome dell’amore che avverte per il giovane Ume incontrato una sola volta a Nagoya e mai più dimenticato. Vuole essere “ago di pino per il lurido moscone che tenti insozzare il mio calice”. In questo proposito è sostenuta dall’esempio dell’altra compagna, Tsuyo, anch’essa impegnata a mantenersi fedele al fidanzato Genzaburô, partito per la guerra in Manciuria.

L’autore rende esplicito l’obiettivo della sua storia nel momento in cui un forestiero, un americano di nome Max, riesce a colpire il cuore della ragazza. Saprà resistergli? Saprà resistere alle lusinghe della padrona della casa che “in agguato attende che io mi dimentichi della mia virtù…”?

Il diario di Fuku-ko attraversa questa fase delicata con brani brevi e di alta liricità (“pensieri e versi”), pervasi da una rarefatta malinconia. Ad essi sono affidati l’inquietudine, lo smarrimento, il desiderio di una giovane che si è estraniata dal mondo e rinchiusa in una realtà convenzionale, dentro la quale sente gemere la sua solitudine e la sua infelicità: “Tutti vorrebbero colmarmi di ricchezze e di doni e tutto per nulla… Sciocchi! Come se io non sapessi del loro nulla l’immenso valore…”

L’innamorato Ume nonché la propria famiglia, che la crede ritirata in collegio a studiare, tornano continuamente alla sua mente. Teme, come è successo al fidanzato di Tsuyo, che Ume sia morto anche lui nella guerra in Manciuria e si tiene aggrappata alla speranza, la sola che accompagni i suoi giorni tristi. La guerra in Manciuria fa capolino continuamente, e la stessa Fuku-ko ne festeggia la vittoria con queste parole: “il sole d’oro della gloria sfavilla oggi con incomparabile splendore sul Giappone e ogni casa ha in Tokyo come altrove il suo banchetto e ogni banchetto i suoi canti e i suoi fiori per fargli festa”.

Sembra che l’autore voglia stabilire nel romanzo un contatto diretto di un’anima con l’universale che la guida e l’ispira: “E ci avviamo lente per entrare in casa. Qualcuno spesso ci segue e ci accompagna e sono gli occhi di Miko che dove l’erba è folta ed è più densa l’ombra, si accendono d’improvviso della loro luce gialla. La nutrice sale con me sino alla mia stanza e mi guarda mentre mi stendo presso o-Haru-san che russa, poi mi culla con la voce di mia madre d’un tempo, per lasciarmi solo quando mi vede sulla soglia dei sogni…” Miko è la gattina di casa Yasonobu.

Anche la morte, a causa della tubercolosi, della compagna o-Momohana-san (che significa fiore di pesco), la quale ha preso il posto di Haru, andata sposa ad un ricco signore, è descritta con parole ed immagini di grande e composto lirismo.

Come si è detto è un romanzo che stupisce a leggerlo oggi, e proprio per una tale incontemporaneità, da esso emana un fascino ammaliatore e struggente. I momenti, così frequenti, di gioia che si trasformano in delusione e sofferenza sanno raccogliere lo spirito devoto e consolatorio di un’epoca che appare – eppure è appena trascorso un secolo – molto più lontana.


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